26 Dicembre: Il bianco del Natale, della festa si tinge di rosso

Una riflessione sul Vangelo di Matteo (Mt 10,17-22)

Le feste durano poco, perché sono solo dei segni collocati nella nostra esistenza per darle aperture di infinito, momenti di gioia, di gratuità, di comunione per poter affrontare con determinazione la vita quotidiana.

Le feste sono infusioni di coraggio, finestre aperte sul senso dei nostri giorni, per poterlo sempre avere nel cuore, e determinare i nostri atteggiamenti.

Già il giorno dopo Natale, ci viene posta  davanti la durezza della vita, ci vengono buttati in faccia i colpi di ribellione del principe del male.

Il bianco del natale, i sentimenti e le emozioni si tingono di rosso: è il colore del sangue.  

Gli Atti degli apostoli ci raccontano di un giovane che cade sotto i colpi di una lapidazione: sibilano nell’aria i sassi della cattiveria umana, la lotta disperata del male, che non vuol lasciare il posto al nuovo che sorge.

La scena è tragica: Un giovane pieno di vita, di ardore, di fuoco che annuncia la nuova vita in Gesù da una parte e dall’altra la ribellione, la rabbia, il rifiuto, l’attaccamento al proprio mondo, il non lasciarsi trasformare.

Il cuore si trasforma in pietra e la pietra è lanciata sulla vita fragile di Stefano.  

Aveva detto Simeone, quel vecchio che aveva accolto nel tempio Gesù, che questo bambino sarebbe stato un segno di contraddizione, avrebbe diviso la storia in due, perché con lui è cominciato il tempo definitivo della vita del mondo, ma avrebbe anche fatto chiarezza nel cuore degli uomini: Chi lo segue sa che avrà da avere coraggio.  

Il presepio si smonta presto, sotto ci resta una vita piena, gioiosa, bella, ma dura e da affrontare con coraggio.

All’uomo non fa difficoltà vivere per un ideale: “E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi… sarete odiati a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato”.

Così è la vita dei testimoni del vangelo.

Così è stato san Lorenzo, così san Sebastiano, così tutti gli apostoli, molti santi protettori delle nostre parrocchie: tutti giovani decisi per un ideale, per la vera vita, senza paura. 

Hanno accolto Gesù con un cuore che ama, e nelle loro vite si è sprigionata forza impensabile.

Non si sono smarriti nelle prove della vita, non si sono sentiti soli o abbandonati. 

Potevano contare su Gesù, una presenza intima, forte, sicura. una difesa attiva: “io sarò spirito di fortezza dentro di voi. La vostra bocca esprimerà una sapienza irresistibile, capace di vincere il male.”

Gesù crocifisso, pure contemplato indifeso, mobilita una forza impensabile nella nostra vita: È la forza non della disperazione, ma della speranza. 

Stefano ha dovuto sopportare la morte per lapidazione: una esecuzione efferata entro uno scatenamento collettivo di odio, di vendetta, di cattiveria sobillata, istintiva, disumana. 

“Il fratello darà a morte il fratello ed il padre il figlio…”: Tremende le parole del vangelo.

Quelle pietre che lo hanno ammazzato si portavano dentro l’odio, la cecità, la bestemmia verso un Dio che aveva scelto di farsi uomo, di venire al mondo messia, fuori dagli schemi comodi di chi lo aspettava. 

Tutto questo c’è ancora oggi: è la supponenza culturale che crede che la fede sia una debolezza, una concessione fragile a sentimenti tradizionali, che hanno valore forse la notte di Natale e niente più.

Sì, la fede ti fa vivere dei bei momenti; se il Natale non ci fosse occorrerebbe inventarlo…

… Infatti lo stanno proprio inventando diverso, perché il vero Natale non serve più: è meglio un albero, disegni di luci, un marketing appropriato, è la festa che conta, non il festeggiato.

E di fatto siamo impazziti, ci siamo dovuti fare code interminabili in automobile per la festa, non certo per incontrare il festeggiato. 

Ma la vita è un’altra, le cose serie sono altre; se devo impostare il mio futuro ho bisogno di ragione, di scienza, di economia.

E’ necessario ancora oggi un Salvatore? Se l’è domandato anche Stefano.

Abbiamo bisogno di Gesù, dopo tutto quel poderoso impianto religioso che il popolo di Israele metteva a disposizione per i rapporti con Dio? Se c’era un mondo religioso fin nel midollo era quello ebraico; se c’è un mondo evoluto è proprio il nostro. 

A questa domanda dobbiamo rispondere: sì, abbiamo bisogno di Dio.

Diceva un giovane romanziere: … il mio segreto è che ho bisogno di Dio, che sono stufo marcio e non ce la faccio più ad andare avanti da solo: Ho bisogno di Dio, per aiutarmi a donare, perché sembro diventato incapace di generosità; per aiutarmi a essere gentile, perché sembro ormai incapace di gentilezza; per aiutarmi ad amare, perché sembro aver oltrepassato lo stadio in cui si è capaci di amare..”  

Scegliere Gesù non sarà senza costi: “E sarete odiati da tutti a causa del mio nome”.

Il cristianesimo non è un invito alla vita tranquilla, ma sempre un coinvolgimento impegnativo.

Noi però oggi non siamo odiati o guardati con supponenza, perché siamo troppo cristiani, ma forse perché non lo siamo fino in fondo.

Se vivessimo veramente per lui, Lui all’appuntamento con la nostra decisione radicale di seguirlo si darebbe certamente a vedere.

Ci ha sempre detto di non preoccuparci, di affidarci a Lui: Potremo sperimentare una vera difficoltà, ma non saremo mai abbandonati da Dio. 

La nostra terra è spaesata, vede ogni giorno crescere la violenza, affermarsi ancora il male, ma sarà sempre e solo un colpo di coda di una belva che muore, perché il cielo non è vuoto, Stefano lo vede aperto e  non gli interessano i colpi della morte e il livore dei lapidatori, li perdona, e vede Dio che gli spalanca le braccia per sempre. 

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+Domenico

Domenico Sigalini (Dello, 7 giugno 1942) è un vescovo e giornalista italiano, Vescovo emerito della sede suburbicaria di Palestrina. Una Biografia più esaustiva è disponibile su Cathopedia all'indirizzo https://it.cathopedia.org/wiki/Domenico_Sigalini

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