Non sentirti autosufficiente, non lo sei proprio!

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,21-30)

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“Ha senso ancora oggi avere fede? Non è troppo difficile credere?” … chiedeva il Papa ai giovani di Tor Vergata nell’anno 2000.

E’ ancora pensabile oggi, con la capacità di introspezione e di analisi della realtà che abbiamo, rimettere la risposta ai più profondi interrogativi della vita nelle mani di una credenza millenaria, ma proprio per questo troppo arretrata per fare da guida all’uomo d’oggi? Non è ora che ci arrangiamo a trovar risposte per la nostra vita, sulla nostra pelle, senza comodamente abdicare?

La religione cristiana, si dice, ha ormai fatto il suo tempo: è servita per tenere a balia una porzione consistente di uomini che però ora sono maggiorenni e possono bastare a se stessi.

Se poi apriamo il nostro orizzonte e lo allarghiamo a 360° su tutto il mondo, vediamo bene che il cristianesimo deve fare i conti con altre concezioni e religioni che hanno la stessa pretesa di essere definitive.

Ma questo Gesù, non è il figlio di Giuseppe? Non è il solito occidentale che crede di essere il centro del mondo? Che cosa può uscire di buono da questa città di Nazareth dove tutti sanno tutto di tutti e dove Gesù, messo alla prova, non riesce ad essere prodigioso, o anche solo un imbonitore come altrove si è dimostrato di essere?

E’ la saggezza di qualche uomo come Lui, come Gesù, che deve arrestarci nella via delle ricerche, che deve bloccare le scoperte scientifiche, che deve costringere l’umanità in alcuni tabù che bloccano l’intelligenza dell’uomo? Potremmo anche continuare …

La risposta è nell’aria: l’uomo autosufficiente ha abbandonato l’uomo di Nazareth e ha scelto i maghi, è ritornato a mettere al centro Gea, la dea terra, si nutre di x-files, e di extraterrestri, riscopre alcuni rubriche di linguaggio delle stelle e le crede risposte più vere, anziché delle fiction … inventa l’esoterico e alla fine si costruisce un nuovo vitello d’oro che viene controllato col Dow Jones, col Nasdaq in tempo reale.

E Gesù si ripropone nella sua disarmante semplicità e pretesa: “Oggi si è adempiuta – dice a Nazaret – questa parola che avete udita. Oggi attraverso di me i vostri interrogativi ricevono risposta, oggi ancora nonostante le grandi scoperte, che potevate fare anche prima se non vi foste applicati a costruire armi, se non aveste investito le vostre energie migliori nel farvi del male, oggi avete bisogno di affidarvi a Dio, di guardare a quel Padre che io sono venuto a farvi conoscere. Oggi mi potete scoprire nella vostra coscienza.”

31 Agosto 2020
+Domenico

La croce è la strada scelta da Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)

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Abbiamo bisogno di felicità come dell’aria per respirare: non c’è pezzo della nostra carne, tratto del nostro vivere, tensione dei nostri istinti che non siano in ricerca della sua soddisfazione … eppure annaspiamo in un mare di sofferenza, meno te l’aspetti ti arriva e ti sconvolge la vita! È dolore morale, è malattia, è ingiustizia subita, è pura casualità o ostinata cattiveria di qualcuno.

Doveva essere esperienza quotidiana anche per il gruppo che aveva seguito Gesù … forse però, quando hanno risposto con tanta schiettezza e generosità all’invito di Gesù, si erano illusi che con uno così si potesse dare una svolta decisiva e scrivere una pagina bianca nell’agenda dell’infelicità.

Pietro è il primo che s’immagina – a ragione – Dio dalla parte opposta del dolore: “Tu sei il figlio di Dio, il Messia che aspettiamo, sei la casa della felicità,  sei tutta la bellezza che la vita può sprigionare. Sei quello che noi da sempre sogniamo e non mi dire che anche tu ti devi adattare a soccombere alle nostre colline delle croci. Dio te ne scampi Gesù: questo a te non succederà mai.”

Gesù gli aveva invece appena detto che la croce era la strada scelta da Dio per far brillare in ogni coscienza il massimo di amore che nutre per gli uomini.

Questo è un altro punto centrale per la fede cristiana: si può confessare che Gesù è Dio, andando oltre i criteri di ogni corretta razionalità e accettare il mistero che questo uomo di carne e ossa si porta dentro … è già molto, ma non è ancora la fede cristiana: È necessario confessare ancora che egli è un Dio crocifisso.

Il mondo ebreo uno scandalo così non lo sopporta, il mondo intellettuale greco lo ritiene un controsenso, una stupidità; un cristiano – ci ha messo un po di secoli prima di capirlo – invece accetta di cambiare anche la logica dell’esistenza, accetta di rinunciare a quell’idea di Dio che razionalmente a fatica può correttamente costruire per accogliere l’idea di Gesù: non più un Dio glorioso e potente, ma un Dio che si svela nell’amore e nel dono di sé.

Quella croce non è l’apoteosi del masochismo, come qualcuno – insultandoci – crede che noi siamo; non è l’apoteosi del godere a farsi del male o a star male, ma quella croce è il segno di una vita vissuta in dono, il segno della vera felicità, dell’amore donato fino all’ultima goccia di sangue.

30 Agosto 2020
+Domenico

Si può stare intrappolati anche dentro noi stessi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,17-29)

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Nella vita spesso occorre fare i conti con le infinite nostre indecisioni: scopriamo il bene, ne restiamo affascinati, lo vogliamo compiere, ci entusiasma la visione positiva che ci è nata in cuore, ma non ci decidiamo mai.

C’è sempre qualcosa che ci blocca: ora un sentimento, altre volte un legame affettivo, spesso la paura di un confronto con  gli altri … si tratta di fare i conti con se stessi e con la nostra convinzione: si vuol fare, ma la decisione è coperta da tanti se e da tanti ma.

Erode ha una vicenda matrimoniale fallita in partenza … si crede onnipotente e si prende la moglie del fratello; il fatto crea grande scandalo nella gente: “Se i nostri governanti si comportano così, che legge stanno difendendo? Che esempio possono essere? “

La coscienza del popolo è precisa e la coscienza di Erode è scossa … ascolta volentieri le parole di Giovanni Battista: lui è sincero, dice quel che pensa, la sua parola viene da lontano, evoca dialoghi profondi con Dio; la sua vita austera lo porta a dire sempre l’essenziale, non è implicato con niente e con nessuno; la sua voce è pulita, la sua testimonianza parla.

E’ un uomo che ascolti volentieri, perché, anche se non lo condividi, fa verità nella tua esistenza, e quando sei nel disordine, la verità è l’unico spiraglio di pace che si apre per la tua coscienza.

Erode ascolta volentieri Giovanni: “Vienimi spesso a trovare, tu mi disorienti, mi destabilizzi, ma la tua parola mi sveglia, mi fa sentire vivo.”

Poi intervengono tutti i lacci della vita, la comodità, il tran tran dei rapporti, i sensi che per qualche momento di ubriacatura ti addormentano l’esistenza … e sei vittima degli intrighi, preferisci stare dalla parte del dato di fatto. Come puoi rivoluzionare a questo punto la vita?

Giovanni però è tutto di un pezzo … forse spera di convertire, l’ascolto attento di Erode potrebbe avverare un cambiamento: gli basta poco per un colpo di reni nella sua coscienza … l’animo è sensibile, un po’ di orgoglio onesto ce l’ha dentro.

E arriva la famosa festa, il famoso ballo, il malefico intrigo di Erodiade; lui, Erode, è un entusiasta, in mezzo a tutti questi accomodamenti della vita di corte, nelle pastoie di un potere che sempre più lo ingabbia, si accende una luce, una estasi: la figlia balla troppo bene, sono troppo belli questi ritmi, questa innocenza, questa leggiadria.

Erode si sveglia, quel che di bello in lui c’è di sogno e di ribellione alla routine ha il sopravvento: “vali metà del mio regno, del mio presente, di quello che credo di avere. Te lo do perché lo meriti: mi hai risvegliato orgoglio assopito e addomesticato, finalmente vedo nella mia famiglia un guizzo di novità. Metà del mio regno.”

E invece gli viene chiesta la voce della sua coscienza: il male è più tenace del bene nelle vita perdute, il guizzo di gioia che per un attimo lo aveva portato al meglio di sé si spegne e si frantuma, la piccola speranza di poter cambiare, di scrollare di dosso il giogo di una coscienza continuamente addormentata, la sete di verità sulla vita gli viene spenta.

La testa di Giovanni il Battista è la sua testa, è la testa del suo sogno di pulizia, di bontà desiderata, della sua nostalgia di una vita diversa, è la decisione che gli è sempre mancata di cambiare.

Divenne triste, ma … «non volle opporle rifiuto».

Che ti costava Erode dare un taglio netto alla tua vita sbagliata?

Che mi costa buttarmi senza riserve in quella fessura di luce che mi si è aperta nella vita?

Perché sono sempre capace di sotterrare ogni speranza di cambiamento, di negare ogni voglia di bene? 

Non voglio più essere anche io una trappola di me stesso, come lo è stato Erode.

29 Agosto 2020
+Domenico

Avremo sicuramente un poco di fortuna? non sempre!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

Essere preparati a vivere bene tutti gli avvenimenti che la vita ti porta non è sempre facile: talora siamo in ansia, come quando si aspetta la nascita di un bambino, la data di un esame, il giorno del matrimonio, altre volte invece ci si adatta, ci si spegne e anche le cose più importanti ti passano senza che tu te ne accorga e perdi occasioni belle, determinanti e decisive.

Hai messo il silenziatore alla tua esistenza, ti sei collocato in uno “stand by” e aspetti che la vita si faccia da sola, le decisioni si realizzino automaticamente … e invece la vita passa e non te ne accorgi.

Erano così anche quelle ragazze che facevano gruppo dovevano fare festa allo sposo: dovevano aspettarlo per celebrare con lui le nozze, per dire con le loro grazie la bellezza della vita; cinque di loro erano sveglie, in attesa, preparate, sollecite; le altre invece tranquille, ancor peggio adattate e assopite, svogliate e pigre.

Sembrano il ritratto del nostro tirare a campare: “ma sì, vedrai che a tutto si trova un rimedio. Molti si affannano, ma vedrai che noi all’ultimo momento troveremo di intrufolarci in qualche parte, riusciremo come sempre a soffiare il posto a qualcun altro, a sfruttare l’occasione. Se siamo in ritardo poi passiamo sulla corsia di emergenza!”

Una vita che non prende mai decisioni, si adatta e naviga a vista, non progetta, né prevede, non costruisce, ma vive di rimedi, non collabora, ma sfrutta.

Il gioco può essere anche bello, ma lo sposo, il centro della festa, lo sposo che è il Signore Gesù, non lo si può aspettare addormentati sulle nostre comodità, invischiati nei nostri egoismi e pigrizie, calcolando inganni a danno dei buoni.

Il Signore passa e se non trova un cuore pulito che lo invita, che gli fa posto, non forza, non costringe, non toglie la libertà che stiamo usando male, la rispetta e passa oltre.

Altri sono in attesa di lui, hanno fame della sua parola, sanno che le sue nozze sono determinanti per la loro vita. Lo avranno, lo accoglieranno, faranno di lui il centro della loro festa: le altre cinque donne hanno fatto questo.

Infatti il Vangelo, in maniera quasi inaspettata per il nostro buonismo che non permette mai di dire si, si, no, no, ma che continua con falsa pietà a giustificare tutto, dice perentorio: e la porta fu chiusa. Fu chiusa la porta non della bontà e della misericordia di Dio, ma della coscienza, della libertà spesa bene, della vita generosa, della ricerca della vera felicità.

Fu chiusa la porta delle scelte, per entrare nella delusione dell’adattamento: è in gioco la nostra vera gioia, ma dobbiamo essere coscienti che Dio è sempre esigente, proprio perché non ci vuole abbandonare. 

Sant’Agostino, non ha mai smesso di cercare Dio, di innamorarsi di Gesù Cristo, di amare l’umanità e di metterle al servizio la sua grande intelligenza, la sua cura pastorale, il suo essere affascinato per chiunque lo ascoltava della persona di Gesù, come dev’essere ogni cristiano.

28 Agosto 2020
+Domenico

Vegliare, pregare, cercare con tenacia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 42-51)

La vita dell’uomo è fatta di tante attese,  non tutte  vere, non tutte capaci di tenere l’animo sveglio e attento al bene, alla manifestazione di Dio: attende la mamma il suo bambino nella lunga gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza all’uscita dalla scuola, attende il malato i risultati delle analisi, attende il giovane l’esito dell’ennesimo colloquio di lavoro, attendono i genitori che cigoli la porta di casa alle cinque del mattino per tirare un sospiro di sollievo: è tornato vivo! Attende il bambino il sorriso del papà al suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati il permesso di soggiorno in fila fin dalle prime luci del mattino, attende l’anziano nella casa di riposo la visita di qualcuno che gli ricordi di essere vivo; attendono gli affamati un pane, gli esiliati la patria, tanti bambini la pace e non la sanno nemmeno immaginare tanto sono abituati a vivere sotto i colpi dei mortai.

Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa la lunga coda di automobili che dobbiamo subire ogni giorno per andare e tornare dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo dello spacciatore o l’appostamento lungo la strada per comperare il corpo di qualcuna o di qualcuno; non è attesa la solitudine di chi dopo tante tergiversazioni prende la finestra di corsa; e nemmeno quella dell’usuraio che ogni giorno torna a misurare il sangue succhiato ai poveri …

E’ attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella del mondo; non è attesa la velocità dissennata per le strade, che disprezza la vita degli altri e la propria, quella percezione o orientamento alla  morte che spesso abita le nostre esistenze.

L’attesa vera di una meta alta, dello stesso Signore che viene, ha la capacità di tirarti dentro tutto, di trasformarti, di ridefinire la tua stessa identità, di farti crescere e capace di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi: è una forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai nostri molteplici impulsi, per canalizzare le qualità personali e di gruppo … questo ci dice Gesù quando ci invita a vegliare ad attendere il Signore che passa sicuramente nella vita di ogni persona, perché Lui non ci abbandona mai.

Santa Monica è stata una mamma cristiana, la mamma di sant’Agostino, che ha vissuto tutta la sua vita implorando Dio che aiutasse il figlio Agostino a cambiare strada, a convertirsi al Signore, tanto cercato, ma sempre velato un po’ dalla condotta libertina, molto da ricerche filosofiche.

E la Mamma di Sant’Agostino è vissuta continuamente in attesa.

Agostino ha fatto ricerche anche oneste che poi hanno dovuto aprirsi a Gesù, e quando questo è avvenuto la mamma era felicissima, e ha chiesto pure di morire perché il suo compito era stato raggiunto.

27 Agosto 2020
+Domenico

Guai a voi: Pane al pane e vino al vino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23,27-32)

 La nostra è una società dell’apparire, dell’immagine, degli occhi e non del cuore e dell’intelligenza, lo diciamo spesso … forse è un tributo che dobbiamo pagare alla invasione di immagini nella nostra comunicazione: infatti non c’è mai stato un tempo in cui i rapporti tra le persone, gli eventi, le cose fossero così legati alle immagini, tanto che se non appari non esisti, se non sei visto non conti, se non traduci il tuo pensiero in immagini non sei capito.

Il progresso non è mai per definizione contro l’uomo, occorre però che l’uomo, a mano a mano che amplia le sue capacità comunicative, cresca interiormente e solidifichi i valori fondamentali del suo vivere.

E’ talmente vero tutto questo che anche in tempi non sospetti, tempi in cui di immagini non si parlava, né si usavano, Gesù dovette mettere in guardia dall’apparire, dal dare importanza solo a quello che si vuol far vedere.

C’è una interiorità della persona che è assolutamente prima di ogni immagine di essa: Il sepolcro può essere bello fuori, ma dentro è pieno di ossa; è l’interiorità che conta davanti a Dio, è la coscienza, è l’immagine interiore che ciascuno si costruisce nel segreto del suo rapporto con il Signore.

E’ questione ancora di apparenza quando ci si riferisce al passato e si prendono le distanze dalle responsabilità di chi ci ha preceduto e si pensa che gli errori fatti da loro non possano essere anche i nostri.

Occorre un giudizio vero, ma sempre capace di cogliere che anche noi spesso non saremmo stati migliori di chi ci ha preceduto.

E’ sempre Dio che ci dà la grazia di vivere bene: se fosse solo per noi il mondo sarebbe già caduto in rovina!

E’ tipico della nostra ipocrisia far fuori la gente e dopo pochi anni fare un monumento: certo la colpa non è stata nostra, ma di chi ci ha preceduto, ma forse abbiamo ancora lo stesso cuore, la stessa cattiveria, e non siamo disposti a convertirci, e così ritornano guerre, ingiustizie, perché non abbiamo il coraggio di imparare la lezione della storia, cambiando il nostro cuore.

C’è adesso la mania di buttar giù tutti i monumenti fatti: la storia non si cambia però!

Nessuno si può chiamare fuori dalla storia dell’umanità: importante è capire che dobbiamo sempre essere alla sequela di Gesù, dobbiamo sempre seguire Gesù, che ci aiuta a costruirne una nuova di umanità, nel suo amore e nella sua giustizia, ma questo è compito di una vita per noi, è compito di tempi lunghi per uno stato, di tempi abbastanza ampi per un continente … per il mondo insomma.

E’ la storia nostra, e dobbiamo continuamente portarla in questa direzione.

26 Agosto 2020
+Domenico

Non può essere tutto grigio, sempre

Una riflessione sul Vangelo Secondo Matteo (Mt 23, 23-26)

Accovacciate sempre in noi abbiamo delle deviazioni culturali, pratiche o legalistiche: sono da riconoscere e non farcene dominare per non uccidere come Caino, il fratello e il nostro essere figli.

Le parole di Gesù richiamano le famose “invettive” dei profeti: servono per scuotere la nostra pericolosa tranquillità del male, una sorta di pace perniciosa; al bianco e al nero preferiamo di solito la confusione indistinta del grigio uniforme.

I guai che Gesù lancia agli scribi e farisei nei loro comportamenti ipocriti sono invettive all’ipocrisia che spesso si confonde proprio col grigio, ma dentro c’è rapina e imbroglio.  

La nostra è la civiltà della fotografia, del montaggio, del virtuale, della trasformazione della realtà attraverso le immagini: le immagini ti creano belle emozioni, ti permettono di godere a lungo di momenti che sarebbero fuggenti ricordi, puoi analizzare i particolari, fermare un sorriso, uno sguardo, un sentimento … siamo stupiti di vedere certe fotografie che ti rendono vicino chi non potresti mai accostare, che ti portano in casa avvenimenti che non potresti mai sapere che esistono, ti fanno partecipare a un dolore e a una gioia che definiscono il tuo essere fratello universale.

Serie di immagini costruite ad arte però possono portare all’inganno: le chiamano appunto “fiction”, finzioni, rappresentazioni mirate della realtà o della fantasia, simboli del reale, spesso creati per trarre in inganno, non per comunicare, ma per soggiogare, per vendere … e nel gioco entra anche la vita delle persone che fanno consistere l’esistenza nell’apparire e non più nell’essere; quello che conta è l’immagine, non più la coscienza.

Gesù nel vangelo lancia una serie di “guai” a gente proprio come questa, che guarda alla forma esteriore, cura l’immagine, e nasconde una interiorità di peccato, di ingiustizia, di male. 

La vita è un bicchiere pulito ed elegante all’esterno, un piatto sfavillante, che dentro si porta rapina e intemperanza: è un invito a dare all’interiorità, alla sorgente del misterioso, ma vero, necessario, intenso rapporto con Dio che è la coscienza il posto decisivo.

E lì nel profondo di un dialogo dell’anima con Dio … è li che nasce la dignità e la nobiltà dell’uomo, la disponibilità alla sua Parola che è come spada a doppio taglio che penetra nell’intimo e dirime il bene dal male.

La coscienza non è una piazza, non è una fiction: è la tua identità di fronte a Dio e deve diventare la tua vera faccia di fronte a tutti gli uomini; non è rifugio nell’intimità, ma coraggio di partire dall’interno di giustizia e di pace per diffondere ovunque, soprattutto all’esterno, anche nelle immagini, anche nelle fiction ciò che veramente abita nel cuore dell’uomo.

Ci fosse più attenzione alla coscienza, cambierebbe anche tutto il mondo comunicativo con le immagini, che sono una faccia dell’anima, non la maschera del cuore e della verità.

Qui nel profondo della coscienza c’è sempre quel Dio che non ci abbandona mai.

25 Agosto 2020
+Domenico

Schietto, deciso, generoso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 43-51)

Si trova ancora gente schietta, che dice pane al pane e vino al vino, che non usa mille circonlocuzioni per dire quello che pensa, perché vorrebbe far capire e non capire.

Qualcuno ha imparato l’arte del politichese: non riesci mai a capire che cosa ti promette e che cosa ti nega; non è da meno l’arte dell’ecclesialese, del parlare di Dio complicandolo in maniera tale da aggiungere confusione anziché introduzione al mistero grande e bello di Dio, che si è fatto comprensibile nel Vangelo che è la sua parola fatta carne, che ha voluto proprio mescolarsi a noi per comprenderci e farsi comprendere.

In genere sono i giovani i più schietti, quelli che non hanno ancora maschere, che preferiscono andare al cuore della questione; qualcun altro invece – ed è più grave se è un adulto – è invece insolente, buzzurro, grossolano dice quello che pensa, ma non pensa quello che dice.

E’ del primo tipo invece quel giovane – si chiama Natanaele – che Gesù vede da lontano un po’ discosto dai suoi amici che invece sono andati diritti a Gesù per dirgli la loro voglia di stare con Lui.

Natanaele ha delle riserve, si è fermato al sentito dire, alle beghe di paese, alle voci che circolano sempre in ogni piccola borgata per mettere la zizzania anche nel Padre nostro.

C’è qualcuno che ha la vocazione a tagliare panni addosso alla gente, a seminare dubbi, a inserire sospetti, a far trionfare il disprezzo, e Natanaele, seguendo radio scarpa, pensa fuori dai denti e lo dice pure ad alta voce vedendo Gesù, che gli hanno presentato come proveniente da Nazaret: ma che può uscire di buono da Nazaret, da un paese da fame, da una borgata dimenticata da Dio e dagli uomini?!

Gesù non s’offende, ammira la schiettezza, ma lo provoca a sua volta: sei pulito, sei integro, non fai complimenti, non ti nascondi dietro maschere, ma queste tue doti devi lanciarle su orizzonti più ampi … “Mettile al servizio del Regno di Dio, mettiti a parlare agli uomini con schiettezza che c’è un Dio che ci ama, vieni con me a fare vangelo, a produrre notizie vere e non affittare la tua bella intelligenza ai luoghi comuni, ci sta.”

Natanaele scatta sorpreso, ci sta; qualche giorno dopo sarà con Lui alle nozze di Cana, perché lui è di Cana e a Cana nascerà proprio la speranza, che da apostolo convinto e deciso col nome di Bartolomeo porterà nel suo annuncio al mondo intero.

Un apostolo schietto, deciso, verace.

24 Agosto 2020
+Domenico

Pietro sei una Pietra incrollabile per la mia Chiesa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-20)

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Ci sono spesso delle domande che qualcuno ti fa e che non ti aspetti, e che ti mettono pure in difficoltà … per esempio questa: chi sono io per te? Non è crisi di identità, ma è voler sapere che relazione ho con questa persona. Immaginiamo quanto può essere delicata, se la fa un marito a sua moglie o viceversa, dubitando magari di un amore tra di loro che si sta scolorendo; se la pongono papà e mamma ai propri figli perché si sentono solo portinai di un albergo.

E’ così anche quando la pone Gesù ai suoi discepoli che da molto tempo si frequentano, si scambiano esperienze, condividono gli stessi ideali; certo Gesù parte in forma indiretta: chi dicono gli altri chi io sia – cosa che pure gli interessa sapere da loro – ma poi va al centro: “e voi che dite? Chi sono per voi?”

Non è un sondaggio di opinioni, ma a Gesù sta a cuore sapere se gli apostoli sono stati capaci di andare oltre la scorza viva, ma non facilmente penetrabile, la scorza della sua umanità, dentro il suo grande segreto che non una volta sola tenta di svelare loro.

Loro saranno i continuatori della sua opera, del suo sogno di salvezza piena.

La risposta decisa, come sempre fa Pietro, che poi spesso viene smentito, è occasione per Gesù questa volta non di correggere Pietro perché in genere è pieno di slancio, non sempre forte e profondo, vero e necessario, ma di investirlo della sua personale e unica responsabilità di condurre la chiesa a nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Potremmo dire che è l’esito del primo conclave, senza le fumate e la loggia delle benedizioni, se non banalizziamo forse troppo quanto gli dice Gesù: è un atto di somma fiducia, di grande amore, di tenerezza di comprensione, di responsabilità divina.

Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.

Il primato di Pietro fu occasione di tante separazioni antiche e recenti, in Oriente e Occidente. Il sevizio chiesto a Pietro all’unità nella fede e nella carità è stato spesso scandalo, motivo di divisione.

Non è poi sempre facile vedere in quale misura ciò sia dovuto al cattivo modo di servire e in quale invece alla inevitabilità dello scandalo stesso della verità, che è sempre segno di contraddizione.

Anche l’identità di Gesù, vero uomo e vero Dio, è stata ed è occasione di tutte le eresie. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente: questa è la fede cristiana trasmessa a noi dagli apostoli e che loro hanno maturato alla scuola viva di Cristo.

E non possiamo concludere che con un grande augurio a papa Francesco e una costante preghiera per il suo servizio petrino come lui stesso ci chiede.

23 Agosto 2020
+Domenico

La Parola di Dio non è legge, ma comunione con Lui

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23, 1-12)

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Le leggi sono certamente necessarie: l’uomo senza di esse non vive e nemmeno può vivere con gli altri. Sono positive se nascono dallo Spirito, se vengono dall’amore e portano all’amore che è il compimento pieno della legge, e diversamente distruggono la vita da figli, in un miserevole  qualunquismo, senza diversità e alterità.

Ogni istituzione , spontaneamente tende ad autoconservarsi centrandosi su di sé.

Ma dice il vangelo che chi vuol salvare la sua vita la perde e solo chi  perde la sua vita per amore del Signore la salva. Se poi chi legifera pone  la sua bravura nel far fare agli altri quello che lui nemmeno si sogna di fare, siamo all’ipocrisia crassa.

L’ipocrisia è la firma di chi pone sempre al centro se stesso e non il Signore: la voglia di occupare sempre il centro, di farsi vedere, di apparire, di essere onorato e considerato, di stare al di sopra della media è sempre una grande tentazione per tutti. La vita che abbiamo sembra non abbia sapore se non siamo gente che conta, senza il plauso degli altri.

Capita allora che abbiamo un compito importante da fare e quel che conta è la nostra persona e non il compito che dobbiamo fare: così era dei farisei, che erano dedicati a far conoscere al popolo la Legge, la Parola dei profeti, ma mettevano al centro se stessi, non più la Parola di Dio.

I cristiani invece sanno che il centro di ogni servizio della fede è Gesù: Lui solo è il maestro e noi dobbiamo sempre essere discepoli, Lui solo è buono e noi abbiamo sempre bisogno della sua bontà, Lui è il nostro Dio e noi siamo sue creature.

Questo ci dà forza quando cadiamo per la nostra debolezza e dobbiamo sempre avere il coraggio di annunciare la sua parola: se annunciassimo solo la Parola che sappiamo mettere in pratica saremmo sempre tutti muti; invece se mettiamo Dio al centro, se Gesù occupa il primo posto nella nostra vita, potremo sempre dire a tutti che assieme dipendiamo da Lui, che abbiamo bisogno di farci salvare da Lui, tutti, perchè Lui solo è il maestro e lo supplichiamo di darci la grazia di potergli essere fedeli.

Tanti di noi sono papà, sono padri, ma sappiamo che uno solo è il vero padre di tutti, Dio: da Lui impariamo la paternità, è Lui che ci aiuta a fare il padre, oggi soprattutto che è difficile esserlo con amore, ma anche con decisione, con forza, con lungimiranza e con generosità, pensando al vero bene dei figli e non a ricatti affettivi.

Molti di noi sono insegnanti, maestri, ma uno solo è colui che ci insegna la verità, noi spesso la tradiamo, la abbassiamo alle nostre opinioni, ai nostri mutevoli sentimenti! Il nostro insegnare deve essere sempre ispirato a Gesù, alla sua tenacia nel vivere e morire per la verità, non per le ideologie che vogliamo imporre senza rispetto della libertà.

Paternità e insegnamento sono sempre servizi e mai poteri.

Alzare sempre lo sguardo a Lui irrobustisce la nostra vita: se guardiamo sempre a noi e facciamo di tutto per stare al centro, saremo sempre dei poveracci frustrati e non felici di vivere per qualcuno, come esige la nostra vocazione e al nostra felicità.

22 Agosto 2020
+Domenico