Chi fa compagnia al crocifisso riceve sempre in dono sua Madre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 25-27)

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Ieri abbiamo contemplato il Crocifisso, oggi contempliamo sua madre che sta ai piedi di questo crocifisso, che è suo figlio: un coraggio unico, una maternità tutta avvolta nella partecipazione al presente e al futuro del Figlio. Tante mamme sono state colpite dalla morte del proprio figlio e tutte si sarebbero volentieri sostituite al figlio nella morte.

La nostra contemplazione si riempie di domande: dove è che Dio ha spiegato potenza, disperso superbi, rovesciato potenti, innalzato umili, rimandato ricchi? Qui sta avvenendo tutto il contrario.

E la Madonna del magnificat è lì: c’era la madre di Gesù come a Cana, come sempre nei momenti cruciali della storia della salvezza. Ne era passato di tempo, ne avevano macinato di kilometri Gesù e il suo gruppo … ora sembra tutto finito e buttato.

C’è Gesù che possiede ancora un tesoro prezioso, non si sente solo, ha ancora qualcosa, sente la dolcezza e la tragica dedizione di sua madre.

E’ più solo invece Giovanni, nella sua giovinezza, nel suo slancio, nella sua ingenuità di sognatore: ha bisogno di una madre per non smettere di sognare vita e salvezza … e Gesù si rivolge a lui: “Figlio ecco tua madre, tua madre sta qui.”

Quanto è confortante sentirti dire: qui c’è tua madre.

Quando la nostra croce o quella che vediamo sulle spalle degli altri  risulta troppo pesante, guarda che qui c’è tua madre;

Se la tentazione è forte, qui c’è tua madre;

Se la disillusione è dolorosa, qui c’è tua madre;

Se la solitudine è insopportabile e l’incomprensione ti disorienta, guarda che qui c’è tua madre;

Se la scelta del tuo futuro è difficile e lo vedi oscurato, qui c’è tua madre;

Se la fame e l’ingiustizia, la paura e la violenza minacciano di spegnerti la speranza, qui c’è tua madre;

Se i tuoi occhi non scorgono più la bellezza della vita, qui c’è tua madre;

Se la guerra ti toglie anche l’ultima illusione di un mondo nuovo, qui c’è tua madre;

Se l’incanto del virtuale ti distrae dalla vita vera e te la deforma, qui c’è tua madre;

Se non riesci a deciderti di fare della tua vita un dono a una persona come te, per sempre, senza tentennamenti, contro tutte le tentazioni di ritornare a casa tua, qui c’è tua madre.

Maria è una grande consolazione, è una certezza, è un rifugio sicuro, è un punto di riferimento, è un approdo.

Ma Gesù non ha ancora terminato di offrire pace e salvezza, ha un desiderio da esprimere a sua madre: “donna, ecco tuo figlio”. E’ una preghiera a sua madre per Giovanni, per ogni giovane, per ogni persona che si è trovata travolta nella sofferenza, malati, anziani, positivi a una pandemia, incidentati e sbalzati da una moto, assassinati in attentati e guerre.

Lui conosce ogni smarrimento di ciascuno di noi e ci affida a sua madre, conosce la superficialità che ci tenta tutti e dice: questi, così come sono, anche se sono disgraziati, sono tuoi figli.

Quando non riescono ad ascoltare il Signore nel silenzio della preghiera e ad accoglierlo nella sofferenza, madre sono tuoi figli;

Quando non hanno il coraggio di vendere tutto, darlo ai poveri e seguire radicalmente il Signore, madre sono sempre tuoi figli;

Quando si lasciano smarrire nei meandri della droga, della delinquenza, dello sballo, madre sono tuoi figli;

Quando si sposano e tentano di costruirsi un futuro e non sono capaci di amarsi, madre sono tuoi figli;

Quando nella loro vita di giovani sposi non hanno più vino, non sanno più sorridere, hanno perso la gioia della vita, credono di adattarsi a vivere a pane e acqua, madre sono tuoi figli;

Quando per la malattia che li tormenta non riescono a sorridere, madre sono tuoi figli;

E’ questo il testamento di Gesù, è questo che motiva la contemplazione dell’Addolorata: noi siamo presi in affido da Maria, e la vogliamo custodire perché Gesù ce l’ha donata proprio nel momento della morte, nell’offerta di sé fino all’ultima goccia di sangue. E siccome in ogni Messa si rinnova quel dono supremo, noi sappiamo che ai piedi di ogni altare anche oggi c’è Maria che si sente dire da Gesù “sono tuoi figli”, e noi siamo confortati perché Gesù ci ripete “qui c’è tua madre”.

Oggi ogni sguardo al Crocifisso deve richiamarci la dolcezza di Maria, il testamento di Gesù per noi.

15 Settembre 2020
+Domenico

Strani noi cristiani: fissiamo sempre lo sguardo a una croce!

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 13-17)

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Siamo tutti in cerca di un ideale che possa far convergere tutte le nostre energie, focalizzarle per farle esplodere in qualcosa per cui val la pena di vivere: aiuta molto a vivere avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà.

Rischiamo forse una fuga dalla realtà, non sempre … però invece ci permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove!

Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.

Così è stato per gli ebrei nel deserto: erano arrabbiati neri perché questo deserto non finiva, si perdevano in liti e contestazioni; una invasione di serpenti li aveva pure assaliti e morsi.

Mosè allora levò un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti:

E’ una immagine ardita che lo stesso vangelo usa per descrivere Gesù sulla croce: Quella croce è il simbolo, il sogno, l’ideale, la prospettiva cui ogni persona può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è inchiodato nella persona del crocifisso.

Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio.

Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita. Non c’è più nessun serpente e nessun male, che esso rappresenta, che ci può colpire.

Quando si fa l’unzione dei malati segniamo la fronte e i palmi delle mani con il segno della croce: questa è distintivo della vita del cristiano. Noi non crediamo in un dio qualunque, astratto, senza volto, ma in un Dio Crocifisso, un Dio che ci ha amati fino a morire per noi.

Nella nostra vita noi vogliamo sempre guardare a questa croce, per questo esponiamo il crocifisso in ogni casa, in ogni luogo.

Oggi fa fastidio a molti, come il suono delle campane: noi non faremo battaglie, ma per noi guardare a quella croce dà speranza e forza nell‘affrontare la vita, ci permette di aprire sempre un finestra sull’eternità, la meta di ogni esistenza.

Deve diventare di meno un ornamento e di più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune: avremmo forse più coraggio nell’amare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio.

Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza.

14 Settembre 2020
+Domenico

Lasciamoci cambiare dal perdono di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 21-35)

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Ci rappresenta un po’ tutti quella parabola che narra di quel servitore perdonato alla grande dal suo creditore e che, come imitazione di un perdono grandissimo, fa lo strozzino – invece – con un suo debitore: diecimila talenti d’oro sono “vagonate” di oro, che lo strozzino non avrebbe mai potuto pagare; quattrocento denari veramente quattro miseri spiccioli, monetine da resto rispetto ai talenti.

Questa è la nostra fotografia di fronte a Dio: il nostro debito verso di Lui è senza misura e Lui se lo carica sulle spalle e ce lo cancella.

Siamo stati perdonati, ma non abbiamo ancora capito che cosa è il perdono, non lo abbiamo ancora accolto, ci è rimasta dentro una mentalità da schiavo, calchiamo sempre con i nostri passi il perimetro della prigione che ci siamo fatti allontanandoci da Dio: siamo abituati a vivere in una pozzanghera e non sappiamo renderci conto del mare aperto, giochiamo ancora con le barchette di carta. 

Chi ci permette di accettare la pienezza del perdono è lo Spirito. Dio ci fa liberi, noi a mala pena ci sentiamo liberati, abbiamo ancora addosso tutta la fasciatura del male, tutta la nostra mentalità da galeotti, da gente che deve sfruttare le occasioni, deve calcolare, deve farsi rincrescere la bontà.

Siamo ancora ammalati di delirio di onnipotenza, il modello di ragionamento non è affatto cambiato: quello che lo strozzino descritto nel Vangelo fa al suo debitore è ancora legato al suo impossibile “ti restituirò tutto”.

Il suo comportamento è evidentemente crudele, ma è più sottile e infido di quanto pensiamo: crede di essere già un salvatore, ma non ha ancora capito di essere un salvato; crede di essere un comprensivo e non ha capito di essere un perdonato; crede di essere uno che accoglie e non ha capito di essere stato accolto, un giusto e non ha capito di essere stato giustificato; crede di essere uno che può esprimere amore, ma non ha capito che è stato tanto amato.

Ma salvatore, comprensivo, accogliente, giusto, amabile è Dio, non lui: non gli passa nemmeno per la testa che queste qualità devono essere d’ora in avanti le sue, e per noi le nostre, che il dono più grande del perdono è il cambiamento del cuore.

Proprio per questo il perdono di Dio è legato al nostro perdonare, è quel gesto di Dio che è legato indissolubilmente alla nostra libertà: Dio non riesce a perdonare se nella nostra libertà non ci lasciamo cambiare dal suo perdono …

… in questo caso, se non ci lasciamo cambiare, il perdono torna “indietro”: Toccherà ancora a Dio riprenderci perché Lui non ci abbandona mai.

13 Settembre 2020
+Domenico

La casa sulla roccia: una Parola fattiva, concreta, palpabile

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 43-49)

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Al centro della attenzione del Vangelo di Luca al capitolo 6, che stiamo leggendo alle Messe di questa settimana, c’è sempre una Parola definitiva che descrive la qualità più importante del volto di Dio in Gesù, quindi del suo progetto sull’umanità, e questa parola definitiva è la sua grande misericordia: un dono che deve essere accolto e praticato da ogni persona che vuol dirsi cristiano e credente, ed è pure  battezzato.

Le immagini che usa Gesù per richiamare questo grande dono sono quelle della lotta all’ipocrisia, significata dalla pagliuzza che vogliamo togliere dall’occhio di un altro senza guardare piuttosto la trave che c’è nel nostro, e quella della casa fondata sulla pietra o sulla sabbia, cioè sull’ascolto e sulla messa in atto della volontà di Dio, che vuole soprattutto misericordia, e non sull’accolto soltanto di qualche parola.

Insomma la salvezza dipende dall’obbedienza alla Parola di misericordia che Gesù ha dato: un ascolto fattivo di essa, è salvezza e vita, mentre la disobbedienza ad essa è rovina.

Certo noi professiamo con onestà la nostra fede quando diciamo a Gesù: Signore, Signore: è l’acclamazione di fede dei battezzati, che nella forza dello Spirito Santo hanno aderito a Gesù, riconoscendolo come loro Signore … ma questo Signore esige l’ascolto e l’obbedienza concreta, da quella affermazione deve nascere una vita nuova, perché una fede che si arresta alla conoscenza e non diventa esperienza che trasforma la vita è non solo insufficiente, ma distruttiva.

Ecco allora la parabola della casa: su che casa costruisco la mia vita cristiana? su una casa fondata sulla roccia, che resiste ad ogni scossone o su una casa fondata sulla sabbia che vien subito rovinosamente a disintegrarsi con la forza del vento e dell’acqua? Dice Gesù che una casa è fondata sulla roccia se è costruita sulla Parola di Dio, attuata concretamente nella vita: una parola fattiva, non un insieme di affermazioni anche roboanti, stupefacenti, tipo “che belle parole che dice, che facondia nel parlare, che bella capacità di persuasione!”

Se tutte queste affermazioni non producono niente, se la parola “misericordia” che Gesù propone  non la vive, non la pratica, non la sente come fondamento del suo essere cristiano, se non è capace mai di perdonare, che cristiano è? Che sicurezza ha la casa fondata sulle sue parole al vento? Crollerà sicuramente.

La vera casa dell’uomo, dove l’uomo dimora con Dio e Dio con Lui è questo amore, questa  misericordia fattiva. Dio dove ha posto la sua casa tra gli uomini? L’ha posta nell’amore e nel perdono fatto carne che è Gesù; Gesù ha subito altro che venti e  bufere, hanno anche tentato di dire l’ultima parola su di Lui, di distruggere la sua vita, ma è risorto, se l’è ripresa trionfante.

Con la forza della parola ascoltata, fatta vita, resa per noi concreta con Gesù non crolleremo mai, vivremo sempre del suo perdono e sapremo essere perdono del Signore per tutti.

12 Settembre 2020
+Domenico

Occhio buono, fa sempre buono l’altro

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6,39-42)

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Il comandamento dell’amore di misericordia è l’unica via di salvezza, perché ci fa diventare quello che siamo come cristiani, come battezzati, cioè figli dell’Altissimo:  è una verità decisiva per la quale non si può assolutamente abbassare il tiro; chi lo facesse è un cieco che guida un altro cieco, è un falso maestro.

La misericordia è il massimo bene perché è quell’amore che sa realisticamente conoscere e farsi carico del male.

La misericordia impedisce la stoltezza e la presunzione di criticare gli altri; la critica la rivolgiamo prima di tutto a noi stessi, per conoscere il nostro male e la misericordia di cui siamo assetati: alla critica in cui si usa la verità per trionfare sull’altro dobbiamo sostituire sempre l’autocritica. In questo modo ci scopriamo, come gli altri, bisognosi di misericordia; vinciamo la cecità e siamo messi in grado di togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello allo stesso modo in cui è stata tolta la nostra trave dal nostro occhio.

Infatti la misericordia guarisce il male dell’altro e ci salva dal nostro male, altrimenti siamo ipocriti!

Con questa parola Gesù stigmatizza, rende evidente, fotografa il grande peccato: quello di Adamo che volle mettersi al posto di Dio, quello del fariseo che pensa di salvarsi da solo, rimproverando gli altri.

Ipocrisia non è una semplice finzione, ma un protagonismo, il cercare il primo posto in tutto, farsi centro di tutto, mettere l’io al posto di Dio. Ricordiamo tutti quel fariseo che stava davanti all’altare e si riteneva migliore del pubblicano che stava in fondo alla sinagoga.

La critica non è assolutamente mai via per la correzione del fratello. L’unica correzione possibile dell’altro, così che non si indurisca nel male, è il mio occhio buono di perdono e di misericordia.

Questo può avvenire se ho conoscenza del mio male e faccio anch’io esperienza del perdono di Dio. Se il fratello, l’altro che incontro si sente assolto e graziato può camminare verso il bene, può percepirsi bisognoso di misericordia e farne esperienza.

Agire diversamente è essere guide cieche di altri ciechi: finiamo per filtrare il moscerino e ingoiare il cammello.

Noi che spesso pratichiamo la vita della comunità cristiana, che abbiamo dimestichezza con la Parola di Dio, siamo ancora più tentati di giudicare gli altri e giustificare noi stessi: è un peccato di cecità che ci impedisce di conoscere il nostro male e di conoscere Dio.

Insomma per fare del bene occorre sempre avere un occhio buono, guardarci dentro, rimproverare noi stessi e mai gli altri.

Tutti abbiamo l’esperienza di avere percepito su di noi uno sguardo di bontà, la percezione che senza merito qualcuno mi ha voluto bene: un occhio buono vede buono e fa diventare buono, perché comunica bontà e non giudizio.

11 Settembre 2020
+Domenico

Vogliamo contemplare ciò che fa Dio per noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 27-38)

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Ci sono dei messaggi nel Vangelo che noi prendiamo subito come “raccomandazioni”: sono un poco forti, spesso impossibili, sicuramente indicazioni di comportamento “fuori dal normale”.

Ma come si fa a mettere assieme tutti questi comportamenti così esagerati in una persona che fa già fatica a volersi bene e a voler bene ai suoi familiari, amici, compagni di scuola o di lavoro?

Proviamo a leggere questi inviti come veramente sono, cioè i rapporti che da sempre Dio ha con noi, che ci dicono chi è Dio per ciascuno di noi, per me, per te, per tutti.

In Gesù, mi rivela il volto di Dio che …

  • mi ama, mentre io sono suo nemico;
  • mi fa del bene, anche se lo odio;
  • mi benedice, mentre lo maledico;
  • intercede per me, mentre lo uccido;
  • purchè io sia salvo, è disposto a subire ogni cattiveria anche da me;
  • io lo spoglio e lui mi riveste della sua nudità;
  • mi dona anche quel che non oso chiedergli e non rivuole ciò che gli ho rubato;
  • per corrermi dietro a salvarmi,  ha fatto una strada infinita, non soltanto due miglia;
  • è sempre pronto a porgermi l’altra guancia, invece che darmi ciò che merito;
  • mi riempie di doni: la creazione, la natura … mentre io la continuo ad avvelenare;

Quindi l’amare i nemici, il fare del bene a chi mi fa del male … sono solo cose che Dio fa sempre a me: io sono infinitamente amato anche se sono suo nemico, lo odio, maledico, bestemmio, lo rinnego, sono violento, sono uno “spogliatore”, un petulante, un indigente, un ladro.

Conoscere Dio è sperimentare il suo amore in Gesù, morto per me sulla croce.

Le raccomandazioni che ci sembrano impossibili riusciamo  a farle diventare la nostra vita normale, a farle essere un distintivo del cristiano: una nuova forza di bontà in un  mondo che fa dell’odio, della guerra, della persecuzione, del disprezzo dei poveri il suo vanto, se contempliamo sempre Lui, il Signore, col volto di Cristo, morto per amore e vivente in eterno.

L’essere misericordiosi come il Padre nostro che è nei cieli, come Lui è misericordioso con noi, è un comandamento fondamentale per un cristiano: è l’unica strada maestra per la salvezza, con la quale tutti dobbiamo misurarci.

10 Settembre 2020
+Domenico

Il modo di Dio di valutare il nostro mondo: le beatitudini

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6,20-26)

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Ogni nostra vita è segnata dalle esperienze che l’hanno costruita, dalle persone che l’hanno incontrata, dai sogni che s’è nutrita dentro e che ha tentato di realizzare … ciascuno s’è fatto una sua coscienza, un suo stile, un insieme di convinzioni, una mentalità, e concorrono tutti a costruire questo spazio.

Poi un giorno ti capita di dover prendere tu delle decisioni importanti, oppure sei posto contro la tua volontà di fronte a fatti nuovi tragici o entusiasmanti: il tuo modo di pensare non regge più, hai bisogno di uscire dal tuo piccolo mondo e di sentire un’altra campana, hai bisogno di vedere se quello che fai è giusto.

“Come mai tutto quello che ho messo assieme fino ad oggi non riesce più a interpretare quel che mi capita?” Questa è una grande domanda religiosa: non mandi all’ammasso la tua razionalità, la tua esperienza, la tua saggezza, ma vuoi collocarla in una prospettiva più ampia, più garantita, che condensa l’esperienza dell’umanità, ma che sa anche farti fare salti di qualità.

E ti capita di sentirti dire: “Beati voi poveri perché vostro è il regno; beati voi che sentite i morsi della fame; beati voi che dovete convivere tutti i giorni con le lacrime del pianto, diventeranno di gioia; beati voi se vi faranno tutti i dispetti del mondo e si divertono a tormentarvi: non ce la faranno a cancellarvi dal Regno di Dio.”

“State attenti piuttosto se crepate di indigestione, se avete sempre la bocca fino alle orecchie per la leggerezza e la superficialità del riso, se tutti si danno da fare a dirvi complimenti soffocanti: non sta qui la bellezza della vita.”

Questo è il bellissimo discorso che noi cristiani chiamiamo “delle Beatitudini”: è un altro modo di guardare la realtà, è l’esatto contrario di quanto ci siamo costruiti per tentativi, per difesa, nel nostro mondo razionale e miope.

Cristo ci dice: “capovolgi il tuo mondo, divertiti a fare il contrario del consumo, del successo, della legge del più forte, del potere, dell’egoismo: vedrai che vita!”

Ma soprattutto fissa il tuo sguardo su di me: “Una vita così come la mia è un fallimento o è una vita riuscita?” E’ la vita di Gesù.

Le beatitudini sono Lui: non sono un insieme di comportamenti da smidollati, da gente senza grinta, ma solo un esempio dei tanti possibili che chi crede in Gesù può realizzare.

Le beatitudini si possono comprendere solo conoscendo che Dio è amore.

La sua giustizia è togliere a chi ha e darlo a chi non ha in modo che si viva in concreto da fratelli; noi invece diciamo “a ciascuno il suo”, invece che sulla giustizia di Dio che è amore, ci fondiamo sull’ingiustizia umana e ne codifica l’egoismo che la origina.

In realtà ognuno di noi è combattuto tra l’avere, il potere e l’apparire da una parte e, dall’altra, la chiamata del Signore alla povertà, al servizio e all’umiltà.

Da che parte vogliamo stare?!

9 Settembre 2020
+Domenico

Gesù fatto uomo ha nel suo sangue quello di santi e peccatori

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1, 1-16.18-23)

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Ogni uomo che nasce a questo mondo è una sicura originalità, è il punto di arrivo delle generazioni precedenti, si porta dentro dei segni di chi lo ha preceduto: il sorriso della nonna, o la tenacia dello zio, la dolcezza della mamma, lo scatto di impazienza del nonno, l’andatura del fratello, la litigiosità o l’imprenditorialità di qualcun altro …

E’ stato così anche di Gesù: nel prendere carne, nell’assumere un corpo si è messo, in maniera del tutto originale come ogni uomo, ma anche in totale incarnazione, nella fila delle generazioni che lo hanno preceduto … ed è interessantissimo che il Vangelo di Matteo che si legge nelle Chiese oggi, che è la festa della nascita della Madonna, metta in fila le generazioni che hanno preceduto Gesù, in termini non soprattutto cronologici, ma genealogici; ed è sorprendente vedere come in questa fila ci stanno grandi personaggi, oscuri avi, gente giusta e prode, peccatori e delinquenti, uomini e donne di fede e persone violente, cultori della pace e disonesti mercanti di guerre.

Nel sangue di Gesù scorre tutta l’umanità che lo ha preceduto: ci stiamo tutti noi!

Dio si è fatto uomo, ha condiviso tutto della nostra vita eccetto il peccato: la sua carne è il punto di arrivo di tutti i tentativi anche falliti di umanità di chi lo ha preceduto.

Questo Figlio di Dio prende su di sé tutte le nostre caratteristiche umane, direi quasi somatiche e ci viene a dare coraggio, a dire che l’umanità è sempre in cammino verso il bene e lui ci sta dentro, se la prende tutta su di sé, ci carica tutti sulle sue spalle e ci porta nelle braccia del Padre.

Non siamo né abbandonati, né disperati, ma accompagnati e tenuti per mano, inscritti nella carne del Figlio di Dio e di Maria, speranza certa per tutti gli uomini anche per i più abbandonati.

In questa fila c’è un salto di qualità: si inscrive Maria, l’immacolata, la stella del mattino, la tutta pura, colei  in cui  si realizzano le promesse della nostra salvezza;

in Lei si rispecchia la bellezza primigenia con cui Dio aveva concepito l’umanità;

in Lei rinasce il colloquio degli Angeli con l’uomo innocente;

in Lei rifulge una integrità verginale che il mondo ammira e non ha;

in Lei il sovrano mistero dell’Incarnazione si compie per la gloria di Dio e la pace sulla terra;

in Lei il silenzio profondo dell’anima perfetta e aperta all’infinito si fa amore, si fa parola, si fa vita, si fa carne, si fa Cristo;

in Lei ogni pietà, ogni gentilezza, ogni sovranità, ogni poesia è donna viva, ideale e reale;

in Lei il dolore raggiunge acerbità acquisite che nessun cuore di madre ha egualmente provate;

in Lei la fede, la fortezza, la bontà, l’umiltà, la grazia infine, nella sua più splendida e misteriosa realtà, hanno espressioni sovrumane;

in Lei, come in lampada viva, splende lo Spirito e irradia Cristo Gesù.

“Le feste della Madonna sono tutte fontane traboccanti di gioia e di consolazioni incomparabili. L’esaltazione della nostra povera umanità all’altezza e alla bellezza dei privilegi della Vergine, è una gioia unica per il nostro mondo, soggetto al peccato, alla corruzione, alla disperazione, alla maledizione. Piove sul mondo e specialmente sulle anime fedeli, ad ogni festa della Madonna, una effusione di letizia, di gioia che solo nella Chiesa Cattolica si conosce.”

E’ il Vangelo che si legge al santuario della Madre del buon Consiglio di Genazzano nella diocesi di Palestrina quello che stiamo commentando: non per nulla Maria è celebrata come causa della nostra gioia e letizia e là viene invocata come madre che ci aiuta a prendere la strada vera della vita, con il suo consiglio, la sua luce e la sua profezia.

8 Settembre 2020
+Domenico

Ma noi sappiamo bene che cosa è la Domenica per noi oggi?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 6-11)

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Almeno quattro o cinque sabati sono citati nel Vangelo di Luca, in cui Gesù si sforza di far capire ai suoi  contemporanei, e maggiormente a noi, che ha dato un nuovo grande significato al sabato ebraico, anche perché con la sua morte e la risurrezione lo ha cambiato in Domenica.

E’ comprensibile il comportamento degli scribi e farisei  quando Gesù, vincendo la naturale ritrosia di un uomo che aveva una mano inservibile per la sua vita, tutta storpiata e quindi inutilizzabile per il suo lavoro, per la cura di sé, per la normalità di un rapporto umano con gli altri, dopo averlo chiamato in mezzo alla sinagoga ben visibile da tutti, gli chiede di stendere la mano davanti a sé perché tutti vedano e gliela guarisce all’istante.

Dice il Vangelo “Discutevano pieni di rabbia”: invece di restare meravigliati del prodigio e di ringraziare Dio. Che era successo? Era successo  che questo fatto fu compiuto solennemente in un giorno di sabato con tutta la forza di provocare al cambiamento che caratterizzava i gesti di Gesù; il sabato era “giorno sacro” per l’ebreo, giorno in cui non si poteva effettuare nessuna opera, anche quella di guarigione.

La cosa più importante per loro era di vedere se Gesù stava “negli schemi”, non importava loro farsi domande sui segni che Lui metteva in evidenza, non interessava loro mettersi in ascolto, ma solo essere severi guardiani di un passato che ingessava il rapporto tra gli uomini e Dio. Il Dio che avevano in mente non si commuoveva per il male di cui soffriva un uomo, ma era più interessato alla legge che stabiliva regole.

Gesù invece prevedendo il grande cambiamento che avrebbero introdotto i cristiani con la domenica voleva che il centro del giorno del Signore fosse la grande verità da Lui portata nel mondo con la sua persona: in Gesù Dio si rivela come amore, misericordia e tenerezza … non è più l’uomo per il sabato, ma il sabato per l’uomo: non è più l’uomo per Dio, ma Dio per l’uomo, perché Dio è amore. E l’amore è vero se si ama l’altro più di sè.

E’ un paradosso, ma è la verità che Dio ama l’uomo più di se … dice la Bibbia infatti” Dio infatti ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio”.

Per questo i farisei capiscono e denunciano con intransigenza il capovolgimento che sta innescandosi nei confronti del sabato e della Legge, della Sacra Scrittura.

In questo incontro con Gesù, scorre di nuovo la vita nelle mani di quell’uomo posto in centro alla sinagoga, si anticipa per lui la risurrezione dell’uomo, il suo essere messo al centro di Dio. In Gesù Dio si rivela non più come il centro dell’uomo, ma come colui che ha posto l’uomo al suo centro.

Che avviene allora? Che Dio per amore è al centro dell’uomo, che ha scoperto di essere al centro di Dio, amato alla follia da Dio … e l’uomo può amare Dio e il prossimo perché si sente amato da Dio.

La domenica allora non è una tortura, ma incontrare questo Dio che ci salva in Gesù, rivivere assieme il dono della sua risurrezione.

7 Settembre 2020
+Domenico

Distanza sociale o solo fisica?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 15-20)

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Non solo con la complicità della pandemia, ma da tempo si sta instaurando un certo stile di vita in cui si imposta tutta la nostra esistenza possibilmente da “single”: l’altra persona è purtroppo un fastidio in più che è bene evitare; cresce chi vive da solo, chi alla fine della sua vita professionale sogna di poter stare tranquillo, lontano da tutti … si sta da soli incolonnati in automobile, partiti tutti dallo stesso luogo e diretti alla stessa meta, ma rigidamente ciascuno col suo “vestito di latta”; ad ogni studente una stanzetta con bagno e televisione, computer; ad ogni figlio un loculo in cui consumare in solitudine i suoi tempi e interessi, la sua TV, la sua parabolica, il suo telefonino, il suo stereo … così almeno non c’è più da litigare.

Sembrava che la pandemia finalmente potesse scalfire questo isolamento: infatti non ne potevamo più, e abbiamo scoperto che senza gli altri la vita è proprio difficile e impossibile; una distanza fisica necessaria, l’abbiamo fatta diventare “distanza sociale”; i “social” ci hanno aiutato a tessere di nuovo relazioni non solo da gioco, ma anche da lavoro, da progetti, da dibattito, da confronto.

La Chiesa ci ha aiutato a vivere almeno l’essenziale della nostra fede, che è una fede che non si può vivere da soli, ma sempre in comunione con gli altri. Abbiamo patito l’isolamento – lo patiamo ancora adesso – e stiamo lentamente trovando e desiderando la bellezza di vivere almeno la messa assieme, distanti come vogliono le leggi, con la mascherina che non ci permette sufficiente identità, ma almeno la voce, la preghiera, il Padre Nostro detto assieme, il canto, il sorriso, la proclamazione della Parola … la concentrazione dello sguardo di tutti a quell’ostia e a quel calice ci fanno almeno percepire di essere in comunione con i fratelli.

Gesù dice una frase perentoria ai suoi discepoli: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”. La Sua presenza nella nostra vita non è nella fantasia, nei nostri pensieri, nelle nostre elucubrazioni solitarie, forse anche in tante nostre preghiere attorcigliate su noi stessi, ma in quel moto tipicamente umano dell’aprirsi all’altro, in quel sentimento basilare di ogni persona di sentirsi bisognosa dell’altro, degli altri, nel suo nome, e di potergli aiutare, nel Suo nome.

Il nostro Dio non è il Dio degli autosufficienti, degli outsider, dei solitari: è il Dio di chi si apre alla compagnia. Anche l’eremita più isolato dal mondo e più sepolto in qualche trappa non incontra e trova Dio se non si porta dietro e dentro, con sé, in Gesù Cristo la maggior quantità di umanità che riesce a pensare, a reggere.

Ogni silenzio che cerchiamo per incontrare Dio rischia di essere uno specchio che riflette noi stessi, le nostre frustrazioni, se non è popolato di volti, di invocazioni, di grida.

Dove è Dio? Spesso ci si chiede …

È lì nella tua vita di coppia, nella tua famiglia, con l’ammalato con cui t’accompagni, coi figli che, man mano crescono ti rubano vita, ma ti danno la presenza di Dio.

Deve esserci anche con le distanze fisiche obbligatorie per evitare il contagio, nel tuo bar dove lavori, con gli amici cui ti apri e costruisci solidarietà.

Che la pandemia non ci distrugga anche questa comunione che in famiglia forse abbiamo scoperto di più, (perché in certe famiglie eravamo come ospiti di un albergo) e che deve essere vissuta sempre in modo nuovo con tutti.

6 Settembre 2020
+Domenico