Occorre sempre una ripartenza, dal principio, dai principi che l’hanno fatto

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-18)

In queste ultime settimane forse abbiamo avuto tempo e occasioni, spazi e atmosfere, che ci hanno permesso di riprenderci in mano la vita, spesso frammentata … negli eventi di cui non riusciamo a tenere il filo tanto son veloci, spesso tragici o inaspettati; forse siamo riusciti a ritessere le relazioni umili, vere della vita, ci siamo presi una pausa dal nasdaq, dal mibtel, dallo spread o da altre ragnatele del genere.  

Allora ci viene voglia di fare un po’ di filosofia, di prendere il sacco sopra, di ripensare al nostro posto nell’universo.

Ci viene il desiderio di dare uno sguardo di insieme all’esistenza.

Che noi siamo un villaggio globale non ci sono più dubbi, che siamo tutti dentro la stessa barca senza potere controllare dove sta andando, pure; però ci domandiamo: da dove siamo partiti? quale è la nostra vera storia di uomini e di donne? C’è qualcosa prima della seconda o terza repubblica o dell’unità d’Italia o del Medioevo e dell’impero romano? 

In principio c’era la Parola, la Parola era presso Dio”: non solo, era Dio stesso! Siamo tutti nati da lì, siamo stati lanciati nella vita da una comunicazione, da un dialogo, da una volontà d’amore.

Siamo partiti da lì, ma ci siamo migliaia di volte impantanati e stiamo ancora ad agitarci nella melma, che non si vuol staccare dal nostro corpo.

In un tempo di insicurezza, in questa modernità “liquida”, che è più del fango che dell’acqua di sorgente, occorre riportarci ai fondamenti.  

Veniamo da molto lontano, siamo fuggiti, abbiamo smarrito quella partenza e abbiamo consumato i secoli per allontanarci.

Ma quella Parola ha posto la sua tenda tra di noi, la sua tenda è tra i terremotati dell’Albania, è tra i è tra i terremotati della vita.

Natale è stato ed è questo.

Epifania è togliere il mistero e il velo a una eventuale coltre di sentimenti terreni che relegano nella melassa la nostra vita. 

Quella Parola che era all’inizio è Gesù.

La fuga che continuiamo a fare in questa post-modernità … questa fuga noi la facciamo da Lui. 

E Lui si rivela ancora come senso della vita e della storia.

I re magi che stiamo collocando nel presepio l’avevano capito!

5 Gennaio 2020
+Domenico

Chi ti toglie dal torpore in cui vivi ci vuole sempre: Dio te lo mandi!

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,35-42)

Abbiamo conoscenza di tante persone che hanno cambiato vita dopo aver fatto un incontro anche casuale, ma decisamene determinante. 

E, per esempio, è questo l’incontro inaspettato, casuale, non preparato, non previsto dell’amore … che può essere il classico colpo di fulmine o giù di lì. 

Altre volte è il contatto con un personaggio che ti ha fatto pensare, o con un testimone che non ti lascia dormire per quello che ti dice, o con una persona che ti legge nella vita e ti mette di fronte alle tue responsabilità a cui non avevi mai pensato.

Conduci la tua vita nella “normalità”, ti si affollano dentro pensieri anche non banali, sogni di mondo pulito, più di una vita da spendere e non da possedere e un giorno una persona che incontri ti aiuta a far chiarezza.

Oppure sei intristito in piccole e grandi schiavitù che ti sei creato con il tuo vizio, ti sei attaccato un po’ troppo da un po’ di tempo a una abitudine indecente, incontri una persona, vedi una libertà, una schiettezza, uno sguardo limpido e queste perle ti risuonano dentro come un invito deciso a cambiare, e a vergognarti di te. 

Era capitata la stessa cosa a un gruppo di persone, nemmeno tutte troppo giovani … alcuni erano anche padri di famiglia.

Passa Gesù, che li aveva notati tante volte immersi nei loro lavori, nei loro pensieri, abbarbicati alla loro terra, o meglio al loro lago e alle loro abitudini, li guarda e li chiama.

Li toglie dal torpore, li lancia su un futuro diverso: “Andrea, non stare a raschiare questo lago con le tue reti tutta la vita, vuoi buttarti nella avventura del Regno di Dio? Guarda che non sarà una vita facile, ma io ti sosterrò! Ti interessa un orizzonte più ampio di questo lago, di questa cerchia di amici, di queste storie che ti raccontano tutti, ma che non ti danno lo slancio del rischio?” 

Andarono e videro dove abitava, dice il vangelo di lui e di Giovanni.

La gioia dell’intimità con Gesù scatena un giro di messaggi, di mail, di twitter, foto su wattsapp che non si ferma più!

Andrea lo dice a Pietro, lo viene a sapere Natanaele … la voce corre per tutta la Palestina e correrà per tutto il mondo senza mai fermarsi.

Da allora molti uomini e donne hanno sentito questo invito, questa testimonianza convinta e profonda e lo hanno seguito.  

E’ un invito forte che stana le nostre esistenze da i nostri comodi loculi.

Conosco ragazzi che hanno lasciato la consolle del DJ e si sono fatti preti, hanno lasciato gli after hour per dedicarsi alle missioni … ragazze che hanno lasciato il posto di cubiste e si sono dedicate a strappare altre amiche da discoteche insulse e disumane.

Dio chiama dovunque, sa scavare figli anche dalle pietre!

Perché il mondo e noi stessi pure abbiamo bisogno di speranza e, quando ne sentiamo il profumo, non ci fermiamo più!

4 Gennaio 2020
+Domenico

Colui che senti già di amare e non l’hai ancora visto è Lui: Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,29-34)

La nostra esistenza è sempre una continua  ridefinizione delle nostre persone, una ricerca di nuovi contatti e nuovi accordi, di contratti, di relazioni affettive, sociali, di lavoro.

La famiglia ne è un tessuto continuo, perché ogni persona ha i suoi progetti che deve far convivere e condividere con quelli degli altri, in un clima, in questo caso di grande calore umano e affetto. 

Le soluzioni delle difficoltà non sono sempre a portata di mano:ti vengono dalla pazienza e dall’esperienza.

Qualche volta, se trovi la persona esperta, capace, saggia che ti dà un consiglio, che ti aiuta a collocare il problema sotto un’altra luce ti sembra di rivivere, di riprendere carica … e quando hai trovato una persona che ti ha aiutato a ritrovare coraggio, che ti ha dato forza per uscire dalle tue paranoie, allora lo suggerisci anche ad altri che stanno cercando come te. 

Qualche volta è un amico o un’amica, altre volte è un prete o un religioso. 

Giovanni  il battezzatore, aveva consumato la sua esistenza per riuscire finalmente a trovare in Gesù questa persona straordinaria, definitiva, che offriva gambe ai sogni, che sapeva dare forza interiore alla vita, che era capace di andare oltre le piccole speranze di ogni giorno.

Lui, Giovanni, predicava nel deserto, era riuscito a richiamare la gente in  un luogo che ti costringe a staccare la spina, ma la vita non poteva sempre continuare nel deserto, occorreva dare energia, forza di cambiamento alla vita di tutti i giorni, come stiamo tentando di fare in questi giorni verso la conclusione del periodo natalizio.

Non è sufficiente trovarci dei bei momenti di silenzio: occorre aver dentro un fuoco, un ideale, una scossa di vita diversa, una forza che travolge e che soltanto Dio può dare

Giovanni questa forza l’aveva intuita prima e poi servita in Gesù: Per Lui stava vivendo, a Lui allora ha orientato senza riserve tutta la gente; aveva provocato una sete ed era giusto che al momento opportuno ne indicasse la sorgente.  

Ecco, disse, l’agnello di Dio, è lui quella persona che stavamo aspettando, colui che senti già di amare senza aver visto, è Lui.

E’ Lui che ti scava nel cuore voglia di bontà, desiderio di vita pulita.

Quando ti nasce dentro una nostalgia di bene, è Lui che stai cercando.

Quando senti di essere stato una carogna con i tuoi amici, con i tuoi fedeli, con tua moglie o con tuo marito o con i figli o con i genitori, è il suo perdono che stai cercando, non è solo buona educazione o cortesia.

Và più in profondità e troverai Lui.

Ciascuno di noi ha bisogno di un tessuto di relazioni per vivere, per orientarsi nelle scelte, per crescere, per dare alla sua esistenza una direzione, per sentirsi pienamente persona.

Abbiamo una forte identità, ma la costruiamo nel confronto, nel dialogo, nello scambio di sentimenti, nel coinvolgimento con altri.

Soprattutto poi se si tratta di portare avanti progetti, lanciare messaggi, convincere, abbiamo bisogno di fare squadra.  

Gesù si trova lanciato sulla scena della vita del popolo di Israele con questo perentorio: Ecco l’agnello di Dio, che viene perpetuato da allora in un gesto liturgico quotidiano.

Gesù non si trattiene dall’offrirsi come la forza che cerchiamo.

A noi non trattenerci dall’incontrarlo perché non ci va di andare a messa, o di celebrarla o di vederla come l’appuntamento necessario della nostra vocazione di cristiani. 

Lui ti viene incontro anche prima a darci certezza nuova di vita.

3 Gennaio 2020
+Domenico

Colui che da tempo state aspettando oggi è qui sulle vostre strade

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,19-28)

Ogni persona ha bisogno di sicurezza, di non sentirsi continuamente aggredito o messo in discussione.

Il bisogno di identità certa è anche alla base di  tutte le tensioni con gli immigrati, con gli stranieri.

Spesso prevale sull’accoglienza, sulla solidarietà, ci chiude a riccio sulle nostre posizioni credendo con questo di poter mantenere il nostro equilibrio: Rinasce il leghismo, che spesso deborda nella difesa ad ogni costo e contro ogni sentimento umano dei propri diritti che in genere, guardando ad una equa distribuzione tra tutte le persone di buone condizioni di vita, sono solo privilegi.  

Un attentato alla sicurezza del potere dei giudei e della classe dirigente era la figura austera di Giovanni che nel deserto si era fatto una innumerevole schiera di seguaci.

Era un rivoluzionario di Dio, non metteva in pericolo la vita di nessuno, ma aveva un compito unico: preparare la gente ad accogliere una novità assoluta nella vita, il vangelo, la persona di Gesù.

I giudei, che capiscono quanto sia palpabile nella gente il desiderio di un nuovo slancio nella vita religiosa, si preoccupano  di tenere sotto controllo tutto e provocano Giovanni ad uscire allo scoperto: Che cosa è tutta questa messa in scena, con questa povera gente che ti sta seguendo? Chi credi di essere? Un profeta, per caso?

Quello che tu dici è già tutto scritto nei testi sacri: Che bisogno c’è di mobilitare la gente in questa avventura spirituale che rischia di indebolire la religione del Tempio?  

E Giovanni, alla grande si proietta nel futuro che tutti attendevano, in Gesù … e punta quel dito che molti artisti hanno ritratto nelle loro opere pittoriche e scultoree a Gesù dicendo: Ecco l’agnello di Dio.

E’ una presentazione del Figlio di Dio, che noi facciamo tutti i giorni nella messa: Avere qualcuno che ti indica con la sua vita dove devi andare, che ti presenta quello che nella tua interiorità aspettavi da sempre è una gioia, è una speranza.  

Giovanni l’ha fatto indicando Gesù, noi lo possiamo fare testimoniando la quotidianità di una vita accogliente, non prevaricatoria e nemmeno chiusa su se stessa, prudente, ma attenta alle domande dirette personalmente a noi, che Dio pone nelle vite dei poveri, i volti di Gesù oggi per noi. 

E non è facile, ci vuole allenamento, qualche volta si può anche sbagliare facendoci imbrogliare da falsi poveri, ma sono sempre troppe le volte che sbagliamo perché abbiamo il cuore indurito, chiuso in se stesso, pure arrabbiato contro chi invece si spende per i poveri.

2 Gennaio 2020
+Domenico

 

La pace va cercata con le unghie e con i denti

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,15-21) 

Ti ricordi sicuramente quel raggelante racconto di Leopardi del venditore di almanacchi: Fa la sua attività straordinaria, vende ai primi dell’anno gli almanacchi dell’anno nuovo, calendari da appendere al muro, ma con qualche promessa nuova di felicità.

Come sarà l’anno nuovo? Meglio di quello appena passato, deve dire per vendere; ma se questo l’hai desiderato e promesso anche l’anno scorso … e non è stato vero, perché lo dovrebbe essere il nuovo anno?

Il venditore non demorde, continua la sua filastrocca: Almanacchi! Almanacchi!  

Noi all’inizio di un anno non ci vendiamo più gli almanacchi, non abbocchiamo più a tutti gli oroscopi che costellano la nostra vita in tutte le ore del giorno e della notte, ma un desiderio continuamente esprimiamo: la pace.

Chiudiamo l’anno con una marcia della pace, apriamo il nuovo con una festa della pace, ci facciamo auguri di pace.

Vogliamo sperare che il nuovo anno non veda più guerre. 

Ce l’eravamo augurati accoratamente durante il giubileo, all’inizio del 2000 … eravamo molto caricati … dicevamo: il nuovo secolo non sarà sicuramente come il ventesimo, che, da poco cominciato, ha mandato a morire generazioni di giovani sui fronti dell’Europa.

Abbiamo dovuto presto ricrederci: non era ancora finito l’anno che l’11 settembre ci cacciava in una nuova spirale di guerra.  

La guerra s’è fatta preventiva per essere più persuasiva.

Ci sarà mai pace sulla terra? Finiranno le guerre?

Quando capiterà davvero che si forgeranno le spade in vomeri e le lance in falci e non ci eserciteremo mai più nell’arte della guerra?

Assistiamo piuttosto a un grande fatalismo al riguardo: Si ipotizza con riflessioni, che sembrano profonde, che la guerra fa parte della natura dell’uomo e che quindi ci sarà sempre, che le armi sono nel DNA della vita umana e che quindi occorre sempre progettarne di migliori, che è impossibile disarmarsi … saresti subito sopraffatto, che la pace è proprio salvaguardata dagli eserciti, che ormai si chiamano tutti “eserciti di pace” … potremmo continuare, ma non vale la pena di buttare benzina sul fuoco. 

Noi abbiamo un Dio che ci ha promesso la pace, che ci ha dato la pace, che è la pace.

Significa che nella nostra natura umana c’è lo spazio e la possibilità di viverla, di accoglierla e di goderla.

Bisogna crederci con tutto noi stessi.

Finché non sarà estirpata da ogni modo di pensare umano, sarà sempre vista come plausibile, come utile.

Oggi non c’è più nella testa di nessuno che un uomo può vivere da schiavo di un suo simile … esistono varie forme di schiavitù che vanno sempre debellate, ma la schiavitù come stato civile di normalità tra gli uomini non esiste più; è stata cacciata da ogni testa, da ogni forma di pensiero.

E ci sono voluti secoli per affrancare gli uomini dalla schiavitù … perché questo non potrebbe essere vero anche per la guerra? 

Sarà distrutta quando nella testa di ciascun uomo sarà rifiutata come incompatibile con la nostra umanità.

E’ un lavoro tosto … che parte dalla cultura di ciascuno, dai torti subiti di ciascuno, dai desideri di vendetta, dalle nostre stesse reazioni omicide e rabbiose davanti alla TV contro terroristi o talebani o delinquenti.

C’è una purificazione del cuore da premettere a tutto il resto; poi la pace abiterà veramente la nostra terra, perché nessuna parola di Dio torna a Lui senza aver creato ciò per cui è stata mandata. 

Papa Francesco nel suo ultimo viaggio fatto proprio là dove furono sganciate le prime bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki ha dichiarato che non ci devono più essere bombe atomiche e che è peccato grave, una gravità grande, anche solo tenerle. 

Questo Natale di cui oggi ricordiamo ancora e riviviamo la pace del presepio facciamolo diventare la nostra supplica di pace; ammiriamo la Madre di Gesù con il suo figlioletto, come l’immagine di tutte le madri del mondo: le nostre, quelle che rischiano la vita nel Mediterraneo o che annegano con il figlio in braccio, e supplichiamo Dio che ci renda tutti più buoni nel cuore.

La guerra l’abbiamo sempre prima dentro di noi: Che Dio la estirpi e ci faccia dono della sua pace

1 Gennaio 2020
+Domenico

San Silvestro non ci rimanda a una fine, ma sempre all’inizio

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-18) 

Ogni giorno abbiamo bisogno di riti per capire chi siamo, che esistiamo, che il tempo passa, che la vita ha un senso.

E’ un rito il bacetto prima di uscire di casa, è un rito la preghiera, lo è la telefonata o l’sms, il mazzo di fiori, il buon giorno anche se detto qualche volta tra i denti, è un rito il regalo di Natale anche se rischia di essere un ricatto o un legaccio.

Oggi che è l’ultimo giorno dell’anno è un rito lo scatenarsi dei botti, dei brindisi, del lancio degli oggetti vecchi, della cena con gli amici, del cambio del calendario.

E’ il tempo che passa inesorabile e forse si fa baldoria perché noi adulti che lo vediamo fuggire vorremmo fermarlo e i giovani vorrebbero scavalcarlo perché non vedono l’ora di essere autosufficienti e padroni della propria vita.  

Il vangelo invece per farci capire dove siamo e che cosa significa il passare del tempo ci rimanda al principio anziché alla fine, ci ricorda che all’inizio di tutto c’era al Parola.

Non esisteva nulla, c’era il caos forse, esisteva solo Dio nella sua vocazione fondamentale: comunicatore.

Dio era ed è Parola, uno che fa consistere il suo essere nel comunicarsi, nel farsi dono, nel proiettarsi verso, nel far essere.

Il tempo è cominciato proprio lì, dalla sua volontà di far essere l’uomo per dialogare con una libertà. Proprio per portare questo dialogo alla sua massima possibilità, questo Dio Parola, questo Dio comunicativo, s’è fatto uomo, s’è dato una vita tra noi per aumentare al massimo il dialogo.

La comunicazione tra due persone è al massimo, quando più grande è quello che si ha in comune.

Dio ha voluto aver in comune la vita intera.  

E noi ci avviamo a chiudere il 2019, un anno che è stato pieno di crisi e di fatiche. 

Ciascuno avrà un momento per pensare a dove sta andando la sua vita,  per fare un bilancio, per rendersi conto di tanti doni, di tutte le persone che la condividono con lui, per ricucire torti, per ritornare saggiamente indietro da vie sbagliate che ha preso.

La notte di S. Silvestro non è baldoria per dimenticare, ma festa per ringraziare e forza per cambiare.

E’ diventare più vecchi di un anno, è celebrare con un rito il tempo che passa, ma seminare ancora e sempre nuova speranza. 

31 Dicembre
+Domenico

30 Dicembre: La profetessa Anna, vecchia, ma non di spirito

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 2,36-38) 

Capita a tutti di incrociare in luoghi di grande afflusso di persone, mercati, piazze … santuari, cattedrali, delle nonnine “rattrappite”, con a seguito borse, pacchi, stracci e carrelli dove … si tengono tutto il necessario e il superfluo che fa la loro vita.

Le vedi vagare, parlare tra sé, ogni tanto imprecare contro cose o persone, e alla fine acquietarsi, senza badare a niente e a nessuno, nemmeno a chiedere qualche spicciolo … per vivere.

Doveva fare questa impressione la vecchia profetessa Anna di cui parla il vangelo di Luca; era proprio vecchia: ottantaquattro anni di allora sono come … più di 100 nel terzo millennio.

La sua età era … un età, però, che non aveva spento l’attesa del popolo di Israele.  

La vera vecchiaia è non aspettare più niente, vivere ogni giorno senza speranza, credere che tutto sia deciso e che inesorabilmente venga avviato verso un fantomatico destino su un nastro trasportatore.

Puoi essere vecchio anche da giovane, quando ti assale la noia, quando stai ai bordi dell’esistenza a fumarti la vita, la salute e le energie, quando ti affidi alle sostanze perché non senti più il sapore dell’esistenza, quando senza accorgerti cominci a dire ormai o, peggio ancora, “ai miei tempi”.  

Anna invece non s’allontanava mai dal tempio.

Non era una chiesa qualunque, un luogo di funzioni religiose, era il cuore di un popolo, era il punto di arrivo di ogni attesa, aspirazione, provocazione e ricerca.

Se il Signore, benedetto sia il suo nome, manda  il salvatore, è da qui che deve passare, è da questo luogo di preghiera, è da questa rete di scambi, di aspettative che si consumano ogni giorno.  

Lei aveva in cuore una certezza: Dio avrebbe risposto a questa sete di salvezza e bisognava prepararsi, allenare il cuore a percepire la venuta del Salvatore.

Lui non lo si aspetta nei bagordi, nelle piazze, nelle caserme, nei palazzi dei re: Lui è re, ma si lascia accogliere nei cuori puliti, e digiunava, non dava al corpo tutto il cibo di cui sentiva il bisogno per tenere il cuore desto.

A noi invece hanno sempre insegnato che se senti un istinto,  devi seguirlo: Che c’è di male nel mangiare e nel bere? Perché devo andare contro la natura se questa è stata così ben fatta da Dio? Lei invece coglieva che il corpo si intorpidisce se non lo tieni allenato alla ricerca; lei sapeva ciò che ogni sportivo conosce, che se hai una meta davanti devi prepararti tutto: cuore, spirito e corpo a perseguirla.

Non sei un masochista, ma un atleta che fa convergere tutto alla competizione, allo scopo della sua attesa.

Se accontenti sempre il corpo, l’anima s’addormenta, se hai il coraggio di tenerlo in tensione la vita si arricchisce, la vista si pulisce e il cuore si allarga.

Quando Anna vede il bambino non le par vero di poterlo dire a tutti … tanto lo aveva immaginato che la vita, il futuro di questo bambino le era davanti agli occhi come una certezza.

Questo bambino che abbiamo atteso a lungo, che io nella mia lunga vita ho sempre pensato e immaginato, che nelle mie preghiere mi era dato di sentire, che i nostri avi hanno da sempre previsto, che molti si sono stancati di  aspettare, è qui.

La vita ora è diversa.

Sono vecchia da buttare, ma sono contenta di aver dato a voi questo segnale di speranza.

Ora lo affido a voi, non me lo trattate male, perché chi vi ha preceduto lo ha aspettato per millenni.

Lui è il punto di arrivo del nostro popolo, non aspettate altri.

Non fu così: la malvagità umana anche oggi lo continua a inchiodare in croce, ma Anna lo gode risorto e definitivo con i suoi padri. 

29 Dicembre: La famiglia nella prova, col sostegno della santa famiglia di Gesù

Una riflessione sul Vangelo seondo Luca (Lc 2,41-52)

La nostra attenzione oggi va alla santa famiglia di Gesù, alla  nuova famiglia che Dio ha costituito per vivere il suo piano di immedesimazione nella vita umana, che segue la vita normale di un popolo.

Dio ha sposato un popolo da sempre, ora sposa una famiglia e con questa famiglia tutte le consuetudini caratteristiche che la fanno appartenere pienamente a esso.

Una famiglia ebrea aveva nel suo DNA la celebrazione della Pasqua.

I bambini ogni anno partecipavano alla cena pasquale e, curiosi come sono, hanno sempre riempito i gesti solenni e incomprensibili dei genitori di insistenti perché.

Quando i tuoi figli ti chiederanno che cosa è questa cena, perché mangiamo in piedi, perché la mamma non ha messo il lievito nella farina… tu risponderai “è il passaggio del Signore che ci viene a liberare come quella notte” …  

Ebbene Gesù a dodici anni, prima che scatti il tredicesimo che lo iscriveva al mondo adulto, partecipa coi suoi genitori al pellegrinaggio verso Gerusalemme.

Abbiamo in mente che cosa è successo … Il solito incidente delle gite: si sarà fermato all’autogrill, sarà con suo padre, chi riesce a star dietro a questi ragazzi di oggi, svegli, spesso indisciplinati, incapaci di stare un po’ con i propri genitori, sempre a giocare e a fare scherzi … Tornano a casa sempre sudati e sporchi, quando non laceri e contusi.

Disperazione sul volto dei genitori, ansia, ricerca spasmodica: chi è l’ultimo che l’ha visto, dove era?

Poi il cammino a ritroso, il ritrovamento, lo stupore: Il ritrovato è sempre più calmo di quanto si pensi, non immagina il dolore provocato, è concentrato sulla sua avventura … e Gesù sta insegnando ai dottori del tempio!

Quattro parole dette tra i denti, due dette davanti a tutti e una affermazione solenne, troppo solenne di Gesù chiudono l’incidente.

Il ritorno a Nazaret fa balenare la ripresa di una vita di famiglia normale, che aveva avuto in questo episodio uno squarcio di mistero.

Non compresero.  

Maria qui appare la persona che domina gli avvenimenti, che piega la storia del piccolo gruppo di pellegrini al suo centro, che non era Gerusalemme, ma Gesù: Potremmo dire una famiglia come tutti, con i problemi di tutti, con al centro Gesù, il mistero che si rivela. 

Ma saremmo poco fedeli alla Parola ascoltata se ci fermassimo a questa interpretazione; abbiamo ascoltato il racconto dell’evangelista Luca: la sua intenzione non è quella del corrispondente del Corriere della sera che deve narrare della fuga del solito adolescente, rintracciato alla stazione tutto dolorante e pentito e contento dell’intervista che lo fa apparire in TV e che gli risparmia qualche ceffone dai genitori, con un finale bello che può intenerire i lettori … e’ l’evangelista del racconto dei due discepoli di Emmaus; anche là, non narrava solo la gita fuori porta di due amici, col morale ai tacchi e con nel cuore la pietra tombale dell’ormai suggellata sulla tomba del crocifisso, ma parlava del cammino di accoglienza del Risorto che ogni cristiano avrebbe dovuto fare da quel momento in poi. 

Così anche qui: Il numero tre dei giorni di assenza di Gesù è troppo uguale al numero tre dei giorni del suo permanere nella tomba; la ricerca appassionata e carica di tensione di Maria è troppo simile alla ricerca col cuore in gola di Pietro e Giovanni e al pianto sconsolato di Maria di Magdala; L’angoscia di Maria è l’angoscia delle donne al sepolcro. 

Gesù era rimasto a Gerusalemme: Un modo di dire così indica che Gesù è deciso a fare di Gerusalemme il vertice della sua missione.

Gesù compie il pellegrinaggio con un anno di anticipo, sul suo essere adulto, anticipa con questo pellegrinaggio il desiderio che lo spingerà a Gerusalemme per mangiare la sua Pasqua.

Il ritrovamento è immagine precisa della scoperta di lui risorto: Infatti lo trovano seduto, un verbo che, mentre fotografa una posizione fisica, definisce una funzione che gli spetta dopo la morte e la risurrezione; si siederà alla destra di Dio.

E’ nell’atto di insegnare, come spetta al Signore del cielo e della terra.

E’ Lui la sapienza, Lui la riposta, Lui ancora che spiega le scritture in virtù della sua consacrazione nella morte e risurrezione: Qui tra i dottori anticipa il suo stato futuro. 

E Maria, quando lo vede, gli racconta tutta la sua ansia, la sua ricerca, il suo affanno, il suo non capire, proprio come i discepoli di Emmaus.

E tra le prime parole di Gesù che ci sono riferite nei vangeli appare la bellissima parola: padre, abbà.

E’ venuto al mondo per questo, per dirci che Dio è Padre. 

Il quadro allora si ricompone, lo smarrimento e il ritrovamento sono figura di una morte e una risurrezione, di un futuro certo. 

Maria non  ha capito ancora tutto il futuro di Gesù: come è difficile per noi entrare nel suo ordine nuovo di idee, di sentimenti, di slanci e di azioni, ma ci indica la strada da percorrere.

Stanno con Gesù, e custodisce ogni parola come un seme: E’ quel seme che viene gettato larghissimamente dal seminatore e che trova nel cuore di Maria, come nel cuore di ogni uomo, la possibilità di svilupparsi.

In Maria si è sviluppato al cento per cento.

Ora lei scompare nella vita quotidiana della santa famiglia: Lì il Signore ha imparato a essere abbracciato e baciato, allattato e amato, a toccare e parlare, giocare, camminare e lavorare, a condividere i minuti, le ore, le notti e i giorni, le feste, le stagioni, gli anni, le attese, le fatiche e l’amore dell’uomo.

Lì ha ascoltato le parole della Torah, della legge, le preghiere a Dio, di cui non si poteva pronunciare il nome e che lui sentiva come papà.

A Nazaret Gesù accanto a Maria ha imparato a essere uomo: L’artefice della sua formazione umana è stata Maria, come ogni donna nella vita del popolo ebreo. 

Una famiglia così ce la auguriamo tutti e la invochiamo da Dio per tutti i nostri ragazzi, i nostri giovani, che non devono essere costretti a cercare nella droga la risposta alla carenza della figura del padre o della madre, del clima d’amore di una famiglia. 

Noi, come Lei, ora conserviamo ogni Parola di Gesù gelosamente non per farcene un possesso, ma per caricarlo della forza di un dono che dobbiamo e ci impegniamo a portare a tutti. 

+Domenico

28 Dicembre: I Santi Innocenti ci mettono in una “salutare” crisi

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 2, 16-18)

Il mistero del dolore innocente è, per tutti credenti e non, uno scandalo.

Dio stesso, è rimasto come spiazzato di fronte alla malvagità e cattiveria che l’uomo da lui creato è riuscito a inventare. 

La storia dell’umanità è storia di grandi conquiste, di maturazione verso il bene, ma contemporaneamente è la storia dell’intelligenza applicata al male, del male gratuito, dello sfogo iniziale, immotivato, della barbarie sempre più sofisticata.  

Uomini fugaci nell’amore e tenaci nell’odio.

Di fronte a questo fatto c’è il silenzio di Dio il dolore innocente si infrange contro un cielo di cristallo, freddo e indifferente.

R. Gualdrini sul letto di morte ebbe a dire: nel giorno del giudizio dovrò rispondere alle tante domande che Dio mi farà, ma ne avrò anch’io un paio da fargli: perché la sofferenza degli innocenti?

Perché non riusciamo a trovare una spiegazione al dolore?

Credo che una continua preghiera che possiamo fare a Dio sia proprio quella che in diverse forme ci viene dalla Bibbia: Fino a quando Signore mi nasconderai il tuo volto?

Dio mio perchè mi hai abbandonato!?
Perché mi respingi?  

Maledetto il giorno in cui nacqui…mia madre poteva ben essere la mia tomba!

Signore distogli il tuo sguardo, così che io respiri un istante. Dice Giobbe nel colmo della sua disperazione. 

Risale al 2200 a.C. il dialogo con la sua anima di un suicida: la morte è davanti a me come la guarigione per un malato come l’ombra nella oasi del deserto, come il profumo della delle ore dell’alba. 

Anche Giobbe per non poche volte impreca, maledice, bestemmia descrive Dio come un arciere sadico che gli trafigge per divertimento, reni, fegato, cuore. 

Il dolore e il male sono una tomba. Sono una componente della nostra vita di fronte al quale non si devono cercare pezze, soluzioni di bassa lega volte solo a esorcizzare, a non fare i conti.

Bisogna passarci dentro: rispettare chi ci soffre, rispettare il momento in cui si soffre e sopportarlo con pazienza.

Spesso non c’è ora di adorazione che tenga.

Giobbe sopportò tutto: ha perso la pazienza solo quando sono arrivati i suoi amici a consolarlo. 

La ricerca della consolazione è il rifiuto del limite, è segno di onnipotenza, è non volere toccare il fondo.

Solo se sapremo toccare il fondo della nostra povertà, solo allora avremo in dono la Resurrezione, la speranza. Invece stiamo a perdere tempo a ingannarci con piccole consolazioni che polverizzano la nostra dignità umana. 

Le ultime parole di Gesù sono state il grido di una disperazione umana lanciata nelle braccia di un padre. 

Quel grido è stata la prova per la fede dei presenti.

È il pianto di Rachele.

È il vuoto assoluto che può essere riempito solo da Dio. 

27 Dicembre: La Più bella Corsa della Storia

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,2-8)

I giovani corrono, i giovani sono scattanti, i giovani si entusiasmano subito, bruciano le tappe, i giovani vogliono spremere il massimo dalla vita, i giovani sono impazienti di sapere e di vedere, di provare e di scoprire. 

Gli adulti invece sono calmi, sono riflessivi, le hanno già provate tutte e procedono con cautela, non abboccano al primo che parla; Gli adulti sono lenti, spesso smorzano tutto, soppesano tutto, ma sanno dare ancora consigli saggi. 

Erano un giovane e un adulto quei due che la mattina di quel famoso primo giorno dopo il sabato si sono incamminati correndo verso un posto già visto per Giovanni, un luogo nuovo per Pietro; il posto era il Golgota nei pressi del quale c’era il sepolcro nuovo in cui era stato ricomposto in fretta il cadavere di Gesù.

Hanno udito notizie sorprendenti, vociare di donne, correre di informazioni, meraviglie, domande, esclamazioni, dubbi.

Nella tomba non c’è più.

Siamo andate di buon mattino perché volevamo imbalsamarlo, ma là il corpo non c’è più.

Erano Giovanni il giovane, quello che aveva assistito fino all’ultimo momento, all’ultimo spasimo, Gesù che moriva, per sostenere sua madre e Pietro, quello che aveva dato il colpo di grazia del tradimento a Gesù, quello che, mentre Gesù veniva sbeffeggiato e insultato da tutti, non aveva avuto il coraggio di stare dalla sua parte.  

Due vite incantate da Gesù, due apostoli, due storie si rimettono in corsa col cuore in gola per poter sperare ancora, per potersi dire che non è vero che tutto è finito, per farsi sorprendere dalla potenza di Dio.

Giovanni è giovane, è innamorato perso e corre di più; Pietro è adulto, si porta dentro anche il peso del tradimento e arranca.

Giovanni lo precede, arriva prima, ma si ferma davanti al sepolcro, aspetta Pietro.

Il giovane è entusiasta, è veloce, ma sa di avere bisogno della saggezza di Pietro.

È sempre così anche nella vita: giovani e adulti stanno bene insieme, hanno bisogno gli uni degli altri. 

La scoperta che assieme fanno è di grande importanza: sarà determinante per i secoli futuri.

Anche loro constatano che Gesù non c’è più, il suo corpo che Giovanni aveva visto esalare l’ultimo respiro non c’è più. E descrivono il lenzuolo, la sindone, le bende che avevano hanno avvolto Gesù afflosciate su di sé, come se da sotto ne fosse sparito il corpo. 

Il Natale che abbiamo appena festeggiato già ci rimanda alla Pasqua: Quel bambino che abbiamo contemplato nella sua nascita è quel Gesù che sarebbe stato ucciso, ma che avrebbe vinto la morte con la risurrezione, dando al mondo una speranza definitiva. 

Ci viene facile pensare a Maria che quei momenti iniziali della vita di Gesù ha vissuto con grande intensità, portandosi dentro tutta la decisione di star fedele a suo figlio fino alla morte.

A quella corsa dei due apostoli Maria partecipava col cuore in gola, era stata tutta per il Signore, la sua fiducia era in Lui, l’aveva dovuto accogliere di nuovo in grembo alla morte ai piedi della croce.

Quanto avrà pensato a quel dolcissimo bambino, ma da lei protetto e ora indifeso a del tutto offerto.

Come le sono risuonate nel cuore le parole del vecchio Simeone: una spada trafiggerà il tuo capo.

Ma la tre giorni più decisiva della storia era scritta nel suo cuore di madre fin da Betlemme, la perdita e il ritrovamento di Gesù a Gerusalemme nel tempio glielo ha ricordato e scritto nei sentimenti, nell’apprensione, nell’anima. 

Ma noi abbiamo la possibilità di vedere quella carezza delicatissima di Gesù il bambino a sua madre, carezza che segna la nostra fede, che vorremmo sentirci sulla nostra vita spesso dispersiva e disperata.

Madre del Buon Consiglio che hai fatto sentire da 650 anni la carezza di Gesù ai padri seguaci di S, Agostino, falla sentire anche a noi, fa che la sua manina benedetta si posi sulle nostre vite e sulle nostre istituzioni, sulle nostre famiglie e sui nostri governi, sul nostro Papa e sui nostri preti, sui giovani e sui malati, su tutti. 

+Domenico