Una croce al giorno… leva l’infelicità di torno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,23) dal Vangelo del Giorno (Lc 9, 22-25) nel Giovedì dopo le ceneri

Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

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Non occorre troppo fantasia o ragionamento per avvertire che ogni giornata si porta qualche affanno: ti sembra di essere appena uscito da una emergenza … e te ne capita un’altra; quando tutti in casa sembra stiano bene – facciano giudizio diciamo noi- siano a posto, sono i tuoi amici che stanno nei guai e ti chiedono partecipazione; quando sembra tutto pacifico sei tu che non carburi più e ti trovi impigliato in cose che non volevi.

Ogni giorno ha proprio la sua croce: qualcuna ci capita addosso senza volerla, altre le andiamo a cercare noi con la nostra cattiveria. O la si rifiuta, ma non è facile perché è sempre lì a ricordarti il dispiacere o il dolore; ti ci puoi ribellare, ma non la cambi in felicità, non la togli … la puoi ignorare, ma ad ogni risveglio te la senti davanti.

Qualcuno la fugge, si ubriaca per dimenticare, si droga per nascondere a sé soprattutto la sua incapacità di reagire, la sua paura di vivere … qualcuno la butta sulle spalle degli altri credendo di potersene tirare fuori: gli può anche andar bene per tutta la vita, ma  sarà sempre uno sfruttatore, non una persona.

Gesù è di un altro avviso: occorre caricarsela sulle spalle e passare attraverso il dolore, la tua croce! Se Lui che è l’innocente, che non ha fatto del male a nessuno, se l’è caricata sulle spalle, ogni cristiano ha davanti questa proposta scandalosa: deve fare come ha fatto lui. 

La croce allora la si può accettare, la si può trapassare con dignità, la si può portare per vincere: nessuno di noi ama la croce, ma ama quell’amore che sta sulla croce, un amore per gli altri, come l’ha dimostrato Gesù.

Vedremo che la croce ci aiuta a crescere, a valutare con saggezza la vita, a purificare le nostre paranoie, a capire che le cose vere da guadagnare e da non perdere sono altre rispetto a tante preoccupazioni inutili che abbiamo.

Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso? Se non è capace di stare dalla parte delle cose vere della vita, se continua a ingannare e ingannarsi?

Accogliere la concretezza della vita quotidiana come dono di Dio sempre, ci aprirà alla speranza che la croce è solo un passaggio, non è mai un fatto definitivo.

Ma questa speranza dove la trovo?

18 Febbraio 2021
+Domenico

Fatti bella e profumati: c’è il tuo ragazzo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,16-18) dal Vangelo del Giorno (Mt 6,1-6.16-18) nel Mercoledì delle Ceneri

E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

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Si dice che “tutta la vita è un carnevale”: per divertirci scateniamo tutta la fantasia possibile … si fa una gran fatica a vivere un tempo di penitenza, di sobrietà, di occupazione per le cose vere della vita.

Oggi comincia la quaresima, ma siamo pronti sabato a dare un altro tocco e a prolungare la festa, per non perdere l’abitudine!

A questa incapacità di stabilire tempi di austerità e di penitenza sembra che il Vangelo dia perfino ragione: “Non assumete aria melanconica, profumati la testa, non farti vedere a pregare o a prendere pose pietistiche”.

Con tutta la fatica che si fa a far capire che la vita è una cosa seria, che ogni tanto occorre mettere la testa a posto, ci si mette anche il Vangelo a remare contro? Perché Gesù non comincia a lanciare qualche avvertimento pesante, della serie “se continuate così, vi scavate la fossa; se non cambiate testa, se non vi mettete a fare penitenza dei vostri peccati, andrete all’inferno … cambiate vita perché il giudizio di Dio è pronto e sarà severo…”, o cose simili?

Gesù, le dice pure alcune di queste cose, ma è sempre dalla parte della libertà e della felicità: La vita di un cristiano è una vita bella, beata e felice! E’ fondata sulla libertà di una risposta di amore.

La quaresima allora è un “periodo di fidanzamento”: è come quando ti è capitato un colpo di fulmine, hai provato emozioni fortissime, hai intuito che nella tua vita ci sono possibilità inedite di felicità con la persona per cui batte il tuo cuore … resti all’inizio un po’ stordito, non capisci più niente, ma senti il bisogno di partire “a bocce ferme”.

Nell’avventura dell’amore che cominci ci vuoi essere tutto: tu, non solo le tue emozioni, ma tutta la tua vita, i tuoi progetti, i tuoi sogni, i tuoi desideri, la tua voglia di vivere.

Ecco … la quaresima è “il tempo del fidanzamento”: hai forse capito che c’è da innamorarsi a fondo di Dio, allora lo prendi, o meglio … Lui ti prende, e ti porta nel deserto per poterti parlare cuore a cuore.

Ecco perché Gesù dice di profumarsi il capo, di non fare la faccia smorta, proprio come quando vai dal fidanzato o dalla fidanzata, dalla tua ragazza o dal tuo ragazzo: è una nuova stagione della tua vita, è una nuova speranza che si apre nella tua esistenza.

Ma questa speranza dove la trovo?

17 Febbraio 2020
+Domenico

Perché dite che siete senza pane? E io chi sono per voi?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 14-21)

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Per la nostra vita superficiale e distratta spesso non riusciamo a capire che tutto quanto serve per la nostra felicità e serenità lo abbiamo sotto gli occhi, lo abbiamo tra mano e invece andiamo a cercare affannati altrove: abbiamo una famiglia … e cerchiamo l’amore nelle avventure, abbiamo una creazione, una natura da  sogno … e la sostituiamo con le telenovele, abbiamo delle prospettive concrete per il, nostro futuro e ci lasciamo incantare da facili successi, che poi si ritorcono contro di noi, abbiamo un centro che orienta tutta la nostra vita, ci dà un programma, ci offre una meta e preferiamo fare i randagi.

Gli apostoli sono in questa situazione quel giorno che Gesù li invita a salire sulla barca per i soliti spostamenti lungo le rive del lago: è un episodio altamente simbolico. Questa volta non c’è tempesta di vento e di pioggia sul lago, tutto è calmo, tutto è liscio, ma è il cuore di Gesù che è in tumulto: ha con sé i discepoli, quelli che sta curando con tanto amore e dedizione, ma non riesce a far loro capire dove sta il cuore di tutta la loro avventura.

Credono che dipenda tutto da mezzi, da miracoli, da organizzazione: eano partiti senza pensare al pane, distratti proprio come la gente che inseguiva dovunque Gesù e non pensava minimamente al nutrimento. Forse non ne avevano perchè vivevano di rimedi, lavoravano a giornata, compreso un tozzo di pane, forse era talmente coinvolgente Gesù, dava tale speranza che il cibo diventava secondario … sta di fatto che i discepoli, gli intimi, gli “uomini dell’organizzazione” stavolta non hanno pensato a come sfamarsi e lo notano.

Nel linguaggio altamente simbolico, dicono che in barca hanno un pane solo, ma non hanno pane: quel pane che hanno è la immagine di Gesù, per la prima comunità cristiana diventerà l’immagine dell’Eucaristia … e loro dicono candidamente: non abbiamo pane …

… e Gesù comincia a raffica a fare domande: “Che è questo dire che non avete pane? E io chi sono? Che cosa sono stato per voi finora? Quando state con me a che cosa pensate? La nostra è una allegra brigata che tenta di sbarcare il lunario in queste continue tournèe senza mete o abbiamo fisso nel cuore il grande disegno del Padre di ridare all’uomo la vera vita? So che dubitate sempre di me, che non volete trovarvi una ennesima volta nell’imbarazzo di dover far fronte a domande esigenti e impossibili della gente. Voi però avete me: Io sono il pane della vita, Io sono il senso che cercate, il vostro nutrimento vero,  la vostra speranza e la vostra attesa. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Perché continuate a riportarvi al lievito dei farisei, al loro modo di impostare i rapporti con Dio, alla loro autosufficienza intellettuale? Perché siete sempre legati al lievito di Erode, al desiderio di risolvere tutto con la forza? Non vi ho dimostrato di avervi saziato finora? Vi ho saziato solo la fame di cibo? Non vi siete accorti che avete ricevuto col pane che vi ha sfamati, la serenità, la gioia della vita, il segno di una promessa che si sta compiendo, la strada vera della felicità? Questo pane che abbiamo in barca è il segno della mia presenza! Voi vi accontentate ancora di rimedi: la manna, i pesci, le spighe di grano raccattate tra i campi.”

Ecco … noi forse in questi tempi non siamo così superficiali: non ci preoccupano più di tanto le nottate tra amici, che in questo tempo non possiamo fare, non ci preoccupa qualche sballo o le avventure, che ci sono proibite, ma facciamo tra noi racconti farneticanti per nascondere le nostre paure.

Siamo piuttosto senza troppa speranza per questa pandemia … e allora alziamo lo sguardo a questa barca, alla barca della vita che naviga tra tempeste e bufere: siamo certi che tra noi sta seduto Gesù … “Ci sono io, non temete, non vi abbandonerò! Sarete voi a lasciarmi, non certo Io: Non vi lascerò mai orfani”.

16 Febbraio 2021
+Domenico

L’umanità di Gesù e il segno vero, atteso, profetizzato di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 11-13)

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Abbiamo provato qualche volta a domandarci perché siamo credenti? L’uomo è definito anche … come “animale ragionevole”, e tutti ci teniamo ad usare la nostra intelligenza in ogni aspetto della vita … e quindi anche nel nostro credere. Però forse in questa giusta esigenza facciamo la fine dei farisei, che con la loro idea molto umana di Dio erano “affamati di prodigi”, di cose grandi, di prove – quindi – dal cielo che garantissero il loro salto nella fede.

Quindi attendevano – come forse anche noi – che Dio potesse essere  una soluzione meravigliosa di tutti i nostri problemi: vorremmo che Dio si faccia vedere come noi lo immaginiamo, che quindi ci dia delle prove concrete per mettere in pace la nostra curiosità o la nostra stessa fantasia.

Gesù invece rifiuta espressamente di dare un fondamento di questo genere alla nostra fede: non pioverà niente dal cielo se è questo che vogliamo, è pura evasione dalla nostra vita quotidiana aspettarsi una soluzione che ci lascia passivi e inerti: una fede così l’hanno giustamente definita “oppio dei popoli”, gli atei. 

Il Vangelo, invece, ci propone una fede che abita dentro la nostra vita, le nostre case, il nostro mondo, la nostra storia: il nostro Dio non è al di fuori o al di sopra di noi, ha deciso di mettersi dentro la nostra storia quotidiana, è uscito da se stesso e si è fatto uomo come noi in Gesù; anziché un segno come lo chiedevano i farisei si è presentato come un anti-segno, scandalo per le persone religiose e pazzia per i benpensanti. Ha vissuto una vita estremamente umile, modesta, povera, donata, al servizio sempre di tutti, conforme alla volontà di Dio , che vuole che tutte le persone siano salve e arrivino alla conoscenza della verità … e, salvati, per il suo sangue versato lo siamo proprio

E’ duro da capire, anche se molto umano, che la nostra fede non si fonda su segni di potenza, ma nel riconoscere l‘estrema debole umanità di Gesù, che per giunta finirà sulla croce: è il grande mistero di Dio, del suo amore, che ci è venuto incontro in Gesù e si è fatto pane quotidiano, per noi tutti, come forza di un cammino indicatoci e insegnatoci da lui. Ci ha donato una parola, da sempre, perché Dio parla agli uomini come ad amici.

Con Gesù ci ha dato una parola, definitiva , che ci porta alla verità: star dietro a lui, al suo Vangelo, alla bella notizia, che non è uno scoop di giornale, ma Lui stesso, chiara luce che ci rende vivo tra noi il Padre, è fare il percorso più sicuro per conoscere la verità di cui abbiamo sete incontenibile.

Seguire Gesù è verifica autentica della nostra fede!

E permettetemi oggi, siccome sono bresciano, di ricordare i patroni della mia diocesi, di Brescia, i santi martiri Faustino e Giovita, due martiri i santi patroni che hanno portato la fede nella mia diocesi.

15 Febbraio 2021
+Domenico

La lebbra ha tanti nomi, anche quello della nostra pandemia

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 40-45)

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Ci sono delle persone che hanno un coraggio indomabile di fronte a tutte le avversità, altri si adattano e non reagiscono … capita così anche nella malattia: vedi subito se uno ha voglia di vivere o no, se vuol combattere o ha perso ormai ogni energia.

Qualcuno si lascia morire altri invece hanno voglia di vita da vendere e reagiscono: spesso questa è la forza necessaria per continuare a vivere, è una forza che compie miracoli. La vita anziché essere una fatalità è sempre una scelta, o meglio, un dono da accogliere e se non lo vuoi, nessuno te lo può imporre, prima o poi se ne va.

Era attaccato alla vita quel lebbroso che è corso ai piedi di Gesù: ha saltato tutte le regole che imponevano ai malati di lebbra l’isolamento e si è portato davanti a Gesù.

Gli altri infastiditi sicuramente pensavano, anche per paura di venir contagiati “Ormai sei condannato, stattene tranquillo dove sei, la vita è un colpo di fortuna, tu sei sfortunato, adattati alla tua situazione! Non venir a rovinare la vita a noi, stai chiuso nei tuoi tuguri”.

La meraviglia di Gesù non sta tanto nel vedere il lebbroso, ma nel capire che cosa pensava la gente di lui, che faceva della propria salute non solo una linea di difesa per sé giustamente obbligatoria, ma per loro una prigione, senza scampo.

Invece lui – il lebbroso – balza nella vita e supplica “se vuoi, se mi dai ascolto, se guardi alle mie privazioni, a quel che mi manca per essere un uomo, tu puoi ridarmi tutto quello che hai dato ad ogni creatura. Perché io dovrei rimanerne privo? Puoi guarirmi.”: è una preghiera semplice, ma decisa, sa quel che chiede e sa a chi lo chiede.

Gesù di fronte a questa fede risponde subito “lo voglio”: è animato da compassione, da attenzione profonda alla sofferenza e lo manda dai sacerdoti a farsi rilasciare un certificato di guarigione, altrimenti non sarebbe potuto tornare tra la gente.

E lui, il lebbroso, diventa il primo annunciatore della grandezza di Gesù: lo va a dire a tutti, non lo tiene più fermo nessuno! Ha riottenuto la gioia di vivere e la canta più che può, e annuncia non solo e soprattutto il fatto, ma qualcosa di più di un miracolo, di un aspetto meraviglioso, che ha dell’incredibile: annuncia quella parola che a Natale si è fatta carne – l’Emmanuele – annuncia che il Dio con noi è qui.

Noi pure abbiamo addosso una sorta di lebbra, che si chiama pandemia, che non ci lascia in pace,  che spesso ci fa paura ancora, che ci ha sconquassato la nostra vita personale, la nostra vita di relazione, i nostri posti di lavoro, che ci sta ipotecando il nostro futuro.

Gridiamo a Gesù il nostro “Se vuoi, puoi guarirmi!” A noi una guarigione così basta e avanza, anche se oggi non possiamo festeggiare il carnevale con gli altri.

14 Febbraio 2021
+Domenico

Ma volete capire che c’è un pane che è la fine del mondo!

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,1-10)

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Chi di noi è abbastanza vicino alla Chiesa sa che per noi la Messa della domenica è un fatto più serio di quanto pensiamo: l’eucaristia è un dono, una forza impensabile e assolutamente necessaria. Chi non crede molto si meraviglia che noi cristiani abbiamo questo che loro chiamano “obbligo”, noi invece la chiamiamo “una finestra aperta sull’eternità”, e la mettiamo al centro della domenica, la celebriamo nell’Eucaristia … detto semplicemente “andare a Messa”.

L’abbiamo cambiata in un “precetto” questa festa, ma non ne conosciamo la portata di regalo, di stupore, di consolazione che essa invece è … figuratevi se ai tempi di Gesù fu facile per lui aiutare gli ebrei ad entrare in un altro ordine di idee e di rapporto con Dio, abituati come erano a trovarsi nel tempio a sacrificare animali, con quasi letteralmente fiumi di sangue che scendevano dagli altari, iniziare a pensare che tutto doveva essere cambiato con un pane e un calice di vino era impensabile anche per chi se ne fosse convinto.

Cambiava apparato: niente animali, niente commercio di carni, niente sangue da far scorrere ordinatamente, molto meno personale dedicato, strutture assolutamente inutilizzate e inutili alla fine.

Prima ancora di tutto questo, la grandezza e significato del pane eucaristico: per questo Gesù – e l’evangelista Marco tenta di descriverlo al meglio – deve intervenire non una volta sola, come penseremmo noi, all’ultima cena, quando istituisce l’Eucarestia, ma in molte più occasioni, di cui le moltiplicazioni dei pani erano dei simboli, erano un segno, che avvicinava molto alla comprensione del mistero eucaristico.

Comprensibile e necessaria la domanda di Gesù a chi non voleva capire o, capito, non ne voleva sapere: “volete andarvene anche voi?” La ricordo molto bene come  sia stata rivolta a 2 milioni di Giovani nel 2000 alla Giornata mondiale della Gioventù di Roma, da papa San Giovanni Paolo II, che neanche lontanamente ha cercato di blandire tanti giovani con qualche discorso più conciliante, ma ha chiesto un “si” per l’Eucaristia, sia per la fede che per la “pratica sacramentale” della Messa, e a tutti chiese “volete andarvene anche voi?” … era l’unica alternativa al si.

Ecco allora Gesù che si applica al suo uditorio, che lo sta seguendo da giorni, e si cura di sfamarli con un pane moltiplicato all’abbondanza, messo al centro della sua passione per il popolo che lo segue e del suo dono fino all’ultima goccia di sangue, che sarà in quel calice che berrà fino alla fine sul Calvario.

Di fatto, naturalmente i discepoli non capiscono come si potrà trovare pane per tutta quella gente: lentamente, partendo dal concetto della solidarietà, del condividere il bisogno, faranno poi il salto di qualità in quello spezzare il pane dell’ultima cena e dell’incontro con i due discepoli di Emmaus.

A noi … uscire da abitudini, ingessature, superficialità nella partecipazione fedele e appassionata all’Eucaristia: dobbiamo tornare a fare della Messa il centro della nostra fede …. o vogliamo andarcene anche noi?

13 Febbraio 2021
+Domenico

Una fede capace di meraviglia c’è … ma tra i pagani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 31-37)

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La vita dell’uomo è accoglienza e dono, è un continuo saper ricevere e riuscire a donare: se ne togli la prima non riesci a vivere la seconda. Se non riesci a sentire, ad ascoltare non impari a parlare; se non ti apri ad accogliere e ospitare, a lasciarti provocare non riesci a donare … riesci forse a importi,  a “comperare” coi tuoi gesti, a creare dipendenza, ma non certo a donare.

È così soprattutto nel campo della fede: solo Gesù può spezzare le nostre resistenze, renderci capaci di ascoltare una Parola che non è la nostra, ma la Sua, e così renderci capaci di lodarlo.

“Apriti!” è il comando perentorio che Gesù dice a quel sordomuto che incontra in una zona dell’antica Palestina abitata da pagani, da gente che non veniva dalla tradizione ebraica, disprezzata, o per lo meno ritenuta perduta e abbandonata da Dio.

“Effatà, apriti!” sono le parole che si sente dire ogni bambino che viene battezzato: ti si apre una nuova vita, hai bisogno di costruirla ascoltando una Parola che non produci tu, ma che ti dona Dio, e hai bisogno di far sgorgare dal cuore una parola di lode che ti libera e ti permetta di offrire a Dio e a tutti  il dono che sei.

“Apriti!” … vorremmo che Gesù ci dicesse quando sbattiamo la porta del bagno per non sentire più nessuno per la rabbia che ci monta dentro, quando stiamo in casa con lui o con lei per anni, muti su tutto ciò che passa nella nostra vita, quando non siamo capaci di ascoltare le invocazioni di compagnia, di perdono, di disperazione che ci circondano.

“Apriti!” … vorremmo che Gesù ci dicesse quando sepolti in alcuni abitudini che ci rendono schiavi di noi, di qualche vizio assurdo, ma sempre padroni della nostra libertà, aspiriamo a una parola di liberazione.

“Apriti!” … vorremmo che Gesù ci dicesse per sciogliere  la nostra vita in dono e soprattutto per cambiare la nostra fede da esteriorità, perbenismo, facciata, in coscienza, adesione del cuore, desiderio di fare del bene a tutti; abbiamo più bontà in noi di quanto pensiamo, basta lasciarla sgorgare.

“Apriti!” … dice Gesù alla nostra fede, abbi il coraggio di stupirti ancora. La tua vita non è incarcerata in una nazione e tanto meno in una religione. Ogni legame con Dio – così significa il termine religione – con il Dio di Gesù Cristo è apertura agli altri, è meraviglia per quello che il Signore può fare di chi gli si affida senza riserve.

Apriti all’accoglienza: non solo ne guadagnerà la società sempre troppo chiusa, ma la tua stessa vita, che si può cambiare in dono e non irretirsi in uno sterile possesso.

12 Febbraio 2021
+Domenico

Per essere amici di Gesù non occorre far parte del giro

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 24-30)

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Siamo sempre un poco tutti affascinati da persone importanti … il video poi ti costringe quasi a interiorizzarle con i volti, i vestiti, i sorrisi e non c’è più spazio per la fantasia nel rappresentartele; già un poco il personaggio che ti interessa lo hai fatto tuo … incontrarlo è poi il massimo … potergli parlare è una aspirazione forse fatua, ma utile per me, per darmi un po’ di adrenalina, non è solo curiosità.

Ecco … Gesù non era un personaggio televisivo, non bucava il video, ma stanava dai cuori speranza e per questo “non poteva restare nascosto, lo cercavano tutti” – così esplicitamente dice il Vangelo.

C’è tra la folla una donna coraggiosa, decisa – sfacciata, direbbe qualcuno – che bada più alla sostanza che alla forma, anche perché la costringeva ad essere così il dolore che portava dentro: è di origine greca, non è del giro degli ebrei, per questo si sente più libera, ma anche più disperata. Le è stata strappata la figlia dal demonio, le è stata tolto il suo bene sommo: non è più la stessa da quando il demonio gliel’ha stregata, se ne è carpito il corpo, il cuore e l’anima. Le ha distrutto tutti i legami di affetto, si sente in casa non solo un corpo estraneo, ma il male in persona e questo male sta in sua figlia, in colei che ha partorito con dolore e segue con indomabile amore.

Sa che c’è Gesù e va da Lui, non le importa niente delle “convenzioni sociali”, si butta ai suoi piedi, lei, straniera e donna, già due qualità che per gli ebrei non contavano per niente, intrusa e disperata, ma con la speranza puntata in Gesù, e quindi … osa, Osa dire quello che il suo cuore le chiede, quello che da tempo sente di affidargli: “Gesù qui c’è mia figlia, ma il male me l’ha rapita, tu che sei la vita vera, tu che ami la gioia di vivere, tu che non hai niente in comune con il maligno, tu che sei l’innocente guariscila, restituiscila alla vita, alla bontà, non permettere che sia preda di un male più grande di noi e che noi non possiamo vincere”.

Gesù, sepolto dalla folla rumorosa dei suoi connazionali, avverte che c’è una domanda pressante, una umanità ferita davanti a sé: coglie la disperazione, ma sa di essere circondato da una mentalità arroccata su un’alta concezione di sé, della serie “Noi siamo il popolo che ha Dio più vicino di ogni altro popolo, noi siamo popolo eletto, siamo discendenza di Abramo e tu Gesù sei venuto per ricostruire il nostro tempio interiore”.

La gente lo vorrebbe per sé, solo per sé … il cerchio dei buoni si deve chiudere … e Gesù provoca i suoi connazionali per scalfirne la chiusura e fa la commedia; dice alla donna quel che tutti quelli che lo stanno a guardare pensano. Ti rendi conto che stai esagerando, non c’è pane per l’estraneo, per l’intruso. Ci sono figlie e figli che hanno bisogno di ritrovare salute, appartenenza piena al popolo santo di Dio. Che pretendi, tu che non sei dei nostri? E Gesù lo dice anche a noi: lo pensiamo sempre tutti e lo diciamo pure che vogliamo goderci quel che abbiamo e che non ne possiamo più degli intrusi, degli stranieri, degli immigrati, dei poveracci che disturbano la nostra già fragile quiete ed equilibrio: stessero tutti a casa loro, noi vogliamo godere della nostra vita da soli, noi abbiamo sudato il nostro benessere e non vogliamo spartirlo. Non solo non siamo accoglienti, ma ci appropriamo anche di quello che Dio ci ha dato per tutti.

Ma la donna ha una disperazione nel cuore, per lei si tratta di vita o di morte: “Non aspiro al pane, mi bastano le briciole. Non mi arrogo diritti di figliolanza, mi basta fare il cagnolino che gira tra le gambe dei commensali, prendendo qualche volta calci tra i denti. Non ho pretese di privilegi o di doni, mi accontento di ciò che avanza dalla tua mensa, perché per me anche una briciola del tuo amore, fa la mia felicità.”

Questa è fede pura, lo dice anche Gesù e le briciole che la donna sperava si trasformano in pane della vita, e la straniera, la siro-fenicia, la pagana, l’immigrata …  si rivede donata, libera, vera, guarita, ricostruita nella sua dignità e nella sua figliolanza la sua creatura che prima era del demonio: un altro colpo a una “religione di maniera”, a un disprezzo gratuito per chi non fa parte del giro, a una religione ancora più di facciata.

11 Febbraio 2021
+Domenico

L’amore di Dio solo ci guarisce dalla sclerosi dello Spirito

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 14-23)

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È uno sconfortante destino di tutte le religioni quello di far crescere una serie di “cultori del formalismo” che ogni tanto hanno il sopravvento e ingessano l’esperienza religiosa autentica: è stato così sicuramente per la religione ebraica al tempo di Gesù, ma anche prima … “questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” … “trascurate il comandamento di Dio e osservate la tradizioni degli uomini”.

È così anche del nostro vivere la fede nella Chiesa cattolica: mi rendo conto quanto allora spesso, soprattutto i giovani, si decidano per dei loro spazi informali di vita, di ritrovo, di dialogo e anche di espressione religiosa.

La domanda religiosa è alta, ma ha dentro sempre un desiderio di purezza, di autenticità, di creatività e originalità nell’esprimere la sete di Dio, il desiderio di una verità e di un coinvolgimento non di facciata, ma profondamente radicato nel tessuto delle relazioni umane … insomma, c’è la voglia di vivere anche la religione in diretta.

Che cosa sono queste … distinzioni tra sacro e profano? C’è forse qualcosa a questo mondo che è stato fatto sbagliato dal creatore? C’è qualche cibo, qualche elemento materiale che entrando nell’uomo gli può contaminare lo spirito? O non è dal cuore dell’uomo che nascono tutte le storture che ci sono in questo mondo!

Non bisogna forse riportare al centro la dignità e responsabilità dell’uomo e della donna?

Sono le domande stesse che si fa Gesù, le domande che pone a ciascuno di noi: è sempre in agguato anche per noi una sorta di formalismo religioso, di tradizionalismo ottuso e miope, una difesa di noi stessi, delle nostre abitudini spesso comode, scambiata per difesa della fede.

È per comodità che affidiamo alla “routine” la mancanza di entusiasmo e la voglia di vivere, è per una inerzia colpevole che non ci lasciamo più interrogare dalla vita che cresce, che si trasforma, che si fa sempre nuova, dallo Spirito che continuamente ci sorprende.

Noi cristiani di oggi saremo santi, se sappiamo essere uomini e donne di oggi, se sappiamo offrire alla Parola di Dio la nostra vita di oggi come carne in cui essa prende corpo: i santi di ieri ci indicano solo e bene la strada, le tradizioni sono indicazioni di direzione, ma vanno sempre rinnovate e la fede oggi è vera se si incarna nella vita di oggi.

E due domande occorre sempre farsi per vincere il formalismo, l’adattamento, l’ingessatura nella fede: Che cosa regala la nostra vita alla Parola di Dio oggi? E l’altra: che cosa regala … la Parola di Dio alla nostra vita?

Solo questo incontro operato dallo Spirito mantiene la fede viva per ogni uomo e donna, giovani compresi.

10 Febbraio 2021
+Domenico

Una settimana impegnativa sul capitolo 7 di Marco

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Ci dobbiamo domandare, nei vangeli di questa settimana che è tutta caratterizzata dai brani che compongono il capitolo 7 di Marco, se riusciremo a riscrivere il Vangelo nella nostra vita, nelle nostre abitudini, nella nostra mentalità che tende sempre ad “adattarsi” … a cercare sicurezza esterna visibile, tracciabile, legata soprattutto a cose da fare, a riti da svolgere … per non cambiare: è un capitolo particolarmente indirizzato a noi, per le nostre vecchie tentazioni di inventare un modo comodo per distinguere il bene dal male, per tracciare i confini del lecito e dell’illecito senza coinvolgerci e coinvolgere la nostra interiorità.

Dividere nel creato le cose buone da quelle cattive, le cose di Dio da quelle di satana, le persone pure da quelle impure, i figli di Dio da eventuali figli degeneri è sempre una operazione comoda, perché non ci scomoda: al massimo ci impone delle regole, qualche sacrificio … “non mangiare questo, non frequentare quello, difenditi dalla TV, lascia perdere i delinquenti, non ti immischiare coi violenti” … ti devi creare un cordone sanitario che ti costringe a qualche privazione, ma ti dà una certezza.

Il tuo cuore è al sicuro se non entra questa melma, il tuo gruppo è un cenacolo, la tua compagnia è esemplare… difenditi dalla fogna!

Invece Gesù ancora ci provoca, ci richiama alla grande dignità della nostra umanità: la vita non è nessuna fogna, la fabbrica del bene e del male è nella coscienza, in quell’intimo dialogo tra noi e Dio, cuore lo chiama il Vangelo di oggi.

Dio ha fatto bene tutte le cose e si è affidato alla nostra libertà per condurle: non ci ha deresponsabilizzato, ma ha affidato alla profondità e alla qualità della nostra umanità la realizzazione del regno delle coscienze e non sulle coscienze.

Certo è una strada in salita: avere nell’intimo della coscienza illuminata dalla fede la decisione per il bene o per il male ci porta a vivere spesso nell’oscurità, nel non sapere bene come vivere il Vangelo in ogni situazione, nel non avere la certezza del comportamento giusto negli affetti, nel lavoro, nelle relazioni, nella visione di sé, nella costruzione di un ambiente giusto … è vivere, anche da presbiteri e da vescovi, quella laicità che si deve sempre esprimere con dignità in ogni cristiano.

Il senso di buona parte di questo capitolo sette di Marco, cui appartiene il Vangelo di oggi è nato a Nazareth, in quella casa donataci ricostruita a Loreto: Gesù sta solo aiutando i suoi discepoli a cambiare mentalità, ad assumere i criteri dell’ incarnazione.

In quella casa è iniziata per noi la nuova umanità: da quando Dio si è fatto uomo tutta la nostra vita, la nostra storia, il nostro tempo è vita, tempo, storia , che condividiamo con Dio.

Non c’è più distinzione tra sacro e profano: l’unica profanità è il peccato, che nasce nel cuore dell’uomo, non è scritto nelle cose … tutto il resto è vita di Dio, di Gesù, ed è lo Spirito Santo che delinea in noi i tratti dalla sua vita.

A Nazareth il verbo si è fatto carne e Maria, la Donna, come sempre la indica Gesù, è lo spazio, fisico e spirituale insieme, in cui è avvenuta l’Incarnazione.  

Dio nel suo piano imperscrutabile ci pone Maria davanti agli occhi perché ritorniamo a contemplare in questo dono l’umanità riconsegnata alla nostra libertà, che spesso usiamo male: il simbolo di questo male sono le nostre sofferenze, che proprio per l’Incarnazione cessano di essere maledizione, ma ancora passando nel cuore dell’uomo ne possono uscire come collaborazione, se non come corresponsabilità, donataci gratuitamente e coraggiosamente, sapendo di che siamo fatti, con Gesù per la salvezza.

Ed è alleata nel nostro impegno formativo la Madonna di Loreto: l’incarnazione è lo spazio fisico e spirituale della laicità cristiana.

9 Febbraio 2021
+Domenico