La Pasqua è la festa più bella e più grande per il cristiano (entrarono … videro … credettero!)

Una riflessione Esegetica sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (capitolo 20, versetti 1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Audio della riflessione esegetica

Il grande mattino del primo giorno dopo il sabato presenta una novità: era un volgare lunedì, come tutti i nostri, quando riprendiamo il lavoro interrotto dalla domenica…

Sembrava ormai che la “vicenda Gesù” fosse tutta risolta: ammazzato lo abbiamo, sepolto pure, proprio non come volevamo noi in una fossa comune, in maniera che non fosse più identificabile dopo la morte, ma pur sempre cadavere.

La festa allora era il sabato, e il primo giorno dopo invece noi lo abbiamo chiamato “domenica”, il giorno del Signore.

Perché? Perché quel mattino il Signore, pestato a sangue e portato al macello, non è più nella tomba, è risorto, vincitore sulla morte, tornato a sconfiggere il male, che perseguita l’uomo di ogni tempo e di ogni coscienza.

Come sono andate le cose? L’abbiamo udito dal Vangelo … ci sono tre verbi che il vangelo di Pasqua ci presenta a conclusione di una corsa affannata e concitata di due apostoli al sepolcro: entrarono, videro e credettero: sono i tre verbi che devono caratterizzare la nostra vita cristiana.

Sono verbi riferiti a due persone: un giovane e un vecchio, che il mattino di Pasqua si misero a correre, stanati dalla loro inedia dal grido della Maddalena “hanno portato via il corpo di Gesù” … è Giovanni, il giovane discepolo che con Pietro si avventura di nuovo per quelle strade tragiche del giorno di Parasceve: avevano passato la giornata a piangersi addosso, a ridirsi la delusione … Pietro a raccontare continuamente il suo tradimento di cui non si dava pace; aveva ancora le lacrime agli occhi: non erano lacrime di disperazione, ma di amore … cercato; non era all’altezza … all’altezza dell’amore profondo di Gesù, ma … sempre tenace a riprendere il cammino verso di Lui.

Giovanni si stava domandando che cosa ne sarebbe stato della sua giovane vita … la corsa però finisce col cuore in gola davanti a quel sepolcro: si può entrare, la pietra è ribaltata  fuori dalla guida necessaria per farla rotolare, quindi nemmeno si devono chiamare rinforzi per poter entrare … qualcosa di strano è accaduto ed entrano: nella vita occorre sempre entrare, non stare alla finestra, in superficie; non si può vivere di “virtuale”, di simulazioni, di carta stampata o di immagini che scorrono sempre davanti agli occhi mattino e sera, che ti danno solo le idee degli altri.

Papa Francesco dice, sempre, ai giovani di non stare in poltrona o al balcone a passare la vita: ognuno deve farsi  la sua esperienza, lasciarsi prendere  la vita, non la fantasia o i “selfie” soltanto.

Le persone vanno incontrate, non fotografate o salutate solo con qualche sms.

Gli occhi corrono in un baleno alla pietra su cui era stato posto il cadavere, quegli occhi in cui ancora c’era la visione del corpo martoriato, che hanno incrociato lo sguardo d’amore di Gesù, quell’ultimo suo sorriso nel dono supremo di sua madre “Figlio ecco tua madre”.

Quegli occhi si aprono sulla assoluta novità di quel mattino: è importante aprire gli occhi, che spesso vogliamo tenere chiusi per non essere coinvolti, aprire gli occhi sull’evidenza, per uscire da comode ideologie che ci siamo fatti e che non vogliamo mettere in discussione mai.

“Guardami almeno una volta con amore” dice il marito alla moglie, la madre ai figli; “guardami per farmi sentire che riconosci la mia dignità di uomo” dice il vicino di casa, il collega di lavoro, chi ti lava i vetri al semaforo … che cerca una patria che non ha più.

E che videro gli occhi di Giovanni? Che cosa ha visto per concludere con l’adesione di fede? C’è ancora un lenzuolo, ma è afflosciato su di sé, ha ancora attorno le bende che lo tenevano stretto al cadavere, c’è ancora al posto del capo il fazzoletto che si mette sul capo di tutti i morti, ma è ricurvo, ancora al suo posto; dentro però non c’è più niente … il cadavere è sparito dall’interno, come se … vi fosse stato sottratto! Non è stato manomesso niente, non è stato portato via niente: i ladri si sarebbero preso tutto; un cadavere è sempre repellente, quello di un maledetto da Dio ancora di più.

Il corpo di Gesù non c’è più … e ha lasciato i segni della sua sepoltura intatti.

Il terzo verbo è la conclusione felice di tutta la tensione umana e intellettuale di Giovanni e di Pietro: credettero.

Certo Gesù lo aveva detto, ora le sue parole di risurrezione sono l’unica possibilità di leggere quello che essi vedono: Il Signore è risorto, è il momento massimo della libertà: i segni ci sono, ma la realtà è più profonda dei segni: non sei mai costretto a credere. La fede non è la dimostrazione di un teorema, perché la vita non è un teorema.  

Ora è il momento di affidarsi: hai usato la tua intelligenza, ti sei fatto tutte le domande vere della vita, hai visto dei segni, non sei stato alla finestra, ti sei immerso con onestà nei fatti, e adesso … devi fare il passo della fiducia: Signore mi fido di te, mi abbandono a te! Sei tu il mio Signore e il mio Dio. Non mi bastano le dimostrazioni, non mi sono sufficienti i ragionamenti, sento la dolcezza del tuo amore per me.

Credo e su questa fede oriento la mia vita: non è vero che la morte è l’ultima parola sulla vita, non è vero che la disperazione è l’ultima spiaggia di noi sfortunati; non mi abbandonare, perché il cammino è lungo … e vorrei che questa Pasqua mi illuminasse in ogni relazione della vita, in ogni luogo della mia esistenza, in ogni affetto che la rende un dono per gli altri.

Voglio fare pasqua davvero, e per sempre!

4 Aprile 2021
+Domenico

Battesimo di Gesù

Credo che qualche volta almeno ci ritorni la domanda: Questo Gesù che ho iniziato a conoscere da bambino al catechismo, in casa, a scuola… dove l’ho lasciato? Come mi si presenterebbe oggi? Che mi sta dicendo di Lui la chiesa dove vado a messa? Mi porta davvero a Lui? E Lui Gesù dove sta? Dove si fa trovare?

L’attesa del Messia della gente di allora poteva avere alcune di queste domande … e Gesù nella sua prima uscita pubblica si fa riprendere mentre fa la fila coi peccatori a ricevere il battesimo di Giovanni Battista.

C’è un fremito di attesa tra la gente: non ne può più di promesse, di speranze ingannate, di ingiustizie subite, di disorientamento generale … come un po’ noi con questa pandemia in cui riusciamo a capire sempre di meno che cosa ci capiterà, tempo in cui l’attesa si fa ansia, la domanda pretesa.

Ci sarà qualcuno che potrà rispondere a un popolo tenuto in vita da promesse, a una vita che continua a cercare e che brancola sempre nel buio, che deve procedere a tentoni difendendosi da continui inganni? Chi ci può aiutare a destreggiarci tra i mille ingannatori dell’esistenza, tra le mille immagini che ci vendono felicità e che alla fine ottengono l’effetto di convincerci che non c’è?

Giovanni, il battezzatore, per questa ansia ha trovato la strada e la gente fa la fila: nella fila c’è Gesù. è Lui la meta, è Lui la forza, è Lui la luce della vita!

Per Lui occorre sempre preparare la strada: non basta un Avvento per spianare terreni accidentati e scoscesi in vallate di accoglienza, la nostra vita anche dopo il Natale è tentata di arroccarsi, di indurirsi di fronte all’accoglienza di Gesù, del povero che è sempre l’immagine più vera di Dio.

Occorre sempre che qualcuno annunci con voce forte che Dio è vicino, che la solita melma che intacca l‘esistenza non può sommergere la nostra speranza … e Gesù fa la fila dietro le nostre miserie e speranze, dietro il nostro egoismo, le nostre furbizie, i nostri tentativi anche sinceri di trovare risposte alla vita; si colloca dietro l’ansia di sapere se ancora potremo avere la convinzione e il coraggio di far nascere nuove vite nelle nostre famiglie, di mangiare senza la paura di ingoiarci un veleno, in questa terra inquinata di avviarci verso il declino dell’esistenza senza pensare di concluderla intubati in qualche terapia intensiva o aiutati a morire con un suicidio assistito – definito morte dolce – si colloca dietro la nostra fatica di tenere alta e esigente una concezione di vita che continua a subire attacchi di egoismo, di adattamento al ribasso ..

… ecco, in questa nostra fila si fa trovare Gesù: è in mezzo a noi, folla di peccatori, in segno di solidarietà a dirci che con Lui una risposta c’è, una speranza c’è, non resteremo delusi, la pandemia non è un destino, ma una prova … e nella nostra fila di vita in ricerca, non si sente sminuito dall’essere simile a noi, dal condividere la nostra umanità, perchè in Lui non c’è malizia o peccato.

E in mezzo a noi prega: nel pregare ci apre il cielo, ci apre alla vita vera, a una iniezione di novità, di energia, di Spirito Santo che incendia di bontà la nostra esistenza.

E quella fila di peccatori, di disperati, diventa con Lui, con questo cielo aperto, una comunità che si vuol bene, non solo una fila di gente che aspetta il suo turno, diventa una chiesa che si aiuta, che si mescola come sempre nei meandri della vita di tutti i giorni, la condivide con tutti, portandovi speranza, senso …

  • portando acqua che lava e rigenera: il battesimo c’è sempre, a disposizione, non è più di moda, ma è il primo dono che facciamo ad ogni creatura, per immergerla nella morte e risurrezione di Gesù;
  • diventa crisma che dà ardore alla vita con lo Spirito Santo nella Cresima, guida nel darci preti e vescovi, olio santo, per confortarci nella malattia;
  • diventa pane e vino che ci nutre, sta con noi e ci accompagna in ogni Messa;
  • vince ogni riduzione egoista degli affetti diventando dono d’amore col matrimonio, che crediamo sempre più inutile, solo costoso e fumoso;
  • si fa perdono che risana fragilità e riavvia vite disperate – i confessionali ci sono ancora – e ci permette di compiere per la sua misericordia opere giuste, scelte difficili e impegnative, ma vere di perdono;

Tutti questi doni di quella fila diventata Chiesa cambiano quella fila in comunità di speranza: allora non c’è più spazio per la depressione perchè questo nostro Gesù da quel Natale rimane sempre un Emmanuele, il Dio con noi, anche quando, come stasera, torniamo a rimettere negli scatoloni il presepio.

10 Gennaio 2021
+Domenico

Non possiamo celebrare …

questa giornata di commemorazione i tutti i fedeli defunti, senza rivivere il grande dolore  per la morte di COVID-19 di tanti nostri fratelli, amici, parenti, educatori, preti.

Audio della riflessione

Li abbiamo dovuti abbandonare ancora da vivi: hanno affrontato la morte sicuramente nella dedizione, anche oltre il loro specifico dovere, del personale medico e infermieristico ospedaliero.

Noi però non abbiamo potuto accompagnarli, vedere i loro volti e loro stessi non hanno potuto sperimentare il nostro affetto e la nostra compagnia per avere la certezza che ancora c’eravamo e pensavamo a loro ed eravamo proiettati a condividere con loro il dolore del distacco.

Non sparisce dalla mente la visione di quelle file di camion di militari che spostavano solo bare, e sempre bare. Ci confortava il senso di dovere e di pietà di questi giovani militari che dicevano anche di averci messo tutta la loro anima in questo ingrato compito.

Non ci è mai venuta meno però la fede nella risurrezione di tutti questi nostri fratelli, dell’abbraccio con il Dio della vita, della dolorosa dedizione del Figlio Gesù, che nella morte ha sperimentato la strazio inumano della sua morte cruenta, per donarci la risurrezione.

Vogliamo anche in questa Messa affermare la nostra stima e solidarietà verso tutto il personale che in questi giorni è ancora sotto torchio perchè la pandemia non termina dalla mattina alla sera e tenta di rinfocolarsi e rinnovare l’affidamento di ciascuno dei nostri morti alle braccia di Dio.

Abbiamo cercato di riparare a quanto non siamo stati in grado di fare, ma siamo certi di averli tutti in Paradiso.

Diciamo sempre molto convinti nel metterci in contatto di preghiera con il Dio della vita che la nostra vita non è mai tolta, ma sempre e solo trasformata.

Vorremmo anche prendere l’occasione di questi mesti riti per tentare una proiezione di speranza per il futuro che Dio ci vorrà regalare ancora. Non promettiamo molto, perché quando ci sembrava di avere superata questa pandemia, già ci eravamo dimenticati dei propositi immediati che ci eravamo fatti; avremmo voluto essere più essenziali, più concordi nell’azione, o almeno solo più attenti alla vita di tutti, più consapevoli delle nostre necessarie interdipendenze, del nostro essere stati creati da fratelli, del non lasciaci incantare da ciò che passa, dai soldi, dagli onori.

Dio non ci lascerà mai cadere fuori dalle sue braccia, sua Madre sarà sempre complice di ogni salvataggio anche all’ultimo respiro.

2 Novembre 2020
+Domenico

Sei ancora tentato di farti sbattezzare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 23-24) dal Vangelo del giorno (Lc 10,17-24)

«Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Non è raro, trovare gente che non riesce ad apprezzare l’esistenza che conduce, l’ambiente, la città, la cultura, il paesaggio, le possibilità di vita di cui possiamo godere: è una tendenza antropologica più forte di noi … da bambini ci sembrava sempre più buona la minestra della zia, da grandi al gusto uniamo il lamento, al lamento l’abitudine, all’abitudine l’ingratitudine e in questa sequenza non sappiamo più godere delle cose semplici della vita.

Non scorgiamo più il miracolo di un giorno nuovo che comincia, la gioia di godere della salute, la bellezza di avere forza per fare tante cose: quando non le avremo più, saremo una lagna per tutti quelli che incontriamo.

È un difetto anche della nostra società opulenta: non siamo mai contenti di niente, non apprezziamo quello che abbiamo. Ora poi che siamo nella pandemia e di essa non scorgiamo la fine, siamo ancora più disperati, vediamo solo quello, non sappiamo alzare lo sguardo a un futuro migliore.

Sappiamo che Dio sta sempre seminando e proponendo il suo regno e noi non riusciamo più ad alzare lo sguardo per riprendere speranza.

Gesù nella sua predicazione si è scontrato con gente che non riusciva a capire la grandezza di quello che stava accadendo con la sua presenza nel mondo: avevano aspettato per secoli un segno, un futuro diverso, un messia e si erano stufati di attenderlo.

Quando è arrivato, non lo hanno riconosciuto. Ma tra la folla che lo seguiva c’era gente semplice senza tante “strutture di pensiero” o gabbie di abitudini. Solo questi lo hanno capito, hanno saputo scorgere in lui la novità di un Dio amabilissimo e vicino, di una Parola che va dritta al cuore.

Mi scrive un ateo convinto: “per me Dio non esiste, posso vivere senza inginocchiarmi, né di fronte a Dio, né di fronte ad altre divinità; la ragione è il contrario di una divinità che impone la genuflessione, lascia libero l’uomo di pensare ciò che vuole. Per me vivere senza Dio non è un tormento. Io trovo in me stesso, solo in me stesso la forza di emergere più forte da ogni prova.”

Certo … se la ragione diventa un assoluto non c’è spazio per la sorpresa, l’accoglienza di un gesto d’amore. Invece si può essere razionali fino in fondo e accogliere qualcuno che va oltre, non contro.

Molti avrebbero desiderato udire quel che voi udite e non l’udirono, conoscere la bellezza del Vangelo e invece hanno dovuto accontentarsi del buonsenso, dei talk show, delle fiction.

Quando siamo troppo pieni di noi, perdiamo la saggezza della vita: C’è una possibilità nel nostro mondo di poter tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede? O ci chiediamo tutti di farci “sbattezzare”?

Sicuramente possiamo tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede se tendiamo la vita come un arco. È una speranza da nutrire sempre!

3 Ottobre 2020
+Domenico

La vita non è una liturgia stanca

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4, 16-30)

La vita è fatta di tante liturgie “stanche”, di tanti gesti automatizzati che ogni giorno devi fare: può essere la levata del mattino – ahimè sempre troppo presto – il congedo da quelli di casa, l’arrivo sul posto di lavoro, il caffè e il giornale con gli amici, le pratiche dell’ufficio .. oppure anche liturgie più solenni ,come quelle ufficiali della deposizione di una corona di fiori, di una dichiarazione alla televisione, o di una Messa in Chiesa … spesso le portiamo avanti stancamente come la vita, senza slancio, anche se ne vediamo la necessità: diventano penitenza quotidiana invece di essere caricate di significato vitale.

Così capita a Gesù, quando di sabato entra nelle sinagoghe dei paesi della Palestina: gente stanca che prende la Torah, il libro della bibbia, ne legge un pezzo lo fa commentare poi tutti ritornano alla propria vita.

Sono così anche le nostre liturgie domenicali: spesso sono più un dovere che un atto di amore!

Ebbene un giorno Gesù entra in una di queste liturgie “scontate” e ribalta la vita di chi lo ascolta: legge il libro di Isaia che prevede per il popolo un futuro diverso e dice perentoriamente “questo futuro oggi è qui con voi, sono io. Io sono stato mandato a dare speranza ai poveri, a dirvi che sta scoppiando la potenza di Dio nel mondo. E’ finito il tempo delle lagne, una nuova presenza di Dio comincia oggi, la speranza comincerà a colorare le vostre vite, i poveri trovano fiducia, i deboli si rinfrancano, i diseredati trovano casa e accoglienza. Io sono qui a garantirvi questo amore invincibile di Dio. Mi credete?”

Lo stupore di chi lo ascolta è grande: erano andati a compiere il solito rito e si sono trovati davanti alla verità concreta che quel rito evocava e non ci hanno creduto.

Se tu tutti i giorni  ti adatti alla vita senza entusiasmo, non t’accorgerai mai del senso che vi è nascosto, dell’amore che vi è inscritto e promesso: hanno dato per scontato questo loro concittadino, erano loro i primi a non stimarsi e a non stimare, avevano chiuso Gesù nei loro schemi paesani e non poteva sicuramente essere la promessa di Dio … non vorrai che Dio abiti proprio tra noi?

Invece Dio abita tra noi, ha il volto del nostro vicino, ha i pensieri di bontà di chi ci dedica la vita, ha la forza di chi ci contrasta nel male.

Anche questa è la speranza della nostra vita: poterlo scorgere nella storia di ogni giorno.

31 Agosto 2020
+Domenico

Vegliare, pregare, cercare con tenacia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 42-51)

La vita dell’uomo è fatta di tante attese,  non tutte  vere, non tutte capaci di tenere l’animo sveglio e attento al bene, alla manifestazione di Dio: attende la mamma il suo bambino nella lunga gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza all’uscita dalla scuola, attende il malato i risultati delle analisi, attende il giovane l’esito dell’ennesimo colloquio di lavoro, attendono i genitori che cigoli la porta di casa alle cinque del mattino per tirare un sospiro di sollievo: è tornato vivo! Attende il bambino il sorriso del papà al suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati il permesso di soggiorno in fila fin dalle prime luci del mattino, attende l’anziano nella casa di riposo la visita di qualcuno che gli ricordi di essere vivo; attendono gli affamati un pane, gli esiliati la patria, tanti bambini la pace e non la sanno nemmeno immaginare tanto sono abituati a vivere sotto i colpi dei mortai.

Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa la lunga coda di automobili che dobbiamo subire ogni giorno per andare e tornare dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo dello spacciatore o l’appostamento lungo la strada per comperare il corpo di qualcuna o di qualcuno; non è attesa la solitudine di chi dopo tante tergiversazioni prende la finestra di corsa; e nemmeno quella dell’usuraio che ogni giorno torna a misurare il sangue succhiato ai poveri …

E’ attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella del mondo; non è attesa la velocità dissennata per le strade, che disprezza la vita degli altri e la propria, quella percezione o orientamento alla  morte che spesso abita le nostre esistenze.

L’attesa vera di una meta alta, dello stesso Signore che viene, ha la capacità di tirarti dentro tutto, di trasformarti, di ridefinire la tua stessa identità, di farti crescere e capace di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi: è una forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai nostri molteplici impulsi, per canalizzare le qualità personali e di gruppo … questo ci dice Gesù quando ci invita a vegliare ad attendere il Signore che passa sicuramente nella vita di ogni persona, perché Lui non ci abbandona mai.

Santa Monica è stata una mamma cristiana, la mamma di sant’Agostino, che ha vissuto tutta la sua vita implorando Dio che aiutasse il figlio Agostino a cambiare strada, a convertirsi al Signore, tanto cercato, ma sempre velato un po’ dalla condotta libertina, molto da ricerche filosofiche.

E la Mamma di Sant’Agostino è vissuta continuamente in attesa.

Agostino ha fatto ricerche anche oneste che poi hanno dovuto aprirsi a Gesù, e quando questo è avvenuto la mamma era felicissima, e ha chiesto pure di morire perché il suo compito era stato raggiunto.

27 Agosto 2020
+Domenico

Spirito Santo rendici liberi dal male e dalla epidemia

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)

Audio della riflessione

Spesso ci vien voglia di sintesi di tutte le esperienze belle che facciamo; in genere si fa una festa: è la festa del battesimo per una nascita, è la festa del matrimonio per una decisione di amore pubblica, proprio perché l’amore fra due persone che si decidono di volersi bene, e nel volersi bene danno vita, non può essere “fatti loro”, ma evento di tutti coloro con cui i due sposini hanno legami; ancora lo è la festa della laurea perché si è finito un percorso nuovo, che ha ampliato conoscenze e professionalità: faccio festa perché mi è costata molto – il punteggio del voto non è la cosa più importante – e ci sono riuscito.  

Oggi – fatto cosmico – siamo al compimento del grande progetto di Dio con l’umanità: la conclusione della nuova alleanza tra il Signore Onnipotente e l’umanità.

Abbiamo ancor in mente il Vangelo al capitolo 20 di Giovanni, in cui si narra di quella bella corsa al sepolcro di un vecchio e di un giovane, Pietro e Giovanni, a constatare che il sepolcro era vuoto, e i tre verbi che hanno dato una notizia importante ai due e a tutto il genere umano: entrarono, videro e credettero

Ma di grande gioia ancora non si parla: è bello allora, per completare la grande storia di Gesù, figlio di Dio, e dare gioia a tutti, l’arrivo di Gesù alla sera di Pasqua: ci sono tutti, meno Tommaso, ma il capitolo 20 di Giovanni non finirà senza descrivere anche quell’altra bella sera di otto giorni dopo, che concluderà con la bellissima espressione di Fede “Mio Signore e mio Dio”, che noi adulti ricordiamo da bambini abbiamo imparato dai nostri genitori da dire sotto voce ad ogni Messa quando il prete innalzava l’ostia prima e il calice dopo.  

Ebbene … quella sera Gesù compie il suo sogno, che è il sogno di Dio Trinità sulla vita dell’umanità: è lo stesso Gesù che era stato appeso alla croce, difatti mostra ai discepoli le mani trafitte e il costato squarciato.

E’ sempre lui visto da occhi umani e ora percepito nella fede, e oltre che mostrare la propria identità col crocifisso compie tre gesti che lo rivelano ancora una volta definitivamente come il Messia, gesti che danno forma alla Chiesa.

Augura la pace: è una pace che l’uomo non si può dare e che viene da una libera decisione di Dio; è un bene degli ultimi tempi, in cui Gesù è già entrato; viene irradiata da Cristo risorto adesso all’esperienza di fede degli apostoli, che si sentono inondati di gioia, finalmente.

Secondo, alita su di loro dicendoricevete lo Spirito Santo“: Gesù è già risorto, è già presso il Padre e quindi lo Spirito trasmesso viene anche dal Padre. E come Dio spirò nel primo uomo l’alito della vita e divenne persona vivente, così il nuovo Adamo – ormai alla destra del Padre – Gesù, alita il suo Spirito sul gruppo dei discepoli e fa di loro una comunità vivente, il primo nucleo della nuova umanità.  

E infine, Trasmette il potere di rimettere i peccati ai suoi discepoli, che già lui esercitava nella sua esperienza di vita umana, facendoli partecipi della sua divina regalità, che ora risplende come era da sempre, arricchita però della sua umanità. 

Si capisce allora molto bene quella frase “mozzafiato” – dice il Vescovo Lambiasi – di san Gregorio di Nissa: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo quello che resta non è più Dio, ma il suo cadavere”, e allora verrebbe da dire a maggior ragione “Se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma una lunga fila di camion carichi di bare, che vanno a riempire un cimitero di cadaveri“. 

E proprio anche per questo chiediamo allo Spirito Santo che risani la nostra umanità dalla pandemia, perché siamo e ridiventiamo un popolo di Dio vivente e gioioso, e smettiamo di essere segnati da queste morti che ci tolgono anche l’immagine di un popolo vivo e ci privano della gioia della Pasqua e della Pentecoste. 

31 Maggio 2020
+Domenico

La ricerca di strada, un indirizzo preciso

Una Riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-6)

Audio della Riflessione

Credo che sia capitato a tutti di avventurarsi in un bosco, cercarne la via di uscita e girare sempre su se stessi: il sole è nascosto tra le nubi, hai perso qualsiasi orientamento; o ancora peggio quando sei in mare senza bussola e continui a girare e ti trovi al punto di partenza: lontano c’è la riva, ti sembra di esserti avvicinato invece ti trovi su un altro approdo.

In città oggi è anche peggio: domandi a qualcuno e immancabilmente ti dice che è di passaggio e non conosce la città; prima di provare panico riguardi il tom tom, ma ti trovi sempre da dove eri partito: non servono arrabbiature, maledizioni, occorre qualcuno che ti aiuta a trovare la strada.  

Finché si tratta di vie e di numeri civici, puoi arrangiarti, ma se invece questa confusione, questa incapacità di trovare la strada giusta riguarda quello che cerchi nella tua vita, la chiarezza di scegliere l’indirizzo giusto di come impiegarla, la risposta a domande assillanti e decisive per le scelte da cui non puoi più tornare indietro, la forza di uscire da difficoltà insormontabili, cosa fai?

Si capisce subito che la risposta ha esigenze molto più profonde di un numero civico, molto più difficili della lettura di una carta geografica o di una mappa.  

Sentirsi dire dal Vangelo Gesù che afferma «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me», sapendo che Gesù non è una guardia comunale, ma è la pienezza della vita, hai la gioia di trovare un vero punto di riferimento, una risposta e una indicazione sicura per vivere.  

Gesù è verità: è la rivelazione perfetta del Padre, dal quale tutte le cose traggono origine e nel quale tutti possono trovare la propria consistenza e la verità di se stessi. 

Gesù è vita, perché da sempre ci può far partecipare alla comunione con il Dio vivente, con la sorgente di tutto quanto esiste, di tutto il creato, di tutte le forme di vita che popolano l’universo.  

Ma soprattutto Gesù è la via, in quanto lui ha vissuto nella sua persona l’esperienza profonda dell’incontro tra Dio e l’uomo e comunica questa esperienza a tutti noi suoi fratelli.

Questo essere via di Gesù, non è l’incarnazione di un tom tom, qualcosa di esteriore, un arido procedimento tecnico tipo Google, ma una persona, la persona di colui che per primo si è incontrato con Dio ed è il luogo visibile di un patto d’amore con il Signore, con il Creatore: il Padre per eccellenza, insuperabile.

Da qui ancora meglio si coglie che la verità non è più un rapporto logico o una astratta conoscenza intellettuale, ma un rapporto personale con Dio nella persona di Gesù.

La vita si risolve allora non con una consultazione, da vocabolario, da enciclopedia o da wikipedia, ma dentro un dialogo d’amore in cui la nostra vita si affida, si confida,  si sviluppa e si realizza. 

8 Maggio 2020
+Domenico

Il cristiano è sempre al servizio del prossimo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 16-20)

Audio della riflessione

Nella nostra vita ci sono degli stati d’animo ricorrenti, dei fatti molto sgradevoli che ti si propongono alla memoria, o per incontri particolari con qualcuno che te li riporta alla memoria, o per scrupoli di coscienza che ti assalgono senza volerlo.

Uno di questi fatti che non vorresti aver mai compiuto è un tradimento: ce ne sono di varia importanza, ci sono stati quelli tra amici nelle avventure sentimentali da adolescenti, ci sono situazioni che capitano nel mondo del lavoro, qualche volta nella vita di relazione.

Nella esperienza religiosa ci ha sempre colpito il tradimento di Giuda, che  ci sequestra l’attenzione quando si descrive l’ultima cena, che comincia con la lavanda dei piedi. 

Il rito della lavanda dei piedi ricorda che il segno di riconoscimento vero e definitivo del cristiano è il servizio ai fratelli, l’interesse verso gli ultimi, i bisognosi, i piccoli.

Se è vero che il pane e il vino consacrati sono segno di una specialissima presenza di Cristo morto e risorto, è altrettanto vero che il cristiano, con uguale fede, deve riconoscere la presenza di Dio nel povero, nell’oppresso, nel debole, nell’emarginato, in una parola nel fratello di cui ci si preoccupa di vedere il prossimo, e il bisogno. 

Perderebbe il suo senso la fede nell’Eucaristia e sarebbe una impostura la sua celebrazione, sarebbe un altro tradimento dell’amore di Gesù e della sua sequela, se essa non si prolungasse e non cercasse una verifica nella carità, nel servizio del prossimo: questo che è un impegno per ogni cristiano, diventa criterio di autenticità e giudizio di verità, soprattutto per quelli che nelle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle diocesi, nella Chiesa universale rivestono un servizio di autorità per la comunione in un impegno pastorale.  

Queste parole se le sentono addosso tutti i preti, io vescovo e papa Francesco che continuamente ci rivolge questo insegnamento e per questo – purtroppo – è indicato dai benpensanti, dai cattoliconi che la sanno sempre troppo lunga, è visto come uno che non parla mai di Dio, ma sempre dei poveri.

Tutti noi sentiamo che se non viviamo nella nostra vita il Vangelo così,  non siamo molto diversi dal traditore Giuda che ci viene di nuovo presentato nel Vangelo di questa giornata del tempo pasquale. 

Papa Francesco ci ha detto tra l’altro, in questo tempo in cui vogliamo vivere da risorti, di ribaltare le numerose pietre del nostro egoismo, pensando a quello che ci spetta dopo la pandemia; e si domanda, Papa Francesco, “Saremo capaci di agire responsabilmente di fronte alla fame che patiscono tanti, sapendo che c’è cibo per tutti? Continueremo a guardare dall’altra parte con un silenzio complice dinanzi a quelle guerre alimentate da desideri di dominio e di potere? Saremo disposti a cambiare gli stili di vita che subissano tanti nella povertà, promuovendo e trovando il coraggio di condurre una vita più austera e umana che renda possibile una ripartizione equa delle risorse? Adotteremo, come comunità internazionale, le misure necessarie per frenare la devastazione dell’ambiente o continueremo a negare l’evidenza? La globalizzazione dell’indifferenza continuerà a minacciare e a tentare il nostro cammino …

Che Dio ci trovi con gli anticorpi necessari della giustizia, della carità e della solidarietà.   

7 Maggio 2020
+Domenico

Il testo integrale di un articolo pubblicato da una rivista spagnola dove il Papa si fa queste domande è apparso sull’Osservatore Romano, e può leggersi anche all’indirizzo http://www.settimananews.it/papa/esercizi-di-speranza/

Nel buio della nostra storia Gesù è la luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)

Audio della Riflessione

La parola tenebra ci fa un poco paura.

Nella nostra civiltà, che tra le tante esagerazioni ha un coefficiente di illuminazione elevatissimo – tanto che i pochi osservatori del cielo posti in genere sopra un colle si devono difendere con leggi speciali per poter essere almeno efficienti in qualche ora della notte – tenebra vuol però proprio dire non vedere niente, non avere riferimenti per muoverti, brancolare nel buio – si dice – camminare a tentoni.  

C’è poi una tenebra spirituale che significa “non capire più niente nella tua vita”, “non avere alcuna indicazione per come uscire da certi problemi”, “non vedere nessuna luce in fondo al tunnel in cui ti sei immerso”: la pandemia non una volta sola ci ha dato questa sensazione di trovarci nella tenebra, di non avere possibilità di uscirne, di difendersi, di trovare una certezza di riparo: è un buio esistenziale.  

Ecco, Gesù nel vangelo si presenta come luce del mondo e lo gridò a gran voce – dice il Vangelo – «Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre».

E’ una parola che è detta a noi soprattutto oggi, in questi momenti che sperimentiamo cecità per le deformazioni e le ferite alla nostra umanità, date da incertezza sul nostro futuro, di salute fisica e di saldezza economica, certezza di lavoro e di prospettive anche a breve termine.

Il Signore vede le nostre miserie, vede le nostre desolazioni e fatiche, ma noi continuiamo ad allontanarci da Lui: siamo pervicaci a non rinunciare a niente delle false conquiste che hanno oscurato la strada della nostra vita. 

Gesù però ci dice con passione che è venuto non per condannare, ma per salvarci; occorre che ascoltiamo la Sua Parola: lui non ci condanna, è la parola stessa che ci giudica, che attiva la nostra libertà di ascolto. 

Gesù non obbliga nessuno a salvarsi, offre a tutti però la possibilità di aprire gli occhi e di farsi illuminare: siamo noi che siamo sempre in cerca di strade buie.

La sua luce non fa crescere l’oscurità o il dramma: ci indica solo una strada per uscire da ciò che è sbagliato, per non farci prendere da inganni.

Allora dobbiamo camminare in questa luce!

Papa Francesco, in queste giornate drammatiche ci indica la strada da fare: Lui è interprete autorevole della luce che è Gesù, che ci può far essere nel mondo e nella storia di oggi una risposta credibile e luminosa agli interrogativi sul nostro presente e sul nostro futuro. 

Tra l’altro ci dice che dobbiamo rompere … “tutto il fatalismo in cui ci eravamo immersi e ci permetterà – questo – di sentirci nuovamente artefici e protagonisti di una storia comune e, così, rispondere insieme a tanti mali che affliggono milioni di persone in tutto il mondo. ”

E il Papa continua “Non possiamo permetterci di scrivere la storia presente e futura voltando le spalle alla sofferenza di tanti. È il Signore che ci domanderà di nuovo: «Dov’è tuo fratello» e, nella nostra capacità di risposta, possa rivelarsi l’anima dei nostri popoli, quel serbatoio di speranza, fede e carità i cui siamo stati generati e che, per tanto tempo, abbiamo anestetizzato e messo a tacere.” 

Parole Sante.

6 Maggio 2020
+Domenico