Non facciamoci rubare il futuro: rischiamo con una grande semina!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 1-23)

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I nostri nonni ci raccontavano questo: all’inizio del secolo scorso, dopo anni di
scarsissimo raccolto, si erano ridotti a penosa assenza di grano da seminare; non lo potevano fare i grandi proprietari e ancor meno i piccoli agricoltori. Il parroco, molto d’accordo, anzi stimolando i dubbiosi, aveva messo assieme quei tre o quattro
possidenti di un paese – e questo avvenne per molti paesi della nostra pianura padana – per fare un semplice ragionamento: “Oggi nessuno può seminare, voi avete quattro soldi: comperiamo le sementi per tutti, gliele diamo a fondo perduto, sappiamo di rischiare, ma se tutti semineranno e seguiranno il loro lavoro avremo un ottimo raccolto e ne guadagneremo tutti! Voi riavrete la semente che avete regalato, le loro famiglie potranno vivere del loro lavoro e ci sarà futuro per tutti.”

Fu un successo: ciascuno riebbe i soldi che aveva speso, e tutti poterono migliorare la loro vita; nacquero addirittura le banche cooperative e si guardò al futuro con una speranza certa.

Ecco, non intendo fare lezioni di economia evidentemente, ma solo dire che la semina di Dio non ha mai patito questi pericoli! Dio è proprio un seminatore di grandi vedute: La sua semina è talmente generosa, e sempre, che non bada nemmeno al terreno su cui cade, anzi sfida anche i sassi, i rovi, il terriccio, i cordoni del terreno; ha semente per tutti: nessuno deve dire a me è mancata la semente per cui ho dovuto patire la fame.

Che è questa semente che Dio sparge a larghissime mani, con esagerata generosità ovunque? E’ la sua Parola! La Parola di Dio non ci manca mai, non ci manca proprio. Volete che Dio stia a tenersi la sua parola per paura di qualcuno che non ha voglia di accoglierla o di farla crescere o di lavorarla?!

Siamo noi allora che dobbiamo vedere che farne della semente, non lui
a risparmiarsi; ed ecco allora come ci disponiamo di fronte alla Parola di Dio:
ci sono quelli che vivono di buon senso, a loro va bene solo quello che pensano loro,
sono refrattari a quello che dice Dio perché loro dicono di saperlo già, ma non fanno
niente.

C’è chi si rende conto della difficoltà ad ascoltare la parola di Dio, perché
ha i suoi criteri: non se ne cura vive sempre dei suoi luoghi comuni. Lui ascolta, ma
prevale il suo buon senso, non osa reinvestire, si fa una piccola rendita e si accovaccia: E’ come la strada di sassi.

C’è chi ha deciso di accogliere la Parola, ma ha un sacco di paure, non vuol osare e la seppellisce nei suoi dubbi: è pietrificato da tutte le paure possibili.

Uno invece vi si accosta molto volentieri, ma si lascia prendere dalla
seduzione dell’avere di più, non è mai contento; usa solo per se quel che ricava, si
sotterra nel suo egoismo.

Altri invece sono felici di accogliere: non pensano che sia solo un regalo da godere, ma da far fruttare, e si mettono al lavoro, e vedono che la Parola fa frutti per lui, per la famiglia, per il mondo del suo lavoro per la comunità più grande; stima la Parola di Dio, vi si ispira, cambia vita, e fa cose importanti anche per altri.

Di fronte a questo grande seminatore siamo tutti chiamati a renderci conto che
abbiamo un sacco di resistenze a quello che ci dice Dio, e dobbiamo chiedere che il
Signore ce ne liberi
, e così poter accogliere quello che lui ci vuol dare.

12 Luglio 2020
+Domenico

San Benedetto: dà forza all’Europa, fa brillare il tuo progetto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 27-29)

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Due frasette semplicissime di Matteo ci mettono in grado di riflettere sulla nostra vita, sul mondo in cui viviamo, e dare voce a un esempio che le ha messe in pratica alla lettera: san Benedetto, patrono dell’Europa.

Di lui purtroppo molta gente poco sapiente – dico così per rispetto alle idee di tutti – non si ispira neanche lontanamente al lavoro che hanno fatto i benedettini in Europa: hanno ricostruito relazioni umanamente ricche e economicamente e politicamente anche vantaggiose tra diversi nuovi popoli, chiamati barbari, dopo lo sfacelo dell’impero romano, promuovendo non soltanto monete, ma anche e di più religiosità, cultura, libertà dalla povertà e dalle malattie, organizzazione del lavoro, autosussistenza … 

“Abbiamo abbandonato tutto” – risalta nel Vangelo di oggi – “e ti seguimmo. Che sarà di noi?” E’ la domanda degli apostoli a Gesù. E’ la domanda di chi si butta per un ideale e si mette al servizio del bene di tutti.

Non solo i frati o i preti o le suore e i missionari, sono tutti i cristiani che per un ideale, quello della famiglia prima di tutto, lasciano tutto e si dedicano a questa grande novità che è l’amore tra un uomo e una donna e la vita dei figli.

Abbiamo speso tutto per la famiglia, per lui, per lei, per i figli … non abbiamo contato le ore, i pensieri, le preoccupazioni, non abbiamo badato a difficoltà di ogni genere e ora, che ci resta?   

Per un figlio i beni sono un dono del padre da condividere con i fratelli: chi li accumula si rende schiavo dell’egoismo e fa i fratelli schiavi della miseria.

Libero invece è colui che è capace di usarli al servizio degli altri!

Gesù ci offre di vivere come “da principio”, non solo in rapporto con l’altro e con noi stessi, ma anche con i beni materiali: questi non sono il fine cui sacrificare la nostra vita e la vita altrui, ma il mezzo da usare tanto quanto serve per vivere da figli e da fratelli, con piena libertà, senza lasciarci condizionare.

Quello che teniamo in proprio, ci divide dagli altri; quello che doniamo ci unisce: i beni del mondo sono quindi benedizione e vita se li condividiamo liberamente, diventano maledizione e morte se li accumuliamo spesso in forma compulsiva, cioè stregati dal desiderio di possedere.

Siamo figli e signori, non servi del creato, proprio perché con esso serviamo i fratelli. 

Rifacciamoci sempre all’incandescenza della creazione: da principio – torno a dire da principio – tutto è dono. Possedere e accumulare è distruggere la radice stessa della creazione.

La violenza che usiamo per impossessarci delle cose distrugge non soltanto la fraternità, ma anche i beni stessi di cui viviamo. La cacciata famosa dal paradiso terrestre, è stata una conseguenza amara del voler rapire ciò che era stato donato.

Alla fine delle nostre fragili vite ciascuno porterà il suo tesoro vero: non saranno certo le ricchezze possedute e accumulate, ma quelle vendute e condivise; di quelle non andrà perduto nulla. 

Allora per rifarci alla prima domanda “e noi che avremo?”, nella nuova creazione, nel giorno senza tramonto che già ora è cominciato, i discepoli, parteciperanno alla regalità, alla gloria, alla ricchezza del Figlio: i poveri regneranno per sempre con Gesù. 

Chi avrà seguito Gesù e amato gli altri non perde nulla, ottiene tutto, ed eredita la felicità senza fine: la pienezza del dono si manifesterà dopo, ma già ora il Regno è suo, per questo il suo futuro sarà diverso.  

E allora il presente allora rimane il luogo per decidere il passaggio dall’egoismo all’amore, è lo spazio della liberazione della nostra libertà. 

E’ forse questo il programma dell’Europa? Si libra ancora nei suoi cieli questa colomba di pace o deve fuggire perché la vogliono ingabbiare o impallinare o avvelenare? Certo dobbiamo capovolgere i nostri modelli di vita sociale e stabilire nuove priorità: sognare sempre una Europa come l’ha voluta san Benedetto ci fa solo bene e non ci fa perdere la speranza.

10 Luglio 2020
+Domenico
 

Chiesa madre mia, aiutaci a vincere il male col bene

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 16-23)

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La debolezza della Chiesa fa contrasto con la forza del mondo: è il contrasto che Cristo ha manifestato continuamente nella sua persona.

Gli Ebrei aspettavano un re potente e trionfatore ed egli si presenta inerme e mite: è così povero da non avere dove posare il capo, ma dona prodigiosamente pane a migliaia di persone; davanti a Pilato si proclama re, ma si lascia incatenare, brutalmente flagellare, condurre alla morte come delinquente, malfattore, bestemmiatore.  

Un programma non facile per la sua Chiesa, continuamente tentata di assumere gli stessi atteggiamenti del mondo, più apparentemente efficaci; sappiamo però che tutte le volte che la Chiesa si è rivestita di potenza, si è allontanata dallo Spirito del suo Fondatore e ha inaridito le sorgenti della sua azione.  

Un discepolo di Cristo invece è testimone – come il Maestro – di povertà, di semplicità, di umiltà e insieme di coraggio e di chiarezza di pensiero, di posizioni in tutte le circostanze: pronto a sopportare con pazienza ogni ingiuria, pronto a denunciare con fermezza ogni ingiustizia – anche compiuta dalla Chiesa, ma con un grande amore per essa – e non facendo chiasso o cercando appoggi mondani.  

Il cristiano deve sapere che ogni passo del Vangelo va fatto mettendo in conto sofferenza e pazienza, disponibilità e passi indietro non nella verità, ma nei tempi e nella attesa. Ognuno di noi cristiani, preti, vescovi e cardinali, laici, religiosi o religiose, frati o monaci, dobbiamo comprendere che il mistero del maestro è anche il nostro: anche noi per paura di soffrire e di morire rischiamo di chiuderci in noi stessi e ci difendiamo facendo male a noi e agli altri.  

Chiediamo al Signore la grazia di capire che il male non è soffrire e morire, ma far soffrire e far morire: il male, come sempre provoca, nel senso che chiama fuori, da vita al male latente nell’altro e innesca una reazione a catena, che si arresta solo dove c’è uno tanto forte da non restituire mai il male che ha ricevuto.

La vita è sempre sacrificio di sé o di un altro: l’amore è quel sacrificio di sé che ci fa simili a Dio, capaci di rispondere alla provocazione del male con il bene.  

Del resto Gesù questo ce lo ha insegnato con la generatività, che è qualità tipica del bene che si deve fare proprio andando oltre e aprendo orizzonti nuovi alla famose “legge del taglione” e a tutte le controversie: al male non si ripara con un altro male, ma con una abbondanza di bene! Anche storicamente la non violenza ha reso incapaci di mostrare i denti anche agli eserciti più potenti. 

Purtroppo anche la Chiesa tante volte crede di parificare i torti facendone altri; invece il nostro maestro ci fa capire che le difficoltà, le lotte e le persecuzioni sono i costi della vittoria del bene, sono segno della distruzione del male che viene scoperto e rimane sconfitto. 

L’unica bella catena che ci tiene uniti sempre è la misericordia, il perdono, un approccio ai “lupi”, che siamo anche noi, con il perdono.

Questa volontà è stata esplicitata sempre da Dio in Gesù Cristo. 

10 Luglio 2020
+Domenico

Strada facendo … la missione è “dinamica”

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-15)

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Bellissima questa descrizione della missione, questa proposta – o questa proclamazione meglio – che si va facendo strada, perché camminando si apre cammino: non si offre una ideologia, ma una strada su cui camminare in compagnia, perché la casa dell’apostolo è la via.

L’annuncio del Vangelo non è per la immobilità, per la chiusura, per imbottigliare nessuno, ma è un messaggio di gioia che mobilita la coscienza prima e in seguito il corpo, il comportamento, l’orizzonte: ecco perché i primi a cui fare attenzione sono gli infermi, coloro che non stanno in piedi, che sono piegati dalla malattia e le persone che sono inferme nello spirito, sotto il peso dell’egoismo.

Risvegliare i morti è ancora più urgente; mondare lebbrosi, scacciare demoni sono segni di un mondo nuovo che strada facendo si realizza per la potenza di Dio: vuol dire scacciare lo spirito della menzogna, liberare dalla lebbra del peccato e soprattutto essere pienamente convinti che questo Regno di Dio è frutto di generosità diffusa, perché l’apostolo dona quello che a sua volta ha ricevuto e lo fa gratuitamente; è come ogni dono vittoria sul possesso, sull’interesse, sul rendere la bellezza della vita il risultato obbligato di una vendita o di una compera. 

Ancora di più: se l’apostolo si presenta povero, senza casa, senza sicurezze, può ricevere in dono di essere accolto; la povertà dell’annunciatore del Regno è la libertà dal dio di questo mondo, segno della gratuità e della possibilità di regalare la buona notizia, il Vangelo che è Gesù e che è la felicità che la persona cerca.  

Quando san Francesco d’assisi propose la regola ai suoi frati di vivere di elemosina, di andare di porta in porta a supplicare un pezzo di pane, quel poco di cibo che ognuno è capace di condividere con il più debole, era davvero un cambiamento di paradigma.

Poi – non si sa come mai – la chiesa, invece di chiedere l’elemosina per aprirsi a tutti, spesso è funestata da uomini che vogliono solo fare soldi per se stessi o farsi immagini per presentare se stessi o – Dio non voglia – trarre in inganno il debole e il fragile. 

Sull’onda di queste parole di Gesù possiamo ben delineare la figura degli annunciatori del Vangelo anche di oggi: li chiamiamo “operatori pastorali” e in questo nome papa Francesco colloca tutti coloro cui sta a cuore l’annuncio del Vangelo, della gioia del Vangelo; si vede continuamente espressa una figura di persona, giovane o vecchio che sia, ragazzo o bambino pure, che si relaziona con tutti in modi gratuiti, nuovi, senza schemi prefissati, capace di condividere e di rischiare, di obbedire e di sforare per eccesso di amore, di sopportare la povertà per non creare nessuna barriera con i più fragili, lebbrosi e appestati compresi.  

Dice papa Francesco: “C’è una predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa: essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada “. 

Non luoghi, ma percorsi continui … strada facendo.

9 Luglio 2020
+Domenico
 

La squadra di “poco raccomandabili” e pure incompatibili tra loro

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 1-7)

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Esistono realtà importanti nella vita di fede che si esprimono attraverso due realtà che devono sempre stare assieme; per esempio il comandamento più importante del cristiano è l’amore, che assolutamente deve essere duplice e sempre assieme: amore a Dio e amore al prossimo: non c’è l’uno senza l’altro.

Ancora, il Corpo e il Sangue di Cristo sono sempre assieme perché indicano la vita di Gesù offerta fino all’ultima goccia.

Ancora, ogni cristiano non è a caso nel mondo, ma ha una vocazione che si sviluppa sempre assolutamente in una missione; se uno è chiamato da Dio è sempre mandato: ogni vocazione diventa una missione.

Così Matteo, quando fa l’elenco dei discepoli di Cristo, immediatamente li fa diventare apostoli, cioè sono mandati: chiamati e mandati, chiamati ad uno ad uno e mandati.  

Quando sono chiamati spesso ricevono anche un altro nome che indica la missione, o la propria storia: Mosè voleva dire salvato dalle acque, Simone viene chiamato Cefa – pietra – da cui romanizzato Pietro, roccia su cui fonda la chiesa, di cui sarà il primo papa. 

Gesù poi – diremmo noi non troppo delicati – fa il “partigiano” nel mandare gli apostoli prima di tutto agli ebrei, ai figli di Israele, perché è il popolo che si è scelto, non viene meno mai alle sue promesse il Signore, e il popolo è talmente libero che non smette di disobbedirgli. 

Gesù è il primo mandato, il primo apostolo: la Chiesa ha in Gesù e nei suoi apostoli le proprie radici ed è costituita subito su itineranza e mobilità, annuncio della parola e servizio ai poveri, gratuità e povertà le sue caratteristiche principali; se serve i poveri, i rifugiati, gli emigranti non è per ideologia di partito e debolezza di sinistra, ma è obbedienza assoluta al suo Signore Gesù, e tutti i gesti dei cristiani non si attuano senza entrare nelle leggi che i popoli si danno, facendo in modo che le mentalità chiuse su se stesse si aprano ad orizzonti vasti come il regno di Dio; ciò dipende da come noi cristiani siamo convinti, pure rispettosi, ma anche pronti a pagare di persona per quello che la nostra coscienza, basata sulla vita di Gesù, ci suggerisce.  

La squadra che Gesù si sceglie è tra le più impossibili umanamente a stare assieme per uno stesso scopo: ma com’è possibile combinare i primi quattro con Matteo cui dovevano pagare le tasse per l’odiato romano? come combinare questo con Simone il Cananeo e Giuda Iscariota? Sono persone poco raccomandabili, per lo più incompatibili tra di loro: era gente più diversa, che resterà sempre con le sue diversità, ma decisamente chiamata a vivere da fratelli, se la preghiera che loro insegna chiama Dio con il nome di Padre nostro.

Dio non seleziona secondo criteri di bravura, cultura o efficienza: la Chiesa è sempre aperta a tutti, buoni e cattivi.  

Ognuno è rispettato per quello che è e chiamato ad accogliere e rispettare l’altro nella sua diversità: forse i nostri corsi per operatori pastorali, i nostri seminari, i nostri conventi dovrebbero avere davanti sempre questa coraggiosa e responsabile chiamata di Gesù dei suoi apostoli, caricandosi sulle spalle le differenze che ci fanno uscire da noi, ma moltiplicano le strade di salvezza. 

8 Luglio 2020
+Domenico

Il mondo è una messe, non una discarica

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 32-38) 

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La nostra storia, e la storia della salvezza soprattutto, è uno scontro tra fede e incredulità, tra luce e tenebre, tra accoglienza e rifiuto, tra tocco che salva e bestemmia imperdonabile.

Gesù fa miracoli: dona la luce della vista ai ciechi, scaccia demoni, produce sempre per tutti segni e delinea strade per poterlo incontrare.  

La bestemmia la dicono stavolta i farisei, che senza il minimo pudore affermano che Gesù è d’accordo con i demoni per scacciarli dalla vita delle persone: è una incredulità che si indurisce e rifiuta, e ritiene che Gesù è un divisore, un diavolo.

E’ il peccato contro lo Spirito Santo: ritenere che Gesù non solo non ti può salvare, ma è attivo nel cacciare le persone, le creature di Dio nell’inferno nel regno di Satana è una grande bestemmia.

Gesù invece si presenta sicuramente come il Figlio di Dio, e qui dà risalto alla sua profonda umanità: andava attorno per tutte le città, per tutti i villaggi; vuole incontrare tutti, sia sulle strade di grande comunicazione del mare di Galilea, sia nei villaggi all’interno.

Ma soprattutto contempliamo quel “viste le folle ebbe compassione di loro”: avere compassione non è un sentimento vago, una idea di commiserazione, ma è sentirsi provocato, chiamato, desiderato, coinvolto con tutto se stesso, nelle stesse sue viscere nella situazione di abbandono della gente, essere dedicato a tutti a partire dalle sue viscere di misericordia.

A mano a mano che si avvicina a Gerusalemme gli si chiarisce la missione per cui è presente su questa terra: la sente urgente, provocatoria per chi vuol stare nel suo brodo, nei suoi social ogni ora del giorno e pure della preghiera. 

Ci rende compartecipi della sua compassione e ci apre gli occhi su tutta l’umanità: non siamo nel mondo a perdere tempo o a provare nostalgie di chiese piene, di domande profonde, dobbiamo aprire gli occhi!

Gesù parla di una messe abbondante: il mondo non è una landa di ululati solitari, non è il regno delle tenebre, non è il male personificato: questo nostro mondo, proprio questo che sembra osteggiare la vita di fede, è una messe; c’è una attesa già matura, che noi non vediamo, ma che qualifica l’umanità. 

Certo, gli operai sono pochi, cioè ai cristiani – che pure sono molti – non viene in mente di essere sempre e ovunque convinti della propria fede e soprattutto gustarla: gli operai sono ogni cristiano, non solo i preti, o i ministri o gente che ci sta attorno, ma cristiani battezzati che sanno di poter avere solo la fede che riescono donare agli altri.  

7 Luglio 2020
+Domenico

Fede è toccare e lasciarsi toccare da Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 18-26)

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Nel nostro mondo di grande comunicazione, con tanti strumenti di comunicazione che abbiamo e con i quali tentiamo spesso di semplificare le cose difficili – perché crediamo che la vita non abbia spazio per pensieri, per riflessioni sulle esperienze, momenti di ricerca in cui mettiamo assieme intelligenza, cuore e affetti, relazioni – ecco in questo mondo la stessa fede facciamo fatica a definirla: siamo sempre tentati di farla diventare un credere in cose che nell’esperienza sono impossibili, cose che la ragione non riesce a dimostrare, tendenzialmente lo riduciamo, questo atto di fede sempre a un atto di intelligenza.

Gesù nel vangelo dà una cognizione semplicissima della fede: la fede è toccare, che è la forma prima e ultima del conoscere; è andare oltre il proprio limite, entrare in comunione e in scambio con l’altro; la fede è toccare il Signore della vita, che a sua volta ci tocca: il suo tocco è il dono stesso della vita.

Non si evita la morte che fa parte della nostra finitezza, ma proprio in essa si è presi per mano da Gesù, che ci risveglia.  

Il Vangelo di Matteo ci presenta due miracoli legati tra di loro e intersecati: sta andando da un padre affranto per la morte della figlioletta, invitato da lui a scendere a casa sua dove essa giace morta, e gli chiede proprio: “Vieni, imponi la tua mano su di lei, e vivrà” – il tocco della sua mano.

Lungo il cammino una folla lo circonda, e da essa spunta una donna che ha da tempo un suo grande desiderio: è donna, e quindi soggetta a troppe limitazioni da parte della legge riguardo al suo stare in pubblico, ma osa, desidera, tenta di dare gambe al suo sogno di poter anche solo toccare il maestro e a furia di spinte, ci riesce e si accontenta … ce l’ha fatta: “Ho toccato quel lembo del mantello come si usava toccare il mantello dei profeti. Se questo Gesù è quella speranza che dicono, sono a posto.”

E Gesù si accorge: non s’accorgono gli apostoli, intenti a contare e a incassare complimenti, approvazioni, momenti di gloria e la sottile convinzione di stare al di sopra della media. 

Il tocco di quella donna è un tocco di fede: si è accostata a Gesù come alla sua salvezza, alla sua speranza di poter guarire, di poter tornare alla vita di ogni giorno senza il peso di una condanna. 

Gesù chiama quel tocco “fede”: «donna, la tua fede ti ha salvata». 

Giunge alla casa di uno dei capi che gli ha chiesto di imporre le mani alla figlia morta e Lui la prende per mano: tra quelle due mani passa la vita, passa la vittoria sulla morte, passa la fede del capo della sinagoga in Gesù.

Noi siamo di fronte al limite irrimediabile di ogni esistenza, a meno che ci tocchi il Signore stesso della vita: questo tocco lo ha provato anche il lebbroso, questa mano ha stretto anche il cieco di Betsaida, lo prese per mano e per quelle mani passò la luce

Fede è questo tocco nostro di Gesù e suo di ciascuno di noi! 

La fede è allora molto più grande di una pensata, di un concetto ben sistemato in un angolo del cervello: è la concretezza di un tocco di Gesù, che è venuto su questa terra proprio per rendere possibile, facile, vero sperimentabile il suo tocco, e il massimo del toccare oggi per noi è la comunione eucaristica, è mangiare il suo corpo e bere il suo sangue.

Mi permetto di ricordare oggi la festa Santa Maria Goretti che fece la sua prima comunione a Paliano nella diocesi di Palestrina. 

6 Luglio 2020
+Domenico

Il Regno di Dio dentro, ma non imprigionato nel Covid-19

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-30)

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A furia di mascherine, di distanze fisiche, di plexiglass, di amuchina – giuste precauzioni e difese – ci stiamo dimenticando che la nostra vita ha orizzonti più ampi: infatti da quando è finito lo stare in casa ci si è spostati sul lavoro, sulle nostre industrie, sulla scuola – troppo poco sui nostri ragazzi – sulla vita sociale …

Il campo della fede, a mio avviso è un poco trascurato: in questo modo stiamo abbassando troppo i nostri orizzonti, che sono indipendenti da costrizioni umane, che sono resi vivi dalla pratica religiosa e che devono essere ampi; il nostro rischioso mestiere di vivere ha bisogno di alzare lo sguardo, di aprire gli orizzonti della fede.

Gesù ha a cuore che le persone sue contemporanee, e poi tutti noi che stiamo vivendo e credendo alla sua vita, cui è stato mandato da Dio Padre, siano invitate sempre ad alzare lo sguardo verso quel bene infinito, vero, futuro, ma che si realizzerà nonostante tutte le incomprensioni, che si chiama Regno di Dio.

Gesù trovava allora, e trova sempre anche oggi, una grande opposizione o distrazione, ma insiste e nota che il disegno di Dio Padre si realizza: i “piccoli” hanno riconosciuto nella sua azione la presenza di questo regno, ancora nascosto, ma ormai presente fra le persone.

Ti ringrazio Signore, perché hai nascosto questo orizzonte, e si riferiva al regno di Dio, che ancora non ha spiegato e illustrato a fondo: cercherà in seguito di metter davanti agli occhi e alla mente di tutti il progetto di Regno di Dio con le immagini del tesoro nascosto nel campo, della perla di grande valore, della moneta persa e ritrovata, della rete gettata in pieni fallimenti di pesca …

I piccoli hanno percepito, ma per chiarirsi di più, per comprendere con la vita occorre ascoltare, dialogare, mettere attenzione alla voce del Padre: Lui solo può rivelare ciò che è suo, ciò che è nascosto.

Chi accetta Gesù si deve porre sulla strada verso la liberazione da ogni legge, verso la piena libertà, verso Dio: il primato di Dio nella vita dell’uomo e della donna è un riconoscimento necessario per tutti; è Dio il centro della vita umana!

La nostra umanità sta snobbando, talora combattendo, spesso ignorando questo primato, questa centralità.

Le esigenze della fede in Gesù sono radicali, ma per chi le accetta liberamente – convinti che sono l’unico modo per vivere nella giustizia, nella libertà, nell’amore, tipiche del regno di Dio – sono lievi e leggere queste esigenze; dice infatti: “non mi impongo con la violenza, nel mio cuore sono vicino agli umili, il mio insegnamento non è oppressivo e i miei comandamenti non sono gravosi”.

Se queste verità e qualità nuove della vita che ci propone le vediamo scritte e realizzate in Gesù e sono un tutt’uno con Lui, dobbiamo esprimere una grande fiducia in Lui: è questo il nostro orizzonte e la nostra gioia.

5 Luglio 2020
+Domenico

Perché digiunate? Così si vive una festa per lo sposo?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 14-17)

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Siamo in una stagione di cambiamento d’epoca, non solo di cambiamenti epocali, nel senso di una serie di cambiamenti molto determinanti il nostro tempo, come dice spesso papa Francesco. 

E’ il nostro tempo che è cambiato: da una parte questa pandemia che ancora ci assilla e ci costringe a distanze fisiche che un po’ alla volta tentano di diventare sociali – purtroppo chiamano da sempre così le nostre distanze misurate anche a metri, distanze sociali, sono distanze fisiche – Dall’altra il sensus Ecclesiae – lo dico in latino – per indicare il sentimento profondo della chiesa cui come cattolici apparteniamo non solo socialmente, ma con tutta la nostra vita, il nostro sentire, il nostro credere, i riti e i sacramenti cui rivogliamo partecipare e che vogliamo rivivere anche fisicamente, come è nella natura dei sacramenti.  

Il documento di papa Francesco Evangelii Gaudium, la gioia del vangelo, e tutta la sua impostazione sinodale ampia, partecipata, con tanti ascolti non retorici, ma vere esperienze di incontro e di dialogo, fatti di tante ore e di tanti viaggi apostolici – penso al sinodo dei giovani, a quello della famiglia, a quello sull’Amazzonia e a tutta la sinodalità da papa Francesco invocata e non molto seguita dalla base – ebbene tutto questo dà vita a un nuovo modo di vivere la Chiesa.

Dico spesso che è ancora lo stesso gioco, le stesse regole, che qualcuno rimpiange troppo, magari la stessa squadra, gli stessi giocatori, ma la partita, il gioco, il senso sono diversi: c’è stato un cambiamento d’epoca.  

Oso pensare che dovesse essere percepita così anche l’irruzione della persona di Gesù, dopo gli insegnamenti e la predicazione del Battista: sono i suoi seguaci, che già avevano fatto un grande cambiamento rispetto alla vita consueta dei fedeli del Tempio, a domandare a Gesù perché i tuoi discepoli non digiunano.

Volete che Gesù si metta a dare rispostine a una domanda tipica da catechismo dei bambini?! coglie il senso della domanda e come sempre, apre orizzonti nuovi.  

Oggi qui tra voi c’è lo sposo, c’è la salvezza, c’è la Trinità che si spende un’altra volta per voi in termini definitivi: cambiate testa, cambiate mentalità, obbedite alla Legge come faccio io fino agli apici di cui è pieno il nostro alfabeto, ma apritevi al nuovo che c’è tra voi; Dio, il Padre mio mi ha mandato, perché vi vuole troppo bene per lasciarvi nei vostri stretti orizzonti. La legge da sola non dà più salvezza; di fronte ad essa sarete sempre inadempienti; è lo Spirito che vi invade, vi risana, vi dà nuova forza  e vi lancia in tutto il mondo. Se prima dovete aiutare i vostri connazionali, come è giusto, a capire e vivere questa novità, d’ora in poi il mondo intero sarà il vostro orizzonte e la festa non dovrà più finire. Non fate che il digiuno che vi serve per purificare le vostre intenzioni, diventi la legge del Regno di Dio. La legge nuova è lo Spirito che con me ha scritto le Beatitudini, i miracoli, e mi sosterrà anche di fronte alla morte che io affronterò per voi, fino all’ultima goccia di sangue. Avrete sempre da affrontare tribolazioni, condanne, crocifissioni vere o spirituali, come capiterà anche a me, i digiuni torneranno, ma saranno pieni di speranza e di prospettive di festa. 

3 Luglio 2020
+Domenico

Tommaso ci insegna a cercare e a trovare

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 24-29)

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Ci capita spesso di metterci assieme con amici e in questo stare assieme far nascere voglia di fare, voglia di esserci, desiderio di dare senso alla vita … se poi c’è qualcuno che ha capacità aggregative, ma soprattutto ideali alti, è garantita anche una riuscita. 

Il giro degli apostoli era giusto stato messo assieme da Gesù: era un gruppo di persone molto assortito, era una squadra che nessuno avrebbe preso per lavorare assieme verso una meta comune, e la squadra “scoppia” proprio a Parasceve e il giorno dopo si taglia a fette la grande disperazione di tutti per la morte di Gesù, la sua fine miserevole, da bestemmiatore, da nemico di Dio, ma è sabato, il sabato della grande festa pasquale.  

Tutto cambia il primo giorno dopo il sabato, diremmo noi domenica sera: la squadra più impossibile che si era formata attorno a Gesù, ne sente il vuoto, la mancanza, la sconfitta e decide di ritrovarsi assieme.

 Ma manca Tommaso: è fuori ancora disperato, ancora chiuso nella sua desolazione. Torna tardi entra, li vede tutti esaltati, gli si fanno attorno, non smettono di riferirgli con gli occhi, con il cuore, con il sorriso l’esperienza profonda che hanno fatto del Risorto.

E Lui: “a quel che dite, neanche se mi ammazzate ci credo. Siete tutti esaltati. è una euforia collettiva che vi siete dati per sopravvivere, per eccesso di disperazione.”

Qualche tempo dopo in piazza avrebbero detto di questo entusiasmo degli apostoli che erano già ubriachi di buon mattino.  

Ma otto giorni dopo Lui, Gesù, il Cristo ritorna e guarda subito a Tommaso: “volevi mettermi il dito nel posto dei chiodi? Volevi puntarmi la mano nello squarcio della lancia? Eccomi.”

Da una parte Gesù che ama, capisce, si offre, dall’altra noi con la nostra dialettica, i nostri dubbi, i nostri continui ripensamenti, le emozioni contrastanti che oggi ci portano a credere e domani a rifiutare, con il velo pesante dei nostri comportamenti sbagliati che ci tolgono la visione della verità, con le nostre fughe per non pensare, con le nostre fasciature fatte di ricchezze e egoismi, con le nostre intelligenze sviate, siamo li a questionare. 

Tommaso, tra gli apostoli, aveva un suo metodo preciso per aderire a Gesù, per accogliere da Lui il dono della fede: cercare, avere fiducia e accogliere il dono senza mezze misure.

C’è posto per tutta la sua carica umana, per tutte le domande anche più inutili, ma poi cambia radicalmente prospettiva, ricerca, impegno e il cuore si allarga all’accoglienza del Risorto, e all’accoglienza di Dio. 

E’ un attimo intenso quello di Tommaso: la verità gli scoppia dentro: mio Signore e mio Dio. E’ fede pura, non è soprattutto e solo constatazione.

San Giovanni Paolo II a Tor Vergata ha chiamato questo incontro “laboratorio della fede”: quante volte anche noi dobbiamo attivare questo laboratorio di Tommaso, perché la vita ci presenta sempre domande impossibili e ricerche disperate; non dobbiamo risparmiarci nessuna domanda per noi e per tutti, entrarci anche noi, invocare, attendere, cercare fino ad accogliere il dono della fede, che Dio non ci farà mai mancare. 

3 Luglio 2020
+Domenico