Battesimo di Gesù

Credo che qualche volta almeno ci ritorni la domanda: Questo Gesù che ho iniziato a conoscere da bambino al catechismo, in casa, a scuola… dove l’ho lasciato? Come mi si presenterebbe oggi? Che mi sta dicendo di Lui la chiesa dove vado a messa? Mi porta davvero a Lui? E Lui Gesù dove sta? Dove si fa trovare?

L’attesa del Messia della gente di allora poteva avere alcune di queste domande … e Gesù nella sua prima uscita pubblica si fa riprendere mentre fa la fila coi peccatori a ricevere il battesimo di Giovanni Battista.

C’è un fremito di attesa tra la gente: non ne può più di promesse, di speranze ingannate, di ingiustizie subite, di disorientamento generale … come un po’ noi con questa pandemia in cui riusciamo a capire sempre di meno che cosa ci capiterà, tempo in cui l’attesa si fa ansia, la domanda pretesa.

Ci sarà qualcuno che potrà rispondere a un popolo tenuto in vita da promesse, a una vita che continua a cercare e che brancola sempre nel buio, che deve procedere a tentoni difendendosi da continui inganni? Chi ci può aiutare a destreggiarci tra i mille ingannatori dell’esistenza, tra le mille immagini che ci vendono felicità e che alla fine ottengono l’effetto di convincerci che non c’è?

Giovanni, il battezzatore, per questa ansia ha trovato la strada e la gente fa la fila: nella fila c’è Gesù. è Lui la meta, è Lui la forza, è Lui la luce della vita!

Per Lui occorre sempre preparare la strada: non basta un Avvento per spianare terreni accidentati e scoscesi in vallate di accoglienza, la nostra vita anche dopo il Natale è tentata di arroccarsi, di indurirsi di fronte all’accoglienza di Gesù, del povero che è sempre l’immagine più vera di Dio.

Occorre sempre che qualcuno annunci con voce forte che Dio è vicino, che la solita melma che intacca l‘esistenza non può sommergere la nostra speranza … e Gesù fa la fila dietro le nostre miserie e speranze, dietro il nostro egoismo, le nostre furbizie, i nostri tentativi anche sinceri di trovare risposte alla vita; si colloca dietro l’ansia di sapere se ancora potremo avere la convinzione e il coraggio di far nascere nuove vite nelle nostre famiglie, di mangiare senza la paura di ingoiarci un veleno, in questa terra inquinata di avviarci verso il declino dell’esistenza senza pensare di concluderla intubati in qualche terapia intensiva o aiutati a morire con un suicidio assistito – definito morte dolce – si colloca dietro la nostra fatica di tenere alta e esigente una concezione di vita che continua a subire attacchi di egoismo, di adattamento al ribasso ..

… ecco, in questa nostra fila si fa trovare Gesù: è in mezzo a noi, folla di peccatori, in segno di solidarietà a dirci che con Lui una risposta c’è, una speranza c’è, non resteremo delusi, la pandemia non è un destino, ma una prova … e nella nostra fila di vita in ricerca, non si sente sminuito dall’essere simile a noi, dal condividere la nostra umanità, perchè in Lui non c’è malizia o peccato.

E in mezzo a noi prega: nel pregare ci apre il cielo, ci apre alla vita vera, a una iniezione di novità, di energia, di Spirito Santo che incendia di bontà la nostra esistenza.

E quella fila di peccatori, di disperati, diventa con Lui, con questo cielo aperto, una comunità che si vuol bene, non solo una fila di gente che aspetta il suo turno, diventa una chiesa che si aiuta, che si mescola come sempre nei meandri della vita di tutti i giorni, la condivide con tutti, portandovi speranza, senso …

  • portando acqua che lava e rigenera: il battesimo c’è sempre, a disposizione, non è più di moda, ma è il primo dono che facciamo ad ogni creatura, per immergerla nella morte e risurrezione di Gesù;
  • diventa crisma che dà ardore alla vita con lo Spirito Santo nella Cresima, guida nel darci preti e vescovi, olio santo, per confortarci nella malattia;
  • diventa pane e vino che ci nutre, sta con noi e ci accompagna in ogni Messa;
  • vince ogni riduzione egoista degli affetti diventando dono d’amore col matrimonio, che crediamo sempre più inutile, solo costoso e fumoso;
  • si fa perdono che risana fragilità e riavvia vite disperate – i confessionali ci sono ancora – e ci permette di compiere per la sua misericordia opere giuste, scelte difficili e impegnative, ma vere di perdono;

Tutti questi doni di quella fila diventata Chiesa cambiano quella fila in comunità di speranza: allora non c’è più spazio per la depressione perchè questo nostro Gesù da quel Natale rimane sempre un Emmanuele, il Dio con noi, anche quando, come stasera, torniamo a rimettere negli scatoloni il presepio.

10 Gennaio 2021
+Domenico

Non possiamo celebrare …

questa giornata di commemorazione i tutti i fedeli defunti, senza rivivere il grande dolore  per la morte di COVID-19 di tanti nostri fratelli, amici, parenti, educatori, preti.

Audio della riflessione

Li abbiamo dovuti abbandonare ancora da vivi: hanno affrontato la morte sicuramente nella dedizione, anche oltre il loro specifico dovere, del personale medico e infermieristico ospedaliero.

Noi però non abbiamo potuto accompagnarli, vedere i loro volti e loro stessi non hanno potuto sperimentare il nostro affetto e la nostra compagnia per avere la certezza che ancora c’eravamo e pensavamo a loro ed eravamo proiettati a condividere con loro il dolore del distacco.

Non sparisce dalla mente la visione di quelle file di camion di militari che spostavano solo bare, e sempre bare. Ci confortava il senso di dovere e di pietà di questi giovani militari che dicevano anche di averci messo tutta la loro anima in questo ingrato compito.

Non ci è mai venuta meno però la fede nella risurrezione di tutti questi nostri fratelli, dell’abbraccio con il Dio della vita, della dolorosa dedizione del Figlio Gesù, che nella morte ha sperimentato la strazio inumano della sua morte cruenta, per donarci la risurrezione.

Vogliamo anche in questa Messa affermare la nostra stima e solidarietà verso tutto il personale che in questi giorni è ancora sotto torchio perchè la pandemia non termina dalla mattina alla sera e tenta di rinfocolarsi e rinnovare l’affidamento di ciascuno dei nostri morti alle braccia di Dio.

Abbiamo cercato di riparare a quanto non siamo stati in grado di fare, ma siamo certi di averli tutti in Paradiso.

Diciamo sempre molto convinti nel metterci in contatto di preghiera con il Dio della vita che la nostra vita non è mai tolta, ma sempre e solo trasformata.

Vorremmo anche prendere l’occasione di questi mesti riti per tentare una proiezione di speranza per il futuro che Dio ci vorrà regalare ancora. Non promettiamo molto, perché quando ci sembrava di avere superata questa pandemia, già ci eravamo dimenticati dei propositi immediati che ci eravamo fatti; avremmo voluto essere più essenziali, più concordi nell’azione, o almeno solo più attenti alla vita di tutti, più consapevoli delle nostre necessarie interdipendenze, del nostro essere stati creati da fratelli, del non lasciaci incantare da ciò che passa, dai soldi, dagli onori.

Dio non ci lascerà mai cadere fuori dalle sue braccia, sua Madre sarà sempre complice di ogni salvataggio anche all’ultimo respiro.

2 Novembre 2020
+Domenico

Sei ancora tentato di farti sbattezzare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 23-24) dal Vangelo del giorno (Lc 10,17-24)

«Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Non è raro, trovare gente che non riesce ad apprezzare l’esistenza che conduce, l’ambiente, la città, la cultura, il paesaggio, le possibilità di vita di cui possiamo godere: è una tendenza antropologica più forte di noi … da bambini ci sembrava sempre più buona la minestra della zia, da grandi al gusto uniamo il lamento, al lamento l’abitudine, all’abitudine l’ingratitudine e in questa sequenza non sappiamo più godere delle cose semplici della vita.

Non scorgiamo più il miracolo di un giorno nuovo che comincia, la gioia di godere della salute, la bellezza di avere forza per fare tante cose: quando non le avremo più, saremo una lagna per tutti quelli che incontriamo.

È un difetto anche della nostra società opulenta: non siamo mai contenti di niente, non apprezziamo quello che abbiamo. Ora poi che siamo nella pandemia e di essa non scorgiamo la fine, siamo ancora più disperati, vediamo solo quello, non sappiamo alzare lo sguardo a un futuro migliore.

Sappiamo che Dio sta sempre seminando e proponendo il suo regno e noi non riusciamo più ad alzare lo sguardo per riprendere speranza.

Gesù nella sua predicazione si è scontrato con gente che non riusciva a capire la grandezza di quello che stava accadendo con la sua presenza nel mondo: avevano aspettato per secoli un segno, un futuro diverso, un messia e si erano stufati di attenderlo.

Quando è arrivato, non lo hanno riconosciuto. Ma tra la folla che lo seguiva c’era gente semplice senza tante “strutture di pensiero” o gabbie di abitudini. Solo questi lo hanno capito, hanno saputo scorgere in lui la novità di un Dio amabilissimo e vicino, di una Parola che va dritta al cuore.

Mi scrive un ateo convinto: “per me Dio non esiste, posso vivere senza inginocchiarmi, né di fronte a Dio, né di fronte ad altre divinità; la ragione è il contrario di una divinità che impone la genuflessione, lascia libero l’uomo di pensare ciò che vuole. Per me vivere senza Dio non è un tormento. Io trovo in me stesso, solo in me stesso la forza di emergere più forte da ogni prova.”

Certo … se la ragione diventa un assoluto non c’è spazio per la sorpresa, l’accoglienza di un gesto d’amore. Invece si può essere razionali fino in fondo e accogliere qualcuno che va oltre, non contro.

Molti avrebbero desiderato udire quel che voi udite e non l’udirono, conoscere la bellezza del Vangelo e invece hanno dovuto accontentarsi del buonsenso, dei talk show, delle fiction.

Quando siamo troppo pieni di noi, perdiamo la saggezza della vita: C’è una possibilità nel nostro mondo di poter tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede? O ci chiediamo tutti di farci “sbattezzare”?

Sicuramente possiamo tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede se tendiamo la vita come un arco. È una speranza da nutrire sempre!

3 Ottobre 2020
+Domenico

Vegliare, pregare, cercare con tenacia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 42-51)

La vita dell’uomo è fatta di tante attese,  non tutte  vere, non tutte capaci di tenere l’animo sveglio e attento al bene, alla manifestazione di Dio: attende la mamma il suo bambino nella lunga gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza all’uscita dalla scuola, attende il malato i risultati delle analisi, attende il giovane l’esito dell’ennesimo colloquio di lavoro, attendono i genitori che cigoli la porta di casa alle cinque del mattino per tirare un sospiro di sollievo: è tornato vivo! Attende il bambino il sorriso del papà al suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati il permesso di soggiorno in fila fin dalle prime luci del mattino, attende l’anziano nella casa di riposo la visita di qualcuno che gli ricordi di essere vivo; attendono gli affamati un pane, gli esiliati la patria, tanti bambini la pace e non la sanno nemmeno immaginare tanto sono abituati a vivere sotto i colpi dei mortai.

Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa la lunga coda di automobili che dobbiamo subire ogni giorno per andare e tornare dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo dello spacciatore o l’appostamento lungo la strada per comperare il corpo di qualcuna o di qualcuno; non è attesa la solitudine di chi dopo tante tergiversazioni prende la finestra di corsa; e nemmeno quella dell’usuraio che ogni giorno torna a misurare il sangue succhiato ai poveri …

E’ attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella del mondo; non è attesa la velocità dissennata per le strade, che disprezza la vita degli altri e la propria, quella percezione o orientamento alla  morte che spesso abita le nostre esistenze.

L’attesa vera di una meta alta, dello stesso Signore che viene, ha la capacità di tirarti dentro tutto, di trasformarti, di ridefinire la tua stessa identità, di farti crescere e capace di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi: è una forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai nostri molteplici impulsi, per canalizzare le qualità personali e di gruppo … questo ci dice Gesù quando ci invita a vegliare ad attendere il Signore che passa sicuramente nella vita di ogni persona, perché Lui non ci abbandona mai.

Santa Monica è stata una mamma cristiana, la mamma di sant’Agostino, che ha vissuto tutta la sua vita implorando Dio che aiutasse il figlio Agostino a cambiare strada, a convertirsi al Signore, tanto cercato, ma sempre velato un po’ dalla condotta libertina, molto da ricerche filosofiche.

E la Mamma di Sant’Agostino è vissuta continuamente in attesa.

Agostino ha fatto ricerche anche oneste che poi hanno dovuto aprirsi a Gesù, e quando questo è avvenuto la mamma era felicissima, e ha chiesto pure di morire perché il suo compito era stato raggiunto.

27 Agosto 2020
+Domenico

Spirito Santo rendici liberi dal male e dalla epidemia

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)

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Spesso ci vien voglia di sintesi di tutte le esperienze belle che facciamo; in genere si fa una festa: è la festa del battesimo per una nascita, è la festa del matrimonio per una decisione di amore pubblica, proprio perché l’amore fra due persone che si decidono di volersi bene, e nel volersi bene danno vita, non può essere “fatti loro”, ma evento di tutti coloro con cui i due sposini hanno legami; ancora lo è la festa della laurea perché si è finito un percorso nuovo, che ha ampliato conoscenze e professionalità: faccio festa perché mi è costata molto – il punteggio del voto non è la cosa più importante – e ci sono riuscito.  

Oggi – fatto cosmico – siamo al compimento del grande progetto di Dio con l’umanità: la conclusione della nuova alleanza tra il Signore Onnipotente e l’umanità.

Abbiamo ancor in mente il Vangelo al capitolo 20 di Giovanni, in cui si narra di quella bella corsa al sepolcro di un vecchio e di un giovane, Pietro e Giovanni, a constatare che il sepolcro era vuoto, e i tre verbi che hanno dato una notizia importante ai due e a tutto il genere umano: entrarono, videro e credettero

Ma di grande gioia ancora non si parla: è bello allora, per completare la grande storia di Gesù, figlio di Dio, e dare gioia a tutti, l’arrivo di Gesù alla sera di Pasqua: ci sono tutti, meno Tommaso, ma il capitolo 20 di Giovanni non finirà senza descrivere anche quell’altra bella sera di otto giorni dopo, che concluderà con la bellissima espressione di Fede “Mio Signore e mio Dio”, che noi adulti ricordiamo da bambini abbiamo imparato dai nostri genitori da dire sotto voce ad ogni Messa quando il prete innalzava l’ostia prima e il calice dopo.  

Ebbene … quella sera Gesù compie il suo sogno, che è il sogno di Dio Trinità sulla vita dell’umanità: è lo stesso Gesù che era stato appeso alla croce, difatti mostra ai discepoli le mani trafitte e il costato squarciato.

E’ sempre lui visto da occhi umani e ora percepito nella fede, e oltre che mostrare la propria identità col crocifisso compie tre gesti che lo rivelano ancora una volta definitivamente come il Messia, gesti che danno forma alla Chiesa.

Augura la pace: è una pace che l’uomo non si può dare e che viene da una libera decisione di Dio; è un bene degli ultimi tempi, in cui Gesù è già entrato; viene irradiata da Cristo risorto adesso all’esperienza di fede degli apostoli, che si sentono inondati di gioia, finalmente.

Secondo, alita su di loro dicendoricevete lo Spirito Santo“: Gesù è già risorto, è già presso il Padre e quindi lo Spirito trasmesso viene anche dal Padre. E come Dio spirò nel primo uomo l’alito della vita e divenne persona vivente, così il nuovo Adamo – ormai alla destra del Padre – Gesù, alita il suo Spirito sul gruppo dei discepoli e fa di loro una comunità vivente, il primo nucleo della nuova umanità.  

E infine, Trasmette il potere di rimettere i peccati ai suoi discepoli, che già lui esercitava nella sua esperienza di vita umana, facendoli partecipi della sua divina regalità, che ora risplende come era da sempre, arricchita però della sua umanità. 

Si capisce allora molto bene quella frase “mozzafiato” – dice il Vescovo Lambiasi – di san Gregorio di Nissa: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo quello che resta non è più Dio, ma il suo cadavere”, e allora verrebbe da dire a maggior ragione “Se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma una lunga fila di camion carichi di bare, che vanno a riempire un cimitero di cadaveri“. 

E proprio anche per questo chiediamo allo Spirito Santo che risani la nostra umanità dalla pandemia, perché siamo e ridiventiamo un popolo di Dio vivente e gioioso, e smettiamo di essere segnati da queste morti che ci tolgono anche l’immagine di un popolo vivo e ci privano della gioia della Pasqua e della Pentecoste. 

31 Maggio 2020
+Domenico

La ricerca di strada, un indirizzo preciso

Una Riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-6)

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Credo che sia capitato a tutti di avventurarsi in un bosco, cercarne la via di uscita e girare sempre su se stessi: il sole è nascosto tra le nubi, hai perso qualsiasi orientamento; o ancora peggio quando sei in mare senza bussola e continui a girare e ti trovi al punto di partenza: lontano c’è la riva, ti sembra di esserti avvicinato invece ti trovi su un altro approdo.

In città oggi è anche peggio: domandi a qualcuno e immancabilmente ti dice che è di passaggio e non conosce la città; prima di provare panico riguardi il tom tom, ma ti trovi sempre da dove eri partito: non servono arrabbiature, maledizioni, occorre qualcuno che ti aiuta a trovare la strada.  

Finché si tratta di vie e di numeri civici, puoi arrangiarti, ma se invece questa confusione, questa incapacità di trovare la strada giusta riguarda quello che cerchi nella tua vita, la chiarezza di scegliere l’indirizzo giusto di come impiegarla, la risposta a domande assillanti e decisive per le scelte da cui non puoi più tornare indietro, la forza di uscire da difficoltà insormontabili, cosa fai?

Si capisce subito che la risposta ha esigenze molto più profonde di un numero civico, molto più difficili della lettura di una carta geografica o di una mappa.  

Sentirsi dire dal Vangelo Gesù che afferma «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me», sapendo che Gesù non è una guardia comunale, ma è la pienezza della vita, hai la gioia di trovare un vero punto di riferimento, una risposta e una indicazione sicura per vivere.  

Gesù è verità: è la rivelazione perfetta del Padre, dal quale tutte le cose traggono origine e nel quale tutti possono trovare la propria consistenza e la verità di se stessi. 

Gesù è vita, perché da sempre ci può far partecipare alla comunione con il Dio vivente, con la sorgente di tutto quanto esiste, di tutto il creato, di tutte le forme di vita che popolano l’universo.  

Ma soprattutto Gesù è la via, in quanto lui ha vissuto nella sua persona l’esperienza profonda dell’incontro tra Dio e l’uomo e comunica questa esperienza a tutti noi suoi fratelli.

Questo essere via di Gesù, non è l’incarnazione di un tom tom, qualcosa di esteriore, un arido procedimento tecnico tipo Google, ma una persona, la persona di colui che per primo si è incontrato con Dio ed è il luogo visibile di un patto d’amore con il Signore, con il Creatore: il Padre per eccellenza, insuperabile.

Da qui ancora meglio si coglie che la verità non è più un rapporto logico o una astratta conoscenza intellettuale, ma un rapporto personale con Dio nella persona di Gesù.

La vita si risolve allora non con una consultazione, da vocabolario, da enciclopedia o da wikipedia, ma dentro un dialogo d’amore in cui la nostra vita si affida, si confida,  si sviluppa e si realizza. 

8 Maggio 2020
+Domenico

Il cristiano è sempre al servizio del prossimo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 16-20)

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Nella nostra vita ci sono degli stati d’animo ricorrenti, dei fatti molto sgradevoli che ti si propongono alla memoria, o per incontri particolari con qualcuno che te li riporta alla memoria, o per scrupoli di coscienza che ti assalgono senza volerlo.

Uno di questi fatti che non vorresti aver mai compiuto è un tradimento: ce ne sono di varia importanza, ci sono stati quelli tra amici nelle avventure sentimentali da adolescenti, ci sono situazioni che capitano nel mondo del lavoro, qualche volta nella vita di relazione.

Nella esperienza religiosa ci ha sempre colpito il tradimento di Giuda, che  ci sequestra l’attenzione quando si descrive l’ultima cena, che comincia con la lavanda dei piedi. 

Il rito della lavanda dei piedi ricorda che il segno di riconoscimento vero e definitivo del cristiano è il servizio ai fratelli, l’interesse verso gli ultimi, i bisognosi, i piccoli.

Se è vero che il pane e il vino consacrati sono segno di una specialissima presenza di Cristo morto e risorto, è altrettanto vero che il cristiano, con uguale fede, deve riconoscere la presenza di Dio nel povero, nell’oppresso, nel debole, nell’emarginato, in una parola nel fratello di cui ci si preoccupa di vedere il prossimo, e il bisogno. 

Perderebbe il suo senso la fede nell’Eucaristia e sarebbe una impostura la sua celebrazione, sarebbe un altro tradimento dell’amore di Gesù e della sua sequela, se essa non si prolungasse e non cercasse una verifica nella carità, nel servizio del prossimo: questo che è un impegno per ogni cristiano, diventa criterio di autenticità e giudizio di verità, soprattutto per quelli che nelle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle diocesi, nella Chiesa universale rivestono un servizio di autorità per la comunione in un impegno pastorale.  

Queste parole se le sentono addosso tutti i preti, io vescovo e papa Francesco che continuamente ci rivolge questo insegnamento e per questo – purtroppo – è indicato dai benpensanti, dai cattoliconi che la sanno sempre troppo lunga, è visto come uno che non parla mai di Dio, ma sempre dei poveri.

Tutti noi sentiamo che se non viviamo nella nostra vita il Vangelo così,  non siamo molto diversi dal traditore Giuda che ci viene di nuovo presentato nel Vangelo di questa giornata del tempo pasquale. 

Papa Francesco ci ha detto tra l’altro, in questo tempo in cui vogliamo vivere da risorti, di ribaltare le numerose pietre del nostro egoismo, pensando a quello che ci spetta dopo la pandemia; e si domanda, Papa Francesco, “Saremo capaci di agire responsabilmente di fronte alla fame che patiscono tanti, sapendo che c’è cibo per tutti? Continueremo a guardare dall’altra parte con un silenzio complice dinanzi a quelle guerre alimentate da desideri di dominio e di potere? Saremo disposti a cambiare gli stili di vita che subissano tanti nella povertà, promuovendo e trovando il coraggio di condurre una vita più austera e umana che renda possibile una ripartizione equa delle risorse? Adotteremo, come comunità internazionale, le misure necessarie per frenare la devastazione dell’ambiente o continueremo a negare l’evidenza? La globalizzazione dell’indifferenza continuerà a minacciare e a tentare il nostro cammino …

Che Dio ci trovi con gli anticorpi necessari della giustizia, della carità e della solidarietà.   

7 Maggio 2020
+Domenico

Il testo integrale di un articolo pubblicato da una rivista spagnola dove il Papa si fa queste domande è apparso sull’Osservatore Romano, e può leggersi anche all’indirizzo http://www.settimananews.it/papa/esercizi-di-speranza/

Nel buio della nostra storia Gesù è la luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)

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La parola tenebra ci fa un poco paura.

Nella nostra civiltà, che tra le tante esagerazioni ha un coefficiente di illuminazione elevatissimo – tanto che i pochi osservatori del cielo posti in genere sopra un colle si devono difendere con leggi speciali per poter essere almeno efficienti in qualche ora della notte – tenebra vuol però proprio dire non vedere niente, non avere riferimenti per muoverti, brancolare nel buio – si dice – camminare a tentoni.  

C’è poi una tenebra spirituale che significa “non capire più niente nella tua vita”, “non avere alcuna indicazione per come uscire da certi problemi”, “non vedere nessuna luce in fondo al tunnel in cui ti sei immerso”: la pandemia non una volta sola ci ha dato questa sensazione di trovarci nella tenebra, di non avere possibilità di uscirne, di difendersi, di trovare una certezza di riparo: è un buio esistenziale.  

Ecco, Gesù nel vangelo si presenta come luce del mondo e lo gridò a gran voce – dice il Vangelo – «Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre».

E’ una parola che è detta a noi soprattutto oggi, in questi momenti che sperimentiamo cecità per le deformazioni e le ferite alla nostra umanità, date da incertezza sul nostro futuro, di salute fisica e di saldezza economica, certezza di lavoro e di prospettive anche a breve termine.

Il Signore vede le nostre miserie, vede le nostre desolazioni e fatiche, ma noi continuiamo ad allontanarci da Lui: siamo pervicaci a non rinunciare a niente delle false conquiste che hanno oscurato la strada della nostra vita. 

Gesù però ci dice con passione che è venuto non per condannare, ma per salvarci; occorre che ascoltiamo la Sua Parola: lui non ci condanna, è la parola stessa che ci giudica, che attiva la nostra libertà di ascolto. 

Gesù non obbliga nessuno a salvarsi, offre a tutti però la possibilità di aprire gli occhi e di farsi illuminare: siamo noi che siamo sempre in cerca di strade buie.

La sua luce non fa crescere l’oscurità o il dramma: ci indica solo una strada per uscire da ciò che è sbagliato, per non farci prendere da inganni.

Allora dobbiamo camminare in questa luce!

Papa Francesco, in queste giornate drammatiche ci indica la strada da fare: Lui è interprete autorevole della luce che è Gesù, che ci può far essere nel mondo e nella storia di oggi una risposta credibile e luminosa agli interrogativi sul nostro presente e sul nostro futuro. 

Tra l’altro ci dice che dobbiamo rompere … “tutto il fatalismo in cui ci eravamo immersi e ci permetterà – questo – di sentirci nuovamente artefici e protagonisti di una storia comune e, così, rispondere insieme a tanti mali che affliggono milioni di persone in tutto il mondo. ”

E il Papa continua “Non possiamo permetterci di scrivere la storia presente e futura voltando le spalle alla sofferenza di tanti. È il Signore che ci domanderà di nuovo: «Dov’è tuo fratello» e, nella nostra capacità di risposta, possa rivelarsi l’anima dei nostri popoli, quel serbatoio di speranza, fede e carità i cui siamo stati generati e che, per tanto tempo, abbiamo anestetizzato e messo a tacere.” 

Parole Sante.

6 Maggio 2020
+Domenico

La scelta necessaria: ascoltare la voce del nostro pastore, Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 22-30)

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La fede non è mai il risultato di ragionamenti o di una serie di sillogismi, di dimostrazioni intellettuali, non è collocata nella chiarezza di enunciati, di definizioni, anche se non disprezza la ragione, le motivazioni, la valutazione personale, e all’inizio una grande fiducia che si accresce nella consuetudine, nella conoscenza, nella comunione di intenti, nella comunione di visioni di vita, di atteggiamenti e di adesione del cuore.

E per arrivare a questo, per avvicinarsi al suo mistero occorre – usando le parole del Vangelo – appartenere al Suo gregge e ascoltare la Sua voce.  

Coloro cui si rivolgeva Gesù non hanno fatto nessuno sforzo per accettarlo, per riconoscerlo come Messia, non si sono messi nemmeno per prova a seguire il suo cammino: si facevano condizionare in forma invincibile da un accecamento volontario e responsabile; si sono radicalmente dimostrati incapaci di appartenere al suo gregge e – fuori di metafora – di far parte del suo popolo, della sua compagnia, della gente che condividesse paure e speranze, dialogo e fiducia, ricerca sincera e disponibilità, solidarietà e coraggio, dedizione e voglia di superare pericoli e cecità. 

Tante volte noi non vogliamo credere e non sappiamo nemmeno perché: abbiamo in cuore una decisione irrevocabile che ci condanna al nostro vuoto e la scambiamo per sicurezza.

Chi vuole seguire Gesù deve vincere la sua autosufficienza, deve provare seriamente ad ascoltare la sua voce e nessuno, nemmeno la nostra cocciutaggine, potrà rapirci a Lui, perché gli siamo stati tutti affidati da Dio Padre. 

Di fronte all’epidemia, quante idee abbiamo dovuto cambiare, quante certezze che sembravano incrollabili abbiamo trovate false e inconsistenti, quante abitudini inveterate, cui nemmeno più pensavamo e che ci portavano a una vita grama, abbiamo capito.

Quanta sicumera abbiamo lasciato, quanta autosufficienza si era annidata in noi e abbiamo dovuto ammettere che da soli non riusciamo anche solo a vivere e non solo a godere della vita.  

Abbiamo dovuto capire che di questo passo non si va da nessuna parte, eppure eravamo campioni nel giudicare, nel pontificare, nella sicurezza, nel comportamento; il rapporto con la natura da cambiare: ci sembravano idee di qualche ragazzetta che non  ha esperienza del duro lavoro quotidiano, della fatica del vivere, abituati solo a farsi mantenere. 

Se la nostra situazione materiale, fisica, lavorativa, imprenditoriale deve cambiare, nel nostro spirito dobbiamo far cadere molti preconcetti, nel rispetto della vita nascente e terminale: dobbiamo fare scelte più evangeliche: nel nostro atteggiamento verso il prossimo e le molte fragilità e povertà non possiamo più voltarci dall’altra parte.

Ogni persona è nelle mani di Dio e – dice  Gesù nel Vangelo – “nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio”. 

5 Maggio 2020
+Domenico

Il buon pastore è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 11-18)

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Abbiamo sempre bisogno di un riferimento per la nostra esistenza, un punto – insomma – a cui guardare nelle difficoltà che incontriamo.

Non sempre viviamo in tempi tranquilli, con orari ripetitivi, occasioni ricorrenti, futuri intuiti, già segnati e tranquilli: di fatto stiamo uscendo – per esempio – a fatica da questa pandemia che ci ha scombussolato i nostri giorni, ha cancellato le nostre abitudini, ci ha obbligato a inventare ogni giorno qualcosa di impensato perché ci ha tolto dal nostro tran-tran, che senza saperlo ci creava forse noia, ma non certo insicurezza e ansia.

Stiamo ore ad ascoltare le previsioni, i comunicati, la protezione civile: ci dicono che va meglio, ma non del tutto, che occorre non far lavorare troppo la fantasia; ci siamo radicati nella ricerca di riferimenti più sicuri, persone di cui avere fiducia che non ci ingannano, e che non speculano sulla nostra fragilità. 

Forse, senza rifarci a visioni bucoliche antiche (hanno pure usato, in questo Covid-19, il tema del gregge, di cui molti che vivono in città non hanno nemmeno l’immagine), e riusciamo a capire la figura del pastore che Gesù si attribuisce: abbiamo cioè dentro la necessità di una guida per la vita, di qualcuno di cui ci possiamo fidare.

E Gesù ci dice proprio «Io sono il  buon pastore», e ci offre alcuni criteri per riconoscerlo:  Egli dà la vita per le sue pecore, ha cioè il massimo disinteresse per se stesso e si mette in gioco completamente per il nostro bene, costi quel che costi. 

Non è assolutamente obbligato a fare questo, ma lo sceglie lui liberamente; non nasconde dietro le sue parole incertezze e soprattutto inganni – diremmo oggi fake news – addolcimenti per captare fiducia: è in gioco la sua vita per noi. 

Ancora, Gesù conosce a fondo le sue pecore: la sua conoscenza di noi è nel senso biblico, molto di più di qualcosa di mnemonico o di intellettuale, ha con noi una relazione personale, intima, di profonda conoscenza di noi e della nostra situazione personale, o anche comunitaria; richiama una comunanza di vita fondata sull’amore, una conoscenza esistenziale che permette di giungere alla nostra persona come essere vivo, di entrare nel mistero profondo del nostro cuore. 

E ancora Gesù si preoccupa dell’unità e di radunare il suo gregge: questo è ancora più importante, perché il pastore va alla ricerca delle sue pecore; è Lui che va alla ricerca: Gesù cerca il suo popolo, anche se il suo popolo abbandona. 

E’ Gesù che ci cerca, ancor prima che ne avvertiamo la presenza e nasca nel nostro cuore il bisogno di Lui; è Lui che ci mette assieme, che non fa della distanza sociale una distanza anche del cuore e degli affetti, della compagnia e della solidarietà.

Il dono della fede è sempre una iniziativa divina: a noi basta che ci facciamo accogliere.

Ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche queste devo condurre: Le nostre iscrizioni alla sua amicizia non vengono respinte per nessuna incapacità di accoglienza da parte sua.

Per Lui non c’è mai soprannumero, non ci sono code kilometriche da fare in notturna, anche se la sua porta è stretta, perché desidera un cuore innamorato: e allora noi decidiamo di stare con lui, il nostro buon pastore. 

4 Maggio 2020
+Domenico