La Parola imprigionata e uccisa e il silenzio di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 7-9)

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Ogni personaggio  presentato nel Vangelo si porta sempre dentro qualcosa del nostro vivere. Oggi è la figura meschina, strafottente, impenitente di Erode. Tutti ricordiamo la sua storia: figlio di Erode il grande, era tetrarca, di una regione della Palestina, fece decapitare san Giovanni Battista dopo il ballo della figlia di Erodiade, sua sposa, sottratta a suo fratello. Finì miseramente esiliato in Francia confinatovi da Caligola, cui aveva chiesto udienza per essere nominato re e non solo tetrarca, sospinto sempre dalla intrigante moglie Erodiade.

Luca nel Vangelo lo presenta come uno che ascolta e vuol vedere Gesù e in pratica ci fa capire per quale motivo anche noi, che ci portiamo dentro un po’ di Erode, non siamo in grado di riconoscere il Signore e perché fallisce il nostro incontro con Lui, pur avendolo ascoltato e avendo desiderato vederlo.  

Chi è Gesù per Erode? E’ un concorrente, da conoscere con curiosità intelligente, da manipolare e poi da uccidere. Erode pone sè stesso al centro di tutto: ogni suo interesse è attendere il momento giusto per avere a disposizione l’altro, non tanto per riconoscerlo. Per questo non potrà mai conoscere il Signore!

Questa è la componente di Erode che possiamo nascondere in ciascuno di noi e che ci impedisce di accogliere Gesù e di riconoscerlo come Signore, perchè mettiamo sempre al centro noi!

Erode come capo impersona il popolo adultero, di cui è figura. Il popolo ebraico è adultero perché dovrebbe amare il suo sposo, con tutto il cuore e non lo fa, chiamato a conversione dai profeti, preferisce zittire la Parola di Dio uccidendola, piuttosto che convertirsi. La radice della impossibilità a conoscere Cristo è avere il cuore chiuso a ogni intelligenza e rifiutare la correzione.

L’atteggiamento sbagliato, quando ci si accosta alla verità di Dio e alla sua Parola, è quello di chi tenta sempre a tutti i costi di giustificarsi, uccidendo la Parola. Il vero peccato è il non riconoscerlo mai come tale e ancor più impedirci di riconoscerlo.

Gesù dirà ai farisei: Se foste ciechi, non avreste nessun peccato, ma siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane. Imbavagliare la parola che lo denuncia è spegnere la luce che lo fa vedere.

Ecco … Erode ha orecchi per udire, ma non vuole intendere e, per garantirsi di non intendere, elimina la voce che gli fa udire, che era Giovanni Battista. Questo Erode, abile nel darsi ragione per non convertirsi, fino a far scomparire la Parola, imbavagliandola e uccidendola è dentro ciascuno di noi, e soffoca la verità nell’ingiustizia.

Abbiamo da difendere il nostro io, i nostri interessi. La più grande maledizione biblica è aver fame e sete della parola di Dio, cercarla dovunque e non trovarla.

E’ la maledizione di chi vive nella infedeltà e nell’ingiustizia e non vuol sentirselo dire e per questo uccide chi gli parla. 

Solo il silenzio gli può tenere aperta la domanda: sarà il silenzio di Gesù di fronte ad Erode, quando glielo porteranno davanti già condannato a morte e anche lì Gesù con il suo silenzio gli lancia l’ultimo invito a rientrare in se stesso.

Gesù tace per non condannare: è l’ultimo stimolo a cercare i motivi di questa non risposta, l’unica possibilità che può aprire alla conversione. Tante volte noi accusiamo Dio di non parlare, cerchiamo invece di capire perché fa silenzio, perchè non riusciamo mai a trovarlo, perchè ci sembra che Dio non ci parli mai …

Non c’è forse bisogno della nostra conversione?

24 Settembre 2020
+Domenico

Gli imperativi del vero annunciatore, mandato e missionario

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 1-6)

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Se hai dentro di te qualcosa di bello, un ideale che ti riempie la vita, un progetto che vuoi realizzare e che spesso ha bisogno di altri che lo condividono con te, non puoi non parlarne, uscire, coinvolgere, entusiasmare come lo sei tu, altre persone.

E’ il destino, il punto di arrivo di tutto l’insegnamento di Gesù ai discepoli: a un certo punto li invia, è la vocazione per loro; dopo averli tenuti con sè, dopo aver vissuto assieme facendo esperienza intima del Regno che stava nell’annuncio coinvolgente di Gesù, viene il momento di partire, di uscire.

Il capitolo 9 di Luca nei primi versetti almeno per tre volte ripete il verbo “uscire” … e Gesù traccia la carta di identità degli inviati, dei missionari, degli annunciatori del Vangelo: devono riprodurre i lineamenti di chi li invia; non sono consigli, ma ordini: “Non prendete  nulla, là dimorate, uscite, scuotete la polvere”, perché ciascuno si prenda la sua responsabilità, non per disprezzo… sono tutti imperativi.

Non è che la fede di chi ascolta dipenda dalla credibilità di chi annuncia, perché la Parola è viva e efficace in se stessa, solo che chi annuncia ha la tragica possibilità di offuscare o annullare l’annuncio o renderlo non credibile.

Sono tutte indicazioni che andranno direttamente alla Chiesa, che prolungherà nello spazio e nel tempo la sua opera con la stessa autorità. Ora manda i 12 apostoli, alle dodici tribù di Israele, in seguito manderà i 72 discepoli, in tutto il mondo, ma sempre con lo stesso stile.

Soprattutto “ordina” la povertà, perché Lui l’ha vissuta per primo. Noi la accettiamo e la amiamo per amore suo e nel suo nome.

  • La povertà è necessaria per amare; solo quando non hai nulla dai te stesso, cioè ami.
  • La povertà è segno di gratuità, principio di ogni vita, grazia, bontà e bellezza.
  • La povertà è vittoria sul dio mammona – soldi – facendo dei nostri bisogni  un idolo, invece di riconoscere Dio, come il nostro grande bisogno.
  • La povertà è fede in Dio invece che nel dio di questo mondo;
  • La povertà è libertà di se e delle cose, per essere discepoli;
  • La povertà costringe a servire gli altri; i poveri si devono servire;
  • La povertà porta umiliazione e umiltà ci associa alla croce, necessaria per seguire Gesù;
  • La povertà è il vuoto, condizione per accogliere l’azione di Dio, che ci riempie della sua Grazia;
  • La povertà è quel “nulla” prendete: ci associa al corpo di Gesù, per il quale solo dirà: “prendete e mangiate”. E questo unico Pane sarà sempre con noi, fino alla sua venuta

Il cristiano che annuncia necessita solo di questo nulla, che gli è bastone, tesoro, pane, denaro e vestito.

23 Settembre 2020
+Domenico

Titolo di parentela è la Parola, ascoltata e resa azione nella vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 8, 19-21)

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Pensiamo anche noi forse che se fossimo parenti di Gesù, avremmo con Lui un rapporto bellissimo, intimo, confidente, chiaro, capace di darci felicità e sicurezza, concretezza e finalmente anche chiarezza di comportamento e di decisioni da prendere nella vita, che è sempre difficile.

Quante cose avrei da chiedere a Gesù, quanta amicizia potrei stabilire con lui se facessi parte della sua famiglia e quanta fatica in meno farei per credere e per vivere il Vangelo.

Quando presentano a Gesù i suoi parenti: “tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e vogliono vederti” – dice il Vangelo – gli apostoli si aspettano che vengano valorizzati al massimo e che abbiano un posto speciale nel cuore e nella predicazione di Gesù.

Come sempre Gesù sorprende, tanto che anche noi un poco restiamo male per la risposta di Gesù: “Mia madre e miei fratelli sono questi che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”.

Titolo di parentela con Gesù, con tutto quello che forse noi abbiamo pensato, Ges dice che nonostante tutto quello che noi forse abbiamo pensato,

Gesù dice che non è il sangue che lo decide, ma l’ascolto e il fare la Parola di Dio.

Non solo l’ascolto, ma anche la vita concreta che ne deve conseguire: qui Gesù non disprezza la mamma, anzi la presenta come un modello di fede limpida, pura, generosa, dedicata, appassionata. Ricordiamo tutti …

  • la riposta all’angelo Gabriele: “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga in me secondo il tuo detto”. Quell’eccomi dovremmo dirlo e viverlo tutti noi. E’ l’esporsi ad accogliere Dio e la sua Parola: essere quel terreno fertile e non la strada, o le spine o le pietre. Luca ce lo ha appena detto quando ha parlato della parola, perchè è un seme.
  • Conosciamo la beatitudine: “beata colei che ha creduto”; è la beatitudine e la gioia che scaturiscono come primo frutto della fede che accoglie e  fa vivere in sé  la Parola. Essere beati è avere in noi una qualità tipica della vita di Gesù, perché Lui è le Beatitudini.
  • Ancora si dice di Maria: “conservava  questi  detti, comparandoli nel suo cuore”. E’ il lavorio interiore costante e profondo di Maria per custodire e tener vivi con un confronto intimo le parole che Dio faceva scaturire nei fatti della sua vita
  • Luca insiste ancora ripetendo più avanti: “Conservava tutti i detti nel suo cuore”: è il Cuore Immacolato di Maria che si fa sede di ripetizione, approfondimento, gusto, rievocazione … “ruminare” la Parola di Dio, si nutre di essa, offrendo quel terreno buono che produce frutti, sicuramente al cento per uno.

Questa accoglienza che porta a frutto la Parola è il vero titolo  di parentela evangelica di Maria con Gesù: in Lei la Parola fu talmente concreta e fatta, da diventare – portando in seno – lo stesso figlio Gesù; e per noi viene estesa la sua beatitudine di madre della fede. Rende Maria non solo madre, ma figlia, sorella-sposa e madre di Dio, creatura a immagine perfetta del suo creatore.

Allora … cancelliamo allora la nostra sensazione sbagliata di freddezza di Gesù nei confronti di sua Madre, anzi, è un esaltazione, e la proposta a noi di lei come modello.

22 Settembre 2020
+Domenico

La vita è una chiamata e una risposta, non un caso o un destino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 9-13)

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Noi pensiamo spesso che la nostra vita sia incominciata con i nostri ricordi: un grosso istinto di conservazione scritto dentro di noi dalla natura … se avevamo dei fratellini dovevamo sempre lottare per avere la nostra parte e spesso ci alleavamo con qualcuno per avere la meglio sugli altri, sui genitori, sugli amici … era la naturalità del vivere assieme non isolati, in compagnia; siamo passati poi a preferire alcuni cui sentivamo di poterci legare perché ci volevano bene, i nostri amici, e con loro siamo diventati generosi anche delle nostre cose; abbiamo cominciato quindi a decentrarci e ad amare; non parliamo poi dell’adolescenza, dove oltre all’amicizia sentivamo l’attrazione delle persone dell’altro sesso e così via.

Tutto centrato per molto tempo su di noi: soggetto della vita ci siamo sempre sentiti solo noi.

Proviamo invece a pensarla in maniera diversa: la vita è stata una proposta che ci è stata fatta dai genitori, da Dio; noi abbiamo cercato di capire a partire dall’infanzia, dalla giovinezza in poi, che cosa voleva dire questa proposta e abbiamo imparato a dare una risposta; la risposta è stata presa in grande considerazione da chi ci ha chiamato e ne abbiamo avuti altri doni per perfezionarla, renderla più bella, più vera, più forte.

Gesù attuava questa specie di “sequenza” con i suoi discepoli e Dio fa così per ciascuno di noi: Matteo, pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro.

Ma un giorno gli capita al banco dove sta contando euro a non finire Gesù, e Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: Seguimi! E lui, alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì.

Proposta, comprensione della proposta, decisione di seguirla; cambiamenti nelle amicizie che saluta volentieri invitandoli a pranzo con Gesù. Sicuramente aveva visto Gesù qualche altra volta, forse era anche molto demotivato dalla vita che conduceva … sta di fatto che si decide e cambia vita.

Capitasse così anche ai nostri giovani e a tutti noi di capire bene che proposta ci fa Dio, che cosa ci fa capire con la nostra vita stessa; voglia il cielo che siamo capaci di deciderci e di non stare a giocare a dadi per sapere che fare, iniziare una vita nuova con un grande ideale che ci prende e che non ci lascia in pace.

Non è forse così per ogni persona? Dobbiamo smettere di pensare di essere nel mondo “a caso”: ciascuno di noi ha una proposta personale che prima o poi scoppia in noi per la nostra esistenza in questo mondo.

Abbiamo delle persone che ci vogliono bene e che ci possono aiutare ad affinare l’ascolto, a valutare le varie possibilità di realizzarlo, a cominciare alcune esperienze anche provvisorie per capire meglio e poi, alla fine, a decidere. Non è così anche per gli studi, il lavoro, la vita di coppia, la famiglia?

Un cristiano deve sentirsi “chiamato da Dio” a dare il colore giusto alla sua vita e deve affinare l’ascolto e allenare la volontà, chiarirsi i gusti, scegliere gli amici, ma sempre sicuri di avere dal Signore la proposta vera.

E Dio parla all’ufficio in banca, dentro una esperienza di volontariato, dopo tanta preghiera, con una vita senza i soliti lacci dei vizi, nei progetti di pace e di bontà che nascono sempre in ogni cuore, nelle stesse qualità umane fisiche e spirituali che ti ha dato …

Molti giovani hanno sentito forte la chiamata e alle GMG hanno risposto con gioia e generosità: conosco molte coppie che hanno deciso lì di fare coppia e sposarsi, di lasciare tutto e farsi prete o suora, di abbandonare la comodità e farsi volontario per il terzo mondo, di non  vivere insomma da rassegnati la loro malattia, di dare spazio alla speranza…

21 Settembre 2020
+Domenico

Dio, il dono della vita, il premio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20,1-16)

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Non so se anche voi vi siete arrabbiati quando la prima volta avete ascoltato questa parabola dei lavoratori presi a giornata e pagati tutti con la stessa cifra, sia chi ha iniziato all’alba che colui che è arrivato a lavorare soltanto a sera.

Immaginate che per un lavoro a giornata siate assunti alle luci dell’alba: trattate con il datore condizioni, ruolo, orario e stabilite pure il compenso equo con tanto di trattamento per la pensione, assicurazione e quant’altro.

Vi applicate con serietà, intelligenza, creatività: è proprio un bel rapporto di lavoro.

Accanto a voi dopo qualche ora ne viene un altro e lavora: bravo anche lui, ma io è un po’ che sono qui. Ne viene un terzo, poi un quarto; uno arriva che è quasi sera, ci dà dentro, ma io è una giornata intera che sudo.

Arriva l’ora della paga: Comincia l’ultimo e riceve quello che ho pattuito anch’io. Grande questo datore di lavoro, gli vanno proprio bene gli affari! Sa dare anche i premi di consolazione. Chissà che cosa aggiungerà al mio compenso se quest’ultimo prende tanto.

Una piccola avvisaglia che c’è … perchè qualcosa di insospettato gli viene dal fatto che anche gli altri prendono come quest’ultimo.

“Ma io sono qui dall’inizio, io ho impostato il lavoro, io ho patito ore e ore di fatica, di caldo, di stress. Sicuramente prenderò di più.” No: la paga pattuita, e niente più. “Torti non me ne ha fatti è vero, ma che giustizia è questa? Non posso neanche aprire una vertenza sindacale.”

Ma c’è un punto di vista molto interessante per capire questo nostro Dio che non ci fa mai del male, che ci è Padre, che non possiamo mettere sempre alla sbarra perché secondo noi ci fa dei torti, ed il punto di vista da cui guardare la parabola è la famiglia.

La famiglia è proprio il luogo in cui si può capire di più Dio.

Il lavoratore della prima ora che resta deluso e si arrabbia con Dio per me era un single: tutto concentrato su di sé. Abbiamo in mente la parabola del padre misericordioso? Questo lavoratore della prima ora assomiglia proprio al figlio più grande tutto casa e chiesa, campi e vitelli, azienda e profitto. Al fratello dato per sparito che torna, dice: Come? Vieni qui ancora a dividere l’eredità, dopo che ti sei fatta fuori la tua? Che giustizia è far festa al figlio pazzo e vagabondo?

Non decidono i figli quando nascere in una famiglia, dove non è un errore o un merito l’essere nati prima o dopo: l’amore di papà e mamma è sempre al massimo per tutti. Dio ci dona sempre il massimo, non fa differenza di persone; il suo amore non si baratta, non si taglia a fette, non si conta come gli euro: è la sua bontà infinita per noi, per tutti quelli che lo amano anche all’ultimo momento.

Nel nostro mondo a modello commerciale, dove quello che più conta è la capacità di barattare, di stabilire accordi, scambi vantaggiosi, condizioni favorevoli, sfruttare l’occasione, intuire le debolezze del compratore per fare guadagni, farsi creativi nel collocare la nostra merce, pensiamo che il nostro rapporto con Dio sia un grande commercio.

L’idea forse la danno anche certe nostre abitudini di rapporto con le cose sacre, con i sacramenti, con le offerte, con i servizi liturgici, con gli oggetti sacri, le visite ai santuari: spesso li facciamo diventare luoghi di commercio anziché di incontro tra la nostra povera vita e la grandezza di Dio.

Crediamo di poter commerciare la nostra salvezza, di comperare la sua misericordia, di sostituire l’amore vero profondo, con le nostre cose, di tenerci il cuore e di dare a Dio solo le nostre cose … e allora accampiamo diritti, rimproveriamo Dio perché non tiene conto di quello che abbiamo fatto, riteniamo di esserci guadagnati il paradiso, una vita bella, felice, solo perchè noi abbiamo dato, abbiamo fatto, abbiamo vissuto in un certo modo.

Vogliamo un rapporto con Dio non a modello commerciale, ma a modello familiare, perché Lui è famiglia, è Trinità!  Il paradiso Dio ce lo regala sempre; è più grande di ogni nostro merito: è dono del suo amore che decidiamo di accettare nella nostra vita.

20 Settembre 2020
+Domenico

Una folla immensa, ma di persone, non una massa

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 8,4-15)

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Credo che tutti noi,  uomini e donne, ragazzi e ragazze, giovani e giovanissimi qualche domanda su Dio ogni tanto ce la facciamo: si comincia da bambini con un po’ di curiosità, si continua da ragazzi con un po’ di diffidenza, si continua da giovani con pregiudizi e pretese, ci si riflette da adulti e ci si tormenta a intervalli e pause nella terza età.

Il Covid-19 forse ha accelerato le domande e non ha cercato vere risposte, perchè sempre in attesa della soluzione di tutto, che sta diventando il futuro vaccino.

Ma questo Dio esiste? Non esiste proprio! Ma se ci sei … batti un colpo!

Gesù nella sua vita è venuto proprio non solo a battere il colpo richiesto, ma a dirci pure le parole di Dio e a mostrarci il Suo Volto: sulla importanza della Parola di Dio non siamo all’anno zero, sempre ci è stato detto che Dio ha parlato agli uomini come ad amici, che c’è un dialogo vero, interessante, amorevole tra Dio e l’uomo, tant’è che nel Vangelo si dà ampio spazio alla sua Parola, e la Parola viene ad essere presentata come un seme, qualcosa di non statico, di vivo, che si sviluppa, si trasforma, cresce. E’ una realtà lasciata alla terra, alle persone, come un seme.

Dal terreno che presentiamo si può sviluppare la sua forza, può risplendere la sua verità, può attivarsi nella vita concreta di ogni persona. La Parola cade lungo la strada, sopra la pietra, in mezzo alle spine, dentro la terra quella buona. Se nei primi tre casi, sembra che Dio abbia sprecato la sua parola, alla fine invece il frutto viene.

Significa almeno che non ci si deve mai scoraggiare, sia perché il seminatore è prodigo, non risparmia, getta in abbondanza, e perché la risposta dell’umanità è sempre da Lui stesso aiutata a partecipare, ad aprirsi, ad ascoltare.

Luca insiste anche perché vuole che l’atteggiamento del seminatore, “uscire e gettare il seme”, debba essere quello della Chiesa: un invito e un incoraggiamento missionario ad operare tranquilli perché l’efficacia della Parola è garantita, se noi ci convertiamo ad essere terreno buono.

Questo annuncio del seminatore si conclude con un intervento importante di Gesù; dice il Vangelo “dicendo queste cose gridava”. Gli sta a cuore che la gente che lo circonda, che si è riunita attorno a lui, che si dimentica pure di mangiare, che gli ha fatto compassione profonda, non abbia un ascolto di striscio (come la Parola che cade  sulla strada), superficiale (cade sulla pietra), o affogato da mille preoccupazioni (quella che cade tra le spine), ma metta in atto ciò che la Parola di Dio sempre richiede: un ascolto fattivo.

Il grido di Gesù è sempre in rapporto a momenti decisivi. Qui c’è la Parola che, consegnata alla folla diventa questione di vita e di morte. C’è una folla immensa che lo segue e la fede non è mai un fatto di massa: Gesù vuole che la folla diventi popolo di Dio, fatto da persone libere e aperte agli altri, non vuole individui egoisti e chiusi in se stessi.

Noi ancora pensiamo che l’ascolto della Parola sia una sorta di devozione per i più pii, i più praticanti, una sorta di coronamento auspicabile; invece no, è assolutamente necessario – questa parola – ascoltarla e farla tutti.

19 Settembre 2020
+Domenico

L’attività missionaria di Gesù con i dodici e alcune donne

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 8,1-3)

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Il dono della fede che Dio continuamente ci rinnova è sempre una realtà che esige una riflessione critica, come quando si affrontano letture di testi anche letterari che ci costringono a guardarci dentro, a pensare, a metterci in discussione.

La fede cristiana poi è basata moltissimo sulla Parola di Dio, su quella bellissima definizione di Dio che il Concilio ci ha aiutato a rendere quotidiana, perchè noi Dio lo possiamo pensare con tutta la nostra razionalità che vogliamo, molti filosofi si sono cimentati su “chi è questo Dio”, il Concilio ci dice che Dio è colui che ha deciso di parlare agli uomini  come ad amici.

C’è un dialogo allora, una parola che non ci può mai lasciare indifferenti, un uscire di Dio dal suo mistero per rapportarsi con noi, per farsi sentire, per definire se come  interlocutore di un dialogo di amicizia, non di terrore, nemmeno di irraggiungibilità e di astrattezza.

Dio ci parla e stabilisce con noi relazioni di amicizia.

I tre versetti di Vangelo di Luca di oggi sono una sorta di sommario sulla attività  missionaria di Gesù: ci dicono tre cose semplici che dovremo sempre approfondire.

Gesù fa una vita da itinerante per annunciare il Vangelo: viaggiava per città e villaggi annunciando la buona novella del regno di Dio e quindi diventa modello di quello che la Chiesa dovrà sempre vivere.

Il famoso “uscite” che continuamente papa Francesco ci ripete, non è niente altro che quanto Gesù ha vissuto. Gesù  setaccia tutto il territorio della sua Palestina per non lasciare nessuno senza la sua parola.

La sua intensa vita pubblica è tutta organizzata così. Va con la fretta di chi sente urgente cambiare modo di vivere, mettere forze a disposizione di un progetto nuovo di vita.

E’ come un cercatore di tesori, un intenditore di talenti che intuisce le grandi potenzialità degli uomini e le vuole stimolare a prendere posizione per il regno di Dio.

Il suo scopo è dare la notizia esplosiva che il regno di Dio è presente, è in atto, sta realizzandosi con lui.

Ancora, i dodici stanno con Lui: sono qualificati dallo stare in compagnia di Gesù, associati al suo stesso stile di vita e di attività; il loro stare con Gesù è la sorgente del loro annuncio, con esso aggregano attorno alla sua Parola e proprio per la loro testimonianza, Gesù arriva fino a noi e noi possiamo giungere fino a Lui. E’ una squadra assortita variamente, alcuni chiamati dagli stessi primi discepoli, altri direttamente da Gesù, tutti sicuramente entro un progetto di continuazione dell’opera di Gesù.

Con essi Gesù esprimerà tutta la sua pazienza nell’attendere le decisioni di seguirlo nel massimo della loro libertà e con loro sarà sempre franco e diretto, appassionato e dolce.

E da ultimo, le donne sono abilitate a seguirlo insieme agli apostoli, fatto molto importante per il tempo di Gesù. Le donne  allora non erano tenute in grande considerazione, invece Gesù se le associa al compito dell’annuncio: Maria Maddalena sarà addirittura la prima persona che annuncerà la risurrezione di Gesù.

Le donne si prendono cura del Signore Gesù: il Vangelo dice che alcune di esse sono state salvate dai demoni. Proprio perché perdonate sapranno perdonare; amate, sapranno amare. I loro nomi sono Maria di Magdala, Giovanna moglie di un amministratore dello stesso Erode, Susanna e molte altre.

18 Settembre 2020
+Domenico

A peccato grande, amore grande

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 7, 36-50)

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Il male si annida dentro di noi, ci possiede e non ce ne accorgiamo. E Gesù chi mette in campo per stanare questo male infido che ci fa credere perfino di essere buoni e giusti? Una prostituta.

Chi si crede giusto e invita Gesù a pranzo ha un nome preciso, si chiama Simone e si mette pure a compatire Gesù, che secondo lui è troppo ingenuo e si lascia baciare alla grande i piedi da questa peccatrice. Poverino questo Gesù che tutti ritengono il giusto per eccellenza! Non sa che genere di donna gli occupa tutto il tempo di una cena, che lo tocca alla grande, in casa mia, pure! C’erano stati un’altra volta anche due figli: uno, scellerato, rovina patrimonio, dissoluto, partito chissà per dove; l’altro, tutto casa e chiesa, diremmo noi oggi, tutto azienda e lavoro, orario pieno, ferie nessuna, sempre solo in attesa. Chi rivela il cuore marcio del secondo figlio? Il primo che si accorge d’essere stato tutto sbagliato e che torna a casa!

Gesù accoglie l’invito a pranzo di un fariseo, entra tranquillo si adagia a mensa, ma succede che una donna, una peccatrice molto nota, viene a sapere che Gesù sta lì; gli altri poveracci pure giusti perderanno la stima per Gesù perché è andato a mangiare con un uomo ricco importante, fariseo; ebbene la donna pure lo sa, lei però non si scandalizza. Come potrebbe con la vita che fa? Anzi si permette di entrare e sapendolo anche ben collocato al suo posto, come s’usava a quei tempi, in case nobili, ci va con un vaso di alabastro pieno di profumo finissimo , si mette a piangere, abbraccia i piedi di Gesù, glieli lava di lacrime, li asciuga con i suoi capelli, li unge di profumo.

Insomma una scena che Simone ritiene sconcia e che Gesù invece accetta. E non s’avvede che Gesù legge anche nel cuore di Simone e lo aiuta a rientrare in se stesso e a capire il suo peccato. Capirà Simone che il suo peccato è più grande di quello della prostituta? Alla fine proprio per questo amerà di più come ha fatto la prostituta? Perché la domanda che gli fa Gesù è: tra due debitori (il peccato è sempre un debito nei confronti della vita e di Dio) amerà il padrone, che glielo ha condonato, chi ha il debito più piccolo o più grande? Simone è lucido, capisce e risponde: quello che aveva il debito più grande perché è stato amato di più. Gesù si compiace della risposta, ma Simone non c’è ancora arrivato ad applicare a sé e ai suoi giudizi, al suo disprezzo di questa donna, quanto è più grande il suo peccato, senza che gli nasca un minimo di pentimento.

Chi sa di aver avuto un dono maggiore, riconosce un amore  più grande. Non è forse il vantaggio reale del peccatore sul giusto? Questo infatti non accetta nessun dono come dono: istintivamente lo considera come un debito da pagare con le buone azioni, per questo la sua vita continua a stare fuori dalla gioia e dall’amore, tutto teso a pagare e meritare. Anche l’altro grande Simone, Simon Pietro si dichiarerà disposto a dare la vita per Cristo, ma dovrà capire che sarà Cristo a dare la vita per lui e che la salvezza sua, e quindi di tutti noi peccatori piccoli o grandi, sarà accettare questo dono di amore. Chi alla fine osa pensare che val la pena di peccare di più non ha proprio ancora capito niente dell’amore di Gesù e del tradimento che è sempre anche un solo peccato.

17 Settembre 2020
+Domenico

Accettare il perdono di Dio per godere del suo Regno con Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 7, 31-35)

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La vita porta sempre con sé la necessità di prendere qualche decisione: in automobile ti trovi davanti a un bivio, devi decidere da che parte andare … o ti aiuta Google Maps o hai tu dei ricordi precisi o pensi di avere il senso dell’orientamento chiaro e sai dove sta il Nord e il Sud, anche se con le rotonde non ti basta la geografia.

Ancora più difficile scegliere a chi devi dedicare tutta la tua esistenza e il tuo amore, come impiegare i tuoi soldi che hai faticato tanto a mettere assieme; se poi da te dipende l’avvenire di altre persone hai bisogno ancora di più di vederci chiaro prima di decidere.

Gesù si trova un giorno davanti un ceto di persone che hanno fatto una esperienza bella della figura di Giovanni il Battista, che lui definisce addirittura come il più grande fra i nati di donna; non lo hanno però seguito! Questi che hanno rifiutato l’appello alla conversione del Battista perché si ritengono giusti, non accettano nemmeno l’invito di Gesù, perché si credono autosufficienti: sono i classici farisei e dottori della legge.

E’ gente dal cuore duro, e Gesù dice apertamente che questa generazione è per definizione adultera e peccatrice: adultera perché non conosce Dio suo sposo, peccatrice perché è incapace di accettare il primo comandamento, “Io sono il Signore Dio tuo”;

E’ una generazione che non sta al gioco di Dio, lo contrasta continuamente, sono proprio come i bambini riottosi e capricciosi che non accettano di stare al gioco dei compagni.

Il messaggio di ascesi e conversione di Giovanni è ritenuto una follia da loro, il messaggio di gioia e amore di Gesù è scambiato per dissolutezza; Il loro cuore duro non permette loro di fare discernimento: non accettano il duro richiamo del Battista alla conversione e quindi ancor meno accetteranno di partecipare alla danza dello sposo nel Regno che Gesù annuncia e inaugura.

Invece – annota Gesù – i pubblicani e i peccatori conclamati riconoscono di aver bisogno del perdono e accettano anche l’invito di Gesù al grande banchetto del Regno di Dio.

Accettando la predicazione del Battista, il popolo umile si è reso docile al piano di salvezza del Signore e incontra Gesù che si mescola con loro al Battesimo di penitenza. Accolgono l’invito al lutto di Giovanni e l’invito alle nozze di Gesù: dalla conversione col battesimo di Giovanni passano alla gioia del banchetto del Figlio di Dio.

Non è forse così anche la nostra vita? Anche noi non vogliamo stare al gioco di Dio, pensiamo di essere autosufficienti, di decidere da soli, di fare secondo le nostre piccole mire, e non ci accorgiamo essere solo dei puntigli di superbia, di disprezzo, di sicumera.

La fede in Gesù è prima di tutto e sempre fidarsi, buttarsi nelle sue braccia e rischiare una vita nuova, donata, generosa, aperta, anche se vi compare la Croce come s’è stata pure per Gesù.

16 Settembre 2020
+Domenico

Chi fa compagnia al crocifisso riceve sempre in dono sua Madre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 25-27)

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Ieri abbiamo contemplato il Crocifisso, oggi contempliamo sua madre che sta ai piedi di questo crocifisso, che è suo figlio: un coraggio unico, una maternità tutta avvolta nella partecipazione al presente e al futuro del Figlio. Tante mamme sono state colpite dalla morte del proprio figlio e tutte si sarebbero volentieri sostituite al figlio nella morte.

La nostra contemplazione si riempie di domande: dove è che Dio ha spiegato potenza, disperso superbi, rovesciato potenti, innalzato umili, rimandato ricchi? Qui sta avvenendo tutto il contrario.

E la Madonna del magnificat è lì: c’era la madre di Gesù come a Cana, come sempre nei momenti cruciali della storia della salvezza. Ne era passato di tempo, ne avevano macinato di kilometri Gesù e il suo gruppo … ora sembra tutto finito e buttato.

C’è Gesù che possiede ancora un tesoro prezioso, non si sente solo, ha ancora qualcosa, sente la dolcezza e la tragica dedizione di sua madre.

E’ più solo invece Giovanni, nella sua giovinezza, nel suo slancio, nella sua ingenuità di sognatore: ha bisogno di una madre per non smettere di sognare vita e salvezza … e Gesù si rivolge a lui: “Figlio ecco tua madre, tua madre sta qui.”

Quanto è confortante sentirti dire: qui c’è tua madre.

Quando la nostra croce o quella che vediamo sulle spalle degli altri  risulta troppo pesante, guarda che qui c’è tua madre;

Se la tentazione è forte, qui c’è tua madre;

Se la disillusione è dolorosa, qui c’è tua madre;

Se la solitudine è insopportabile e l’incomprensione ti disorienta, guarda che qui c’è tua madre;

Se la scelta del tuo futuro è difficile e lo vedi oscurato, qui c’è tua madre;

Se la fame e l’ingiustizia, la paura e la violenza minacciano di spegnerti la speranza, qui c’è tua madre;

Se i tuoi occhi non scorgono più la bellezza della vita, qui c’è tua madre;

Se la guerra ti toglie anche l’ultima illusione di un mondo nuovo, qui c’è tua madre;

Se l’incanto del virtuale ti distrae dalla vita vera e te la deforma, qui c’è tua madre;

Se non riesci a deciderti di fare della tua vita un dono a una persona come te, per sempre, senza tentennamenti, contro tutte le tentazioni di ritornare a casa tua, qui c’è tua madre.

Maria è una grande consolazione, è una certezza, è un rifugio sicuro, è un punto di riferimento, è un approdo.

Ma Gesù non ha ancora terminato di offrire pace e salvezza, ha un desiderio da esprimere a sua madre: “donna, ecco tuo figlio”. E’ una preghiera a sua madre per Giovanni, per ogni giovane, per ogni persona che si è trovata travolta nella sofferenza, malati, anziani, positivi a una pandemia, incidentati e sbalzati da una moto, assassinati in attentati e guerre.

Lui conosce ogni smarrimento di ciascuno di noi e ci affida a sua madre, conosce la superficialità che ci tenta tutti e dice: questi, così come sono, anche se sono disgraziati, sono tuoi figli.

Quando non riescono ad ascoltare il Signore nel silenzio della preghiera e ad accoglierlo nella sofferenza, madre sono tuoi figli;

Quando non hanno il coraggio di vendere tutto, darlo ai poveri e seguire radicalmente il Signore, madre sono sempre tuoi figli;

Quando si lasciano smarrire nei meandri della droga, della delinquenza, dello sballo, madre sono tuoi figli;

Quando si sposano e tentano di costruirsi un futuro e non sono capaci di amarsi, madre sono tuoi figli;

Quando nella loro vita di giovani sposi non hanno più vino, non sanno più sorridere, hanno perso la gioia della vita, credono di adattarsi a vivere a pane e acqua, madre sono tuoi figli;

Quando per la malattia che li tormenta non riescono a sorridere, madre sono tuoi figli;

E’ questo il testamento di Gesù, è questo che motiva la contemplazione dell’Addolorata: noi siamo presi in affido da Maria, e la vogliamo custodire perché Gesù ce l’ha donata proprio nel momento della morte, nell’offerta di sé fino all’ultima goccia di sangue. E siccome in ogni Messa si rinnova quel dono supremo, noi sappiamo che ai piedi di ogni altare anche oggi c’è Maria che si sente dire da Gesù “sono tuoi figli”, e noi siamo confortati perché Gesù ci ripete “qui c’è tua madre”.

Oggi ogni sguardo al Crocifisso deve richiamarci la dolcezza di Maria, il testamento di Gesù per noi.

15 Settembre 2020
+Domenico