La fede non fa muri, ma ponti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)

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Siamo infettati tutti da una vecchia malattia: quella di dividere gli uomini in buoni e cattivi, gli uni tutti da una parte e gli altri tutti dall’altra.

Se è possibile tra gli uni e gli altri ci costruiamo un muro: abbiamo tenuto senza troppi scrupoli il muro di Berlino, per molto tempo, tanto che ci eravamo tutti abituati e non osavamo più pensare di abbatterlo se i giovani non ci avessero riaperto gli occhi anche solo con i loro concerti di musica.

Era per non far fuggire le persone, ma alla fine ha diviso le coscienze; ne hanno costruito un altro, assurdo, invasivo, ingiusto, per dividere israeliani da palestinesi: è per difendersi dal terrorismo ma alla fine è un giudizio, di qua i buoni e di la i cattivi.

Negli stessi Stati Uniti c’è un muro infinito che li separa dal Messico: è per difendersi dall’assalto dei poveri, ma alla fine crea e applica un’altra volta il principio del bene e del male.

E Dio da che parte sta? Sicuramente da una sola. Anche Dio lo vogliamo rinchiudere, vogliamo imprigionarne la presenza?

Era quello che capitava ai tempi di Gesù: Gesù è solo per i buoni e quindi scandalizza quando va a mensa con i peccatori conclamati. Gesù è per il popolo eletto e se lo incontra una povera donna straniera, di altra cultura, di altre abitudini religiose, ma con una vita a pezzi, un cuore lancinante di sofferenza, una pena che alla lunga le avvelena la vita (e purtroppo il dolore, la sofferenza non possono essere tenute lontane da un muro) ebbene se una povera donna nell’afflizione si rivolge a Gesù, ha bisogno, secondo la mentalità comune, di presentare il passaporto.

Gesù non le rivolse la parola: sta anche lui al gioco crudele del rinchiudere Dio da una parte per provocare i benpensanti; ma la fede non ha muri, il suo silenzio è quel silenzio di Dio che spesso sentiamo nella vita, è la prova che spesso si abbatte sulla nostra fede, che non deve lasciarsi scoraggiare nemmeno dal silenzio di Dio, che scava coraggio e sicurezza, arditezza e fermezza proprio nella prova.

“Non sarò figlia di Israele, non sarò parte del popolo eletto, non andrò mai in chiesa, non conoscerò bene tutti i comandamenti, non appartengo a nessuna consorteria che mi ti può raccomandare, sarò sotto la tavola come i cagnolini, ma io so che in te posso avere fiducia, che tu sei troppo buono per lasciarti chiudere nelle divisioni degli uomini, hai occhi di grande amore verso tutti, non c’è nessun muro che ti limita lo sguardo: mi bastano le tue briciole”.

È la fede di chi sa di dipendere in tutto da Dio, di non avere nessuna pretesa. Queste pretese le abbiamo noi, quelli dentro, che crediamo di poter guardare Dio dritto negli occhi. E Gesù: “donna! grande è la tua fede” e sua figlia guarì e noi però guariti del tutto non lo siamo ancora perché viviamo sicurezze di muri e non di accoglienza di ponti. La Madonna della neve, la Madonna della basilica di santa Maria Maggiore, che oggi celebriamo, ci aiuti in questa conversione dell’Europa e di tutte le sue nazioni.

5 Agosto 2020
+Domenico

La fede abita nel cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15,1-2.10-14)

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C’è sempre una tentazione semplificatrice riguardo alla vita religiosa, quella di pensare che la salute interiore dello spirito, la vita religiosa, la vita stessa di fede sia regolata da pratiche completamente esteriori: ci si illude che lavarsi le mani abbia conseguenze nella purificazione dei pensieri, recitare qualche formula ripetitiva purifichi o allontani la malizia che abbiamo in cuore, ripetere certe formule sul cibo che si mangia lo santifichi e faccia bene all’anima e tante altre stranezze basate su vecchi detti o antiche tradizioni.

In uno stato ierocratico, cioè comandato da leggi religiose come Israele, si pensava che le macchie dell’anima si potessero mondare con esterne abluzioni: scribi e farisei avevano finito per crederci, vittime come erano dei loro esterni formalismi; si credeva che certe tradizioni ormai avessero il valore di precetto e di conseguenza la loro omissione significava peccare.

E’ naturale che a Gesù, che comincia ad essere visto come nemico della religione dei Padri, questi maestri ciechi preparino il solito tranello con una domanda insidiosa: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!?».

Gesù, come sempre coglie il tranello, ma non disdegna la domanda e da essa prende occasione per andare più in profondità a vedere e a preoccuparsi di quello che veramente sporca l’anima, che sicuramente non è cibo o bevanda, ma cattiveria del cuore, pensieri di vendetta, parole di offesa, linguaggi dispregiativi e offensivi.

Chi non svela la vera radice del male, se è una guida della gente, deve riconoscere la sua cecità e capire che una guida cieca può portare anche i buoni su strade sbagliate e se ne deve assumere la responsabilità.

Il puro e l’impuro, il lecito e l’illecito, il bene e il male ciò che crea comunione e ciò che opera per la divisione o il contrasto, ciò che porta felicità o infelicità dipende sempre dal cuore stesso da cui partono pensieri, prospettive dialoghi, opere di bene.

Vorrei dire che partono anche da un cuore che prega, non che recita orazioni, un cuore che si affida e ti affida a Dio e alla sua grande misericordia. Allora è importante per noi che pensiamo veramente alla profondità del cuore: non continuiamo a fare esteriorità, che delle volte ci appagano, perché ci sono delle foto, trasmettiamo youtube, facciamo qualche altra cosa, no … la fede è qualcosa di profondamente interiore, che ha anche delle espressioni, ma soprattutto è il cuore che conta.

4 Agosto 2020
+Domenico

Dubbi? ci sono, ma possono essere passi verso la fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-36)

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Tra l’incredulità e la fede c’è un passaggio spesso necessario che è quello del dubbio: ne abbiamo tutti nella vita, una fede senza dubbi non è sicura, non si cambierà mai in coraggio.

Una incredulità senza dubbi è ancor peggio: abbiamo provato tutti che per una fede consapevole e adulta si deve passare dal dubbio, e per non vivere nell’inganno, scelto o imposto o abituale, occorre dubitare se ci siamo addormentati nella certezza assoluta, tutta nostra, senza confronto con nessuno.

Ci capita spesso di partire decisi, spavaldi, senza calcoli, convinti e poi perdere ogni ragione valida del nostro percorso: si resta fermi a metà strada, perdiamo ogni stimolo, cerchiamo invano motivi, ci sentiamo vuoti e ci blocchiamo … è il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro.

Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che, deciso, aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua: lo guardava fisso, ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù; era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo e si è cambiato in domanda, la domanda in passi sicuri.

A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, non fissa più il suo sguardo su Gesù, abbassa gli occhi su di sé, magari si compiace di essere stato bravo, di aver ottenuto successo, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare.

Ma la fede genuina da cui era partito gli lascia in cuore la forza di un grido: Signore, salvami! La sua poca fede ha avuto un guizzo, ed ha trovato la sua pace.

Gesù gli dice che è uomo di poca fede: siamo di poca fede anche noi quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, a ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia.

Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Gesù: la fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, è una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve.

E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci lascia mai soli.

3 Agosto 2020
+Domenico

Arrangiatevi non è verbo da cristiani

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 13-21)

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Quali sono le cose più importanti che voglio sapere della vita? Che cosa è che mi interessa di più? Come dovrebbe girare il mondo? Dove sta la verità di quello che viviamo?

Ognuno di noi ha nel cuore qualcosa che vorrebbe sapere o fare o cambiare: vorremmo ogni giorno ricostruire il mondo a seconda dei nostri bisogni, delle cose che interessano a noi, del problema che affrontiamo, del caso pietoso che ci si presenta … vorremmo decidere col cuore, col sentimento, con la fantasia, cose belle, ma spesso unilaterali e incomplete, e quindi ci sentiamo un po’ confusi, anche perché tutti dicono la loro e vince chi ha maggior possibilità di costringerci ad ascoltare.

Siamo sbandati nella mente: vorremmo poter sentire una parola di verità. Hanno chiesto una volta agli adolescenti: chi vorresti come educatore? Risposta: qualcuno che ha qualcosa di vero da vendere.

Gesù così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: sentì compassione per loro, e loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare, tanta era la speranza di chi lo ascoltava, lo seguiva, beveva le sua parole.

I discepoli si accorgono di questa pressione incontenibile attorno a Gesù e gli dicono: ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a se stessi. Hanno in testa che tu devi anche dar loro da mangiare.

E’ troppo intrigante la scena e il discorso e quello che fa Gesù: Lui si sente per questa gente come Mosè nel deserto e si fa carico di tutta la loro vita; è il loro nuovo condottiero, la guida, la luce, la legge.

Mosè ha dato da bere e da mangiare a un popolo affamato, perché non lo devo farlo anche io?

Sbrigativi invece gli apostoli: lo spettacolo è finito. Gesù concludi, ancora due belle frasi delle tue e mandali a comprarsi da mangiare. La soluzione del problema è arrangiarsi.

Gesù invece dice agli apostoli: “comoda la soluzione, a voi non sembra vero di potervene lavare le mani. Non è che tocca a voi darvi da fare? Vi ho insegnato finora a comperare o a condividere?”

Che cosa possiamo condividere se abbiamo solo cinque pani e due pesci? dicono gli apostoli

A Gesù basta questo poco, perché è tutto quello che c’è, non è un superfluo, è il necessario per la fame di un ragazzo e lo moltiplica. La gente si toglie la fame. Sono ancora i discepoli che distribuiscono e raccolgono i resti.

È l’anticipazione dell’ultima cena, è la prima assemblea “domenicale”, che va oltre la risonanza storica di un prodigio per una folla affamata, è il segno della presenza permanente di Cristo per dare all’umanità di ogni tempo il vero pane di vita.

Questo pane divino che sazia l’uomo lo rende capace di amare di più i suoi fratelli, e allora “arrangiarsi” non è verbo da cristiano, condividere invece si.

Gesù è la nostra guida, se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a Lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole. Basteranno quelle a darci vita, a sfamarci.

La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo se passiamo un sacco di tempo preoccupati di non ingrassare, la vera fame è quella della verità e Gesù ce la offre nel suo Vangelo.

2 Agosto 2020
+Domenico

Un uomo giusto e un adulto sbagliato di fronte al male

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,1-12)

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Quante volte il confronto tra giovani e adulti è a scapito delle giovani generazioni; si dice infatti: “I giovani non capiscono niente, i giovani sono dei bastardi perditempo, i giovani sono senza morale … insomma potremmo anche continuare … mentre gli adulti … noi tutto sommato sono passabili; non siamo stinchi di santo, però siamo più a modo insomma, amano vivere in pace, possibilmente non disturbati.”

Ma non è proprio così. 

Giovanni il battezzatore, il battista, è un uomo giusto, deciso, tutto d’un pezzo, una persona di cui c’è bisogno per offrire all’umanità saggezza, discernimento, orientamento alle cose vere della vita: ha aperto una strada nuova nella storia del popolo di Israele, ha cominciato a dare speranza alla gente che lo seguiva sulle rive del Giordano, ma viene decapitato come premio di un ballo. Una vita bella, piena, decisiva per l’evoluzione spirituale del popolo di Israele, ma che viene annullata come se niente fosse. Un ideale, un capolavoro dell’umanità che viene distrutto per un niente.

E sembra tutta colpa di una ragazzina.

Concentriamo l’attenzione su questa figlia di Erodiade, donna che Erode s’è portato a casa rubandola al fratello; è una adolescente, entusiasta, balla da dio, è una vita che esplode, ha voglia di sfondare, sogna continuamente un futuro bello, vuole conquistarsi un suo posto; finora abita nella reggia perché Erode per avere la madre ha dovuto tenersi in casa anche questa mocciosa di una figlia, è poco più che un incomodo e la riuscita di un ballo che le è stato proposto le può cambiare la vita. La ragazza è cresciuta, balla così bene che il re non capisce più niente ed è disposto a darle metà del regno, tutto quel che vuole insomma, basta che dica.

E lei la ragazzina che fa? E’ inesperta ancora, non conosce tutte le malizie del mondo e si fida di sua madre: chissà sua madre che cosa le propone … un adulto stravede per i suoi figli, li pensa sempre ben collocati, al top di ogni classifica, per lo meno una mamma spera che la figlia abbia più fortuna di lei.

E lei, la mamma, l’adulto, la persona per bene, saggia, amorevole, tutta casa e figli che le dice? La testa di Giovanni il battista: il tuo futuro è il mio odio, fatti portare su un piatto d’argento la testa di quel profeta.

Povera ragazza, sbagliatissima madre: non solo è egoista e autocentrata, non solo è cattiva dentro, non solo cova odio, ma non riesce a pensare a niente da donare a sua figlia se non la sua sanguinaria soddisfazione.

Spesso noi adulti siamo una generazione che si comporta così con le giovani generazioni, non abbiamo il minimo rispetto, ci devono solo soddisfare. Dove possono trovare una speranza per la loro vita? La nostra vita quotidiana è abitata ancora da tanti di questi drammi.

Mi piace pensare a san Paolo VI, dentro il dramma di questa nostra umanità capace di tutte le efferatezze, ma con il seme di una speranza che ha la forza di farsi largo: lui ci ha insegnato a orientarci a una grande stima per l’umanità, a rispettare e far crescere e a dare le coordinate necessarie per la faticosa strada della salvezza. Mi piace pensarlo di fronte alla tragica storia del male che distrugge le persone migliori. Ricordiamo tutti il suo grido accorato e drammatico a Dio ai funerali di un uomo giusto, barbaramente assassinato, più che amico, come lo era stato Aldo Moro: “Tu o Dio non hai esaudito la nostra supplica …”

Ricordiamo anche il suo affidarsi a Dio, il suo consegnarsi a Lui che non ha risparmiato suo Figlio per rispettare la nostra libertà di uomini, scommettere sulla nostra dignità e così portarci a salvezza.

“Questo disordine non immobilizza la mano di Dio che può intervenire e può trarre un bene nuovo dal male causato dalla cattiveria della sua creatura”.

“Fa che noi tutti raccogliamo nel puro sudario della sua nobile memoria l’eredità superstite della sua dritta coscienza, del suo esempio umano e cordiale, della sua dedizione alla redenzione civile e spirituale della diletta nazione italiana” … così Paolo VI parlava di Moro.

E vogliamo ricordare la visione di speranza per la nostra umanità di quella bellissima omelia del 7 dicembre 1965 al termine dell’ultima sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II; dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo …

 “Questo augusto senato della Chiesa ha considerato la miseria e grandezza dell’uomo, il suo male profondo innegabile, da se stesso inguaribile, e il suo bene superstite, sempre segnato da arcana bellezza e invitta sovranità”.

E non era un umanesimo a buon mercato come qualcuno ha tentato di dire, era radicato nella contemplazione di Dio: “Dio è. Sì. E’ reale, è vivo, è personale, è provvido, è infinitamente buono, anzi, non solo buono in sé, ma buono immensamente altresì per noi, nostro creatore, nostra verità, nostra felicità, a tal punto che quello sforzo di fissare in Lui lo sguardo e il cuore, che diciamo contemplazione, diventa l’atto più alto e più pieno dello spirito, l’atto che ancor oggi può e deve gerarchizzare l’immensa piramide dell’attività umana.”  

San Giovanni Paolo II questa contemplazione ha richiamato alla chiusura del Giubileo: “E trovo giusto chiudere queste semplici riflessioni ricordando a noi tutti e soprattutto a chi si carica della grave responsabilità della guerra il suo desiderio di pace, come l’aveva affidato all’ONU: Uomini procurate di essere degni del dono divino della pace. Uomini siate uomini! Uomini siate buoni, siate saggi, siate aperti alla considerazione del bene totale del mondo. Uomini siate magnanimi. Uomini non pensate a progetti di distruzione e di morte, di rivoluzione e di sopraffazione: pensate a progetti di comune conforto e di solidale collaborazione. Uomini pensate alla gravità e alla grandezza di quest’ora, che può essere decisiva per la storia della presente e futura generazione. Uomini ascoltate mediante l’umile e tremante voce nostra, l’eco sonante della Parola di Cristo: Beati i mansueti, perché possederanno la terra; beati i pacifici perché saranno chiamati figli di Dio”

1 Agosto 2020
+Domenico

Si meravigliava della loro incredulità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,53-58)

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L’esperienza nella fede in Gesù deve sempre sentirsi provocata al cambiamento. Ti credi di essere riuscito a inquadrare la figura di Gesù nel tuo corretto modo di pensare, in uno schema di comprensione che a tutti è necessario per capire la realtà e invece ti sei fatto un’immagine tutta tua, comoda, in difesa, acquietante.

I concittadini di Gesù, gli abitanti di Nazareth vivono questa provocazione. Hanno sentito che Gesù sta spopolando nelle contrade vicine. È partito dal loro paese con una decisione radicale, si è spostato sulle vie del lago dove la gente sviluppa i suoi affari, la sua vita sociale, i suoi lavori artigianali. Ha predicato, ha fatto miracoli, ha trascinato nella sua avventura gente matura, giovani, persone per bene. Ora ritorna a Nazareth. Se fosse uno che ha studiato o praticato una vita di preghiera di penitenza, di controllo su di sé, una sorta di santone, avrebbe le carte in regola perchè potessero  interessarsi di lui. Ma come può Dio manifestarsi in questo uomo, normale e ordinario?!

 Noi vorremmo essere simili a Dio, come lo immaginiamo noi; ma non accettiamo Dio che si fa simile a noi. Vorremmo Lui e noi diversi da quello che siamo. Questo non è accettare la realtà; che è proprio l’origine del male. Accettare o meno la sua umanità è accogliere o non accogliere il dono di Dio. In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. Ma la cosa che sorprende ancor di più è la umanissima sorta di “crisi” che  assale Gesù: si meravigliava della loro incredulità, della loro incapacità a forare la crosta dell’umano, del quotidiano per vederci spiragli di infinito. Gesù è di fronte al mistero della libertà dell’uomo. Il messaggio del Vangelo non si impone, ma si offre; Dio non vuole far violenza alla libertà dell’uomo. Questa meraviglia di Gesù è espressione della logica di Dio che si abbassa al livello dell’uomo. La logica di un Dio “debole” che deve diventare la logica della Chiesa e di ogni credente.. E Gesù non cede col metodo  tutto miserevolmente umano che piacerebbe a noi di fare, cioè usare i miracoli per costringerli a credere. I suoi  miracoli sono sempre un premio a chi si affida, a chi fa almeno un passo nel rischio di credere, che è anche un passo che ci auguriamo tutti di fare nel nostro rischioso mestiere di vivere.

31 Luglio 2020
+Domenico

Un cuore umano per il discernimento del bene e del male

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 47-53)

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La rete raccoglie pesci buoni e pesci cattivi: la rete è una icona del Regno di Dio.

Il regno aggrega tutti senza discriminazione: la chiesa, che ne è una immagine, non sceglie chi è bravo, chi è bello, chi è buono, non nega la fraternità a nessuno.

Nella nostra stessa interiorità  ci troviamo a dover fare i conti con una serie di doppi pensieri, di cui ci vergogniamo e che ci vengono alla coscienza non si sa da quale sorgente: nella  nostra famiglia convivono bene e male, nella  nostra comunità cristiana ci sta il buon seme e il seme cattivo.

La tentazione da affrontare immediatamente è quella dello sradicare il male, per poter avere omogeneità di vite, di pensieri, di tensioni: occorre sradicare, purificare, togliere le mele marce, distruggere, fare piazza pulita, bruciare la terra sotto i piedi al nemico.

Spesso ci assale un santo zelo di purificazione, di pulizia interiore, di ordine esteriore, di cose al loro posto, e vorremmo che la famiglia, la comunità cristiana fosse pura, senza difetti, ma i maggiori disastri derivano proprio dal tentativo di eliminare le persone ritenute cattive: è la teoria della violenza sacra che “a fin di bene” compie somme ingiustizie, perché la chiesa non dev’essere una setta di puri.

Il male è nella nostra stessa vita, non nella vita di quello che abita a due isolati, non al di là del muro, non in oriente, se noi siamo a occidente, non nei Sud del mondo, se noi siamo al Nord, viene nel nostro mondo, nella nostra interiorità, nella nostra famiglia, nella nostra comunità.

Non siamo nati oggi, abbiamo alle spalle i tanti disastri che si sono compiuti nella storia dell’uomo con questo sacro furore, irresponsabile, esteriore dell’andiamo a strappare.

Le radici del male sono troppo forti, sono troppo intrecciate con il bene, con la vita;  per cui devi inventare non un sacro furore, ma mettere in atto la misericordia: non è la spietatezza, né l’accondiscendenza che risolve i problemi della compresenza costante di bene e male, ma la capacità enorme che Dio ha dato all’uomo di vincere il male con il bene, perché la presenza del male accanto al bene, rende più vero il bene, più cosciente l’uomo di aver bisogno di Dio, più convinto che è solo con l’aiuto di Dio che possiamo vivere una vita bella, beata e felice.

Se Dio ha fatto il mondo bello, il male è l’occasione per renderlo migliore, il presente è sempre il tempo della pazienza, che – ricordo sempre – essere figlia della fede e sorella della speranza: nasce dalla fede e si accompagna familiarmente alla speranza.

La comunità cristiana – dico sempre – non è una setta di puri, ma nemmeno una banda di malfattori: la misericordia è verso l’altro, verso di noi ci vuole vigilanza e discernimento, sforzo continuo di fedeltà alla parola e disponibilità a fare la volontà di Dio. La misericordia non è da imputare a se stessi per vivere nelle dissolutezza, per garantirci la nostra impunità nel male. Anche questo convivere con il male è il prezzo della libertà che Dio vuole assolutamente garantire ad ogni persona.

30 Luglio 2020
+Domenico

Gesù sempre al centro di ogni vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)

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Essere cristiani è darsi da fare o stare a pregare? E’ fare opere di giustizia o ritirarsi sul monte a contemplare? Le nostre parrocchie sono contemplative o attive? Si muove qualcosa o si seppellisce tutto dentro una chiesa? Essere cristiani è contemplazione o azione? Sono domande che spesso ci facciamo.

La vita nostra è molto agitata, frenetica: l’agenda detta le leggi, gli impegni ti vedono tutta la giornata in corsa; se vuoi guadagnare quattro soldi non puoi addormentarti un momento; se vuoi educare i figli devi far loro l’autista per tutti i loro spostamenti … quando torni a casa stanco del lavoro, ne devi riprendere un altro.

Finalmente vado in chiesa per trovare un po’ di pace, per affidarmi a Dio e invece anche lì mi dicono che bisogna impegnarsi, che non si può stare con le mani in mano: anche la chiesa quindi è un altro impegno da segnare in agenda.   

Io, Lui, il Signore, quando lo incontro? quando mi posso sentire amato da Lui? quando gli posso affidare tutta la mia vita rubata dai vortici della competizione, della lotta per sopravvivere? E’ certo che tante nostre chiese devono offrire maggiormente spazio per la contemplazione e la preghiera, per l’incontro con Dio e per l’ascolto della sua Parola, ma è anche certo che la vita cristiana non può essere ridotta a celebrazione di riti, che ci accontentano e ci chiudono in noi stessi.

Gesù tornava spesso a Betania: c’erano due sorelle che stravedevano per lui, c’era un amico che lo rincuorava dopo le sfide e le provocazioni senza esclusione di colpi dei farisei. Dice il vangelo: “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”. Si metteva in pantofole, lui che nessuno fermava nell’ardore di buttarsi nell’avventura del Regno, Lui che appena il giorno prima aveva buttato all’aria le bancherelle del tempio e qualcosa di più nella coscienza della gente.

“Venite in disparte e riposatevi un po’, passate di qua quando non ne potete più e avete giù la catena e non capiterà mai che io abbia qualcosa d’altro da fare che abbracciarvi, ascoltarvi e coccolarvi”.

Maria se ne stava là a contemplare, non lo vedeva tutto, tanto gli stava vicino, lo riempiva dei suoi sguardi; Marta brigava e borbottava perché si voleva mettere al centro della scena; Lazzaro gli dava il cuore e senza volerlo gli preparava in gola il pianto per la sua morte.

Gesù non era un supereroe, non era un blocco di pietra, non girava col portatile per programmare tutto e sempre, prendere appunti e non perdere tempo, ma un cuore che ama, che apprezza i sentimenti, che sa commuoversi e piangere, arrabbiarsi e presentare contro il male una faccia dura come la pietra.

Gesù sapeva e sa quello che c’è nel cuore dell’uomo: sa che la nostra parte migliore è stare in contemplazione, lui del Padre e noi di Lui.

La nostra meta, la nostra scelta è di mettere sempre al centro Gesù, di aprirgli il cuore, di non sostituirci mai a Lui, di tenere fisso lo sguardo sul suo volto, e Lui ci chiamerà a dare il meglio di noi.

Sta di fatto però che tenere fisso lo sguardo su lui non è rito sterile o affaccendarsi per non pensare, ma sempre risposta d’amore, a Lui che non ci lascia mai.

29 Luglio 2020
+Domenico

Ne setta di giusti, ne banda di malfattori

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 36-43) 

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Ad ogni giornale radio ti si presentano due immagini chiare, e qualcuna piuttosto sfalsata che non vuole o non sa collocarsi: gente che vive serenamente la sua vita e compie anche gesti di generosità, e gente che fa solo cattiverie e non tollera l’altra o l’altro da se, e compie azioni assurde e pure criminose.

In mezzo ci sta la leggerezza di chi “vivacchia”: un vivere senza grinta e l’esigenza di un quieto vivere che si può chiamare adattamento.

Il Vangelo dice che alla fine dei tempi brilleranno due fuochi: quello del male, che chiama zizzanie, che bruciano come scarti, immondizie, rifiuti e quello del bene, delle persone sagge e giuste che splendono come il sole.

In mezzo non si può stare a guardare: occorre prendere parte alla vita regalata da Dio e farla crescere nel bene e non lasciarsi trascinare dal male.

Al di sopra ci sta Dio che ci invita ad  avere grande comprensione per tutti, perché Dio è grande nel perdono e nella misericordia.

Ci nasce una domanda però: mettere sempre davanti il perdono non è invitare ogni persona a fare solo ciò che piace, a non dare contributi positivi alla vita di tutti, e magari anche convincerci che si può pure fare del male impunemente? Sarebbe come se ai nostri genitori che ci vogliono un bene dell’anima e non si vendicheranno mai di noi, saranno sempre comprensivi, come quando eravamo piccoli e nessuno di noi ha dubitato che ci volessero bene e noi ci mettessimo a maltrattarli!

Dio ci stimola alla pazienza, che, ricordo, è sempre figlia della fede e sorella della speranza! Noi non dobbiamo mai giudicare gli altri per non essere giudicati, dobbiamo usare misericordia per ottenere misericordia; se la nostra comunità cristiana non è una setta di giusti, non è nemmeno una banda di malfattori!

Misericordia verso l’altro, ma vigilanza, discernimento, giudizio e conversione continua per noi; la misericordia è una esigenza di purificazione più bruciante di qualunque legge: non c’è posto per immoralità o lassismo, torpore o tiepidezza, ogni patto d’amore è impegno ad amare.

Nella Chiesa e nel mondo ci saranno sempre zizzanie e buon seme: se il mondo è il luogo deve abita il regno di Dio, impiantato da Lui e la Chiesa ne è una immagine, questo regno resta aperto a tutti gli uomini, suoi fratelli.

Il futuro sarà solo per i figli, quelli che sono diventati come Lui.

Ne abbiamo di strada da fare, ma non bisogna mai perdere il punto di arrivo. L’attuale dilagare del male, che possiamo chiamare superbia, insincerità, sopruso, imposizione forzata, giudizio su tutti e su tutto … se non diventa una bella opportunità per crescere nella misericordia si fa connivenza con il male e raffredda l’amore di molti.

Chi fa parte della Chiesa non può pensare di essere già nel Regno di Dio Padre, lo è solo se si fa sempre di più figlio, facendosi fratello di tutti, nessuno escluso.

28 Luglio 2020
+Domenico.

Il Regno di Dio non sta nell’audience, nei soldi, nei followers

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 31-35)

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La nostra società è tentata sempre di cose grandi e di sentimenti forti: una grande riunione di massa, uno stadio pieno, una vittoria al mondiale, un dramma coinvolgente, sentimenti violenti e inaspettati, successi chiari e senza dubbi … siamo stati un po calmati dalla pandemia ma queste sono le tentazioni che abbiamo sempre.

Invece la nostra vita quotidiana si svolge tra una sequenza che ci sembra interminabile di ore normali, di gesti semplici ripetuti fino alla noia, di abitudini, di andate e ritorni, di levate mattutine troppo presto e di rientri notturni: ogni giorno occorre preparare il pranzo, rigovernare la casa, aprire e chiudere il cantiere, sistemare il negozio, far uscire e rientrare l’automobile, addestramento, rapporto, uscita, stesura di moduli, domande, code agli uffici … per fortuna che tante cose le facciamo senza pensarci altrimenti ci assalirebbe una noia mortale.

Ma è tutta qui la nostra vita?

Gesù dice che il regno dei cieli, il meglio della vita, il suo segreto, la sua grandezza, sta in un piccolo seme, gettato in un campo: è qualcosa che nessuno nota, che spunta indifeso, che rischia di essere calpestato da tutti, ma che ha in se una forza e una destinazione incoercibile. Diventa albero contro tutte le apparenze.

Il regno dei cieli è come un pizzico di lievito, qualcosa di invisibile, ma che movimenta tutta la pasta, il pane si raddoppia, la torta ancora di più.

Nella nostra realtà quotidiana Gesù ha messo tutta la forza per farla diventare la nostra felicità: occorre guardarci dentro, non lasciarci trarre in inganno dalle cose grandi, chiassose, forti e violente.

Dio agisce nella storia quotidiana, nasconde nei nostri passi giornalieri la sua forza e costruisce il mondo con la nostra povera, piccola, tenue, debole vita.

E’ interessante vedere come da piccoli paesi, da borgate disperse sulla montagna senza orizzonte o nelle pianure senza confini, nascono persone che cambiano il mondo, uomini e donne che lievitano la realtà e la portano a pienezza.

Dietro questi personaggi, ci sono stati una mamma, un papà, un prete, un insegnante, un nonno, una zia, che hanno amato nel silenzio, hanno voluto bene, si sono sacrificati, hanno scritto nella vita quotidiana un amore, tenace e pieno: non hanno bisogno di apparire, basta loro essere se stessi.

Dio mette in ogni persona un piccolo seme, un poco di lievito.

Non siamo stati fatti in  serie: per ciascuno Dio ha messo a disposizione la sua vita, il suo amore, la sua forza, ci ha messo il suo sangue fino all’ultima goccia; non teme piccolezze da seme, ma piccinerie di vedute; non teme invisibilità da lievito, ma mediocrità di vita.

Ecco, la speranza del mondo di Dio sta nella semplicità di una decisione, che è quel piccolo seme che si porta dentro la forza incoercibile di Dio, e Dio non si spaventa del nostro scomparire come il lievito, basta che non sia indifferenza, ma dono totale di se.

27 Luglio 2020
+Domenico