Porta stretta e una via sicura: è quella che da sempre ci serve

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 7, 6.12-14)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

Audio della riflessione

Quando vogliamo fare una proposta, come il grande dono del Vangelo, non siamo mai ai livelli degli spot, degli slogan, della propaganda o dei mezzi più sofisticati per persuadere. Tutto questo è sempre nocivo anche alla stessa verità che si vuol comunicare. L’amore non obbliga e soprattutto, giudica mai, ma non manca di discernimento, di quell’atteggiamento pacato, non affrettato, nemmeno sprezzante, che ci permette di valutare con serenità. La carità deve essere discreta: discerne le situazioni, le azioni e le reazioni per vedere che cosa qui e adesso aiuta di più il fratello. Buttare addosso la verità senza preparare ad accoglierla, porta a plagiare chi la accoglie e a indurire chi la rifiuta. Questo non è rispetto né per la verità, né per l’altro da noi. Per gli ebrei “cani e porci” erano i pagani, che devono essere preparati a ricevere le perle che  sono i doni della loro fede e per noi il pane e la Parola. La proposta della verità deve essere graduale. Puntare un faro negli occhi acceca e non fa certo vedere.

Tanto più che la Parola di Gesù è la porta stretta che ci fa entrare nella vita filiale e fraterna, la via angusta che ci porta alla vita piena. Chi non la valuta come impegnativa è sicuramente un falso profeta. Molte sono le porte, ma una sola è quella di casa, tante le vie per perdersi, ma una sola è quella che porta alla meta, mille gli alberi, ma uno solo da frutto di vita. Gesù ci pone davanti al bivio: ci apre la via della bontà e della gioia benedetta, perché abbandoniamo quella della maledizione e della morte. Abbiamo la possibilità di scegliere; siamo stati finora ingannati? Abbiamo mietuto male a non finire? siamo stati sconsiderati e ne abbiamo capito la gravità? Abbiamo davanti Gesù che  ci propone il bene che possiamo fare: buttiamoci dentro la sua porta anche se è stretta, perché Gesù è la stessa porta che ci conduce alla comunione con Dio Padre e con i fratelli per una via che conduce a una felicità sempre maggiore.

La porta è quel luogo dove il punto di separazione lascia il varco alla comunione. E’ la stessa umanità di Gesù, l’apertura tra l’umanità, noi uomini e donne, e Dio. Essendo Gesù Dio e uomo è la porta che Dio trova nell’umanità e l’umanità trova in Dio. Se Gesù dice che è stretta non è per scoraggiarci, ma per convincerci che occorre impegnarsi. Siamo sinceri con noi stessi e sappiamo bene che i nostri peccati ci hanno reso ancora più difficile fare il bene. E’ stata larga per noi la porta del male, che poi ci ha strozzato togliendoci ogni speranza. Il bene, la bontà, la  saggezza, la gioia è stretta all’inizio, ma se è Gesù è l’infinita grandezza, ampiezza, lunghezza, altezza e profondità del suo amore.

Ce ne dobbiamo innamorare non solo convincere; non è uno stratagemma, ma uno slancio senza condizioni quello che vogliamo provare per Gesù. Gesù è porta e strada, apertura e via, braccia allargate e aiuto infallibile per proseguire sempre nel suo amore.

22 Giugno 2021
+Domenico

Siamo lucidi spettatori, ma drammatici attori

Una riflessione sul Vangelo del Giorno (Mt 7, 1-5)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello»

Audio della riflessione

Avete mai provato a porre attenzione a come usate i vostri occhi quando parlate con le persone? Quando incrociate i loro occhi? Spesso non riusciamo a sostenere lo sguardo e li abbassiamo, qualche volta li usiamo come “lama” per fare del male a chi ci sta davanti, come strumento di potere per umiliare o soggiogare … altre volte invece diventano la comunicazione profonda di un amore, di un sorriso, di una comprensione: sono dichiarazione di disponibilità, sono la lingua della nostra interiorità – gli occhi – una finestra o meglio – senza troppo poesia – il video della nostra anima … non puoi nascondere troppo con gli occhi!

Solo i bambini, quando son felici non si stancano di guardarti, di cercare il tuo sguardo, di fissarlo senza problemi … tra adulti li abbassiamo subito!

Gesù aveva uno sguardo potente, un occhio cristallino, coinvolgente, sapeva guardare le persone; dal suo sguardo nasceva l’amore. “Fissatolo, lo amò” dice il Vangelo di un incontro tra Gesù e un giovane che lo voleva guardare negli occhi e carpirgli il segreto di una vita piena.

Gesù lo guardò, ma lui ha abbassato subito lo sguardo: gli stava leggendo dentro un cuore distribuito a brandelli sulle ricchezze che possedeva.

Anche a noi spesso basta guardarci negli occhi per fissare impietosamente l’inganno, la falsità, la meschinità di chi ci sta di fronte … e la tentazione grande è quella del giudizio: con gli altri siamo tremendamente impietosi, i difetti altrui li fotografiamo da artisti! Primi piani, zoomate, particolari, sezioni, visioni dall’alto, dal basso, angolature ardite … senza metterci troppo impegno siamo dei lucidi spettatori, ma proprio per questo siamo drammatici attori: avessimo la stessa lucidità nel guardare la nostra vita, come vediamo quella degli altri … non potremmo più guardare in faccia nessuno, dovremmo girare col bastone bianco o il cane per ciechi.

Vedi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che occupa il tuo!

Ed è da noi che spesso nascono i rapporti sbagliati con gli altri, proprio quando non siamo capaci di verità con noi stessi … si stende sempre sulla nostra vita come un velo – quasi automatico – di difesa quando non è una lente  trasformante, ingannevole, che cambia addirittura i veri colori della nostra vita.

Se ci vedessimo invece con verità scopriremmo la nostra condizione di persone perdonate: ci vedremmo in un debito inesauribile, ma non umiliante, nei confronti della misericordia di Dio … allora il nostro sguardo sui difetti degli altri diventa condivisione della voglia di limpidezza e aiuto vicendevole per incontrare la bontà di Dio.

21 Giugno 2021
+Domenico

La nostra vita è un lago in burrasca, ma Gesù è con noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4,40) dal Vangelo del giorno (Mc 4, 35-41)

Audio della riflessione

Si pensa sempre che un lago sia calmo, bello da vedere, godibile senza impegno, ma se è l’immagine della nostra vita spesso ci mette paura. Dice il Vangelo …

40 Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? ”.

… in realtà non è Gesù che dorme, ma la nostra fede in colui che salva che manca.

Da bambino mi raccontavano che un ragazzo, che rimase bloccato in casa per un incendio, gridava dalla finestra, invocava aiuto … il fumo però non gli permetteva di vedere niente.

Sotto la finestra c’era il papà che lo chiamava, gli faceva coraggio, gli diceva di stare calmo .. “Ci sono io. Mi devi però ascoltare. Tu non mi vedi, ma senti che ci sono, sono qui sotto la finestra. Anche se non mi vedi buttati, ti prendo io tra le braccia.”

Ma non ti vedo, ho paura, qui c’è tutto buio.

“Ma io ci sono. Sono qui. “

E il ragazzo sapendo che sotto c’era suo padre si è buttato e si è salvato.

Non è ancora la fede che dobbiamo avere in Dio, ma ci va vicino: noi siamo nel buio, ma sappiamo che Dio ci ama. Ne vorremmo sentire la voce … non la percepiamo perché siamo sordi, abbiamo orientato la nostra vita a tutt’altro.

Ma Lui c’è, non dorme, veglia su di noi. La sua assenza è la percezione della nostra debole o insignificante fede, non è la fotografia della realtà. Dio non ci abbandona mai. Dio si sottrae al nostro possesso, perché egli possa apparire come l’assolutamente Altro, vicino. Dio ci parla anche nelle situazioni di silenzio.

Nella generale inconsistenza e provvisorietà delle cose che sfuggono quando ci troviamo di fronte al nulla e al vuoto, ci rimane sempre un punto fisso e stabile sul quale appoggiarci e nel quale confidare. Dio: il nostro sostegno, la nostra sicurezza. Gesù la nostra barca non la abbandona mai. Non è un traghettatore di immigrati, la sua non è una carretta del mare; non scappa all’arrivo della guardia costiera, non si è fatto pagare da nessuno, ma ha pagato Lui per starci vicino, per affrontare il mare della speranza, che non diventerà mai il mare della tragedia. Non c’è nessun baratro o nessuna tomba in cui ci abbandona, ma sempre e solo la sua bontà.

Quanta strada deve fare ancora la nostra fede per poter essere degna di un discepolo di Gesù! Spesso Gesù nel vangelo rimprovera ai suoi discepoli la scarsa fede. Gente di poca fede, gente che ha una fede troppo piccola, che rimane nana col crescere della vita. Diventano grandi gli interessi, grandi le relazioni, ampie le possibilità, aperta l’intelligenza, ma la fede rimane piccola, anzi spesso diventa invisibile, si contrae, scompare.

“Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono? ”

Ci restano delle domande da affrontare. Chi è Gesù per me? Chi è Gesù che mi porta serenità e calma, spegne le burrasche, chi è Gesù che si erge contro le forze della natura per me, che sconfigge la morte per me, che piega gli eventi del mondo per il bene dell’umanità?

20 Giugno 2021
+Domenico

Preoccuparsi è un verbo offensivo verso Dio

una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 24-34)

Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona. Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

Audio della riflessione

Preoccuparsi della nostra vita, di che cosa mangeremo,  come vestiremo… è privarsi del presente, che è l’unico tempo che abbiamo a disposizione e che mettiamo in seconda fila perché vogliamo proiettarci sul futuro che non c’è ancora. Il presente è sempre dono di Dio, che vogliamo godere in pienezza; anche il futuro sarà ancora dono di Dio, ma a suo tempo soltanto domani. Ricordiamo tutti che succedeva alla manna che nutriva ogni giorno il popolo  ebreo nel deserto. Per chi l’accumulava per il giorno dopo, faceva vermi.

Per noi è una buona metafora che ci fa capire che la nostra vita è un dono di Dio che fluisce ogni giorno; accumularla, possederla in proprio è il peccato di Adamo. Preoccuparsi è affanno, parola imparentata con la morte, come sorte che spetta a tutti. L’affanno ci prende perché pensiamo di essere venuti dal nulla e dovervi tornare e quindi ci affanniamo per allontanare sempre più questo fatidico incontro. Invece noi sappiamo che veniamo da Dio e torniamo a Lui, il presente allora diventa sempre gioia, anticipo di ciò che sarà anche domani e sempre, comunione con Dio e con i fratelli.

L’affanno, che qui viene espresso con la parola preoccupazione, è molto presente nelle nostre vite di oggi, ne è forse una categoria fondamentale nella nostra cultura; ed è interessante che nel brano di vangelo di oggi sia ripetuto almeno 6 volte. 6 è il numero dell’uomo che si chiude in se stesso, senza aprirsi al settimo giorno, al giorno di Dio, al suo principio e al suo fine.

Cibo e bevanda non sono la vita, ma la alimentano, il vestito è un corpo artificiale da presentare agli altri e garantisce la vita sociale come il cibo quella animale. Per il cibo guardate gli uccelli, non dipendono dal lavoro vostro. Il Padre che è vostro, non loro, nutre anche loro. Insomma Dio è al lavoro non solo nel dare, ma anche nel mantenere la vita. Chi si preoccupa e accumula tanto in realtà non ha grande stima di sé, meno di un uccello. E Gesù ci dice che siamo gente di poca fede. Allora, non preoccupatevi, ma cercate. Si cerca in genere ciò che già c’è. Si deve allora cercare il regno di Dio e la sua giustizia, che già ci sono. E regno di Dio significa amore verso il Padre e verso i fratelli. Se facciamo così nessuno sarà privo del necessario e nessuno schiavizzerà la vita ai suoi bisogni. Tutti saremo liberi e nel soddisfare i bisogni che abbiamo, soddisferemo il più grande bisogno che abbiamo che è quello dell’essere figli di Dio e fratelli tra di noi.

La cosa bella allora è anche che la nostra stessa vita materiale, la ricerca di cibo e vestito, il lavoro, la fatica sarà culto spirituale gradito a Dio, perché sperimenteremo e fare sperimentare a tutti amore a Dio e amore ai fratelli.

Allora Dio, come la manna quotidiana, ci dà ogni giorno la forza per i pesi di quel giorno, perché impariamo a vivere di fiducia. La vita è un dono. Non si può possederla né accumularla. Non scaviamo cisterne screpolate, ma attingiamo ogni giorno con gioia al Padre, sorgente di vita sempre nuova

Abbiamo tutti una luce che ci definisce: l’occhio

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!

Audio della riflessione

Quando noi vediamo qualcosa, il nostro occhio se ne fa una immagine che è solo nostra, non è uguale per tutti, e non crea in tutti le stesse reazioni, sentimenti, desideri, talvolta passioni, altre volte sentimenti buoni o desideri insani. L’immagine che ce ne facciamo dipende molto o in tutto da come siamo noi; che atteggiamenti abbiamo di fronte al prossimo, che tipo di rapporti stabiliamo di solito con le persone; se siamo in genere accoglienti sarà una immagine che approfondisce l’accoglienza, se invece siamo di natura misantropi, allora ci nasce subito in cuore una contrapposizione; se invece siamo abituati a vedere nelle persone sempre un dono, diventiamo accoglienti quasi a priori senza pensarci. Insomma il vangelo afferma che non c’è niente di male che ti può rovinare la vita entrando dentro di te, se tu sei limpido dentro, generoso, attento agli altri, di animo buono; qualcosa ti potrà recare  fastidio, ti sorprenderà, ti potrà anche far soffrire, ma sei tu che decide poi come affrontare la situazione, come vivere e offrire gesti di collaborazione, di prudenza, di  amicizia.

Nel vangelo la parola occhio si può ben sostituire con cuore; non si tratta cioè di un puro strumento ottico, ma di una componente fondamentale della vita umana. Non è semplicemente la finestra attraverso cui entra ciò che è fuori. E visto soprattutto come lucerna, è la luce che hai nel cuore, da esso esce e si proietta sulla vita. E’ dal di dentro che costruisco lo sguardo sulle cose. Uno vede con la luce del suo cuore, con l’amore che lo illumina. Il modo di guardare, valutare, pensare, sentire, camminare e fare dipende dall’occhio-cuore, che rende luminosa o oscura non solo la persona, ma anche la realtà che lo circonda, la vita che lo abita e lo sostiene.

Allora Gesù si dice di tenere pulito, chiaro il nostro occhio o meglio il nostro elaboratore di sguardi. C’è un occhio malato e cattivo che diffonde tenebra, c’è invece un occhio-cuore puro che riflette la luce del Signore. La luce è il principio della creazione: e la luce fu, la tenebra invece è  la voragine del nulla, che tutto mangia e seppellisce nella morte. Dio solo sa, quanto il mondo ha bisogno di sguardi puliti, non predatori, compassionevoli, non giustizieri, disposti a dare fiducia anche rischiando, non sempre e solo sospettosi e taglienti.

Lo sguardo di Gesù (e val la pena di passare in rassegna tutti i suoi sguardi d’amore (l’adultera, il lebbroso, i ciechi, Lazzaro, il ladro compagno di crocifissione, i due di Emmaus, non solo disperati, ma pure insolenti nei confronti della passione di Gesù….) ti riempie la vita di speranza e di gioia.

18 Giugno 2021
+Domenico

Papà, del tuo pane abbiamo bisogno ogni giorno

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 6,7-15)

Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.

Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Molti di noi credono di potersi arrangiare da soli. Noi non abbiamo bisogno di nessuno. Era la risposta strafottente degli scribi a Gesù: noi siamo figli di Abramo e non abbiamo bisogno di nessuno. Io sono autosufficiente. E’ finito il tempo della dipendenza dalla religione.

Io sono autonomo, me la cavo da solo, mi arrangio, faccio tutto io, stabilisco io quello che mi serve e quello che mi va bene. Nessuno ci deve dire niente, nemmeno Dio.

La vita ce la regoliamo noi come vogliamo: “Sono io il dio della mia vita, sono io che stabilisco quello che si può fare e non si può fare” … salvo poi a trovarci soli come un cane.

Non è così invece per i discepoli di Gesù: Lo vedono spesso ritirarsi sul monte a pregare … fa invidia a questi dodici semplici credenti della legge vedere che Gesù, non va solamente al tempio a pregare, ma prega tante volte da solo; li aveva abituati a chiamare Dio con il nome di Padre, perché voleva che cambiasse radicalmente il rapporto con Dio, che non fosse un rapporto di paura, di distanza, di pur giusta e doverosa adorazione, ma fosse un rapporto filiale. A un Padre si fanno tutte le domande più belle, a lui si confidano i sogni, i progetti, le visioni di mondo, le sofferenze. Con il papà qualche volta si ha il coraggio di aprire il cuore  e di far giungere a lui  anche le domande più semplici, quelle che determinano la vita di ogni giorno.

E la prima cosa che Gesù ci insegna a chiedere al Padre, dopo aver guardato con immenso stupore al suo nome, dopo aver immaginato di poter vivere in un mondo diverso che è diventato suo regno e dichiarato di sentirci sicuri solo nei disegni grandi della sua volontà, è il pane di ogni giorno.

Il pane ti ricorda la casa, la famiglia, la fame, la semplicità, la terra, la sporta cui ti attaccavi, quando eri bambino, il fuoco, il panettiere, quell’odore fragrante di forno, quelle ore dell’alba, la gente che l’addenta, il calore di un gesto di dono, la semplicità e la naturalezza di un nutrimento, il compagno quotidiano di ogni vita, l’elemento necessario di ogni tavola.

E questo pane è prima di tutto Gesù, è Lui, è Gesù Cristo. Lui è il senso, la pienezza, l’intimità, la serenità, la gioia. Lui è la luce di ogni giorno, Lui il dono inestimabile e assolutamente necessario che chiediamo al Padre, ogni giorno, per ogni giorno.. E’ una follia continuare a dire che non abbiamo bisogno di Gesù. Ho bisogno del suo amore, della sua luce, dell’intimità con Lui.

E’ Lui che ci ha guadagnato con il suo sangue il perdono sicuro di Dio, ci libera dal maligno, che è sempre uno spirito cattivo, nelle cui mani non ci abbandona mai, anche solo se ci intaccasse una tentazione che ci creiamo noi con superficialità. Poter dire papà a Dio, il Signore, e sentirsi sicuri nelle sue braccia è un regalo assoluto per l’umanità e per ogni persona di questa nostra umanità.

17 Giugno 2021
+Domenico

Preghiera, elemosina, digiuno: tre rose della primavera dello spirito

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 6,1-6.16-18)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Audio della riflessione

Esistono dei gesti che i cristiani compiono sia pubblicamente che nella propria vita privata, che non possono essere messi a bilancio, né rispondere a domande tipo: che cosa me ne viene, che cosa producono di concreto, dove mi portano, si può vedere che cosa mi danno in più? Sono gesti che si portano via del tempo prezioso, che tengono le persone fisicamente inattive, senza fare niente di produttivo. Ciò è ancor più incomprensibile se dobbiamo ogni giorno fare i conti  con la sindrome dell’agenda, sempre lì a ricordarci tutti gli impegni della giornata. Altri  gesti impoveriscono la persona che li compie, gli fanno perdere energie e sostanze, rendono ancora più problematico il già difficile bilancio familiare, gli svuotano i risparmi; altri ancora sono incomprensibili perché vanno contro un istinto di conservazione necessario e provvidenziale: sono la preghiera, l’elemosina e il digiuno.  Sono tre gesti che il vangelo continuamente mette in campo, come caratteristici della vita cristiana, e le danno aria nuova soprattutto se ci si incammina verso le ferie

Fai elemosina e non sonare la tromba; prega il padre tuo nel segreto; se digiuni non assumere aria triste. Sono tre perle che devono abbellire la nostra vita. Affidarsi a Dio nella preghiera è il respiro di ogni nostra giornata. Lui ci ha creati, a Lui siamo grati. Lui ci tiene in vita, a Lui ci affidiamo; Lui è il nostro Padre, nelle sue braccia facciamo riposare la nostra umanità ferita; Lui ci ama e noi con la preghiera ci lasciamo amare; Lui è la nostra luce e ci esponiamo al suo calore.

Abbiamo la necessità di tenere il corpo allenato a vincere le comodità, il torpore, la violenza dei sensi e allora digiuniamo; sappiamo che molti mancano del necessario e noi moriamo del superfluo e allora digiuniamo; il nostro spirito spesso si appanna perché troppo teso ad essere accontentato, e allora digiuniamo, vogliamo tenere lo sguardo fisso su Gesù e il nostro corpo teso come una freccia nell’impegno per gli altri e allora digiuniamo.

Sappiamo che molta gente non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, spesso della settimana, conosciamo famiglie che vivono nell’indigenza, sappiamo come in tante nazioni si muore di fame, e allora facciamo elemosina. Non risolviamo noi i problemi dei poveri, ma ci facciamo poveri con loro per aiutarli a sperare, diamo quel poco che abbiamo per condividere le piccole speranze della vita.

Allora la vita cristiana sarà  uno sguardo per tutti in quel cielo abitato da Dio per cambiare questa terra spaesata.

16 Giugno 2021
+Domenico

L’amore ai nemici è una scelta che qualifica il cristiano

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 43-46) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 43-48)

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?

Audio della riflessione

Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano i nemici. Sarà il terrorismo, saranno le battaglie ideologiche, sarà la fragilità della nostra umanità, ma oggi sembra che l’arte principale sia quella di individuare i nemici e trovare tutte le motivazioni possibili per scatenare una guerra che li annienti. Si ricorre anche alla guerra di religione. Si inventano guerre sante per dare la stura a tutto l’odio che cova tra uomo e uomo.

L’amore ai nemici invece è l’essenza del cristianesimo. Dio non ha nessun nemico, per lui siamo tutti figli. Quel Cristo crocifisso e immolato sulla croce era stato visto come il nemico numero uno di Dio ed era ed è il suo amatissimo Figlio. Per rendere lode a Dio, lo hanno ammazzato. Aberrazione dell’umanità, non solo contro Gesù, ma è aberrazione pure quando si uccide un qualsiasi uomo o  creatura che sono sempre figli di Dio.

Non si tratta di sforzi psicologici per mantenere la calma di fronte alle offese o una sufficiente capacità di controllo per non lasciarsi coinvolgere in liti assurde, ma di un modo nuovo di pensare, di mettersi di fronte all’umanità con lo Spirito del Signore.

Abbiamo bisogno di immergerci nella infinità e gratuità dell’amore di Dio per tutti gli uomini per cancellare dal nostro vocabolario la parola nemico. E’ un continuo e costante esercizio di contemplazione del suo volto nel volto dell’uomo, della sua presenza in ogni vita che ha fatto nascere. Dio non potrà mai ordinare di uccidere. Chi uccide in nome di Dio si è costruito una ideologia funzionale a disegni di potere e trova utile strumentalizzare la fede di gente esasperata dalle ingiustizie o montata ad arte con l’odio per praticare operazioni puramente strategiche, sicuramente non religiose.

L’amore al nemico non toglie che ci siano leggi che aiutano il rispetto, che controllano i comportamenti errati e definiscono diritti e doveri, pene e riabilitazioni, giustizia nei rapporti interpersonali e sociali, ma tutto questo lavoro ha bisogno di un colpo d’ala, che è appunto l’amore verso i nemici.

I martiri cristiani hanno sempre saputo perdonare e dare la vita per dei fratelli che li uccidevano, che non hanno mai ritenuto nemici.

Questo amore non è opera nostra, ma di quel Dio che non ci abbandona mai.

15 Giugno 2021
+Domenico

L’altra guancia è sempre un atto di coraggio e di speranza

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 5, 38-42)

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.

Audio della riflessione

Nel nostro mondo di oggi sta aumentando vertiginosamente il contenzioso. Più una società diventa per così dire civile, più cresce il numero degli avvocati e degli assicuratori. Vuoi essere garantito su tutto, perché l’altro lo vedi sempre in agguato contro di te. Assistiamo a una esasperazione dei diritti del singolo contro la possibilità di far interagire le persone in una convivenza, possibilmente in una comunità.

C’è una divergenza? Faccio mandare la lettera dall’avvocato. Penso di aver subito un torto? Mi consulto su quale potrei anch’io ritorcere per essere almeno alla pari. Una volta questo comportamento lo chiamavano la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente; oggi lo si chiama rispetto dei diritti. La legge del taglione ci fa tornare alla barbarie, anche se forse la situazione in cui viviamo è ancora peggio perchè lo strapotere di qualcuno a ogni occhio ne fa corrispondere due e a ogni dente rovinato si prende il diritto di devastare tutta l’arcata dentaria. A ogni torto una condanna a morte; ad ogni sgarro una ritorsione che distrugge una vita.

Gesù anche qui è sempre grande. Porgi l’altra guancia. Non è un gesto di paura o di ignavia, ma di grande coraggio. Rispondere col perdono al torto subito è l’unica possibilità spesso di fermare la catena di vendette, di guerre, di violenze che insanguinano paesi, nazioni e spesso famiglie. Porgere l’altra guancia è togliere ogni ragione di continuare a fare del male, spegnere la lite con l’amore. L’invito di Gesù è liberante. Sei tu che deve decidere che cosa significa per te porgere l’altra guancia; talvolta vuol dire resistere, altre volte accettare, altre ancora opporsi, ma sempre con l’intenzione di offrire pace, ravvedimento, perdono. E quante vite sono state salvate perché i figli, la moglie, i padri hanno saputo perdonare gli assassini dei loro congiunti.  Ancora in questi tempi si pensa che chiedere giustizia sia una vendetta; invece è desiderio che ciascuno si prenda la sua responsabilità di quello che ha commesso e, se c’è anche il perdono, possa vivere la pace del ritorno alla bontà. Chi perdona non è mai stato del parere di “buttare la chiave”, ma di pregare, sperare e esprimersi per un ravvedimento e una prospettiva che il colpevole possa rifarsi la dignità perduta nell’uccidere.

Il perdono esige forza; è un vero dono di Dio. Infatti è nato da Lui e noi tutti siamo vivi, siamo felici, abbiamo speranza proprio perché siamo frutto del perdono di Dio. Dio ha messo a nudo la sua guancia quando ha messo Gesù nelle mani dei suoi crocifissori, noi, del resto. Pensavamo di aver vinto, ma quel suo amore ci ha cambiati. Possiamo sicuramente sperare di essere così anche tra di noi.

14 Giugno 2021
+Domenico

La pazienza è sempre la virtù dei forti e dei lungimiranti

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 4, 26-34)

Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

Audio della riflessione

Ogni persona custodisce in se una grandezza unica. Ci sembra di essere nessuno, di sentirci pure ignorati o schiacciati, ma ogni persona ha la forza di un seme che il Creatore gli ha posto dentro con amore. E Dio ha tutto un suo modo di coltivare e far fiorire i semi, la sua Parola che ha scritto dentro ogni vita, l’inizio invisibile del suo regno in noi.

Esso ha l’aspetto della piccolezza, ma la forza di una concretezza, la parola e l’amore diventano storici con una presenza povera, nascosta e silenziosa, come il sale che dà sapore se non è avvertito, come il lievito che fa fermentare la massa se si dissolve in essa e come la luce che illumina senza essere vista, una fiaccola che si accompagna nel cammino spesso tortuoso di ogni giorno; per il cammino della vita in profondità non serve un faro che acceca, ma una fiaccola che fa compagnia, così spesso ci dice papa Francesco.

Saper aspettare con pazienza è quello che ci dice Gesù del suo regno, del mondo bello da tutti sognato, della giustizia, della stessa felicità vera. Lui andava per ogni città a predicare, gettava il seme, ma poi si doveva aspettare che la Parola lavorasse con pazienza nella coscienza delle persone. E sembrava che non succedesse niente, che all’orizzonte non si vedesse  nessun cambiamento, che la predicazione di Gesù fosse inutile. Noi vorremmo vedere subito i risultati, siamo malati di efficientismo, di produttività. Invece occorre sempre agire come se tutto di pendesse da noi, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio.

Questo è vero in tutte le attività in cui viene interpellata la libertà e la coscienza delle persone, soprattutto in campo educativo. Educare significa far crescere e la crescita ha il ritmo del seme. L’amore ha il ritmo del seme, del dono paziente e dell’attesa vigile, della accoglienza e della disponibilità. Una delle cose che mancano di più oggi è proprio la pazienza, la capacità di attendere fiduciosi, la consapevolezza che se si è seminato, i frutti verranno.

Occorre però saper guardare molto in avanti, non avere la vista corta, sempre ripiegata sui nostri piccoli problemi, avere la forza di progettare e non sempre soltanto di farci travolgere dai  problemi dell’oggi. Sedersi assieme genitori e figli e sognare il futuro, mettere le basi di una intesa profonda serve di più che litigare ogni giorno per le incomprensioni che costellano la nostra vita.  La pandemia poi ci ha pure storditi, ma non può aver distrutto il seme della sua Parola, la serenità della sua presenza, la forza del suo Spirito che presidia la figura di Gesù in noi. Un vangelo ci sta anche sotto l’ombrellone e la parola di Dio rinfresca sempre l’anima.

13 Giugno 2021
+Domenico