Gesù ci sceglie, ci chiama, ci dà luce per la nostra strada da seguire nella vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 35-42)

Audio della riflessione

Ciascuno di noi ha bisogno di un tessuto di relazioni per vivere, per orientarsi nelle scelte, per crescere, per dare alla sua esistenza una direzione, per sentirsi pienamente persona … e stiamo ancora facendo la brutta esperienza di limitare il più possibile lo stare con gli altri, a fare distanza fisica, che purtroppo diventa anche distanza sociale.

Abbiamo una forte identità, ma la costruiamo nel confronto, nel dialogo, nello scambio di sentimenti, nel coinvolgimento con altri … soprattutto poi se si tratta di portare avanti progetti, di lanciare messaggi, di convincere, abbiamo bisogno di fare squadra; ne facciamo ancora di squadre perché abbiamo strumenti comunicativi nuovi, ma proprio come i ragazzi che vogliono andare a scuola e che siamo tutti felici che possano riprendere, anche noi vogliamo tornare a fare squadra di presenza.

Gesù si trova lanciato sulla scena della vita del popolo di Israele con un perentorio “Ecco l’agnello di Dio”, che a noi ricorda un gesto liturgico quotidiano, ma che alla gente radunata sulle rive del Giordano dal Battista è apparso come la fine di una attesa, forse un po’ confusa.

“Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”

“Eccolo colui che stiamo aspettando. Io ho finito la mia parte – dice il Battista – il futuro è dalla sua”, e i discepoli di Giovanni si fanno discepoli di Gesù: lo seguono, cambiano guida, prima da curiosi, poi da veri appassionati: “Dove abiti? Che fai? Che vita vivi? Possiamo condividere con te il nostro tempo, la nostra ansia, le nostre aspettative? Hai per noi una risposta alle molte domande che ci facciamo? Abbiamo deciso con il Battista che non si può stare inerti ad aspettare, ora che la nostra attesa sembra approdare a Te, vogliamo stare con Te.”

“Ci veniamo anche con il sacco a pelo” direbbero i giovani, e Gesù con un “venite e vedete”, comincia a formare la sua squadra, comincia a chiamare esplicitamente a far parte del suo regno, inizia a formare i nuovi testimoni e continuatori della sua opera.

“I sacerdoti del tempio sono stati molto utili e necessari fino ad oggi, ma ora vi chiamo Io, vi scelgo Io, vi voglio stare cuore a cuore per prepararvi a donare il mistero della salvezza, per farvi entrare in comunione con il Padre, che è Dio l’altissimo” : è un bellissimo incontro tra la volontà dell’uomo e la chiamata di Dio.

Gli uomini, in questo caso gli apostoli, con un tam tam inarrestabile si passano la parola, si comunicano la gioia di una amicizia cercata a lungo e trovata … e Gesù trasforma la curiosità, la generosità, la voglia di avventura in una chiamata esplicita, in una missione che diventa concreta anche a partire – per qualcuno – dal cambiamento di nome: “tu ti chiamerai Pietro, non più Simone”.

E’ il mistero di ogni vita: cercatori e chiamati, liberi e convocati, spontanei e orientati, affascinati e impegnati esplicitamente.

Spesso ci domandiamo chi essere nella vita, come posso capire a che cosa sono stato chiamato, quale è la mia vocazione? È una ricerca certo delicata perché la chiamata di Dio si sposa sempre con la ricerca dell’uomo, con la sua intelligenza nel capire i segni che Dio ci lascia e che ci testimoniano che non ci abbandona soprattutto nella scelta del nostro futuro.

Non è detto che nel tempo di pandemia Dio non proponga per molti di noi una nuova vocazione nella vita … e che Dio ci illumini, per conoscerla.

4 Gennaio 2021
+Domenico

Oh Dio sii benedetto

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,76) dal Vangelo del Giorno (Lc 1, 67-79)

… e tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade

Audio della riflessione

Quando ti capitano fatti gravi o importanti nella vita resti per un po’ di tempo incapace di comprendere, di parlare … anche di reagire: ti assale dolore, stupore, sorpresa, meraviglia. E cerchi dentro di te una ragione, ti fai mille pensieri, costruisci congetture, ma non te ne raccapezzi facilmente.

Poi finalmente ti scoppia dentro la chiave, la sintesi, la percezione del tutto, la bellezza o la chiarezza della tua situazione.

Il vecchio prete del tempio, Zaccaria, aveva pensato a lungo quello che gli era capitato nel tempio quel giorno che si sentì dire che nella sua vecchiaia sarebbe diventato padre: ora dopo nove mesi di silenzio forzato esplode in un canto che guida ancora oggi l’inizio delle nostre giornate, “O Dio sii benedetto, sii pieno del mio atto di lode; grazie che mi hai fatto vincere tutti i miei insensati dubbi e ora mi fai vedere e toccare con mano che tu non ci lasci soli, che tu il tuo popolo lo segui con cura e non lo lasci nella solitudine delle sue disperazioni e nelle sue paure. Ci hai sempre fatto percepire che non ci avresti abbandonato, ma ora la tua salvezza è palpabile. I tuoi giuramenti non erano calmanti e placebo, le tue promesse non erano lacci per controllarci; io sono un poveraccio, ma ho capito quanto tu sei grande, quanto sei fedele, come da sempre mi hai amato e ora dimostri il tuo amore con una visita. Questo bambino che io non aspettavo, questo figlio che mi ha messo in cuore dubbi atroci sulla tua potenza, è tuo profeta. Io, suo padre, non sto alla sua altezza, non ho il suo santo timore di te, non sono così pieno di santità e giustizia, di servizio. Sono contento che lo hai chiamato per stare davanti a tuo figlio, a preparargli la strada. E’ l’aurora del sole che sei tu, è l’alba di un nuovo giorno, illuminato definitivamente dalla tua bontà, dalla tua misericordia. Tu sei il sole che lo illuminerà per sempre, tu strapperai dagli inferi i morti senza speranza, tu ci permetterai finalmente di percorrere sentieri di pace. Le ombre della nostra vita, le ombre di morte che ci opprimono, non resistono a questa irruenza del tuo figlio nella nostra quotidianità.”

Signore, sii benedetto: ora è scoppiata dentro di me la certezza che tu non ci abbandoni mai; e non abbandonare i medici, gli infermieri, il personale addetto ai malati di Covid-19, i malati sotto i respiratori.

Gesù, quest’anno, questa culla di ospedale ti abbiamo preparato: Tu riempila della tua vita e del tuo sorriso.

24 Dicembre 2020
+Domenico

Ma che vuole Dio da noi?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 57-66) dal Vangelo del giorno (Lc 1, 63-64)

Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.

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Quando vivi degli avvenimenti intensi sembra che il tempo si fermi: l’attesa si fa spasmodica, conti i giorni, le ore, i minuti, poi ti guardi un attimo indietro e vedi che il tempo è passato, che gli avvenimenti procedono con una certa inesorabilità.

La vita che è iniziata si radica,  continua, ha i suoi ritmi che paiono lenti, ma che procedono inesorabili … e così avvenne anche per Elisabetta: la sorpresa, la vergogna di vedersi incinta alla sua età, la consolazione di avere Maria a farle compagnia, il grande evento che in Lei si sta compiendo … insomma, tutto continua e nessuno più ferma la nuova storia e viene il giorno in cui questo Giovanni nasce: le meraviglie, le incredulità, la sorpresa – che pure ciascuno viveva nella sua interiorità – prendono fuoco, perché ora Giovanni è lì, il suo pianto è vero, il suo corpo se lo coccola sua madre, se lo mangiano con gli occhi tutti.

Zaccaria è muto, è un padre ancora senza parole, gli ripassa nella mente tutta la sequenza del tempio, della promessa, tutte le attenzioni di questi nove mesi.

Elisabetta si fa aiutare, Maria dopo tre mesi ritorna a casa sua: ora la storia di Dio continua in Lei, anch’essa ha bisogno di rientrare nella sua intimità a custodire il futuro dell’umanità.

Il bambino di Elisabetta è nato e arriva anche il giorno della Legge, il giorno della circoncisione: questo figlio fa parte di un popolo, non nasce in un deserto di relazioni e di storia, è dentro un nobile casato sia per parte di Zaccaria che di Elisabetta.

Di nomi da ereditare ne ha tantissimi e tutti nobili, tutti capaci di rievocare gesta, ruoli elevati, funzioni eminenti … a cominciare dai capostipiti Abia, per Zaccaria e Aronne per Elisabetta.

Ma il bambino è destinato a far scoppiare il futuro, non a clonare il passato: “Chiedevano con cenni a suo padre”… i muti ora sono tutti, come si fa di solito con chi non parla, con chi deve esprimersi a cenni, pensano forse che Zaccaria sia anche sordo e lo seppelliscono nell’isolamento, lo privano di qualsiasi normalità.

Zaccaria esprime ancora per l’ultima volta la sua tensione di non essere capace di dire e scrive “Giovanni sarà il suo nome”: Lui deve annunciare la novità assoluta, definitiva per l’umanità, non sarà cultore del tempio, non si metterà in fila come tutti a ripetere un passato anche glorioso, non farà come suo padre i turni settimanali dell’offerta dell’incenso, intuirà invece e indicherà con forza la venuta del Salvatore, brucerà di ardore per l’attesa del compimento.

Zaccaria torna a parlare e la gente, noi, a riflettere a domandarci: ma Dio che vuole da noi? Che vuole da noi Lui che non ci abbandona mai? Che vuole da noi questa pandemia? Che cuore dobbiamo portare al Bambino Gesù? Che famiglia abbiamo accanto alla nostra abitazione cui possiamo almeno sorridere e far sentire che non sono mai soli?

23 Dicembre 2020
+Domenico

Aspetto un bambino!

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 39-45)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

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C’è una notizia che sempre mette in moto la vita: la comunicazione che fa una donna di essere in attesa di un bambino. Talvolta è angoscia, perché non lo si vuole; spesso è dramma perché non si è preparati; talora è disperazione perché si è stati abbandonati; molte volte è gioia perché si compie una attesa, si realizza un sogno d’amore, si completa una vita di famiglia, si avvera la gioia del dono.

Trepidazione, smarrimento, sorpresa, stupore: è il grande mistero della vita, cui spesso siamo abituati come se fosse un caso o una routine, invece la vita è sempre una grande novità, è sempre la visita di Dio, è la sua presenza nel mistero e nel tessuto delle nostre relazioni.

Nascono purtroppo non poche volte desideri morte, si mettono in moto tragiche opzioni senza ritorno, ma spesso la vita trionfa, l’umanità si rinnova e continua la sua strada di accoglienza, di dono, di solidarietà, di condivisione.

Due donne ci aiutano a ripensare alla bellezza della vita, alla sua capacità di sconvolgere in meglio la storia: sono Elisabetta e Maria. Maria ha avuto la notizia della vita che si sta costruendo in Elisabetta dall’angelo “anche Elisabetta tua parente…è già al sesto mese”: è una notizia che la conferma nella grandezza di Dio, sa di una nuova nascita e gioisce; si mette immediatamente in moto, va in fretta, verso la montagna, lascia la sua casa, non mossa da ansia o incertezza, ma da gioia e premura.

Per quelle strade di montagna non si sposta solo una ragazza nella sua voglia di vivere, di correre, di essere là dove c’è bisogno di lei, ma si sposta lo stesso Gesù: Maria è già in attesa del figlio di Dio e questo figlio partecipa già dei progetti di sollecitudine e amore della madre.

E’ come l’antica arca che gli ebrei portavano sempre con sé, un’arca che conteneva i segni della presenza di Dio: oggi questa arca è una vita, un corpo, una persona, una creatura, la creatura senza macchia, senza peccato, nello splendore della creazione che Dio desiderava per tutti gli uomini piena di grazia e abitata da Dio.

Sarà Elisabetta a percepirne la presenza attraverso quel balzo che nel seno Giovanni esprimerà: sono due mamme che si incontrano, ma sono due storie che si intrecciano, sono l’incontro tra la promessa, l’attesa, la supplica e il compimento, il dono, la salvezza.

Benedetta tu fra le donne: lo ripetiamo ancora oggi questo canto di gioia ogni volta che recitiamo l’Ave Maria, diciamo sempre che Maria è benedetta perché dandoci Gesù ci ha dimostrato che Dio non ci abbandona mai …

… e assieme in casa possiamo dire una Ave Maria davanti al nostro presepio, anche se siamo soli, ma mai dimenticati da Dio, anche nella vecchiaia e nell’infermità.

21 Dicembre 2020
+Domenico

Sobrietà per essere liberi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 24-27) dal Vangelo del giorno (Mt 21, 24-27)

Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta».
Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

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Non è sempre facile riportare la vita all’essenziale: nasciamo nudi senza difesa, torniamo alla terra senza poterci attaccare a niente, ma riempiamo bene la nostra esistenza di tutto e di più durante il nostro percorso che ci auguriamo il più lungo possibile.

La pandemia sembra che ci voglia caricare di tante preoccupazioni oltre che quella della salute: c’è un meccanismo perverso che ci stritola, occorre consumare di più per aiutare la produzione a decollare, produrre di più è lavoro, lavoro è sicurezza e possibilità di comperare e il cerchio sembrerebbe chiuso se non ne scadesse la nostra qualità della vita che ingrassa troppo in tutti i sensi e si appesantisse in maniera insopportabile, e se non dessimo un altro colpo mortale al creato che non sopporta di essere continuamente depredato senza scampo.

Nel cuore di questo periodo forse ancora di luci e di consumo, ma di grande speranza, attesa e tensione positiva si inscrive, forse per qualcuno fastidioso, ma sicuramente controcorrente, la figura di Giovanni il Battista: per noi il Battista è nome ben definito, autentico, non indicativo di ruolo o missione o per lo meno, lavoro e compito.

Invece significava soltanto e unicamente un’azione controcorrente: battezzatore.

Me l’immagino presentarsi così: “gente, non siete stufi di tutti gli orpelli con cui vi state ingessando la vita? Non vi pare che a furia di fondo tinta, di casual, che sembrano il massimo della semplicità e invece c’è gente impiegata a fare gli strappi e i buchi in punti strategici, di piercing e di brillantini che fanno della vostra testa un “busto da museo”, non riusciate più ad essere voi stessi? Non vi sembra di lavorare più per spuntare al meglio fuori dalla mascherina che per voi stessi? Non riuscite più a far pace con voi stessi e vi riempite di cose. Venite un po’ nel deserto dove abito io, vestito di peli di cammello, un po’ troppo rozzo forse, ma vivo perché mi devo continuamente grattare: toglietevi tutto e buttatevi in quest’acqua rigeneratrice, come quel liquido amniotico del ventre di nostra madre. Verrà dopo di me chi vi riempirà la vita: Ridate allo Spirito il suo posto, che tentate sempre di nascondere e cancellare.”

Dio si attende nella sobrietà e nella essenzialità, anche durante la pandemia: non sarà solo l’attesa del Natale, ma l’attesa di tutta la vita, di ogni vita.

Un posto al bambino Gesù lo stiamo preparando nei nostri pensieri, nelle nostre paure, nei nostri aneliti di pace e serenità, nelle nostre stesse sofferenze? Abbiamo una certezza: per Gesù il presepio non è una melodia o un sogno, o una sacra rappresentazione o una serie di sentimenti infantili, ma è la decisione di stare nella nostra umanità e Lui non ci abbandona mai.

14 Dicembre 2020
+Domenico

Il dolore è sempre e solo un passaggio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17, 12-13) dal Vangelo del giorno (Mt 10-13)

Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro».
Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

Audio della riflessione

Ci possiamo ribellare fin che vogliamo, possiamo stare giorni interi a discutere, possiamo mettere in atto tutte le nostre intelligenze e difese, ma con il dolore tutti nella vita dobbiamo fare i conti: è scritto nel nostro DNA. Si chiama fatica, si chiama malattia, si chiama offesa subita, ingiustizia, sopruso, si chiama pena o disagio interiore … può essere causato da noi o subìto da altri, sta di fatto che non lo si può ignorare!

Anche nella vita di Gesù, nel suo desiderio solo di far del bene a tutti, di spendersi con generosità per la felicità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni malato o disperato, deve mettere in conto la sofferenza: il figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro.

Il gruppetto dei discepoli molto presto si accorge che chi sta con Lui non avrà vita facile, che chi lo segue si troverà prima o poi a dover affrontare solitudine e disprezzo, ingiuste accuse e patimenti.

Non siamo facilmente irenici, tutto sorrisi e emozioni positive: avvento non significa che stiamo aspettando la soluzione di tutti i problemi, che stiamo dimenticando le nostre pene quotidiane, ma solo che abbiamo una sicura compagnia nel viverle, una forza invincibile nell’affrontarle.

Avvento significa essere avvertiti del futuro che ci aspetta e aiutati a trapassare con dignità la vita e i dolori nella compagnia dolcissima di Gesù, il figlio di Dio: è certezza che Dio nel suo misterioso disegno non ci lancia una corda o un galleggiante di salvataggio, dall’alto della sua posizione di superiorità e imperturbabilità, ma si immedesima nella nostra vita, ci sta fianco a fianco a costruire un futuro di salvezza e di senso.

Con Gesù, dentro nei meandri della nostra vita, possiamo sentire sempre la paternità di Dio, la fratellanza con Gesù stesso, e possiamo intravedere il vero futuro di beatitudine di questa umanità: Le guerre, le sofferenze, i mali del mondo sono ridotti a brevi episodi, a spazi di purificazione, a rinascita di una umanità nuova, cui noi possiamo dare il nostro contributo … e la sofferenza non sarà più una condanna, ma una solidarietà e un abbraccio per la vita nuova, perché può contare sempre sulla immedesimazione di Dio nella nostra vita.

Oggi non possiamo dimenticare la mitica apparizione della Madonna di Guadalupe a quel simpatico san Juan Pablo sul Tepeiac, ai loro discorsi semplici e pieni di cura, alle meraviglie che la Madonna apparsa come una meticcia ha espresso per la salvezza degli indios, degli Aztechi passati alla gioia della vita cristiana, in un giorno importante per la loro religione, che era il solstizio d’inverno,segnato ancora al 12 dicembre secondo il calendario Giuliano, e che ha trovato nella Madonna la bellezza dell’essere cristiani, figli di Dio e fratelli di Gesù.

Ed è proprio così che Dio non ci abbandona mai.

12 Dicembre 2020
+Domenico

Essere veri sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,18-19) dal Vangelo del giorno (16-19)

È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”.
Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

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Lo scopo di ogni religione è di aiutare l’uomo ad alzare lo sguardo al futuro, alla vocazione profonda di ogni creatura, di offrire a tutti orizzonti ampi per la comprensione dell’esistenza.

La tendenza dell’uomo invece è, una volta intuita qualche bella prospettiva, di imbrigliarla in abitudini ripetitive, in formalismi senza vita, in comportamenti standardizzati, dove a poco a poco la vita viene buttata fuori e ciò per cui si era lavorato, combattuto, sofferto viene cancellato: è più forte di noi, è la legge di inerzia dell’uomo.

Anziché conquistarsi ogni giorno freschezza, amore, giustizia, novità, tende a costruirsi comode abitudini, percorsi securizzanti, automatismi senza anima.

E’ la sofferenza dei giovani che vedono spesso nei comportamenti della fede, la morte della fantasia, la stretta dentro comportamenti standard, senza vitalità.

E’ diversa per loro la ricerca scientifica, lo sport, la musica, il divertimento, i ritmi della danza, l’arte, il teatro, lo stesso cinema … ma c’è qualcuno che sarebbe pronto a mettere la mano sul fuoco che in questi campi tutto sia novità freschezza, vitalità? Non ci sono anche musiche ripetitive e ritmi buttati a caso, fatti diventare di moda senza anima? Non ci sono sport che sanno più di commercio che di atletismo? Non ci sono cinema che sono solo per far cassetta e non per dare emozioni vere?

Siamo tutti nella stessa barca: come la religione può diventare una routine, così lo possono diventare tutte le nostre azioni umane.

E Gesù aveva capito molto bene questa tendenza dell’uomo a mettere l’ammortizzatore su ogni slancio, anche sulla religione, anche sul suo dono d’amore: non abbiamo fatto diventare anche la croce un gingillo da portare o un soprammobile che sta bene solo per la fotografia o il colpo d’occhio?

Così gli ebrei del suo tempo non riuscivano a cogliere la novità di Gesù, lo pensavano dietro il velo del Tempio, nascosto, lontano dagli uomini, invece lui si faceva incontrare mentre mangiava e beveva con tutti, peccatori compresi.

Per cogliere la novità della vita occorre sempre essere veri dentro, non lasciarsi mai andare all’effetto, alla maschera: essere veri dentro è obiettivo di ogni compositore di musica, di ogni sportivo, di ogni artista, e io dico di ogni credente!

E’ una meta che abbiamo davanti: non ci dobbiamo adattare alle mode, ma costringerle a dire il vero che Dio ci dona di essere … e se portiamo la maschera in questa pandemia, sappiamo di far fatica, ma non è questa la maschera che dobbiamo togliere, è una maschera più profonda e interiore, che forse riusciremo a capire di togliere anche con questa esperienza dura.

11 Dicembre 2020
+Domenico

La carezza di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 28-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

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Abbiamo tutti bisogno di essere coccolati: non è più sufficiente oggi per un bambino vedersi vicini i genitori, saperli sempre attenti alla sua vita, aspetta di venire a contatto fisicamente delle carezze del papà e della mamma.

C’è bisogno di un contatto fisico in un mondo fatto di immagini e di disegni, di cartelloni e di proiezioni, di virtuale e di “fiction”; può essere anche una necessità imposta dalla moda, ma sicuramente è segno di un desiderio innato di sentirsi di qualcuno, è la dimostrazione che l’uomo senza l’amore non può crescere.

Se a un ragazzo, manca l’amore, manca la vita: tutti i disastri che combinano i giovani hanno spesso solo una motivazione, non sono stati amati abbastanza.

Gesù sta tentando di tirarsi su dei discepoli, delle persone che stanno con lui, che condividono con lui la tensione verso il Regno, che lo seguono nella sua “tournèe”: a loro vuole affidare il compito di continuare la sua missione e li vede spesso smarriti, sconsolati.

Non sempre le cose vanno bene: nella vita devi resistere, non mollare perché se aspetti le consolazioni, puoi morire di spasimo. Se non hai una carica interiore, un riserva di forze e di motivazioni, saresti sempre col morale ai tacchi.

Ebbene Gesù esce con quella bella espressione che vorremmo sentirci dire tutti noi sui nostri tempi di disperazione, sulle nostre povere vite, sui nostri scoraggiamenti, sulle nostre solitudini, sui fallimenti, sulle incomprensioni: “Venite a me, che vi consolerò, vi coccolerò, vi ristorerò, vi darò la carezza della mia vita; vi passerò l’amore infinito che mio Padre non mi fa mai mancare; vi metterò a parte della mia intimità con Lui. Voi non sapete che significa avere un Padre così. Io sono qui per darvene una prova. Non immaginate che cosa sarà di voi, di noi tutti quando saremo nelle sue braccia. Intanto riposatevi nelle mie. La vita sarà sempre dura, la vita porterà sempre travagli, ma non vi dovete sentire abbandonati. Il peso che vi ho dato non ve lo scarico io, ma vi do la forza per portarlo con gioia assieme a me.”

E abbiamo visto quanti santi, quante mamme e papà da una preghiera, da un colloquio così familiare con Dio sono riusciti a conquistarci all’amore, a rendere la nostra vita più piena e felice, a ricuperare forze di bene.

E’ proprio vero che Dio non ci abbandona mai.

9 Dicembre 2020
+Domenico

Chi è tagliato fuori, gli sta ancora più a cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 23-24) dal Vangelo del giorno (Lc 10, 21-24)

E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

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C’è tanta gente che è tagliata fuori dalla vita, che non riesce più a mettersi in corsa. Tutti gli altri hanno trovato lavoro, degli affetti stabili, si sono fatti una famiglia, hanno raggiunto la pace interiore … sono pure intelligenti – fortunati si dice – invece qualcuno non è riuscito a stare al passo, è caduto: una sbandata, un giro di amici, una debolezza su cui si sono accanite tutte le sfortune,  una leggerezza diventata abitudine e resta “indietro”; tenta di risalire, si sforza di riprendere la corsa, ma c’è sempre qualche inciampo.

In alcune società molti diventano “barboni”, altri incappano negli usurai, spesso ci pensa la mala vita a incatenare e a togliere ogni voglia di riscatto.

Gesù dice che è venuto proprio per questi, e ringrazia Dio perché ha rivelato la bellezza e il senso della vita proprio a questi: non sono i potenti che gli danno gloria, non sono gli intelligenti, i grandi della terra, i dotti autosufficienti, ma i “senza niente”, quelli che hanno fame e sete, quelli che in cuor loro desiderano una vita pulita e non ce la fanno, e mettono la loro fiducia solo in Dio.

Vedere e ascoltare sono i segreti di un incontro con Gesù: occorre avere il coraggio di vederlo all’opera nella storia e ascoltare la sua Parola, sentire da lui chi essere nella vita, ma ancor prima ascoltare la Parola che descrive la grandezza della sua bontà.

Il povero ha bisogno di tutto, ma al di sopra di ogni cosa ha bisogno di sapere che nella sua vita c’è una meta, che oltre le sue sofferenze c’è una salvezza, che non è vero che per essere liberi occorre disfarsi di questa nostra esistenza, che in questa nostra sofferenza si è inscritto il Salvatore, il Signore.

Avvento è aspettare e essere certi di una presenza: è sapere che nelle nostre storie è stato seminato un principio di verità e di felicità e attendere con fiducia “operativa” che si sviluppi.

I poveri della terra sono i beati: la salvezza, la felicità della vita è svincolata da privilegi, da prenotazione di posti, da tribune d’onore, da prime file.

Non è un colpo impazzito di fortuna che a caso si colloca in chi non sa attendere e sperare, non la possiede la mala vita, nemmeno il giro delle felicità artificiali.

La salvezza di Gesù raggiunge i “tagliati fuori”, per questo diventa proprio vero che Dio non abbandona nessuno, mai.

1 Dicembre 2020
+Domenico

Gesù sceglie i suoi annunciatori dopo una intensa preghiera

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 12-19)

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Ti capita qualche volta di dover fare delle scelte difficili, soprattutto quando hai bisogno di collaboratori, di amici che condividono con te parte della vita o una missione. Spesso vuoi affidare incarichi delicati, devi scegliere gli educatori dei tuoi figli o i compagni di una attività, i membri di una compagnia, i lavoratori di una azienda, i componenti di una cooperativa … allora ci mettiamo a prendere informazioni, a fare ricerche, a leggere attentamente i curriculum, a fare rassegne e concorsi …

Ecco, anche Gesù aveva da scegliere un gruppo di uomini decisi a tutto, a fare da nucleo di predicatori del Vangelo, della bella notizia. E che ha fatto? Si è messo in orazione tutta notte. Si è messo in dialogo col Padre, in contemplazione della profondità dell’amore che sgorga dal cuore della Trinità per leggere in essa le vite di questi dodici uomini, le loro libertà, i loro sogni, i desideri di spendersi per gli altri.

Immagino la preghiera per Pietro, per tutti i suoi slanci e le sue debolezze, la preghiera per Giovanni, il ragazzo entusiasta e fragile, deciso e bisognoso di cura, di sostegno, di fiducia come tutti i giovani; penso alla decisione di assumersi il rischio di scegliere Giuda: lo vedeva entusiasta per una causa, lo sapeva legato a una visione di mondo violento, ma ha voluto rischiare nel dialogo profondo con Dio di puntare sulla sua libertà.

Così ha scelto anche gli apostoli Simone e Giuda, che oggi ricordiamo. Nel martirologio romano si legge il 28 ottobre “In Persia il natale dei beati Apostoli Simone Cananeo e Taddeo detto anche Giuda. Di essi Simone predicò il Vangelo nell’Egitto, Taddeo nella Mesopotamia, poi, entrati insieme nella Persia, avendovi convertito a Cristo una innumerevole moltitudine di quel popolo, compirono il martirio”.

Tutti gli apostoli li ha scelti, ma non li ha forzati: li ha amati in Dio Padre e non li ha plagiati. Ciascuno ha presentato a Gesù la sua vita aperta al suo messaggio e nella propria libertà ha risposto.

Con questa squadra si è messo subito all’opera, li ha coinvolti nella sua avventura, ha voluto aver bisogno di loro e ha affidato nelle loro mani il tesoro del suo corpo e del suo sangue, il futuro del suo messaggio: lo Spirito Santo li avrebbe giorno dopo giorno forgiati e temprati, avrebbe delineato in loro i tratti stessi di Gesù.

Tutti noi siamo chiamati così da Dio, nessun cristiano è “generico”; non siamo nel mondo a caso, ma soprattutto non siamo cristiani a caso: siamo sempre oggetto di una scelta personale di  Gesù.

Per noi c’è un piano suo, una vocazione, una vita da vivere in un certo modo: lui ci ha pensati per la nostra missione in una notte di preghiera, sempre, con quel Dio che non ci abbandona mai.

Ogni annunciatore del Vangelo è stato e viene scelto così: abbiamo fatto parte tutti delle preghiere di Gesù.

Non voi avete scelto me, ma Io ho scelto voi.

28 Ottobre 2020
+Domenico