Non si fermerà a quest’anno godere della cura di san Giuseppe

Ogni uomo ha progetti di vita: per un po’ di tempo, quando è ragazzo, sogna,  li confonde con le “veline della Tv”, con le figure eroiche dello schermo, con gli atleti di uno sport, con le professioni “patinate” … poi un po’ alla volta si costruisce ideali concreti, mette in fila allenamenti, studi, ricerche, sforzi per dare corpo ai sogni, per dare gambe e cingoli alle sue aspirazioni.

Io immagino Giuseppe, San Giuseppe, un giovane così: un lavoratore, un carpentiere come dice il vangelo; un giovane che accetta la vita, la vede come un campo di prova e una occasione di felicità semplice, autentica … e dentro questo suo progetto ci sta l’amore: il desiderio di donare il cuore a una ragazza, di affrontare con lei le sfide della vita, le semplici gioie di uno sguardo negli occhi, di un tenero affetto nei corpi, di fare una famiglia, di spendere i suoi sentimenti nella storia di un amore pulito, nella intimità di una …. casa; e incontra la ragazza del cuore, e comincia a dare concretezza ai sogni.

 La ragazza è Maria: Decide di sposarla.

Ogni popolo ha le sue usanze, i rapporti con i genitori da curare, le tradizioni che accompagnano il nascere di una famiglia, i tempi di attesa per vivere assieme.

Gli affetti accolti e donati per costruire una famiglia non sono fatti esclusivamente personali, sono parte integrante della vita di una comunità, dell’intreccio di relazioni delle famiglie.

E’ sempre un gioco – insomma – tra interiorità e intimità da una parte e comunità e società dall’altra.

Proprio in questo tempo bello e progettuale Giuseppe vede che Maria si porta un segreto che lo sconvolge: aspetta un bambino e non è il suo.

La sua umanità tesa al progetto, alla realizzazione del sogno della sua vita ha un appannamento: non vede più chiaro, si sente scavalcato da qualcosa che subito immagina di grande; non si adatta all’interpretazione più banale, ma scava nella sua storia di amore con Dio e di amore di Dio verso il suo popolo la ricerca di una risposta. Affida alla sua fede e non ai suoi risentimenti o alle interpretazioni facili e denigratorie in cerca di una magra consolazione.

Si fa una domanda lancinante: che vuole Dio da me? Il mio bel progetto non è il suo. C’è qualcosa d’altro.

Ferma allora la sua storia, offre a Maria il massimo rispetto e dignità di scelta: la vuol rimandare nel segreto. Tutto deve rimanere nella coscienza pulita sua e nella storia inaspettata, ma sicuramente scritta in Dio, che sta vivendo Maria. Tanto la stima e le vuole bene!

Ferma i suoi sogni e ne aspetta altri. E Dio vede la sua forte fede e gli svela il segreto: “Non temere Giuseppe, sei proprio un giusto, non avevo alcun dubbio sulla tua integrità. Ti affido Maria, si porta in grembo il Figlio di Dio, la sorgente di quell’amore che riempie la tua esistenza e quella del mondo.”

La comunità cristiana che tutti ritengono bacchettona o intrigante, non ha mai taciuto questo dramma di un uomo e ha sempre davanti a tutti proclamato questa fede nell’intervento di Dio nella vita di una donna.

Il figlio nato come uomo è figlio di Dio e la fede di Giuseppe è una fede rocciosa, forte, decisa, matura, consapevole: lui sarà la spina dorsale della vita di Gesù, colui che gli insegnerà a parlare, a definire i suoi sentimenti, a forgiare il suo carattere, a stabilire rapporti belli con tutti, a dialogare con Dio; sulle sue ginocchia Gesù ha imparato a leggere le Scritture, si è preparato ad affrontare la croce, la sofferenza, la stima della dignità di ogni persona, la semplicità della vita, la fantasia delle sue parabole …

Averlo come protettore del mondo del lavoro, come custode di ogni lavoratore e di ogni lavoro è più di una sicura speranza: è un investimento certo, perché ci assicura che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” nella storia, hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza.

1 Maggio 2021
+Domenico

Tomaso ritorna alla comunità credente

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Audio della riflessione

La vita con le sue gioie e le sue speranze, le sue pene e le sue fortune … non siamo soli ad affrontarla: c’è una famiglia, ci sono gli amici, c’è quel tessuto di relazioni umane che ti fa sentire di qualcuno … alcune battaglie si sono fatte assieme … nel momento delle difficoltà del progetto ci si dà una mano l’un l’altro.

Certe scelte sono state fatte assieme e si sostengono assieme … ma c’è anche un momento nella vita in cui sei lasciato solo con te stesso, con la tua coscienza … non ti può aiutare nessuno: Penso a Tommaso Moro, prigioniero nella Torre di Londra, le figlie che si fanno in quattro per rendergli la prigionia meno amara e tentare un compromesso una possibile soluzione. Lui resta solo: ha da decidersi con la sua coscienza che non gli permette di scendere al minimo compromesso con Enrico VIII e va incontro alla morte col suo agghiacciante, ma rasserenante umorismo.

San Tommaso, l’apostolo che a Pasqua non s’aspettava che Gesù ricomparisse, nella vecchia compagnia di disperati, da risorto e che se ne stava fuori, al ritorno si sente a forza di tirar di nuovo dentro nell’avventura del Nazareno: “Abbiamo visto il Signore” gli dicono, lo tormentano, lo sommergono i suoi vecchi amici … gli piacerebbe credere, tornare come prima, riprendere la faticosa, ma bella peregrinazione per la Palestina e ridare speranza agli sfiduciati con Gesù, ma gli avvenimenti del Calvario gli hanno scavato dentro un abisso di disperazione: “Non ci credo neanche morto, non mi state a convincere … ho ancora negli orecchi quei colpi secchi sui chiodi che gli hanno stritolato i polsi, mi hanno creato un buco nell’anima. Quel colpo di lancia per verificare che era morto me lo sono sentito nel mio petto. non mi bastano le vostre parole, la vostra amicizia. È qualcosa tra me e lui. Devo fare i conti con la mia coscienza.”

E Lui, Gesù, arriva: “Tommaso sono qui, ricomponi con le tue dita e la tua mano gli squarci lasciati nel mio corpo. Hai ragione a riportare tutto alla tua coscienza, ma ora affidati.” … e Tommaso ritorna alla comunità credente: “Mio Signore e Mio Dio.”

11 Aprile 2021
+Domenico

La Pasqua è la festa più bella e più grande per il cristiano (entrarono … videro … credettero!)

Una riflessione Esegetica sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (capitolo 20, versetti 1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Audio della riflessione esegetica

Il grande mattino del primo giorno dopo il sabato presenta una novità: era un volgare lunedì, come tutti i nostri, quando riprendiamo il lavoro interrotto dalla domenica…

Sembrava ormai che la “vicenda Gesù” fosse tutta risolta: ammazzato lo abbiamo, sepolto pure, proprio non come volevamo noi in una fossa comune, in maniera che non fosse più identificabile dopo la morte, ma pur sempre cadavere.

La festa allora era il sabato, e il primo giorno dopo invece noi lo abbiamo chiamato “domenica”, il giorno del Signore.

Perché? Perché quel mattino il Signore, pestato a sangue e portato al macello, non è più nella tomba, è risorto, vincitore sulla morte, tornato a sconfiggere il male, che perseguita l’uomo di ogni tempo e di ogni coscienza.

Come sono andate le cose? L’abbiamo udito dal Vangelo … ci sono tre verbi che il vangelo di Pasqua ci presenta a conclusione di una corsa affannata e concitata di due apostoli al sepolcro: entrarono, videro e credettero: sono i tre verbi che devono caratterizzare la nostra vita cristiana.

Sono verbi riferiti a due persone: un giovane e un vecchio, che il mattino di Pasqua si misero a correre, stanati dalla loro inedia dal grido della Maddalena “hanno portato via il corpo di Gesù” … è Giovanni, il giovane discepolo che con Pietro si avventura di nuovo per quelle strade tragiche del giorno di Parasceve: avevano passato la giornata a piangersi addosso, a ridirsi la delusione … Pietro a raccontare continuamente il suo tradimento di cui non si dava pace; aveva ancora le lacrime agli occhi: non erano lacrime di disperazione, ma di amore … cercato; non era all’altezza … all’altezza dell’amore profondo di Gesù, ma … sempre tenace a riprendere il cammino verso di Lui.

Giovanni si stava domandando che cosa ne sarebbe stato della sua giovane vita … la corsa però finisce col cuore in gola davanti a quel sepolcro: si può entrare, la pietra è ribaltata  fuori dalla guida necessaria per farla rotolare, quindi nemmeno si devono chiamare rinforzi per poter entrare … qualcosa di strano è accaduto ed entrano: nella vita occorre sempre entrare, non stare alla finestra, in superficie; non si può vivere di “virtuale”, di simulazioni, di carta stampata o di immagini che scorrono sempre davanti agli occhi mattino e sera, che ti danno solo le idee degli altri.

Papa Francesco dice, sempre, ai giovani di non stare in poltrona o al balcone a passare la vita: ognuno deve farsi  la sua esperienza, lasciarsi prendere  la vita, non la fantasia o i “selfie” soltanto.

Le persone vanno incontrate, non fotografate o salutate solo con qualche sms.

Gli occhi corrono in un baleno alla pietra su cui era stato posto il cadavere, quegli occhi in cui ancora c’era la visione del corpo martoriato, che hanno incrociato lo sguardo d’amore di Gesù, quell’ultimo suo sorriso nel dono supremo di sua madre “Figlio ecco tua madre”.

Quegli occhi si aprono sulla assoluta novità di quel mattino: è importante aprire gli occhi, che spesso vogliamo tenere chiusi per non essere coinvolti, aprire gli occhi sull’evidenza, per uscire da comode ideologie che ci siamo fatti e che non vogliamo mettere in discussione mai.

“Guardami almeno una volta con amore” dice il marito alla moglie, la madre ai figli; “guardami per farmi sentire che riconosci la mia dignità di uomo” dice il vicino di casa, il collega di lavoro, chi ti lava i vetri al semaforo … che cerca una patria che non ha più.

E che videro gli occhi di Giovanni? Che cosa ha visto per concludere con l’adesione di fede? C’è ancora un lenzuolo, ma è afflosciato su di sé, ha ancora attorno le bende che lo tenevano stretto al cadavere, c’è ancora al posto del capo il fazzoletto che si mette sul capo di tutti i morti, ma è ricurvo, ancora al suo posto; dentro però non c’è più niente … il cadavere è sparito dall’interno, come se … vi fosse stato sottratto! Non è stato manomesso niente, non è stato portato via niente: i ladri si sarebbero preso tutto; un cadavere è sempre repellente, quello di un maledetto da Dio ancora di più.

Il corpo di Gesù non c’è più … e ha lasciato i segni della sua sepoltura intatti.

Il terzo verbo è la conclusione felice di tutta la tensione umana e intellettuale di Giovanni e di Pietro: credettero.

Certo Gesù lo aveva detto, ora le sue parole di risurrezione sono l’unica possibilità di leggere quello che essi vedono: Il Signore è risorto, è il momento massimo della libertà: i segni ci sono, ma la realtà è più profonda dei segni: non sei mai costretto a credere. La fede non è la dimostrazione di un teorema, perché la vita non è un teorema.  

Ora è il momento di affidarsi: hai usato la tua intelligenza, ti sei fatto tutte le domande vere della vita, hai visto dei segni, non sei stato alla finestra, ti sei immerso con onestà nei fatti, e adesso … devi fare il passo della fiducia: Signore mi fido di te, mi abbandono a te! Sei tu il mio Signore e il mio Dio. Non mi bastano le dimostrazioni, non mi sono sufficienti i ragionamenti, sento la dolcezza del tuo amore per me.

Credo e su questa fede oriento la mia vita: non è vero che la morte è l’ultima parola sulla vita, non è vero che la disperazione è l’ultima spiaggia di noi sfortunati; non mi abbandonare, perché il cammino è lungo … e vorrei che questa Pasqua mi illuminasse in ogni relazione della vita, in ogni luogo della mia esistenza, in ogni affetto che la rende un dono per gli altri.

Voglio fare pasqua davvero, e per sempre!

4 Aprile 2021
+Domenico

La risurrezione è la nostra vita

Una riflessione sulla Grande Veglia Pasquale 2021 (dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 28, versetti 1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Audio della riflessione

Stasera ci viene chiesta la fede: non possiamo appendere nelle scuole o negli edifici pubblici il risorto, ci vuole un atto di fede!

Appendiamo solo un  crocifisso, che richiama solo storia e pietà, anche se molti ci negano anche quella.

Stasera facciamo il salto nell’oltre: riconosciamo che l’uomo della debolezza e della croce, l’immagine dei nostri infiniti dolori è il Dio della risurrezione, è il nostro liberatore, è la vita piena e senza fine. Colui che è morto così miseramente senza nessun stoico coraggio è il Figlio di Dio.

L’evangelista Marco nel racconto di questa giornata memorabile (quello sopra riportato, letto nella Veglia di stasera) fa un discorso difficile, perché occorre affidarsi! Occorre avere il coraggio di  leggere il terremoto di cui si parla nel Vangelo come definitivo, come quello che ci toglie da ogni disperazione; questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio: è il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo.

E’ il cambiamento radicale del nostro modo di pensare, degli stili della nostra esistenza, della  speranza oltre ogni paura e dolore. Non è il terremoto che ci fa paura e che ogni tanto colpisce il nostro mondo e soprattutto l’Italia. E’ questo terremoto di Pasqua, il terremoto della vittoria sul male e sulla morte, il terremoto che ha fatto saltare i macigni dalle tombe e dal cuore.  “Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro. E’ il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato”

E’ questo terremoto che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i morti di pandemia anche di questi giorni, dei ragazzi sgozzati, crocifissi perché cristiani.

Ricordo una messa celebrata in una suola per la Pasqua dove ho trovato giovani che a fatica hanno fatto un segno di croce, per non farsi tirare in giro dopo dai compagni: questo spesso è il coraggio delle nostra fede, il nostro coraggio quando siamo nella movida o nelle nostre vite private … la nostra fede per mestiere, il nostro forzato credere per  non creare problemi dove siamo … ma Dio è grande e ci dimostra continuamente il suo amore e la sua misericordia.

  • Resurrezione è sapere che abbiamo un futuro più grande di ogni nostra attesa, più forte delle nostre miserie, più autentico dei nostri giuramenti.
  • Resurrezione è non permetterci in nessuna situazione di dire la parolaccia “ormai” … perché risurrezione significa che c’è sempre più futuro che passato, perché la vita non è la quantità di giorni che ci rimangono, ma la qualità dell’esistenza che viviamo e che si prolungherà senza fine nella braccia di Dio.
  • Resurrezione è uno spazio di futuro che ci garantisce da ogni morte definitiva e questo ce lo ha regalato Gesù, il Nazareno, il condannato a morte, sepolto e risuscitato.

Siamo contenti e orgogliosi di offrire le nostre comunità credenti ai nuovi  battezzati in ogni parte del mondo; chiederemo loro perdono se il nostro esempio tenterà di affievolire quella gioia che stanotte hanno provato, ma vorremmo essere sempre all’altezza della fede che Dio a loro stanotte ha regalato; la loro giovinezza di fede ci aiuti tutti.

3 Aprile 2021
in occasione della Grande Veglia Pasquale
+Domenico

Ritorna la Pasqua anche se la pandemia non vuol saperne
Ritorna la Pasqua, anche se la primavera ritarda
Ritorna la speranza, anche se il mondo la scambia con una previsione
Ritorna la festa, anche se ce l’hanno “colorata” a tutti
Ritorna la vita, anche se non sei sicuro che ti lascino nascere
Ritorna la pace, anche se in Myanmar è iniziata ora una crudele repressione
Ritorna il sorriso, anche se rischia di contrarsi in una smorfia
Ritorna la felicità, anche se te la spengono con l’inganno
Ritorna l’amore, anche se deve difendersi da mille contraffazioni
Perché ritorna Gesù, il Risorto,
amore, felicità, sorriso, pace, vita, festa, speranza, Pasqua per sempre
E alla pandemia ci pensa anche il vaccino,
ma ci affidiamo prima a Dio
come faceva san Rocco

AUGURI!

Battesimo di Gesù

Credo che qualche volta almeno ci ritorni la domanda: Questo Gesù che ho iniziato a conoscere da bambino al catechismo, in casa, a scuola… dove l’ho lasciato? Come mi si presenterebbe oggi? Che mi sta dicendo di Lui la chiesa dove vado a messa? Mi porta davvero a Lui? E Lui Gesù dove sta? Dove si fa trovare?

L’attesa del Messia della gente di allora poteva avere alcune di queste domande … e Gesù nella sua prima uscita pubblica si fa riprendere mentre fa la fila coi peccatori a ricevere il battesimo di Giovanni Battista.

C’è un fremito di attesa tra la gente: non ne può più di promesse, di speranze ingannate, di ingiustizie subite, di disorientamento generale … come un po’ noi con questa pandemia in cui riusciamo a capire sempre di meno che cosa ci capiterà, tempo in cui l’attesa si fa ansia, la domanda pretesa.

Ci sarà qualcuno che potrà rispondere a un popolo tenuto in vita da promesse, a una vita che continua a cercare e che brancola sempre nel buio, che deve procedere a tentoni difendendosi da continui inganni? Chi ci può aiutare a destreggiarci tra i mille ingannatori dell’esistenza, tra le mille immagini che ci vendono felicità e che alla fine ottengono l’effetto di convincerci che non c’è?

Giovanni, il battezzatore, per questa ansia ha trovato la strada e la gente fa la fila: nella fila c’è Gesù. è Lui la meta, è Lui la forza, è Lui la luce della vita!

Per Lui occorre sempre preparare la strada: non basta un Avvento per spianare terreni accidentati e scoscesi in vallate di accoglienza, la nostra vita anche dopo il Natale è tentata di arroccarsi, di indurirsi di fronte all’accoglienza di Gesù, del povero che è sempre l’immagine più vera di Dio.

Occorre sempre che qualcuno annunci con voce forte che Dio è vicino, che la solita melma che intacca l‘esistenza non può sommergere la nostra speranza … e Gesù fa la fila dietro le nostre miserie e speranze, dietro il nostro egoismo, le nostre furbizie, i nostri tentativi anche sinceri di trovare risposte alla vita; si colloca dietro l’ansia di sapere se ancora potremo avere la convinzione e il coraggio di far nascere nuove vite nelle nostre famiglie, di mangiare senza la paura di ingoiarci un veleno, in questa terra inquinata di avviarci verso il declino dell’esistenza senza pensare di concluderla intubati in qualche terapia intensiva o aiutati a morire con un suicidio assistito – definito morte dolce – si colloca dietro la nostra fatica di tenere alta e esigente una concezione di vita che continua a subire attacchi di egoismo, di adattamento al ribasso ..

… ecco, in questa nostra fila si fa trovare Gesù: è in mezzo a noi, folla di peccatori, in segno di solidarietà a dirci che con Lui una risposta c’è, una speranza c’è, non resteremo delusi, la pandemia non è un destino, ma una prova … e nella nostra fila di vita in ricerca, non si sente sminuito dall’essere simile a noi, dal condividere la nostra umanità, perchè in Lui non c’è malizia o peccato.

E in mezzo a noi prega: nel pregare ci apre il cielo, ci apre alla vita vera, a una iniezione di novità, di energia, di Spirito Santo che incendia di bontà la nostra esistenza.

E quella fila di peccatori, di disperati, diventa con Lui, con questo cielo aperto, una comunità che si vuol bene, non solo una fila di gente che aspetta il suo turno, diventa una chiesa che si aiuta, che si mescola come sempre nei meandri della vita di tutti i giorni, la condivide con tutti, portandovi speranza, senso …

  • portando acqua che lava e rigenera: il battesimo c’è sempre, a disposizione, non è più di moda, ma è il primo dono che facciamo ad ogni creatura, per immergerla nella morte e risurrezione di Gesù;
  • diventa crisma che dà ardore alla vita con lo Spirito Santo nella Cresima, guida nel darci preti e vescovi, olio santo, per confortarci nella malattia;
  • diventa pane e vino che ci nutre, sta con noi e ci accompagna in ogni Messa;
  • vince ogni riduzione egoista degli affetti diventando dono d’amore col matrimonio, che crediamo sempre più inutile, solo costoso e fumoso;
  • si fa perdono che risana fragilità e riavvia vite disperate – i confessionali ci sono ancora – e ci permette di compiere per la sua misericordia opere giuste, scelte difficili e impegnative, ma vere di perdono;

Tutti questi doni di quella fila diventata Chiesa cambiano quella fila in comunità di speranza: allora non c’è più spazio per la depressione perchè questo nostro Gesù da quel Natale rimane sempre un Emmanuele, il Dio con noi, anche quando, come stasera, torniamo a rimettere negli scatoloni il presepio.

10 Gennaio 2021
+Domenico

Gesù siamo nella fila per arrivare a Te

Una riflessione sul Vangelo Secondo Marco (Mc 1,7-11)

Audio della riflessione

Abbiamo tutti un ricordo lieto e triste di una prima volta: il primo giorno di scuola, il primo giorno di naia (quando si faceva il militare) il primo giorno di matrimonio, il primo figlio, il primo bacio, il primo volo, il battesimo dell’aria … è stato qualcosa che ci ha iniziato alla vita, che le ha dato un nuovo colore, che ha coronato una lunga preparazione o attesa, che ci è capitato improvviso e che ci ha fatto scoprire qualità impensate.

Spesso è stata una investitura: “Adesso sei grande, tocca a te, non ti tirare indietro; sei su un trapezio, non ci sono più reti di protezione” … un misto di brivido, di paura, di orgoglio, ci ha fatto decidere.

Non so se Gesù provava qualcuno di questi sentimenti, là al Giordano in quella fila di peccatori: era stato attratto da Giovanni, sentiva che Dio, suo Padre, non era ingessato nei ritualismi o imprigionato nel tempio, ma era là nell’attesa della povera gente, povera di speranza soprattutto, una povertà che attraversa ricchi e poveri, stolti e intelligenti, uomini di potere e servi inutili .. assomiglia a questa – forse – l’attesa che termini questa pandemia.

E qui al Giordano il Padre, che Lui chiamerà sempre papà (solo sulla croce lo chiama Dio quando ripete le parole del salmo “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”, ma le sue ultime parole saranno ancora “papà nelle tue mani mi abbandono”), ebbene qui al Giordano è ancora suo Papà che lo offre a noi a mani spiegate, lo manda, lo accredita, lo spinge sul trapezio dell’annuncio e del dono fino alla morte, senza rete.

L’unica rete sono le sue braccia: con questa consapevolezza Gesù guarderà in faccia la morte, supererà le tentazioni, non soffrirà la solitudine.

“Sei mio figlio, oggi ti ho generato, sei il prediletto, (Agapetòs, Agàpito; non posso dimenticare questo nome che è del giovane santo martire cui è intitolata la diocesi di Palestrina, la mia unica diocesi cui ho dedicato tutti i 12 anni del mio servizio episcopale) non ho altro bene fuori di te, ti affido all’ascolto di tutti, ti mando il mio Spirito; il nostro Spirito è la tua compagnia, la tua consolazione, la tua forza. Oggi lo Spirito aleggia su queste acque come spirò sulle acque del caos primitivo, è una nuova creazione che cammina con te.”

Sono disposto a perderti (a morire con te su una croce) purché questa fila di peccatori, che sta con te nell’acqua del Giordano diventi una fila di santi, di giusti, di uomini e donne nuovi.

In questa fila noi ci siamo stati: non era più quella del Giordano, ma quella del battistero cui ci hanno portato i nostri genitori; non ne siamo ancora usciti santi, ma ci speriamo sempre di diventarlo con l’aiuto di Dio, tra le “persone della porta accanto” come dice papa Francesco.

10 Gennaio 2021
+Domenico

25 Dicembre – Natale : Non viviamo in un mondo senza senso … il senso si è fatto carne!

Oggi ci facciamo … tutti uguali davanti a un richiamo più forte di noi, scritto dentro le nostre vite da tradizioni, culture, parole, da gesti semplici di papà e mamma, di nonni, preti, pazienti catechisti, maestri … che ci hanno insegnato che nella vita abbiamo bisogno di credere in qualcosa per vivere. 

Questo qualcosa è qualcuno, che si chiama Gesù

A monte di queste nostre tradizioni ci sta una storia brutta, come una deflagrazione distruttiva, entro le domande grosse della vita.

Da dove vengo, dove vado, perché il dolore, perché il male, la cattiveria, la morte, perché l’ingiustizia, perché le nostre vite vengono falciate da un cieco destino? 

Esiste un destino dal cuore di pietra? 

Perchè ho perso il mio miglior amico, perché ho avuto cuore così duro da lasciarlo solo al suo destino? 

E ritorna la parola destino, tra le più brutte che un cristiano può dire

Non c’è nessun destino, non c’è nessuna disgrazia: C’è all’inizio un progetto di mondo bello.

Dio ha creato cielo e terra, ha fatto cose meravigliose,  un mondo come un orologio perfetto: bello, preciso, giusto, vero, ben disegnato.

Ma dentro mancava la vita. E Dio disse: “ci metto come re, l’uomo, lo faccio così bene che mi rassomigli. Non voglio che il mondo sia governato da una macchina, voglio che sia la gioia e la soddisfazione di un uomo libero. Questo uomo e questa donna li faccio belli, puliti, entusiasti. Devono avere la possibilità di decidersi sempre per il meglio, non avere tarli interiori che li possono indebolire o ingannare.”

Adamo ed Eva erano felici.

Ci state, dice Dio, a rendere sempre più bello con il vostro ingegno, la vostra fantasia questo mondo, questo universo?  Volete dare vita a una umanità sana, intelligente, orgogliosa di assomigliare a Dio? 

La risposta è un no solenne.

Bastiamo a noi stessi, tu Dio non c’entri niente. Dovevi pensarci prima.

Avresti potuto sapere che rischiavi grosso.

Questo mondo ce lo prendiamo in mano noi. Tu non c’entri più.  

E l’abbiamo fatto a nostra immagine, gli abbiamo scritto dentro le nostre cattiverie, le nostre disperazioni, i nostri incubi: E comincia la storia del dolore, della violenza, della guerra, della ingiustizia.

Al catechismo lo abbiamo imparato come il peccato originale, ci siamo messi in testa una mela e non ce la leva nessuno dalla memoria.

La mela è questo no. 

Ma Dio non demorde, non si adatta al fallimento del suo progetto, vede che nel fondo dell’uomo c’è un grido di aiuto, una invocazione di speranza e fa un altro tentativo.

Vuol farsi uomo per salvare dall’interno l’umanità e rischia un’altra volta.  

Stavolta va da una giovane ragazzina di Nazaret.

Una ragazza pulita, senza malizia, come era Eva del resto e rischia ancora la stessa domanda: “Vuoi ridare a questo mondo la bellezza primitiva, vuoi darmi una mano a rifare il mondo? Vuoi essere la madre di mio figlio?”

La ragazza dice sì! Accetto!

Quel poco che sono lo metto a disposizione, so che tu abbatti i potenti, rimandi i ricchi a mani vuote, ascolti il povero … Ebbene sì, la mia vita prendila tutta, mi fido, mi sento di allargare il mio progetto di vita al tuo grande sogno. 

E nasce Gesù: Dio stavolta ha rischiato e ce l’ha fatta. 

Da quel giorno il mondo è diverso, ha inscritto una forza che lo salva, lo cambia radicalmente, lo libera dalla schiavitù del male.

Il male resta sempre forte, ma ha scritto nel suo DNA la parola fine.

Il serpente della visone biblica si sente sul capo il piede di una donna che lo schiaccia.  

Ora tocca a noi entrare in questo nuovo modo di pensare e di vivere: Natale è il riscatto dell’umanità, è la vittoria sull’antica maledizione, è la sorpresa di un bene infinito accanto a un male gradissimo, ma che sicuramente si può vincere. 

Questo diciamo, sentendo quel solenne “Il verbo si è fatto carne”. 

Lui è il primo uomo nuovo di una creazione nuova che deve ogni giorno fare il suo cammino tra tutte le difficoltà che il male scatena.  

Noi facciamo parte di questa storia. Entro questa storia si sono costruite le nostre cattedrali, sono cresciute le nostre speranze. 

Non viviamo in un mondo senza senso. Il senso si è fatto carne

Non siamo abbandonati, ma siamo sempre di qualcuno, siamo di Dio.

Con questo secondo rischio, Dio ha visto che l’umanità si è convertita a lui, in attesa che tutti lo facciano per sé e per la propria vita. 

Quando siamo cattivi, quando buttiamo via la nostra vita e mettiamo in pericolo quella degli altri, vuol dire che non abbiamo preso sul serio il Natale, l’abbiamo abbassato a festa, o solo a sentimenti di occasione.  

Noi però oggi siamo qui e vogliamo dire a Dio che ci piace stare in questa storia affascinante, ma abbiamo bisogno di sapere che contemplare suo figlio nel presepe, ce lo permette di sperimentare nella vita quotidiana, nelle nostre sofferenze e soddisfazioni, nelle incertezze per il nostro futuro, nel nostro lavoro che mai come di questi tempi diventa un’ancora cui appendere speranze e avere certezze.  

E vogliamo dargli una mano a rendere più bello il mondo, senza caricarlo delle nostre sconfitte in umanità.  

+Domenico

30 Novembre 2019: VEGLIATE! (Inizio del tempo di Avvento)

L’avvento inizia con un invito perentorio: “Vegliate!”

Esiste un momento del nostro vivere in cui riusciamo a farci un giudizio complessivo sul senso che siamo riusciti a dare alla vita: se in questo istante venisse fissato il significato globale della mia esistenza, come sarebbe?

Una carognata dopo l’altra, verso senza ritorno,

Ne caldo ne freddo?

Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore verrà

Esiste sicuramente un momento in cui potremo prenderci in mano la nostra vita, guardarci dentro … finalmente mettere in fila tutti i gesti che l’hanno composta, l’ingenuità, le innocenti aspirazioni, i sogni, le frustrazioni, le persone che l’hanno popolata, gli affetti ricevuti e donati, i soprusi subiti e inflitti agli altri, il bene e il male tra cui ci siamo continuamente dibattuti: una luce la illuminerà.

Le domande senza risposta che più spesso ci siamo fatte, troveranno sicuramente un perché: sapremo il perché della gioia e del dolore, il perché dell’amore e dell’odio, il perché della vita e della morte, verrà smascherato il profittatore è scoperto il ladro, non servirà assolutamente nascondersi dietro certificati, ne ci saranno immunità parlamentari, il povero e il ricco, l’uomo e la donna, l’adulto e il bambino, il nord e il sud, l’occidente e l’oriente avranno pari opportunità.

Il terrorista verrà colto nel suo gesto folle e non serviranno bombe a grappolo per stanarlo: “forgeranno le spade in vomeri, le lance in falci”, gli si riporteranno fiori.

Non è un sogno hippie, ma la fotografia del mondo futuro che Gesù chiamava “Regno dei Cieli” per non confonderlo con le pubblicità del tempo.

Non siamo buttati su questa Terra a caso.

La nostra vita non è affidata niente.

Siate pronti: il più dell’uomo su questa certezza organizzata la nostra esistenza.

Noi l’attendiamo operosi, “la nostra salvezza è più vicina ora di quando abbiamo cominciato a credere”.

Tutte le luminarie che stanno cominciando a decorare le nostre strade, i negozi, gli alberi, sono soltanto un segno di una nuova luce che deve rischiarare la nostra vita: la luce del Signore