Due giovani si allontanano dalla felicità e Gesù li riprende

Una riflessione Esegetica sul Vangelo secondo Luca (Lc 24, 13-35)

Audio dell’introduzione

Non compare nei Vangeli delle domeniche di quest’anno un’altro … testo molto importante che voglio proporvi, come facciamo di solito con le nostre esegesi: è l’episodio dei due discepoli di Emmaus, perchè ci aiuta a capire di più tutta l’esperienza del risorto.

Lettura del Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Audio della riflessione esegetica

Sicuramente delusi, forse anche un po’ disperati, assolutamente con il morale ai tacchi … ti capita qualche volta di avere giù la catena e di stare con il tuo miglior amico a dire tutte le scalogne che ti capitano, magari tutti e due con una birra in mano, per vedervi crescere la forza di una confidenza impossibile e la sofferenza di una tristezza … palpabile.

Ed ecco – dice il Vangelo – in quello stesso giorno due di loro erano in cammino

Erano in cammino e si allontanavano da Gerusalemme, esattamente il contrario del cammino di Gesù che sempre era orientato a Gerusalemme, alla sua meta.

Scendevano e si allontanavano – se ricordate – dal cammino di Gesù anche quell’uomo che incappò nei ladri, quel levita e quel sacerdote che non osarono fermarsi a sorreggerlo e a confortarlo: se ne andavano dal centro della fede, avevano smesso di camminare verso la felicità e le remavano contro; si erano stancati di cercare, avevano preferito tornare sui loro passi.

Sono l’immagine dei nostri percorsi di fuga dalla vita vera, soprattutto dai problemi veri, dalle prospettive faticose, ma che danno soddisfazione.

Avevano abbandonato il Cenacolo, perché vi si respirava aria troppo triste, non avevano avuto più il coraggio di stare là con Maria ad aspettare: è fuga anche non aspettare più, non attendersi più niente dalla vita … potremmo dare un’occhiata alla nostra vita e vedere quante fughe facciamo, quante scuse accampiamo per non guardarci dentro, quante solitudini andiamo ad accumulare, anziché a nutrire di speranza.

Uno dei due ha un nome, Cleopa, l’altro siamo ciascuno di noi: noi persone siamo gente sempre in cammino,  maciniamo chilometri e vogliamo vedere sempre cose diverse, non sempre nuove … non ci ferma nessuno: è bello camminare, è bello vedere nuovi mondi, nuovi panorami, farsi nuove prospettive, non rinsecchire nelle cose di sempre, sicure, senza rischio, ma non tirando calci ai sassi per disperazione come questi due, indispettiti di non riuscire a capirci più niente, con nella fantasia dei sogni che si sono infranti e spenti.

E’ bello camminare, ma avere la certezza che la direzione è giusta, che non è una fuga, non è un percorso di perdizione, ma una salita faticosa verso … ideali grandi.

Mentre discorrevano e discutevano insieme – sempre il Vangelo

Discorrevano e discutevano: sono verbi un po’ attutiti … il significato letterale è che si buttavano addosso l’un l’altro la colpa della tristezza che sentivano. La loro amicizia li aveva legati nella risposta generosa al “venite e vedrete”, nella consuetudine con Gesù, ma adesso si rimproveravano l’un l’altro del fallimento: «Anche tu però hai abboccato alla grande! E tu che mi dicevi “tranquillo siamo in buona compagnia!” Tu invece che di solito sei intraprendente, ti sei adattato e sei stato il primo a dileguarti! Ma abbiamo fatto bene a squagliarcela».

Gesù in persona si accostò e camminava con loro.  Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.

Stanno fuggendo, stanno allontanandosi dalla via che Gesù aveva loro indicato, stanno facendo di testa propria, hanno deciso forse di chiudere l’avventura con tutta la “questione Gesù”.

Anche questa volta è ancora Gesù che non li molla: Gesù non ci lascia mai, Gesù non se la squaglia, siamo noi che non lo vediamo, che abbiamo gli occhi solo per i nostri idoli, le nostre mire, i nostri orizzonti chiusi.

C’è sicuramente qualcuno nella nostra vita che fa di tutto per impedire ai nostri occhi di poterlo vedere … si ripete un ritratto che definisce sempre le apparizione di Gesù, il Risorto. Non sono in grado di vederlo.

Lui c’è, ma non è nelle nostre facoltà di poterlo vedere, non è il punto di arrivo dei nostri sforzi, delle nostre ricerche, delle nostre astrazioni, o delle nostre finte per far tacere il problema o per ritrovare una sistemazione alla bell’e meglio nella vita cristiana, in parrocchia .. magari.

E’ lui che si dà a vedere, non siamo noi che lo troviamo: è crocifisso risorto si dà a vedere, non è visto. La risurrezione è una novità radicale, irriducibile, ma da Lui resa “accessibile”.

La speranza che egli costituisce è sempre un oltre ogni nostra iniziativa: il modo di narrare di Luca fa percepire che non stiamo solo ascoltando la narrazione di un episodio della vita del risorto, ma che siamo collocati dentro un contesto liturgico, come vedremo alla fine quando Gesù spezza il pane.

Questo ci fa capire ancora di più quanto la liturgia sia lo spazio in cui l’accoglienza si fa radicale: lì non sei tu che agisci, la speranza che riesci a incontrare non dipende dal numero di parole che dici, ma dalla sete dell’Assente che hai, dalla accoglienza cui ti apri, dall’inedito di Dio che sempre ci sorprende.

Spesso accostiamo la liturgia con pretese di rendere tutto a nostra misura, a nostro indice di gradimento, ma noi sappiamo che la liturgia è proprio il donarsi di Dio a noi, quindi con le sue leggi, i suoi gesti, la sua parola … non è che per questo deve essere incomprensibile o ingessata, ma sicuramente non può essere la somma delle nostre espressività umane.

Nella vita dei due si sta svelando l’inedita rivelazione di Dio nella potenza della risurrezione e purtroppo il loro aspetto è non solo triste, ma tetro, nero come il loro cuore … e Gesù li provoca, vuol guardare dentro nel loro cuore, vuole sentirsi dire se si è mantenuta in loro una anche debole speranza, una fragile fede.

Niente.

S’arrestarono al sentirlo parlare col volto buio dei momenti vuoti: “Come? Io ho patito tutto il dolore possibile, voi mi avete abbandonato nelle mani della soldataglia cui non sembrava vero di poter sfogare su di me tutte le cattiverie e le frustrazioni della loro vita, mi hanno flagellato e scannato come un agnello condotto al macello, vi siete rifugiati in una oasi di tranquillità lontano da quelle scene di sangue che io per voi pativo su di me e voi neppure un dubbio vi siete mantenuti nel cuore? Avete già cancellato tutto. Avete visto la sacra rappresentazione da lontano, avete forse scrollato il capo per dire la vostra sfortuna di avermi incontrato, non il mio dolore di avervi troppo amato. E ora in questo cammino che s’allontana sempre di più dalla verità non sapete far altro che dare forza vicendevole ai vostri dubbi e alle vostre debolezze.”

State seminando la strada per Emmaus con le vostre pietre tombali, dei vostri definitivi “ormai”, con le vostre disperazioni incoscienti. Sapete usare solo i verbi all’imperfetto. Tutto è irreparabile.

Questa è una cattiva abitudine con cui definiamo tutte le nostre vite, le esperienze affettive: ci volevamo bene, ma ormai…; le abbiamo tentate tutte, ma ormai…; siamo entusiasti di quello che con l’amore ci nasce nel cuore, ma ce lo hanno avvelenato e ormai…  Ho cercato lavoro dovunque in maniera onesta, ma ormai… Credevo di offrire al mio amore un cuore puro, e un corpo dedicato, ma ormai … l’ho già venduto a pezzetti a tutti quelli che mi hanno preteso.

E Gesù dice …

Sciocchi e tardi di cuore

“Siete proprio senza testa e vi tenete in  petto un cuore di pietra, pesante, grossolano. Mettete testa e cuore a quanto vi dico e vedrete a quale  piccineria avete affidato le vostre intelligenze e i vostri cuori. Nella vostra stessa Torah (nella legge) c’è già scritto tutto, solo che non riuscite a far funzionare il cervello; l‘accoglienza della fede, la consapevolezza che non abbiamo in mano noi il segreto della vita …”

… e Gesù, il Verbo fatto carne, la Parola si mise a dipanare le tenebre dell’incoscienza, della superficialità, della paura, della chiusura sul proprio piccolo cabotaggio.

E Gesù presiede alla prima parte, assolutamente d’ora in poi necessaria, della messa: l’ascolto attento della parola, la provocazione a farsi ammaestrare dalla verità.

La Parola di Dio nella vita dell’uomo è risolutiva di tante nostre domande, di tante solitudini, confusioni … purtroppo l’abbiamo ridotta o a qualche bella sentenza sempre edificante, o qualche didascalia di cose già fatte e definite.

Invece la Parola è viva, è come una spada a doppio taglio … “non ritorna a Me senza avere compiuto quello per cui è stata mandata”.

Quando la Parola ti penetra nel cuore, allora ti nasce una grande pace, non è come quando guardi la Tv , o senti i talk show o stai tutta sera a sparare idiozie con gli amici, contento di stare in compagnia, ma incapace di dare alla gioia dello stare assieme quella verità cui sempre si aspira, ma che va cercata con fatica e impegno, scavando dentro di noi e rischiando … ricerca che va oltre.

E alla fine i due discepoli di Emmaus dicono …

Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino

S’è consumata una giornata, una vita a dire la delusione di quello che si è, è calata l’oscurità come frutto della delusione e della disperazione … non volge al declino solo il giorno, ma la speranza, il senso di quello che si è.

Ma Come si può ricominciare da capo? la vita porta sempre qualche cosa di bello e di nuovo, di giusto e di vero oppure è una eternità ingessata nelle nostre miserie?

  • E’ sera quando non sappiamo chi siamo;
  • E’ sera se ci mettiamo noi al posto della verità;
  • E’ sera se cediamo alla casualità, se ci adattiamo;
  • E’ sera quando non si rispettano la dignità della persona e la sua sete di autonomia;
  • E’ sera quando ci si rifugia a scambiare amore e si trova che è solo egoismo e fuga;
  • E’ sera quando mi scoraggio nella precarietà, quando mi distruggono il valore di tutto ciò che ho tentato di costruire nella vita;
  • E’ sera quando ricasco nel vizio, dopo aver giurato, su quel che ho di più sacro, che avrei vinto;
  • E’ sera quando non riesco a dare senso a nessuna preghiera, quando l’amore mi pare una abitudine e l’amicizia un egoismo camuffato;
  • E’ sera quando sperimento noia e non c’è niente che mi piace da fare;
  • E’ sera quando mi si chiude il cielo sopra la testa, perché mi affido solo … ai miei sensi.

Insomma, ciascuno di noi ha il suo buio e oggi può dire a Gesù “Resta qui, non mi lasciare solo, stai con me, stringimi forte perché scivolo via come l’acqua.”

Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.

Gesù accetta l’invito: si ferma, non fugge, resta, si siede a mensa, vuol condividere il pane quotidiano, si accompagna nel momento della gioia della condivisione … e compie quel gesto profondo, innovativo, rivoluzionario e intimo dell’ultima cena: Quella l’avevano ancora negli occhi, quel dono prima di morire li aveva “stregati”, li aveva convinti che Gesù non poteva abbandonarli.

Si aprirono i loro occhi: il corpo spezzato e il sangue versato sono segni di riconoscimento dei cristiani.

E’ solo lì che noi possiamo definirci: il brano evangelico qui va sicuramente oltre la narrazione di un fatto, assurge a simbolo della nuova vita dei credenti; quei due discepoli che riconoscono Gesù allo spezzare del pane sono la comunità cristiana di tutti i tempi che si ritrova a fare Eucaristia sotto ogni cielo, ad ogni latitudine a incontrare il Risorto, la Domenica.

Da Emmaus fino alla fine del mondo, fino al Regno dei cieli, l’Eucaristia scandisce i tempi della vita del mondo e dell’avvicinarsi del ritorno di Gesù Risorto.

Sono andati a Messa e hanno smesso di sentirsi soli, di parlare all’imperfetto, di tirare calci di dispetto ai sassi … hanno smesso di dire ormai … S’è illuminata la loro vita dal buio della loro vita.

… ma lui sparì dalla loro vista.

Divenne invisibile ai loro occhi, dice letteralmente il vangelo, non è andato via, è sempre presente, è sempre lì nel pane e nel vino, nella preghiera di ringraziamento, nello spezzare del pane.

Tocca a noi ora rendere visibile la sua presenza nel mondo, perché Lui è qui: da quando è risorto è presente, attivo, soltanto invisibile agli occhi.

E i due di Emmaus dicono …

Non ci ardeva forse il cuore nel petto …

C’è ora un cuore ardente in ciascuno di loro.

Era ardente anche il roveto del deserto, ardeva nell’indicare la presenza di Dio, oggi sono questi cuori che ardono che indicano agli amici la presenza di Dio e se ne corrono a portare questo fuoco a tutti.

Eccezionali per ogni generazione le parole di Giovanni Paolo II a Tor Vergata nel 2000: “Sono certo che anche voi, cari amici, sarete all’altezza di quanti vi hanno preceduto. Voi porterete l’annuncio di Cristo nel nuovo millennio. Tornando a casa, non disperdetevi. Confermate ed approfondite la vostra adesione alla comunità cristiana a cui appartenete. Da Roma, dalla Città di Pietro e di Paolo, il Papa vi accompagna con affetto e, parafrasando un’espressione di Santa Caterina da Siena, vi dice: “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!” (cfr Lett. 368).

Questa presenza di Gesù è necessaria come l’aria che respiriamo.

E continuava il Papa “Affido a voi, carissimi amici, questo che è il più grande dono di Dio a noi, pellegrini sulle strade del tempo, ma recanti nel cuore la sete di eternità. Possa esservi sempre, in ogni comunità, un sacerdote che celebri l’Eucaristia! Chiedo per questo al Signore che fioriscano tra voi numerose e sante vocazioni al sacerdozio. La Chiesa ha bisogno di chi celebri anche oggi, con cuore puro, il sacrificio eucaristico. Il mondo ha bisogno di non essere privato della presenza dolce e liberatrice di Gesù vivo nell’Eucaristia!”

E partirono senza indugio

La vera traduzione è: si alzarono nella stessa ora e fecero ritorno a Gerusalemme.

Questo giorno non finisce più: “Ma non era sera, non c’era ormai buio, non ci si stava disponendo a lasciar passare il tempo della notte nella calma? La notte è nostra, ce la teniamo stretta, serve a noi, ad andare fuori di testa tante volte, il giorno non ci piace è pieno di gente che ci importuna. Lasciateci qui, a riprenderci la nostra vita. Invece con quella forza, con quel fuoco, con quella verità che è scoppiata nella loro vita hanno deciso di fare della notte il loro vero nuovo giorno; correndo, hanno ripreso il cammino stavolta nella direzione giusta, con il cuore pieno e vivo, con l’ardore della loro vita e la forza della loro fede.

Hanno rischiarato la notte, l’han fatta diventare il tempo della missione: non è il tempo dello sballo, della ricerca … della felicità sbagliata, ma della comunicazione del tesoro e del fuoco della vita.

Sono tornati dagli undici, cioè là dove era raccolto il piccolo resto di impauriti, che a mano a mano prendevano speranza.

Con gli undici c’era Maria, la madre di Gesù: se li è visti ritornare come ogni mamma che sta silenziosa a vedere che scelte libere fanno i figli … vanno vengono, hanno i loro dubbi, si prendono le loro libertà, fanno le loro fughe … e loro, le mamme, aspettano che cigoli la porta di casa la mattina della domenica, tirando un sospiro: “è tornato, è tornata ancora viva, speriamo anche nell’anima…”

I discepoli di Emmaus, tornano di notte, fanno cigolare la porta del Cenacolo, vi trovano Maria e non hanno bisogno di annunciarle che Gesù è risorto – lei non ne ha mai dubitato – ma solo di dirle che lo hanno visto anche loro, e cantano con Lei il Magnificat, la gioia dell’inizio di un mondo nuovo, definitivo.

E’ quello che vorremmo fare anche noi sempre, dire con Lei il Magnificat: siamo contenti perché Gesù si è affiancato a noi, ha fatto grandi cose, ha sconfitto la morte, ha disperso i superbi, ha distrutto la nostra continua depressione, ha dato fiato a chi non ha voce, ha visitato le nostre giornate, ha risposto alle nostre attese.

Maria, abbiamo incontrato il Signore Gesù, vogliamo fare festa con te, ringraziarti che ci sei stata vicina e continuare con te a vivere questa fede pasquale.

18 Aprile 2021
+Domenico

Ritorna la speranza e saltano le paure

Una riflessione sul Vangelo del giorno (secondo Luca, capitolo 24, versetti 35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Audio della riflessione

Occorre che ci riportiamo – ogni volta che leggiamo un Vangelo della risurrezione – alla forza, gioia, dono inestimabile della Pasqua e non possiamo non leggere le emozioni, le paure, le nuove forze che nascono nel gruppo disperato – fino a quel giorno – degli apostoli; è un cammino che viene richiesto a tutti per vivere la Pasqua non come una domenica qualunque o un fatto come tanti della vita di Gesù, ma come essa è: il centro della sua esistenza, della sua missione, il centro della nostra fede e della nostra vita di Chiesa.

Gesù ritorna dai suoi e li trova sconvolti e pieni di paure; collochiamo questo fatto in un rapporto normale tra amici: avevano vissuto assieme per circa 3 anni, si erano lasciati lentamente convincere e scaldare il cuore, in Gesù avevano ritrovato speranza … ce ne avevano messa di volontà per riuscire a entrare nel nuovo ordine di idee, nella nuova esperienza di fede che Dio che aveva loro offerto nella persona di Gesù … ne avevano viste di schiavitù saltare, si erano sentiti entusiasti al ritorno dalle piccole missioni a due a due che avevano fatto; ogni tanto litigavano fra loro per spartirsi i ministeri del Regno di Dio … e Gesù li rimproverava amabilmente.

In quell’ultima cena erano convinti, partecipi, commossi, si erano lasciati lavare i piedi. Ma poi c’era stata la prova, lo sconvolgimento, la tentazione, la fuga.

Lui l’avevano lasciato al suo destino, la costruzione della loro nuova mentalità non aveva retto: erano crollate a una a una le motivazioni umane: fascino di Gesù, amicizia, entusiasmo per una nuova visione della realtà, sogni di mondo nuovo, progetti di attività comuni, contrapposizione al mondo, al modello religioso dei farisei.

Avevano sperimentato, ciascuno in cuor suo, la delusione: forse per questo sentirsi “sconvolti e paurosi” era ancora una sorta di rabbia quasi fosse stato Gesù ad averli traditi e ingannati e non loro ad averlo abbandonato.

Secondo loro, Lui non aveva mantenuto le promesse e se ne erano tornati a pescare, le donne avevano speso un capitale per imbalsamarlo – tanto credevano alla risurrezione che aveva loro promesso – e i discepoli si stavano a leccare le ferite.

Ma Gesù si ripresenta, e non per la resa dei conti: arriva per aiutare a capire, per ricostruire amicizia, per radicare nella fede le loro esistenze smarrite. “Quei colpi secchi sui chiodi che avete udito da lontano mi hanno forato mani e piedi, ma non mi hanno fissato alla morte. Quell’urlo agghiacciante che avete potuto sentire, ben protetti per non farvi vedere, non è stata disperazione, ma affidamento a Dio mio Padre, che mi dona per sempre a voi. Quel colpo di lancia ha fatto nascere la nuova comunità, la Chiesa, che ora affido a voi, per vivere una nuova comunione”.

Insomma … gesù non rinfaccia il tradimento ma continua a farli crescere, li lancia nella missione: “Voi sarete testimoni di tutto questo”. Non è il modo di educare di tanti consigli disciplinari o scolastici, che è quello  di calcare la mano sugli errori, di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe, di chiamare alla resa dei conti … Gesù invece torna ad avere fiducia, richiama ancora dalla sua parte e dice “vi affido la mia buona notizia, il vangelo, da annunciare a tutti, e non vi lascio soli; il mio corpo e il mio sangue lo avrete sempre.” … e ce lo affida anche oggi.

18 Aprile 2021
+Domenico

Non abbandonare la nostra barca

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 19-21) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 16-21)

Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Audio della riflessione

La nostra vita è proprio una barca che solca mari, fiumi, torrenti, oceani a seconda della capacità di libertà che ci creiamo, a seconda della vocazione che ciascuno vive o delle situazioni che la vita ci costringe spesso ad affrontare. Qualche volta sembra tutto tranquillo, altre volte ci si sente buttati in problemi più grandi di noi, spesso ci si sente alla deriva, senza mete e certezze. La nostra vita, la nostra barchetta deve destreggiarsi in mezzo a tante situazioni difficili. La meta è il porto della felicità, ma la barca non scivola da sola verso la felicità, va orientata, occorre tenere il timone nella direzione giusta. E spesso il timone si rompe o scende la nebbia a occultare la meta e rischiamo di perderci. Spesso siamo senza bussola, nessuno ci può indicare la strada.

Gli apostoli un giorno partono da soli e prendono il largo, non c’è Gesù. Infuria una bufera che mette a repentaglio la loro vita. Continuano a fare miglia e miglia senza toccare riva, senza arrivare al porto, girano su se stessi. Scorgono Gesù da lontano che li incoraggia, lo prendono con sé e rapidamente la barca toccò la riva. Contro la loro fatica inutile, con Gesù riescono con rapidità a giungere alla meta.

E’ troppo evidente il significato. Con Gesù nella barca della nostra vita non dobbiamo temere niente, non giriamo a vuoto, non torniamo disperati sui nostri passi, come quando si perde la strada; non lavoriamo per niente,  non ci perdiamo d’animo, né  ci possiamo scoraggiare. Lui è il Signore della vita, Lui ci ha creati e ci ama ad uno ad uno, Lui ci può salvare.

Il nostro unico impegno è di fidarci di Lui, di affidarci alla sua potenza e alla sua bontà. Sembrerebbe facile, ma occorre una grande fede, una profonda fiducia, un taglio alla radice delle nostre false sicurezze, cui ci abbarbichiamo, che difendiamo pur sapendo che non portano a niente. Crediamo di essere noi gli artefici della nostra vita, invece è Lui.

Avere fiducia in Dio non significa abbandonare la lotta o consolarsi della debolezza, ma avere la certezza che il cielo non è vuoto e che le nostre strade sono illuminate dalla sua presenza infallibile. Questo ci dà forza e decisione, ci fa affrontare i pericoli che rimangono sempre da superare, ma senza paura perché c’è Lui.

17 Aprile 2021
+Domenico

Basta un ragazzo per fare miracoli!

Una riflessione sul Vangelo del giorno (secondo Giovanni, captolo 6, versetti 1-15)

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Audio della riflessione

Dicono … che i giovani sono sbadati, che occorre sempre rimproverarli perché si dimenticano tutto … non sono poche le mamme o i papà che rincorrono i figli per portare loro a scuola o al lavoro ciò che hanno dimenticato.

Non è stato così di quel ragazzo che è andato a vedere Gesù sulla montagna: ne aveva sentito parlare, sicuramente, aveva anche lui una voglia incontenibile di vederlo, di sentirlo, di poter raccontare agli amici: io c’ero.

E’ tanta la gente che segue Gesù, che resta incantata dai suoi discorsi: si appassionano talmente a quanto dice che dimenticano tutto.

Lui invece, il ragazzo, il famoso sbadato, sa che a tempo giusto gli viene una fame da lupo, gli si fa un buco nello stomaco che nessuna parola può riempire. Che fa? si prende in saccoccia dei panini. Andrea ha allungato gli occhi e glieli ha contati: cinque pani e due pesci. 

E’ difficile capire come mai Andrea di fronte alla pratica impossibilità degli apostoli di affrontare il problema della fame della gente, faccia a Gesù questa affermazione: c’è qui un ragazzo con cinque pani e due pesci… Che vuoi dire Andrea? Stai canzonando Gesù? Stai dichiarando la tua impossibilità a fare qualcosa? Credi che Gesù invece la possa fare? Sei tu stesso che dici: ma questi panini, che vogliono dire, che importanza hanno? La nostra capacità di intervenire che è di fronte a tanta gente?

La soluzione veramente lui ce l’ha: ciascuno si arrangi, che vadano ciascuno a casa sua, ciascuno pensi per sé. Non ha ancora capito niente dal maestro. Non ha capito che con Gesù il verbo arrangiarsi è sostituito da condividere, da lavorare assieme, da mettere a disposizione ciascuno il suo piccolo o grande contributo.

E Gesù moltiplica pani e pesci; e questa riserva del ragazzo diventa per Gesù il punto di partenza per sfamare tutta la gente.

L’offerta spontanea della propria debolezza è sempre inizio di un miracolo di amore. Lo sanno molto bene i santi che si sono fidati della provvidenza. Dio vuole sempre che mettiamo la mano sul fuoco per lui, che non dubitiamo, che siamo certi che farà sempre la sua parte.

La speranza nasce dalla fiducia e dalla generosità di chi rischia per amore, non dalla sicurezza di chi possiede.

16 Aprile 2021
+Domenico

Un colpo d’ali

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 31) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 31-36)

«Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti.».

Audio della riflessione

Occorre spesso un colpo d’ali per alzarsi in volo sulla nostra vita e coglierne le dimensioni infinite che si porta dentro: siamo troppo appiattiti sulla terra, troppo ingolfati nella materia.

Con la scusa che dobbiamo risolvere i nostri problemi, che tutto quello che diciamo deve avere un riscontro concreto, ci siamo abituati a calcolare tutto secondo un interesse materiale: quanto costa? A che cosa serve? Che cosa mi viene in tasca? Alla fine che cosa mi porto a casa?

Sono le domande più normali con cui affrontiamo la vita … poi, grazie a Dio ci accorgiamo che ci sono realtà importanti che non stanno in questi angusti schemi: il gioco per esempio, la musica, la bellezza, l’amore, lo spirito.

La religione deve essere di questo tipo: deve aiutarci a librarci nel cielo della gratuità di Dio!

Chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra, dice il vangelo, invece noi sappiamo che veniamo dal cielo, che il nostro futuro, il nostro passato, la nostra prospettiva è più grande: si usano termini come terra e cielo non per disprezzare il creato in cui viviamo e nemmeno per illudere di un posto diverso, astratto in cui dobbiamo vivere, ma per dare alla nostra vita una dimensione più completa, più vera.

Se c’è un difetto nel nostro tempo è proprio quello di aver appiattito tutto sulla percezione dei nostri sensi: quello che non vediamo e non tocchiamo non fa più parte del nostro orizzonte! Invece Gesù è venuto a presentarci un mondo “altro”, una vita futura, un Padre nostro che sta nei cieli.

Curiamo il corpo, ma sappiamo bene che è la faccia di un’anima che non muore mai, che non si può costringere sulla nostra terra.

Tanta nostra infelicità è dovuta all’appiattimento, alla prigione che ci siamo costruiti: ci siamo collocati in un bicchiere d’acqua e continuiamo a sbattere contro le pareti, mentre il nostro vero habitat è il vasto mare della vita che viene dall’alto, dal misterioso mondo di Dio.

C’è un vento dello Spirito che soffia su di noi e dà vita vera e dona Vita Vera: la creazione lo ha atteso, Gesù lo ha inviato.

Abbiamo bisogno di un’anima per tutte le cose: quest’anima viene dall’alto.

La risurrezione ha aperto i nostri confini, ha offerto gli orizzonti infiniti di quel Dio che anche in questo non ci abbandona mai.

15 Aprile 2021
+Domenico

Non c’è nessun “castigo”

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-17) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 16-21)

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Audio della riflessione

L’idea di un .. qualche castigo che la nostra vita si merita è abbastanza diffusa; dipende certo da come siamo stati educati, ma anche da una naturale tensione alla bontà, così che quando siamo inadempienti sentiamo un rimorso: ci alziamo il mattino e la nostra mente va subito a quello che abbiamo fatto, e il nostro errore richiama l’idea di una “riparazione”, di qualcosa da pagare per mettere almeno “in pari” la nostra vita.

Molto spesso si pensa che Dio debba regolare il “pareggio” tra male e bene … attraverso un “castigo”, una riparazione fatta con il castigo”.

Il Vangelo invece dice “Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui”; Dio è sempre per la pienezza della vita e ha altri modi di pareggiare il conto – se vogliamo così dire – tra male e bene: l’amore!

Se c’è un progetto su questo mondo, che molti dicono essere “fatto a caso”, è proprio quello della salvezza di tutti: è il grande desiderio di Dio di fare in modo che ogni uomo raggiunga la felicità, la pienezza della vita … e a questa proposta, a questa domanda, risuonata fin dall’eternità “chi andrà per noi in questo mondo che si sta autodistruggendo?” Gesù aveva risposto “Eccomi, manda me”.

Siamo entro un progetto di amore, non di pareggio dei conti: la giustizia di Dio è l’amore, è la possibilità per ciascuno di prendersi in mano la vita; è una giustizia vera non una vendetta o una ritorsione, una pena o una riparazione.

La croce che Gesù s’è caricata sulle spalle è ricomposizione dell’ordine del creato, la vittoria del bene sul male, non il castigo!

Questi sono i discorsi del risorto: “Andate in tutto il mondo, annunciate e perdonate, rimettete i peccati.” … quello che Gesù ha fatto in vita deve diventare prassi normale dei suoi discepoli, e di tutti i cristiani.

Si teme spesso che un atteggiamento di questo genere “crei assuefazione”, dia la stura a gente che se ne approfitta … certo, nell’educazione delle giovani generazioni occorre una pedagogia della giustizia, del fare il proprio dovere, di mettere sempre … tutti davanti alla verità delle proprie azioni e responsabilità, ma la chiave risolutiva è sempre l’amore.

L’amore sta di casa nel cuore e solo Dio ne ha la chiave … perché è il solo che ci apre il cielo e dà alla nostra terra desolata la luce di una presenza di salvezza.

14 Aprile 2021
+Domenico

Un vento misterioso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 7-8) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 7b-15)

«Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Audio della riflessione

Ci capitano alcune volte delle esperienze di vita in cui diciamo “mi sembra di rinascere, mi sento rinato a una vita diversa”: può essere l’aver trovato un lavoro, l’essere uscito dall’incubo di una malattia, di cui non si vedeva la fine – come la pandemia, l’esperienza gratificante dell’aver incontrato la persona cui dedicare l’amore della nostra vita, una forte esperienza spirituale.

Ecco … nel discorso notturno tra Gesù e Nicodemo si parla proprio di questo vento misterioso dello Spirito che entra nella vita di una persona inaspettatamente e la cambia: Nicodemo era andato da Lui – come tutti sappiamo – di notte; forse la sua posizione di prestigio nel Sinedrio non gli permetteva di avere contatti ufficiali, forse voleva tenere per sé e non sbandierare a tutti i tentativi di ricerca della verità per trovare quella felicità cui tutti siamo chiamati, sicuramente Gesù lo aveva “incantato” e in Lui era sicuro di trovare risposta a tutti i suoi perché. 

La risposta non si fa attendere: “occorre rinascere”, la vita va riportata a un nuovo inizio; non si può vivere di restauri, di pezze, di aggiustamenti, occorre affrontarla ex novo, da un altro punto di vista.

Capita spesso così anche a noi, quando vediamo che non ce la facciamo a cambiare, a dare una svolta positiva al nostro continuo tornare nel peccato, nel vizio, sulle strade dello spacciatore o del venditore di illusioni, del gioco o dell’alcool … occorre rinascere, affidarsi allo Spirito.

La risurrezione, che ancora sta al centro della riflessione e della esperienza pasquale, è questa novità che dobbiamo abituarci a fare nostra:

  • non siamo destinati, ma chiamati;
  • non siamo abbandonati, ma ricuperati;
  • non siamo condannati, ma salvati!

La tentazione di vivere come se non fossimo destinati alla risurrezione è grande: la nostra scarsa fantasia prevede sempre che tutto sia come prima, che si tratti di piccole correzioni di rotta, di qualche sentimento un po’ più buono che dopo Pasqua possiamo anche nutrire … invece è una vita nuova che deve risorgere, è una vera conversione.

Questa forse è la parola che più permette di capire che cosa Dio sta scrivendo nelle nostre esistenze: un cambiamento, una nuova meta, una vita del tutto diversa, un insieme di desideri e di ideali alti cui sempre occorre rispondere.

E’ lo Spirito che soffia dentro le nostre vite e le lancia su nuovi orizzonti, gli orizzonti di quel Dio che non ci abbandona mai.

13 Aprile 2021
+Domenico

Vogliamo resettare la vita … è possibile?

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 1-8)

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

Audio della riflessione

Rinascere è l’aspirazione di ogni persona che ha provato delusioni nella vita, che si è dovuto incontrare con esperienze negative che gli stanno intorbidando l’esistenza … nel computer c’è una operazione facilissima che ci permette di partire da capo, dopo che in maniera maldestra magari abbiam fatto confusione, abbiamo rovinato file e programmi: resettare, portare il sistema allo stato iniziale, permette di cancellare tutto e di ripartire di nuovo, reimpostare, cambiare modo di lavorare, di scrivere, di progettare.

La vita … la possiamo resettare? C’è un comando facile che ci permette di tornare ai box di partenza come se niente fosse?

E’ stata la domanda di Nicodemo a Gesù: c’è andato di notte, perché lui era un uomo in vista e la sua posizione non gli permetteva di avere consuetudini con Gesù, di compromettersi con Lui … e la domanda che gli fa è di poter riuscire a intravedere un nuovo progetto del vivere.

Lo aveva sentito tante volte parlare di regno di Dio, di nuovo mondo, di storia di bontà e di amore; è possibile vederne nascere un germe? E Gesù: per vedere un mondo nuovo occorre nascere di nuovo, c’è una nuova nascita che il cristiano deve accogliere e deve cercare: è la nascita dall’acqua e dallo Spirito.

Noi lo chiamiamo battesimo: è l’unica possibilità che ci è data di morire a un mondo vecchio e nascere a un mondo nuovo; possiamo resettare la vita solo così, lasciandoci immergere nella morte di Cristo e nella sua risurrezione, per questo è fondamentale per il cristiano il battesimo: è un lavoro che fa solo lo Spirito Santo, perché è solo Lui che ricostruisce nella vita degli uomini e delle donne i lineamenti della vera vita, quella di Gesù.

Lui è artista, Lui – lo spirito – è scultore, Lui è forza, Lui è l’amore … a noi sembrano solo gocce di acqua che passano scivolando sulla testa dell’uomo, del bambino, della persona, invece il battesimo è una vera e autentica collocazione del nuovo cristiano nel mondo di Dio.

Lavare i peccati non è opera di bucato, ma è generazione a una nuova vita: non solo cancella, ma fa vivere; non solo libera, ma fa diventare liberi: è la sorgente da cui zampilla speranza vera, vita nuova.

12 Aprile 2021
+Domenico

La ricerca appassionata della Maddalena e l’amore appassionato di un discepolo di oggi per Gesù

Una riflessione esegetica sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 19,25.20,1-2.11-18 )

Lettura di Gv 19,25

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.

Lettura di Gv 20,1-2

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Lettura di Gv 20,11-18

Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.

Audio della riflessione esegetica – parte prima

Maria di Magdala è un personaggio fin troppo … “chiacchierato”: su di essa si sono scatenate molte fantasie … invece noi oggi vogliamo conoscerla nella sua verità per capire la sua appassionata e coraggiosa ricerca di Gesù, e perché la nostra fede sia aiutata a crescere.

Le notizie (su di lei) che sollecitano la nostra fede sono essenziali:

  • è nel gruppo di donne che seguono Gesù;
  • è presente al Calvario;
  • vede con il gruppetto di donne dove seppelliscono Gesù;
  • va al sepolcro il mattino di Pasqua;
  • trova che la tomba è vuota;
  • chiama gli apostoli e ritorna al sepolcro a piangere la perdita di Gesù …

… e finalmente lo incontra.

Molti – purtroppo – pensano che la fede sia un “tranquillante dell’anima”, un “oppio per dimenticare” o per addormentare i problemi … invece è una grande e rischiosa avventura spirituale … e Maria Maddalena ce ne indica i passi fondamentali.

La fede ha come … punto di partenza la ricerca: una ricerca non superficiale, ma appassionata che coinvolge tutto se stessi.

Noi arriviamo a credere veramente in Cristo solo quando sentiamo la sua assenza dalla nostra vita come un fatto insopportabile. Abbiamo noi questo desiderio di incontrare il Signore, di correre alla sua ricerca? Abbiamo la volontà di non arrenderci di fronte alle difficoltà della vita? Quante volte siamo tentati di abbandonare la lotta della fede, o di annacquarla riducendola a facciata, routine, senza nerbo ne entusiasmo: è il banco di prova, il momento migliore che ci è offerto per rinsaldarla cercando Gesù, amandolo anche quando mi sembra assente, riconoscendolo come il “tutto della mia vita”, come “colui che è il mio Signore”.

Alla Maddalena lo potranno portar via dal sepolcro, ma non dal cuore!

A noi lo cancellano le nostre superficialità, la nostra autosufficienza, il nostro benessere, la nostra sicumera … ma, quale è il segreto che ha permesso a Maria Maddalena di continuare a cercare il Signore, di non scoraggiarsi, di avere nel cuore una tenacia imbattibile e quindi di incontrarlo? Il segreto è che Maria Maddalena aveva fatto una scelta precisa: era stata in contatto personalmente con Gesù Crocifisso.

Gli apostoli erano … fuggiti quasi tutti: erano rimasti in quattro, sua madre Maria, la sorella, Giovanni, Maria Maddalena e la sua amica, Maria di Cleofa.

Entro un atmosfera generale di odio, di indifferenza, di grettezza brutali Gesù muore e trova accoglienza solo in queste persone, che non si preoccupano dell’ostilità e dell’odio che hanno attorno, perchè sono “calamitate” da quella croce.

Certo, stare sotto la croce fa paura, perchè non ci si ritrova in grande compagnia: ci si isola terribilmente, ci fa sentire in minoranza nel mondo, ma la chiesa è proprio nata da quello sparuto gruppo che ha saputo stare sotto la croce e attendere la resurrezione.

E Gesù risorto, amato, cercato si dà a vedere e diventa l’unica speranza della nostra vita: nel pieno della nostra faticosa e sofferta ricerca lui stesso ci viene incontro improvvisamente e ci trova prima che noi troviamo Lui.  Così capita alla Maddalena.

Audio della riflessione esegetica: parte seconda

Un confronto fra i due passi – che riguardano la Maddalena – che abbiamo letto (Capitolo 20, i versetti 1 e 2 e poi più avanti i versetti 11-18) ci aiuta a seguire meglio le tappe di questa progressione.

Il primo testo racconta gli spostamenti di Maria e la sua tensione crescente: “viene… al sepolcro”; poi ritorna correndo a portare il suo messaggio ai discepoli, ma nella seconda scena tutto si svolge al sepolcro, tutto è tranquillo e denota una specie di ostinazione di Maria … a differenza dei discepoli, “ella stava presso il sepolcro”: non voleva abbandonarlo, manifestando così il suo attaccamento a Gesù.

Si sporge all’interno del sepolcro, guarda attentamente … «due angeli seduti ai piedi e alla testa di un corpo assente » … nelle parole che rivolge loro, ella ripete il messaggio che aveva già portato ai discepoli, ma con due modifiche significative: ai discepoli aveva detto «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno messo», agli angeli dice «Hanno portato via il mio Signore e io non so dove l’hanno messo».

Prima (in 20, 2) era semplicemente messaggera presso i due discepoli: adottava il punto di vista di tutto il gruppo – insomma – ma la sua risposta è nettamente diversa nel secondo caso … viene presentata qui la reazione personale di Maria di fronte al problema del sepolcro vuoto, e anche il suo rapporto personale con Gesù» 

Questo punto di vista, troppo personale, troppo umano, è ancora sottolineato dalle lacrime di Maria: il verbo « piangere » ritorna quattro volte in questo brano (capitolo 20 versetti 11-15); essa spiega la ragione della sua pena con le parole già citate: « Hanno portato via il mio Signore, e io non so dove l’hanno messo » … non sospetta minimamente che egli potrebbe essere risuscitato; è convinta che abbiano messo in qualche altro posto il corpo del suo Signore; vuole conoscere questo posto per andare a riprendere lei stessa quel corpo inerte: potrà almeno ricordarle colui che ella ha conosciuto.

Parla del suo Signore, come se non appartenesse più che a lei sola: quel titolo “Kyrios” – Kyrie diciamo a messa, no? – troppo personalizzato, non ha qui la dimensione trascendente che assumerà più avanti.

Maria deve essere liberata da un attaccamento ancora troppo sensibile al Gesù terreno: deve abbandonare la sua volontà di possederlo.

Lo stesso attaccamento al sensibile impedisce più tardi a Maria di riconoscere Gesù stesso risuscitato: le occorrerebbe la fede! Ecco perché, alla domanda degli angeli: «Donna, perché piangi?» (20, 13), Gesù stesso aggiunge: « Chi cerchi? » (20, 15).

Con questo invita Maria a prendere coscienza dell’equivoco della sua ricerca e a purificarla nella fede: invece di tormentarsi a proposito del luogo dove pensa abbiano messo il corpo morto del suo Signore, deve cercare il Cristo, il Signore vivente; la sua ricerca deve cessare di essere preoccupazione di trovare il Signore per sé, e trasformarsi in un movimento verso di lui. 

Una domanda ci dobbiamo fare: chi cerchiamo noi nella nostra vita? Quando ti poni di fronte a Gesù, chi cerchi?

Nell’Evangelista Giovanni il termine cercare riferito a Gesù, ha sempre per oggetto Gesù nel suo mistero. Tutti, Maria di Magdala, i discepoli, i cristiani, i giovani, i ragazzi devono porsi la domanda essenziale: «Dov’è Gesù?».

Se noi cresciamo nella fede come Maria di Magdala e gli apostoli a questa domanda daremo un po’ alla volta una risposta molto diversa: non ha più importanza, come per Maria, di sapere dove hanno messo il suo corpo morto e di cercare questo corpo; si tratta ormai di sapere dove realmente è il Cristo, nella sua vita profonda, nel suo mistero.

Colui che i discepoli ormai dovranno cercare, non è più il Gesù terreno quale essi l’hanno conosciuto, ma colui che è «nella casa del Padre», colui che è nell’intimità del Padre.

Lo stesso tema è suggerito al versetto 15 che abbiamo sentito: Maria non deve più aggrapparsi ai ricordi del passato, cercando il corpo morto del suo Signore.

I versetti che seguono diranno come deve orientarsi la sua ricerca: dovrà cercare nella fede colui che, in quello stesso momento, sale verso il Padre suo (20, 17). Allora soltanto, essa saprà dove è realmente il Signore: « Il luogo di Gesù è il Padre!». 

Allora … facciamo alcune riflessioni per la nostra vita.

La fede è un dono del Cielo, ed è essenzialmente un cammino: l’evangelista Giovanni descrive l’incontro tra Gesù e la Maddalena con grande intensità e attraverso il suo racconto possiamo contemplare l’opera di Dio, lo svelamento del Mistero della vittoria di Gesù sulla morte e come questo mistero giunga, sino a realizzarsi, nella vita della Chiesa e dei cristiani.

Maria Maddalena è infatti immagine della Chiesa e di ciascuno di noi … di noi che abbiamo ascoltato l’annuncio del Vangelo, che lo abbiamo accolto, che abbiamo sperimentato tante volte il potere di Gesù nella nostra vita … ma che ci troviamo, probabilmente anche oggi, ancora incapaci di una vera gioia, di una vera libertà.

Per arrivare a questo occorre fare un vero salto per capire  la completa novità di cui la fede è portatrice: Maria si trova al sepolcro, spinta da un amore invincibile! Forse non è lo stesso nostro amore, ma le lacrime sì: quelle sono esattamente come le nostre … e la domanda degli angeli ci raggiunge come un fulmine ad illuminare la radice profonda dei nostri dolori, di ogni nostra lacrima. “Perchè piangi?”. Maria piange perchè hanno portato via il suo Signore e non sa dove lo hanno posto: lo vuol trovare per riportarlo dov’era, nella tomba e poterlo piangere sapendolo lì … vuole una certezza, una presenza, un luogo, un segno.

Maria piange perchè ha perso quella carne che, seppur morta, fredda, incapace di parlare, di ridere, di guardare … confermi i suoi ricordi, che le permetta di riandarvi certa che i fatti sono accaduti esattamente come lei li ha scolpiti nella mente e nel cuore: Maria piange perchè le è stato sottratto il luogo della memoria, le hanno rubato il passato.

Maria di Magdala, innamorata persa, appassionata, è l’immagine fedele di ciascuno di noi, e della Chiesa intera; noi purtroppo siamo come la moglie di Lot – non so se ricordate – si tratta di un episodio della Bibbia abbastanza noto: “Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale (Gen 19, 23-26)”.

Anche  noi spesso abbiamo la tentazione di guardare indietro, di tornare sempre al passato, di stare rintanati a casa, anziché affrontare la vita con le nostre responsabilità. La famiglia lunga del mondo giovanile, il non decidersi mai che cosa fare è sicuramente dovuto a difficoltà oggettive, ma spesso è inerzia, è voltarsi indietro, è mancanza di coraggio. Il culto dei ricordi, non è ricerca delle radici, ma spesso voltarsi indietro.

Noi piangiamo perché cerchiamo la tomba dove poterci rannicchiare e ricordare, malinconicamente, quanto abbiamo perduto, quanto avremmo voluto fosse accaduto e invece non è stato. Cerchiamo un guscio, un feticcio, un brandello di quella vita che abbiamo deciso sia stata l’unica isola felice della nostra esistenza. Abbiamo tutti, anche se giovani, voglia di tornare a qualche bella esperienza del passato.

Stiamo facendo diventare un culto la fotografia. Tutto deve essere fissato nella vita che invece scorre sempre, si rinnova, cresce. E’ talmente alto il ritorno al passato che quasi si preferisce guardare gli eventi in fotografia anziché viverli in pienezza quando si realizzano. Preferiamo guardare la vita al virtuale e al passato piuttosto che viverla al presente e orientati al futuro.

Gli occhi di Maria sono così protesi al passato che, all’apparire di Gesù in persona, sono incapaci di riconoscerlo. E’ Lui, l’amato del suo cuore, ma i suoi occhi ne percepiscono solo le sembianze di un giardiniere, ovvero esattamente il tipo di persona che ella si aspetta di incontrare in quel luogo, un giardino per l’appunto. Gli schemi della sua mente e del suo cuore sono imprigionati nella carne, nell’angusto perimetro dell’orizzonte umano e delle sue aspettative. E’ questa un’immagine fedele di quel che, per Maria prima e per ciascuno di noi poi, sia la fede nella risurrezione. Essa può essere al massimo un ritorno del passato. Un rivivere quel che già è stato, magari trasfigurato dai ritocchi che i nostri desideri hanno apportato, limature degli spigoli qua e là, potature delle sofferenze più aspre, ma, in definitiva, la nostra mente carnale non può concepire una risurrezione diversa da quella che già fu di Lazzaro, una riemersione dalla morte di un passato che conosciamo bene, una vita che riteniamo ingiustamente interrotta, speranze sottratte che ci vengono riaccordate.

Gesù è un giardiniere, perchè è lì che ci troviamo e non ci aspettiamo nulla di realmente sorprendente.

Gesù è un becchino perché la nostra vita è fatta di loculi.

Gesù è un bagnino perché viviamo sempre in cerca di salvataggi estremi.

Gesù è un portafortuna, perché la nostra vita è un terno al lotto,

per molti giovani Gesù è un amicone, perché la loro vita è la ricerca di compagnie da sballo,

per molti adulti Gesù è l’amico del talk show, della poltrona, tanto non si smuove dalle sue comodità,

è il banchiere dei suoi affari,

il monumento dei suoi riti,

il sospiro dei suoi ricordi …

E invece accade l’inspiegabile. Cristo è risorto, ma, pur essendo proprio Lui, è una creatura nuova. E occorrono occhi nuovi, non più incatenati alla carne e al passato, ma liberi e dischiusi dinnanzi al Mistero di qualcosa di assolutamente nuovo. Occhi capaci di umile stupore. Gli occhi dello Spirito, accesi dalla fede, quella vera, quella che viene dal Cielo e che li attira verso il Cielo.

Comprendiamo ora perchè la nostra fede è ancora così infantile, incapace di reggere all’urto violento della morte. Perchè siamo ancora materialisti, il nostro pensiero è volto alla terra, un sentire che scaturisce dal mondo. I criteri con cui discerniamo, gli occhi con cui guardiamo, seppur intrisi d’amore, sono ancora avvolti di sapienza mondana, e quello che davvero speriamo è solo il prodotto delle nostre menti, dei nostri desideri, dei nostri affetti. Non ce ne accorgiamo, ma speriamo solo il passato.

L’incontro è reso possibile perché il Signore chiama Maria per nome.

Nella S. Scrittura chiamare per nome significa prendere possesso. Il Risorto prende possesso dell’umanità povera di Maria Maddalena. “Maria!”: questa chiamata crea il Paradiso perché riammette l’umanità nell’alleanza sponsale con Cristo. Ogni singola persona è chiamata col suo nome proprio. Alla chiamata Maria risponde. Ha riconosciuto il suo Signore [“Rabbunì”] ed ormai è tutta rivolta verso di Lui [“voltatasi verso di Lui”]. Ed avviene l’abbraccio, l’unione.

“Maria”, questo nome pronunciato con amore, questa chiamata di Gesù ce la dobbiamo sentire per ciascuno nella nostra esistenza. Siamo svegliati dal torpore da una chiamata personale. E’ Gesù che ci chiama  per nome! ecco il segno della novità. Come sarà per Pietro sulle rive del Mare di Galilea.

La chiamata che li ha messi in cammino, che ha cambiato radicalmente la vita, a Maria, come a Pietro, come a ciascuno di noi. Il nostro nome pronunciato stavolta da labbra nuove, da labbra celesti. Il passato si rischiara di nuova luce, non è più un luogo dove riandare con la nostalgia sperandone un impossibile ritorno. Il passato si veste dello splendore che lo illumina e lo trasfigura in una meravigliosa, e mai conclusa, storia di salvezza.

La prima chiamata preludeva a questa, di oggi, di quest’oggi fattosi eterno, e nuovo, e impensabile, e stupefacente. Il nostro nome ci raggiunge dal Cielo, dalle labbra di Colui che ha vinto la morte, il muro della carne, che ha aperto una breccia nell’angusto orizzonte che ci ha schiacciato sino ad ora in un mondo di rimpianti e paure.

E’ l’alba della risurrezione, della vita nuova. La risurrezione non è il rivivere del passato, è il sorgere di un futuro inatteso, inimmaginabile. Tutto nuovo, tutto diverso, eppure tutto vero e dentro la stessa storia, la stessa vita che ci ha condotti sino ad ora. La resurrezione è questo mistero di novità che ci stordisce di una gioia mai provata, un dono che neanche osavamo sperare. Un cuore nuovo, una vita nuova dove camminare, liberi, quali figli e non schiavi.

Gli occhi di Maria finalmente si spalancano sul Signore, la sua carne ancora ruggisce e vorrebbe trattenere di nuovo, e appropriarsi dell’amato. Ma a questo punto avviene qualcosa di drammatico. Lo Sposo sembra rifiutare l’abbraccio: “non mi trattenere”. In realtà è ad un’unione interamente vera che Cristo chiama l’anima, “Non sono ancora salito al Padre”, e quindi lo Spirito Santo non è stato ancora donato. E, come insegna S. Paolo, solo chi ha lo Spirito di Cristo è uno solo con Lui.

Gesù ascende al Cielo, Lui, la Via, la Verità, la Vita che ci attira a sè nella novità di una vita tutta da scoprire, continua ad alzare la meta davanti a noi, ad attiraci oltre. La vita cristiana, la vita che ha oltrepassato la barriera della morte e si può donare, per amore. La vita nascosta con Cristo in Dio, la vita carnale crocifissa che reca, come in uno scrigno, la Vita Celeste che vi ha preso dimora.

E’ la resurrezione, il pensiero di Cristo nei nostri pensieri, il suo amore come una fonte che scaturisce dalla pietra che è il nostro cuore, che fa scaturire

il perdono dove c’era il rancore,

la pazienza dove c’era solo ira,

la cura dove c’era solo tiepidezza,

la misericordia dove c’era il giudizio,

la libertà dove c’era schiavitù.

l’amore dove c’era passione ed egoismo.

la castità dove c’era concupiscenza morbosa,

occhi limpidi dove c’erano sguardi idolatri,

la gioia dove c’erano lacrime piene di rabbia e rancore,

la pace dove c’era angoscia e inquietudine.

l’abbandono fiducioso dove c’era avarizia.

il Cristo risorto, dove c’eravamo solo e solamente noi, gonfi orgogliosi del nostro io.

Le tappe di un cammino necessario

Il cammino che ha permesso a poco a poco a Maria di Magdala di riconoscere in Gesù il Signore è fatto di alcune tappe:  

Prima, alla vista del sepolcro vuoto, era preoccupata di « ritrovare il suo Signore » (20, 13);

poi aveva visto Gesù stesso, ma scambiandolo per il giardiniere (20, 14-15);

in seguito l’aveva riconosciuto, ma solamente come il suo Maestro (20, 16);

ora, dopo la parola rivelatrice di Gesù, sa finalmente che egli è il Signore: « Approfondendosi, vista ed esperienza giungono a intuire il mistero di Gesù ».

Essa ha finalmente compreso che il tempo passato dei rapporti diretti con il Gesù terreno è finito: Gesù è risuscitato, è il Signore, sale definitivamente verso il Padre, egli è presso il Padre. Questa scoperta non è più riservata solo a lei: Maria va a portare questo messaggio pasquale ai discepoli.

La missione

La resurrezione è tutto questo, è il cammino della fede adulta. In essa non conosciamo più nessuno secondo i nostri semplici sensi, neanche Cristo. Nessuno e nulla è più imprigionato nella cella della carne. In Lui, risorto, siamo creature nuove. Le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove. Siamo figli di nostro Padre, del Padre di Gesù. Siamo di Cristo, che è risorto davvero, e lo possiamo vedere con gli occhi della fede, il dono più prezioso. E’ Lui che ha catapultato Maria ad annunciare quello che aveva visto, il Signore, Cristo Risorto, la novità che ogni uomo attende senza saperlo. La novità che ci ha raggiunti, sorpresi, salvati, risuscitati.

E il vangelo continua: “ma va dei miei fratelli …”. Non ci è dato ora il riposo nell’unione col Signore; a noi è chiesto di andare ad annunciare ai nostri fratelli che Gesù è il Signore e che in Lui siamo figli del Padre suo. La partecipazione al banchetto nuziale non ci è ancora data perché la storia non è finita. Siamo nel tempo della testimonianza e della missione.

La nostra missione ha la sua origine nell’incontro della fede. Come la Maddalena: “ho visto il Signore”; come Paolo che ha visto il Signore. Il contenuto della nostra missione è di dire all’uomo il messaggio che ci è stato affidato: “… e ciò che le aveva detto”. La nostra non è vita di riposo nella contemplazione della Verità, ma è vita di fatica nell’esercizio della carità pastorale. Non possiamo dire allo Sposo: “mi sono lavata i piedi/ come ancora sporcarli?” [Cant 5,3]. Occorre invece sporcarli lungo le strade dell’uomo, perché l’uomo è la via della Chiesa.

“Maria andò subito ad annunziare…”. “La colpa del genere umano è recisa da dove aveva avuto origine. Siccome infatti nel paradiso la donna aveva propinato all’uomo la morte, dal sepolcro una donna annuncia agli uomini la vita e riferisce le parole di chi ne è l’Autore, mentre l’altra aveva ripetuto le parole del serpente da cui viene la morte” (Homiliae in Evangelium XI, 6)

Quel manipolo di impauriti e ignavi non sono più una compagnia fallimentare, ma sono una comunità che mette al centro il risorto e che solo nel suo nome e nella sua forza si costituiscono comunione per tutti, segno di una umanità nuova, certezza di cammino di ricerca, comunità di testimoni che d’ora in poi cercheranno di tradurre in linguaggi culturali comprensibili nella vita e nella società l’umanità nuova che il cristiano incarna nel vivere in sé e nel mondo delle sue relazioni la fede pasquale. Ci sono una sorgente, un fondamento da cercare e una testimonianza da offrire.

Testimone è chi sa sperare.

L’annuncio di Gesù risorto non sarà una formula, una verità da consumare con qualche tesi teologica, anche se occorre sempre dare alla fede un sevizio di intelligenza e di senso per essere vissuta e proposta in una esperienza umana e con un linguaggio umano, ma sarà una speranza viva che i cristiani sapranno testimoniare. Dentro questa nostra società in cui sperimentiamo come tutti disorientamento, incertezza, stanchezza, smarrimento e disperazione (ritornano le cinque parole con cui oggi abbiamo definito la sete di speranza), siamo capaci di portare quella serena fiducia che toglie noi e ogni nostro fratello da questa situazione. Noi con semplicità dobbiamo offrire quell’orientamento globale alla vita, che sperimentiamo nel dialogo fiducioso quotidiano con Dio, la certezza necessaria guadagnata smontando le false sicurezze e orientando la ricerca nella direzione del Signore Gesù. Con l’aiuto di Dio facciamo sperimentare che c’è una forza, un riposo contro la stanchezza, che il nostro smarrimento si risolve, anche faticosamente, in ritrovata prospettiva di vita personale, familiare e pubblica, che la disperazione è vinta dall’affidamento nelle braccia del Padre, fatto di preghiera, di ascolto, di partecipazione alla grazia di Dio, che ci viene sempre offerta nell’Eucaristia, celebrata in una comunità, anche povera, ma viva e consapevole di incontrarvi il Signore, il Crocifisso Risorto.

10 Aprile 2021
+Domenico

Domande su cui riflettere per un opportuno approfondimento

  • Chi cerco nella mia vita?
  • Dove e come sperimento nella mia vita la forza della risurrezione di Gesù?
  • Che cosa sono disposto a donare per la bellezza e la bontà della vita di tutti?
  • Come tento di  ridire con coloro che fanno strada con me l’amore che mi canta nel cuore per il Signore Gesù?
  • Sono fiero di far parte di una comunità che vuol testimoniare la fede in Gesù risorto?

Tomaso ritorna alla comunità credente

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Audio della riflessione

La vita con le sue gioie e le sue speranze, le sue pene e le sue fortune … non siamo soli ad affrontarla: c’è una famiglia, ci sono gli amici, c’è quel tessuto di relazioni umane che ti fa sentire di qualcuno … alcune battaglie si sono fatte assieme … nel momento delle difficoltà del progetto ci si dà una mano l’un l’altro.

Certe scelte sono state fatte assieme e si sostengono assieme … ma c’è anche un momento nella vita in cui sei lasciato solo con te stesso, con la tua coscienza … non ti può aiutare nessuno: Penso a Tommaso Moro, prigioniero nella Torre di Londra, le figlie che si fanno in quattro per rendergli la prigionia meno amara e tentare un compromesso una possibile soluzione. Lui resta solo: ha da decidersi con la sua coscienza che non gli permette di scendere al minimo compromesso con Enrico VIII e va incontro alla morte col suo agghiacciante, ma rasserenante umorismo.

San Tommaso, l’apostolo che a Pasqua non s’aspettava che Gesù ricomparisse, nella vecchia compagnia di disperati, da risorto e che se ne stava fuori, al ritorno si sente a forza di tirar di nuovo dentro nell’avventura del Nazareno: “Abbiamo visto il Signore” gli dicono, lo tormentano, lo sommergono i suoi vecchi amici … gli piacerebbe credere, tornare come prima, riprendere la faticosa, ma bella peregrinazione per la Palestina e ridare speranza agli sfiduciati con Gesù, ma gli avvenimenti del Calvario gli hanno scavato dentro un abisso di disperazione: “Non ci credo neanche morto, non mi state a convincere … ho ancora negli orecchi quei colpi secchi sui chiodi che gli hanno stritolato i polsi, mi hanno creato un buco nell’anima. Quel colpo di lancia per verificare che era morto me lo sono sentito nel mio petto. non mi bastano le vostre parole, la vostra amicizia. È qualcosa tra me e lui. Devo fare i conti con la mia coscienza.”

E Lui, Gesù, arriva: “Tommaso sono qui, ricomponi con le tue dita e la tua mano gli squarci lasciati nel mio corpo. Hai ragione a riportare tutto alla tua coscienza, ma ora affidati.” … e Tommaso ritorna alla comunità credente: “Mio Signore e Mio Dio.”

11 Aprile 2021
+Domenico