Per il regno di Dio non adattamenti, ma decisioni radicali

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 33-39)

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Essere cristiani è qualcosa di nuovo o è un adattamento alle solite cose che ci permettono un quieto vivere e una vita senza scosse o rivoluzioni?

Noi adulti soprattutto veniamo da una fede che è sempre stata una visione di vita “normale”, condivisa dalla maggioranza, insegnataci senza grosse difficoltà dai nostri genitori che abbiamo sempre visto impegnati, generosi, sicuramente grandi lavoratori e ben piantati nelle loro idee e prospettive: una buona famiglia, dei bravi figli, che sempre andavano educati, rapporti con gli altri sempre un po’ combattivi, ma entro una visione di vita serena e  condivisa.

Non è questa – purtroppo – l’immagine dei nostri giorni, della nostra società, dei rapporti tra genitori e figli, della esperienza religiosa: stiamo comprendendo forse di più che essere cristiani è andare controcorrente su tanti campi, sulla concezione di famiglia, sul rispetto della vita nascente, sull’onestà nel lavoro, sul rispetto della natura, sull’amore per i poveri e gli immigrati, sul costruire ponti e non muri, sul pagamento delle tasse …

Nasce quindi una urgenza che era presente anche con i contemporanei di Gesù: stava cambiando radicalmente il mondo religioso, il tempio non era più il centro della vita, essere credenti voleva dire andare oltre anche la più corretta religione dei padri.

Gesù si fa in quattro per aiutare i discepoli, e noi futuri suoi fratelli nella religione cattolica, a capire che l’essere seguaci di Cristo non si risolve con adattamenti o piccoli restauri, ma con cambiamenti impegnativi e radicali.

Non si poteva essere cristiani, seguaci di Gesù, figli come Lui dello stesso Padre, che è Dio Onnipotente, mettendo pezze nuove sul vestito vecchio o vino nuovo in otri vecchi, ma occorreva un rinnovamento totale. 

Per il battezzato era ed è indispensabile prendere coscienza di questa novità di vita per non fare operazioni inutili e dannose: non si poteva per gli ebrei che si facevano cristiani, e per noi che siamo diventati come senza Dio né Vangelo, cercare di combinare il vecchio col nuovo, ostinarsi a vestire l’uomo vecchio che è sotto la condanna della legge, sotto il predominio delle tradizioni anche belle per ieri, ma oggi non più capaci di dire la bellezza di Gesù, di servire con una sorta di rattoppo con la freschezza del Vangelo di fronte anche alle nuove leggi italiane ed europee che vanno contro l’essere cristiani.

Nessuna legge umana per un cristiano dà diritto all’aborto: il cristiano è giudicato prima di tutto dalla sua coscienza e dal Vangelo.

Noi adulti di fronte ai giovani dobbiamo tornare a testimoniare il Vangelo, anche se impopolare: nessuno nasce a caso, i nostri nomi sono scritti nelle mani di Dio, anche quelli dei lavoratori trattati da schiavi, quelli che muoiono sul lavoro per omissione colpevole di sicurezza, anche quelli dei bambini che oggi, secondo la legge che si dice fatta per la vita, una donna che sta diventando mamma può far morire nel suo seno con due pastiglie nella propria solitudine e espellere dal suo seno embrioni che hanno fino a due mesi di vita.

Non solo, ma con il battesimo veniamo legati alla vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù. Siamo tutti fratelli senza alcuna barriera, né di lingua, né di popolo, nè di razza.

Siamo solo noi che facciamo muri: Dio costruisce sempre ponti e ognuno di noi è sempre un ponte per tutti! Questo è essere cristiani.

Un cristianesimo cui va bene tutto e il contrario di tutto non è gradito nemmeno ai giovani.

4 Settembre 2020
+Domenico

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+Domenico

Domenico Sigalini (Dello, 7 giugno 1942) è un vescovo e giornalista italiano, Vescovo emerito della sede suburbicaria di Palestrina. Una Biografia più esaustiva è disponibile su Cathopedia all'indirizzo https://it.cathopedia.org/wiki/Domenico_Sigalini

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