Lo sai già: si può sempre rispondere a una nuova chiamata di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 13-17)

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Di questi tempi sta diventando ancora più difficile soprattutto per il mondo giovanile, ma anche per chi, sposato, si è fatto una famiglia e vede che la pandemia gli ha sconvolto l’esistenza, tolto la sicurezza, spinto a una ricerca spesso affannosa di nuove possibilità di lavoro e di vita sociale, trovare soluzione alla propria ricerca, alle sue necessità e a una urgente riprogettazione della sua esistenza.

Qualcuno invece non si pone tanti problemi di scelta. Ha trovato due o tre occasioni, le ha seguite, una gli sembra buona e se ne sta tranquillo a vivere di rendita: è una vita senza lode e senza infamia come tutte del resto … “Non faccio niente di speciale, ma sto bene, ho amici, ho fascino, ho soldi, che vuoi di più? Mi tengo pure sempre la mascherina, non vado a nessuna movida …”

A un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella sua esistenza, oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità che gli fa cambiare radicalmente strada: gli si aprono gli occhi, percepisce dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo.

Levi (Matteo) era uno di questi: pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, a spostare danaro, a fare “bonifici”; aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro. Della rispettabilità non gli interessa, tanto per i soldi tutti si creano una maschera e fanno tacere a pagamento se fosse possibile anche la coscienza.

Un giorno però gli capita al banco, dove sta contando euro a non finire, Gesù: e Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice “Seguimi!”

E’ un fascio di luce, un dito puntato, uno stupore, una sorpresa: ti serve qualche donazione per i quattro straccioni che ti seguono dovunque vai? Hai progetti ambiziosi che ti posso finanziare? Ma Gesù non è venuto a chiedere le sue cose, ma la sua stessa vita, l’ardore del suo lavoro, l’intelligenza dei suoi pensieri da applicare al suo Regno non a quello di mammona.

E Levi capisce: proprio me chiami? È me che vuoi? Con tutti i banchieri che ci sono ti rivolgi proprio a me? E alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, provocata da questo invito a risorgere, lo seguì.

Gli è andato dietro, lo ha messo davanti a se come una meta, una forza irresistibile, una luce abbagliante, un calore confortante ed è diventato apostolo, mandato ad annunciare, non più seduto a contare.

Ha una sua vita di relazione, i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; sta di fatto che vuole che Gesù incontri questa sua potente fasciatura, cioè tutto il mondo di pubblicani che lo accerchia.

E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a sradicare certezze e a portare la sua speranza. Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità. Li vede spaesati, ma lui li aiuta a alzare lo sguardo al cielo: è venuto per loro, non per stare nelle sacrestie del tempio a morire di fumo di animali bruciati!

Questo Gesù passa ancora per banche e agenzie, per fabbriche e uffici, per borse valori e università, per corsie d’ospedale e pronto soccorso e punta il dito e dice “seguimi”.

Se lo ascolti avrai trovato la strada della felicità.

16 Gennaio 2021
+Domenico

C’è un posto davanti a Gesù per ogni paralisi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 1-12)

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Lui era ammalato e immobilizzato, la malattia da un po’ di tempo lo teneva incollato al letto paralizzato, lo chiamavano “il paralitico”; era disperato, la sua vita era segnata per sempre, ma aveva quattro amici, aveva 8 gambe, 8 braccia, quattro cuori che facevano il tifo per lui: “Fatti coraggio, ci siamo noi ad aiutarti, per quel che ti serve conta su di noi! Abbiamo sempre lavorato assieme, ci siamo divertiti, ci si è spezzato il cuore quando ti abbiamo dovuto ricuperare senza più forze per sempre, ma non ti possiamo abbandonare.”

Ed è questa amicizia che scatena il miracolo, la fede, la salvezza!

“Ti abbiamo sempre aiutato, vuoi che ora non ti portiamo da Gesù? Di Lui dicono tutti che ha un cuore tenerissimo. Lui ha guarito dalla lebbra … ti ricordi quel cieco che ogni tanto urlava la sua rabbia e la sua fame? Ebbene oggi ci vede e non sta nella pelle dalla gioia … e tu? Da Gesù ti portiamo noi.”

Ve li immaginate questi amici, con la solidarietà che hanno in corpo, se stanno a far la fila, a ritirare lo scontrino che fissa la precedenza, a recedere perché l’ambulatorio è chiuso o perché non c’è più spazio?

“Ti caliamo dal tetto, proprio davanti a Gesù. Tanto a Pietro glielo rifaremo nuovo e per fortuna che è un poveraccio come noi e non ha fatto né soletta, né soffitto né controsoffitto” … «Scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava».

Gesù si vede calare davanti agli occhi il dolore fatto persona, un corpo paralizzato, una vita imprigionata che gli taglia la parola che stava annunziando, gli “interrompe l’omelia”, gli nasconde l’uditorio, gli stizzisce gli scribi che erano riusciti a segregarlo per un seminario di studi sulla Torah, o su qualche iota o apice della legge.

Come fa Gesù a non rispondere alla provocazione di questa fede, di questa solidarietà, alla pressione incontenibile di questa domanda, all’invocazione di questa vita?

“Voi pensate che io sia un guaritore da 4 soldi, che sia uno sciamano che ha ereditato a Nazareth un po’ di magia? Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati: è questo male profondo che io sono venuto a sradicare dal cuore, non sono specializzato in neurologia o in traumatologia, non mi scambiate per un ipnotizzatore. Ora la tua vita è diversa, e per significarti che sei cambiato dentro prendi il tuo letto e cammina ti riconsegno ai tuoi quattro amici, con una vita piena, una salvezza che non potrà non contagiare quelli che incontrerai.”

Il tam tam della salvezza ha cominciato a diffondersi attraverso questo paralizzato con il letto a traino, con una vita nuova fuori e soprattutto dentro.

Il male più grande è il peccato: è aver reciso la vita dalla fede, per noi adulti di oggi avere abbandonato Gesù e averlo ridotto a un nome, a una religione come le altre, a una pia tradizione, è una cosa importante sapere cosa è il peccato.

Questo Gesù è un fatto, non è una idea, non è una pia sollevazione del sentimento, ma una presenza datata e senza fine, definita e aperta a tutte le espressioni del vivere, chiara e scritta nel mistero: è sempre quel Gesù che sa togliere le paralisi della vita, del pensiero, della cultura, della società …

“Alzati e cammina” è l’invito a ogni persona, a ciascuno di noi se cerchiamo di dare alla nostra vita un nuovo centro … aveva, per questo, trovato amici che non lasciavano solo nessuno.

Essere comunità cristiana significa moltiplicare le braccia per portare a Gesù tutti gli afflitti da paralisi del nostro mondo violento, il mondo dei pestaggi o delle polizie di stati violenti che torturano, delle rivoluzioni dei kamikaze, che nella ricerca dissennata di un cambiamento lasciano sul campo paralitici di ogni tipo e tolgono dal cuore del mondo e della cultura Gesù, il Signore della storia.

Che Dio ci conceda che ci sia sempre in prima linea, soprattutto in questa pandemia, qualcuno a scoperchiare tetti, a togliere fasciature, coperture “comode”, per mettere davanti a Gesù l’uomo desideroso di una parola decisiva e definitiva: “alzati e cammina. Io sono con te, io vivo dentro il tessuto dei tuoi rapporti. Non mi cercare altrove, anzi scrivi tu la mia presenza con la tua nuova esistenza dovunque porterai il tuo ingegno, la tua passione, la tua vita in nome mio.”

15 Gennaio 2021
+Domenico

Signore, se vuoi, puoi guarirci

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,40-45)

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Come la felicità di una persona in un gruppo è contagiosa, scatena gioia, voglia di nuovo, così purtroppo è il male, anzi il male è ancor più corrosivo in tutti i rapporti umani: basta una macchia per rovinare un vestito e non è sufficiente un bel gesto isolato a risanare una vita.

La forza misteriosa del male sembra invincibile non solo in te, ma anche nel deterioramento del vissuto sociale: occorre domandare a chi si è lasciato invischiare dalla droga quanta fatica deve fare per uscirne, quanti sforzi, quanta compagnia, quante costrizioni si deve imporre per sperare in una guarigione.

Poter guarire è l’aspirazione di ogni malato, liberarsi dalla colpa è il desiderio di ogni assassino: non si tratta di dimenticare, di stordirsi, di distrarsi … occorre sperimentare liberazione, pace, vita nuova: è questo che porta Gesù alla gente che lo incrocia per le strade della Palestina.

Talvolta è un cieco che chiede di vedere, qualche altra è uno storpio che vuol tornare a saltare … un giorno fu un lebbroso che gli si poté accostare sfidando le maledizioni di tutti, l’ostracismo sociale, la paura degli amici: «Se vuoi, puoi guarirmi

Aveva visto giusto nella sua disperazione: “Tu Gesù sei la salvezza, non distribuisci calmanti o placebo, non curi la facciata, non guadagni sulle nostre miserie, Tu mi puoi ridare speranza, mi puoi strappare dalle maglie di ogni tipo di spacciatori, non mi regali una dose per chiudere il buco della mia crisi di astinenza. Tu mi puoi guarire, mi puoi dare vita nuova. Non mi fermi solo la lebbra che mi corrode, ma mi ricostruisci le mani al posto dei moncherini, mi ritessi le labbra sulla bocca, i piedi su questi due trampoli.” … e Gesù, stese la mano, lo toccò, e gli disse «Lo voglio, guarisci!»

Una parola così me la voglio sentire sulla mia vita, sui miei errori, sulle mie miserie, sulle mie superficialità, sui miei tradimenti; ogni uomo, se ha il coraggio di chiedere e l’umiltà di riconoscere “se vuoi, puoi guarirmi” la riceve in dono come vita rigenerata su tutto il male che ha commesso.

Una parola così la vogliamo sentire sulla nostra pandemia, sui malati in cura intensiva, sulle file ai pronto soccorso, sui medici che hanno contratto l’epidemia, sulle persone anziane e sole, sui nostri vecchi preti che sono costretti dalla pandemia a chiudere la loro vita in solitudine, ma sicuramente non lasciati senza le Tue braccia, il Tuo “venite a Me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e Io vi ristorerò”.

14 Gennaio 2021
+Domenico

Ci voleva anche la pandemia!

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 29-39)

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Se c’è qualcuno che ha ancora dei dubbi, la pandemia che non riusciamo a bloccare, glieli toglie tutti: ogni uomo che viene al mondo deve portare il suo carico di dolore, di pena, di male … non è una fatalità, ma un dato di fatto! 

Siamo sconcertati dal cumulo di dolore, dalle file ai pronto soccorso, da quelle file di camion – che non dimenticheremo facilmente – che portavano bare a seppellire, ti senti schiacciato dal dolore, quando ne devi portare una parte; ti tocca perché sei papà o mamma e spesso ti sembra di non farcela a sostenere il dolore che ti accumula la vita di famiglia; ti tocca per la tua stessa vita, per le vicende che ti capitano, che qualche volta hai provocato tu con la tua insipienza o che spesso ti vengono caricate sulle spalle senza tua colpa: è un incidente, è una malattia, è una ingiustizia, sono le disonestà, le cattiverie, i delitti di chi non ha rispetto di nessuno.

Se poi ampliamo lo sguardo alle file di emigranti, torturati, vessati, stipati in “camion frigorifero”, annegati in mare, disprezzati come terroristi, respinti alle torture, ti senti sicuramente in colpa … ma perché tutto questo macigno straziante di male? C’è qualcuno o qualcosa o qualche prospettiva che ci permetta di vincerlo, non solo di sfuggirlo, di superarlo … non tanto di scaricarlo sulle spalle di altri.

A Gesù, al tramonto del sole di quella prima giornata di Cafarnao, passata amichevolmente nella casa di Pietro, si presenta una massa di ammalati e di indemoniati: si è diffuso un rapidissimo tam tam tra tutti i disperati, la notizia della sua presenza è passata di tugurio in tugurio, di disperazione in disperazione e ciascuno ha trovato la forza di portare alla luce i suoi mali, i suoi malati, i reclusi del dolore.

C’è Lui, Gesù ha detto che il Regno sta scoppiando: Lui comanda ai demoni!

Lui è capace di portare tutto il male del mondo e se ne sente quasi schiacciato, ha bisogno di fissare il suo sguardo gravato dalle scene del dolore negli occhi del Padre e di buon mattino si ritira in un luogo deserto a pregare: non è una fuga al “tutti ti cercano” che Pietro gli grida, non oppone rifiuto, ma allarga ancora più l’orizzonte a tutti i villaggi vicini.

È Lui l’agnello che si carica il male del mondo, non siamo più soli a portarlo: Lui è la chiave di volta sotto cui il peso della vita non potrà mai schiacciarci.

Il male del mondo è tanto, siamo tentati di dire che è troppo, ma bisogna cercare Lui per avere la certezza di vincerlo: se la terra è spaesata, il cielo non è vuoto.

Papa Francesco ci dice sempre che la chiesa deve uscire e accogliere tutti: gli siamo obbedienti oppure ci fermiamo a guardarci negli occhi? Noi i bravi, i garantiti, quelli che dicono di avere bisogno di nessuno e magari non aiutano nessuno?

Tutti cercano solidarietà, compagnia, amore: la Chiesa è in uscita sempre per questo, per essere come il suo maestro Gesù.

13 Gennaio 2021
+Domenico

Gesù è Lui il Signore che vince il demonio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 21b-28)

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Siamo veramente immersi in un mare di sofferenze: spesso non ce ne accorgiamo o facciamo finta che non esistano, le nascondiamo per pudore, ce le teniamo nel segreto delle nostre vite, per vergogna, per evitare commiserazioni inutili.

Oggi le nascondiamo nella pandemia che è già una grande sofferenza, che però fa trascurare le altre che sempre ci sono: molte famiglie si tengono in casa il loro malato, il loro handicappato, il figlio o la figlia incapace di autonomia o soggetto a crisi depressive, a schizofrenia … insomma spesso ci si mette anche il demonio a distruggere la vita di una persona proprio con la sua “possessione”.

Se ne raccontano più di quelle che esistono, ma non c’è dubbio che il demonio ci sia e sia operativo … e queste malattie escono alla ribalta appena si sente un segnale di aiuto, appena si sente dire che c’è qualcuno capace di dare pace, di guarire, di offrire per lo meno speranza.

Capitò così anche a Gesù: quando transitava per un paese, stanava tutte le miserie che c’erano. Le mamme si facevano coraggio e mettevano in pubblico le loro sofferenze, i malati che potevano venivano  portati sulla piazza per incrociare Gesù, chi vi era impossibilitato trovava qualche amico che lo aiutava.

E Gesù dimostrava di comandare anche agli spiriti del male, ai demoni: “Taci, esci, te lo comando. Qui c’è il Figlio di Dio e non ci può essere nessuna zona umana posseduta dal male”.

Gesù è l’unica potente salvezza: è giusto che ricorriamo alle medicine e alle scoperte scientifiche, ma ci sono dei mali che si superano solo nella preghiera, solo affidandoci a Lui!

Non c’è nessuna pastiglia che scaccia il male che è il demonio, non ci sono sostanze chimiche che possono scacciare dalla vita lo spirito del male: occorre molta preghiera, una esposizione costante alla Parola di Dio e una grande fede in Gesù.

Ma chi è mai Gesù? Certo non è riducibile a una persona politicamente corretta, tutta dimostrabile, ben comprensibile … i sapientoni hanno cercato di smontarci nella nostra fede, dicendo che i miracoli che compiva e di cui ci parla il Vangelo fossero frutto di visioni distorte o di racconti edificanti senza nessuna base reale.

Gesù è colui che parla con autorità e che compie segni che lo mostrano Figlio di Dio, Figlio di un Padre che ha creato cielo e terra, che soprattutto ci ha dimostrato un amore grande andando a morire sulla croce per noi.

Questa è la dottrina nuova, insegnata con autorità: “e Dio lo ha risuscitato”.

12 Gennaio 2021
+Domenico

Il regno di Dio è sempre da aspettare e scoprire

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20)

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Nel nostro modo di parlare c’è sempre una attesa, una evocazione, un riferimento a un insieme di giustizia, pace, benessere, salute, che noi credenti chiamiamo Regno di Dio; non sono soltanto sospiri o evanescenze, ma moti dell’animo che mirano a metterci in ricerca continua di una realtà che trapassa tutte le nostre vite, le mette in comunione e le espone alla luce di Gesù, alla forza di Dio, alla sua bontà, al suo grande progetto.

E’ la presenza attiva – se volete – dello Spirito Santo nella nostra esistenza: è Gesù che ce lo ha regalato perché dopo averlo ricevuto nel battesimo al Giordano, dopo averlo avuto come guida e forza nel deserto, Gesù doveva annunciare una presenza nuova, di grande amore e di grande benevolenza di Dio e ce l’ha donata definitivamente con la sua Parola, la stessa croce e con quell’ultimo respiro della morte in croce, che divenne un vero regalo: “emise lo Spirito”.

Certo un minimo di partecipazione di corresponsabilità nella concretizzazione del Regno ci viene chiesto da Gesù con una conversione del cuore che inizia sempre quasi di nuovo con l’accettazione del dono della sua Parola da ascoltare e da fare nostra, l’uscita dalla nostra autosufficienza, ci richiede la fiducia senza remore in Lui, la massima consapevolezza che “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” … del resto tutti rispondiamo a una sua chiamata precisa come ha fatto con gli apostoli, lasciando a ciascuno la libertà di rispondere.

La nostra religione cristiana non punta a una autoaffermazione, ma a una risposta all’invito di Dio, al suo amore … non è “se ci pentiamo Dio viene a noi” ma Dio è venuto da noi perciò ci convertiamo. Ecco perché noi andiamo a tradurre in comportamenti e invocazioni accorate nostre la preghiera profonda, la contemplazione, l’attesa di Dio.

Nessuno di noi deve avere l’impudenza di dire: io non sono come gli altri, e via via sciorinare le cose che facciamo, ma sempre dobbiamo ringraziare Dio perché è venuto da noi e ci ama sempre.

E’ proprio la predicazione di Gesù, sono le sue parole con cui ci illustra che cosa è il Regno di Dio, che inaugura questo nuovo modo di pensare che è assolutamente contrario al nostro buon senso: la sua giustizia precede e determina la nostra!

Di fatto ci dirà, nel discorso della montagna “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei (che si gloriavano di essere ligi ai loro 613 precetti morali) non entrerete nel regno dei cieli”.

Gli apostoli, che hanno risposto alla sua chiamata con generosità sono entrati a fatica, ma con grande decisione, nella logica del regno di Dio … e noi lo supplichiamo sempre di tenerci aperta la porta, che pure sappiamo essere stretta.

11 Gennaio 2021
+Domenico

Battesimo di Gesù

Credo che qualche volta almeno ci ritorni la domanda: Questo Gesù che ho iniziato a conoscere da bambino al catechismo, in casa, a scuola… dove l’ho lasciato? Come mi si presenterebbe oggi? Che mi sta dicendo di Lui la chiesa dove vado a messa? Mi porta davvero a Lui? E Lui Gesù dove sta? Dove si fa trovare?

L’attesa del Messia della gente di allora poteva avere alcune di queste domande … e Gesù nella sua prima uscita pubblica si fa riprendere mentre fa la fila coi peccatori a ricevere il battesimo di Giovanni Battista.

C’è un fremito di attesa tra la gente: non ne può più di promesse, di speranze ingannate, di ingiustizie subite, di disorientamento generale … come un po’ noi con questa pandemia in cui riusciamo a capire sempre di meno che cosa ci capiterà, tempo in cui l’attesa si fa ansia, la domanda pretesa.

Ci sarà qualcuno che potrà rispondere a un popolo tenuto in vita da promesse, a una vita che continua a cercare e che brancola sempre nel buio, che deve procedere a tentoni difendendosi da continui inganni? Chi ci può aiutare a destreggiarci tra i mille ingannatori dell’esistenza, tra le mille immagini che ci vendono felicità e che alla fine ottengono l’effetto di convincerci che non c’è?

Giovanni, il battezzatore, per questa ansia ha trovato la strada e la gente fa la fila: nella fila c’è Gesù. è Lui la meta, è Lui la forza, è Lui la luce della vita!

Per Lui occorre sempre preparare la strada: non basta un Avvento per spianare terreni accidentati e scoscesi in vallate di accoglienza, la nostra vita anche dopo il Natale è tentata di arroccarsi, di indurirsi di fronte all’accoglienza di Gesù, del povero che è sempre l’immagine più vera di Dio.

Occorre sempre che qualcuno annunci con voce forte che Dio è vicino, che la solita melma che intacca l‘esistenza non può sommergere la nostra speranza … e Gesù fa la fila dietro le nostre miserie e speranze, dietro il nostro egoismo, le nostre furbizie, i nostri tentativi anche sinceri di trovare risposte alla vita; si colloca dietro l’ansia di sapere se ancora potremo avere la convinzione e il coraggio di far nascere nuove vite nelle nostre famiglie, di mangiare senza la paura di ingoiarci un veleno, in questa terra inquinata di avviarci verso il declino dell’esistenza senza pensare di concluderla intubati in qualche terapia intensiva o aiutati a morire con un suicidio assistito – definito morte dolce – si colloca dietro la nostra fatica di tenere alta e esigente una concezione di vita che continua a subire attacchi di egoismo, di adattamento al ribasso ..

… ecco, in questa nostra fila si fa trovare Gesù: è in mezzo a noi, folla di peccatori, in segno di solidarietà a dirci che con Lui una risposta c’è, una speranza c’è, non resteremo delusi, la pandemia non è un destino, ma una prova … e nella nostra fila di vita in ricerca, non si sente sminuito dall’essere simile a noi, dal condividere la nostra umanità, perchè in Lui non c’è malizia o peccato.

E in mezzo a noi prega: nel pregare ci apre il cielo, ci apre alla vita vera, a una iniezione di novità, di energia, di Spirito Santo che incendia di bontà la nostra esistenza.

E quella fila di peccatori, di disperati, diventa con Lui, con questo cielo aperto, una comunità che si vuol bene, non solo una fila di gente che aspetta il suo turno, diventa una chiesa che si aiuta, che si mescola come sempre nei meandri della vita di tutti i giorni, la condivide con tutti, portandovi speranza, senso …

  • portando acqua che lava e rigenera: il battesimo c’è sempre, a disposizione, non è più di moda, ma è il primo dono che facciamo ad ogni creatura, per immergerla nella morte e risurrezione di Gesù;
  • diventa crisma che dà ardore alla vita con lo Spirito Santo nella Cresima, guida nel darci preti e vescovi, olio santo, per confortarci nella malattia;
  • diventa pane e vino che ci nutre, sta con noi e ci accompagna in ogni Messa;
  • vince ogni riduzione egoista degli affetti diventando dono d’amore col matrimonio, che crediamo sempre più inutile, solo costoso e fumoso;
  • si fa perdono che risana fragilità e riavvia vite disperate – i confessionali ci sono ancora – e ci permette di compiere per la sua misericordia opere giuste, scelte difficili e impegnative, ma vere di perdono;

Tutti questi doni di quella fila diventata Chiesa cambiano quella fila in comunità di speranza: allora non c’è più spazio per la depressione perchè questo nostro Gesù da quel Natale rimane sempre un Emmanuele, il Dio con noi, anche quando, come stasera, torniamo a rimettere negli scatoloni il presepio.

10 Gennaio 2021
+Domenico

Gesù siamo nella fila per arrivare a Te

Una riflessione sul Vangelo Secondo Marco (Mc 1,7-11)

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Abbiamo tutti un ricordo lieto e triste di una prima volta: il primo giorno di scuola, il primo giorno di naia (quando si faceva il militare) il primo giorno di matrimonio, il primo figlio, il primo bacio, il primo volo, il battesimo dell’aria … è stato qualcosa che ci ha iniziato alla vita, che le ha dato un nuovo colore, che ha coronato una lunga preparazione o attesa, che ci è capitato improvviso e che ci ha fatto scoprire qualità impensate.

Spesso è stata una investitura: “Adesso sei grande, tocca a te, non ti tirare indietro; sei su un trapezio, non ci sono più reti di protezione” … un misto di brivido, di paura, di orgoglio, ci ha fatto decidere.

Non so se Gesù provava qualcuno di questi sentimenti, là al Giordano in quella fila di peccatori: era stato attratto da Giovanni, sentiva che Dio, suo Padre, non era ingessato nei ritualismi o imprigionato nel tempio, ma era là nell’attesa della povera gente, povera di speranza soprattutto, una povertà che attraversa ricchi e poveri, stolti e intelligenti, uomini di potere e servi inutili .. assomiglia a questa – forse – l’attesa che termini questa pandemia.

E qui al Giordano il Padre, che Lui chiamerà sempre papà (solo sulla croce lo chiama Dio quando ripete le parole del salmo “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”, ma le sue ultime parole saranno ancora “papà nelle tue mani mi abbandono”), ebbene qui al Giordano è ancora suo Papà che lo offre a noi a mani spiegate, lo manda, lo accredita, lo spinge sul trapezio dell’annuncio e del dono fino alla morte, senza rete.

L’unica rete sono le sue braccia: con questa consapevolezza Gesù guarderà in faccia la morte, supererà le tentazioni, non soffrirà la solitudine.

“Sei mio figlio, oggi ti ho generato, sei il prediletto, (Agapetòs, Agàpito; non posso dimenticare questo nome che è del giovane santo martire cui è intitolata la diocesi di Palestrina, la mia unica diocesi cui ho dedicato tutti i 12 anni del mio servizio episcopale) non ho altro bene fuori di te, ti affido all’ascolto di tutti, ti mando il mio Spirito; il nostro Spirito è la tua compagnia, la tua consolazione, la tua forza. Oggi lo Spirito aleggia su queste acque come spirò sulle acque del caos primitivo, è una nuova creazione che cammina con te.”

Sono disposto a perderti (a morire con te su una croce) purché questa fila di peccatori, che sta con te nell’acqua del Giordano diventi una fila di santi, di giusti, di uomini e donne nuovi.

In questa fila noi ci siamo stati: non era più quella del Giordano, ma quella del battistero cui ci hanno portato i nostri genitori; non ne siamo ancora usciti santi, ma ci speriamo sempre di diventarlo con l’aiuto di Dio, tra le “persone della porta accanto” come dice papa Francesco.

10 Gennaio 2021
+Domenico

La pandemia non è un destino, ma una prova

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc6, 50-51) dal Vangelo del giorno (Mc6, 45-52)

Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò.

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Perseguitati dai fantasmi, presi dentro vicende che hanno dell’impossibile, sfortunati da ogni punto di vista, spesso col cuore sospeso perché ci sembra di dover rispondere a forze più grandi di noi … in questi tempi di pandemia soprattutto ci sentiamo anche impotenti di fronte a un contagio che dipende anche da noi, ma che ha la sua penetrazione spesso nemmeno tracciabile.

Ci siamo dentro tutti, sperimentiamo che la vita non è proprio nelle nostre mani, anche se possiamo almeno difenderci, perché neanche la pandemia è un destino: ci sembrava d’aver trovato un equilibrio e ci capita una disgrazia e ci riporta alla nostra debolezza.

I discepoli di Gesù si trovano proprio nel pieno della bufera anche metereologica, oltre che spirituale: sono sballottati dal vento e dalle onde di un lago quasi sempre calmo, ma tragico nei suoi colpi di testa.

Hanno bisogno di Gesù, si mettono a gridare, ma lo ritengono un fantasma. Si ritengono perseguitati dalla mala sorte … e Lui “coraggio sono io, non ci sono fantasmi nella vita, c’è sempre e solo la cattiveria degli uomini che ha sconquassato il creato e la bontà di Dio che vi salva. Io sono qui per darvi la gioia di una compagnia, per farvi nascere dall’interno la disponibilità allo Spirito” … e salì sulla barca con loro.

Gesù sale sulla barca della nostra vita, non ci lascia soli con i fantasmi delle nostre paure e la debolezza dei nostri cuori smarriti: la sua è una compagnia da sempre progettata, dall’Incarnazione realizzata e non sarà mai più ritratta.

Oggi è presente con lo Spirito Santo, la forza quotidiana della vita e della fede. Verrà ancora una volta alla fine dei tempi proprio perché abbiamo la sicurezza di un appuntamento non con la fatalità o l’ineluttabilità degli eventi o la lenta distruzione del mondo, ma con la sua pienezza in cui tutti potremo vivere.

Stiamo vivendo ancora questa attesa?
Siamo sempre sentinelle anche dopo il Natale o becchini di un cimitero?

La nostra vita è più grande della pandemia: ci dobbiamo sempre difendere, apriamo la nostra cura a tutto il mondo, non lasciamo indietro nessuno, perché se ne esce solo assieme.

Anche con i vaccini o facciamo in modo che li abbiano tutti, anche i paesi poveri oppure ci troveremo ancora inguaiati proprio perché ci riteniamo privilegiati e potenti.

E’ forse la nostra poca fede che non ci permette di avere la lucidità di una speranza certa, di superare le tentazioni dell’abbandono e della sfiducia, dell’egoismo e del si salvi chi può.

Dalle nostre vite salgono grida, purtroppo spesso sono di rabbia e di disperazione, debbono invece sempre essere di invocazione: Dio ci ascolta!

Se la terra è spaesata, se ci mancano riferimenti validi e solidi, se ci disperdiamo nelle nebbie del nostro relativismo, noi abbiamo la certezza che il cielo però non è mai vuoto.

9 Gennaio 2021
+Domenico

Dalla compassione al farsi carico della gente

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 34-44)

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Capita a tutti di essere messi a confronto con situazioni che ti provocano compassione: non è un vago sentimento o una impressione momentanea, ma quello che vedi o che provi … ti provoca dentro, il contatto che hai con le persone non ti lascia solo di loro una fredda fotografia, ma la loro situazione ti va subito oltre la pura curiosità, ti va al cuore – gli ebrei dicevano “alle viscere” – provocando  un moto di partecipazione concreta, almeno una domanda: e io che ci posso fare?

Gesù si trova su una barca e sta parlando alla gente che lo segue a riva e lo vuol ascoltare, si accosta a terra: conosce quel che c’è nel cuore di queste persone e capisce subito che il loro bisogno di ridare senso alla loro umanità, alla percezione di speranza che stanno sperimentando nell’ascoltarlo, esige che lui se ne faccia carico.

Il Tempio era un luogo da frequentare a ore, in certe giornate, ma la loro vita era tutta fuori nel mondo delle loro relazioni, nella famiglia, nel lavoro, nelle loro case e piazze … e Gesù fa passare subito questa loro voglia di ascoltarlo in una domanda profonda: sa di dover scavare fino in fondo nell’esistenza di ciascuno di loro.

I suoi apostoli non sono ancora abituati alla missione di Gesù, però sono attenti alla situazione fisica in cui si trova la gente e la esprimono a Gesù con preoccupazione, non sicuramente per farsene carico, ma per “sbolognarli” -diremmo noi- con la scelta “che ciascuno si arrangi”.

Gesù immediatamente risponde, invece, a questa fame concreta, che le parole sue riescono un poco a far dimenticare, ma non a togliere chiedendo: “quanti pani avete? fa un po’ un giro tra la gente e vedete se si sono portati qualcosa.”

Solo cinque pani e due pesci: un resoconto che gli apostoli mettono ben in evidenza per provocare Gesù … e Gesù fa sedere la gente e compie il miracolo della moltiplicazione dei pani.

Non sono ancora la risposta alla compassione che prova per questa gente, ma il regno di Dio, che Lui vuol portare, avrà bisogno di questo segno, del suo segno di donare la sua vita, farsi pane e diventare nostro complemento: “E’ gente che sicuramente ha un’altra fame più profonda di questa, e io devo dare loro un cibo soprattutto per quest’altra.”

La sua risposta già comincia ad essere anche per lo spirito, infatti non “ciascuno s’arrangi” ma “mettiamoci e mettiamoli assieme”, perché il regno di Dio non sarà la somma di soddisfazioni private della propria fame, ma la condivisione della stessa fame e della stessa ricerca di sfamarsi.

In maniera esplicita ed evidente, anche gli apostoli sono aiutati a leggere in profondità quell’altra fame dello spirito che ogni uomo ha e di cui si dovranno soprattutto preoccupare nella loro missione.

Questi apostoli, sono in pratica la nostra immagine: concreti, sbrigativi, ma superficiali: pensano che tutto si risolva a sfamarli di cibo e non solo dicono “ognuno s’arrangi”, ma dopo la proposta di Gesù e la miracolosa moltiplicazione credono che il discorso sia finito, che la compassione di Gesù possa ritirarsi, anzi cominciano a dirsi la “fortuna” di avere un maestro che ti risolve anche il problema del vitto, così che cresce il loro potere presso la gente.

Ma Gesù non concede il  minimo spazio alla illusione della gente e dei suoi stessi apostoli e li invita – a tagliare la corda, diremmo noi – a prendere subito la barca e portarsi lontano da queste tentazioni: la gente voleva farlo re … e noi oggi come possiamo cambiare la nostra compassione e portarla a compimento indicando la strada della salvezza?

Incontriamo tante persone che ci sembrano proprio senza guida, senza indicazioni di vita, accontentati al ribasso, seduti, addirittura ingannati … abbiamo la pazienza di aiutare a nutrire un’altra sete, proprio perché il nostro mondo gli toglie gli stessi valori.

Penso alla vita, dal concepimento alla fine naturale, a un amore casto, a una solidarietà  senza tornaconto, a coinvolgimento non da dilettanti, ma di gente che è disposta a tutto pur di far risuonare nella vita delle nostre comunità la gioia del Vangelo.

Compassione non sarà mai “poverino …” ma condivisione massima con chi troviamo in difficoltà, comunicazione della nostra esperienza di Gesù e assieme andare verso Lui.

8 Gennaio 2021
+Domenico