Tommaso ci insegna a cercare e a trovare

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 24-29)

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Ci capita spesso di metterci assieme con amici e in questo stare assieme far nascere voglia di fare, voglia di esserci, desiderio di dare senso alla vita … se poi c’è qualcuno che ha capacità aggregative, ma soprattutto ideali alti, è garantita anche una riuscita. 

Il giro degli apostoli era giusto stato messo assieme da Gesù: era un gruppo di persone molto assortito, era una squadra che nessuno avrebbe preso per lavorare assieme verso una meta comune, e la squadra “scoppia” proprio a Parasceve e il giorno dopo si taglia a fette la grande disperazione di tutti per la morte di Gesù, la sua fine miserevole, da bestemmiatore, da nemico di Dio, ma è sabato, il sabato della grande festa pasquale.  

Tutto cambia il primo giorno dopo il sabato, diremmo noi domenica sera: la squadra più impossibile che si era formata attorno a Gesù, ne sente il vuoto, la mancanza, la sconfitta e decide di ritrovarsi assieme.

 Ma manca Tommaso: è fuori ancora disperato, ancora chiuso nella sua desolazione. Torna tardi entra, li vede tutti esaltati, gli si fanno attorno, non smettono di riferirgli con gli occhi, con il cuore, con il sorriso l’esperienza profonda che hanno fatto del Risorto.

E Lui: “a quel che dite, neanche se mi ammazzate ci credo. Siete tutti esaltati. è una euforia collettiva che vi siete dati per sopravvivere, per eccesso di disperazione.”

Qualche tempo dopo in piazza avrebbero detto di questo entusiasmo degli apostoli che erano già ubriachi di buon mattino.  

Ma otto giorni dopo Lui, Gesù, il Cristo ritorna e guarda subito a Tommaso: “volevi mettermi il dito nel posto dei chiodi? Volevi puntarmi la mano nello squarcio della lancia? Eccomi.”

Da una parte Gesù che ama, capisce, si offre, dall’altra noi con la nostra dialettica, i nostri dubbi, i nostri continui ripensamenti, le emozioni contrastanti che oggi ci portano a credere e domani a rifiutare, con il velo pesante dei nostri comportamenti sbagliati che ci tolgono la visione della verità, con le nostre fughe per non pensare, con le nostre fasciature fatte di ricchezze e egoismi, con le nostre intelligenze sviate, siamo li a questionare. 

Tommaso, tra gli apostoli, aveva un suo metodo preciso per aderire a Gesù, per accogliere da Lui il dono della fede: cercare, avere fiducia e accogliere il dono senza mezze misure.

C’è posto per tutta la sua carica umana, per tutte le domande anche più inutili, ma poi cambia radicalmente prospettiva, ricerca, impegno e il cuore si allarga all’accoglienza del Risorto, e all’accoglienza di Dio. 

E’ un attimo intenso quello di Tommaso: la verità gli scoppia dentro: mio Signore e mio Dio. E’ fede pura, non è soprattutto e solo constatazione.

San Giovanni Paolo II a Tor Vergata ha chiamato questo incontro “laboratorio della fede”: quante volte anche noi dobbiamo attivare questo laboratorio di Tommaso, perché la vita ci presenta sempre domande impossibili e ricerche disperate; non dobbiamo risparmiarci nessuna domanda per noi e per tutti, entrarci anche noi, invocare, attendere, cercare fino ad accogliere il dono della fede, che Dio non ci farà mai mancare. 

3 Luglio 2020
+Domenico

Corpus Domini

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-59) 

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Che cosa si fa quando in una città arriva un personaggio importante? Come minimo l’amministrazione pubblica fa pulire le strade, rimette a posto l’asfalto, rimuove i cassonetti dei rifiuti … la gente addobba le finestre, espone i fiori, stende da un capo all’altro della strada strisce colorate … per l’ultimo tratto si adagia un tappeto.

C’è un gesto semplice che ancora oggi è rimasto come segno di grande onore per qualcuno che passa: dei bambini, possibilmente quelli che hanno fatto nell’anno la prima comunione, con dei cesti spargono per terra petali di fiori al passaggio del prete che porta l’Eucaristia nella festa del Corpus Domini, oggi appunto.

In molte città si tratta di un meraviglioso tappeto di fiori – si chiama infiorata – predisposti con cura a rappresentare quadri di vita di Gesù, scene simboliche, rappresentazioni di santi. 

Tutto per un giorno – ancora di meno – tutto per un passaggio. 

È una tradizione secolare che si rapporta al momento più drammatico della vita di Gesù: ricordate quella cena d’addio consumata nell’atmosfera di un tradimento e nell’anticipo della crocifissione? “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Io sono il pane vivo: Hai fame? Ti senti in corpo un insaziabile desiderio di vita? Non c’è nessuna carne che ti può saziare, tornerai sempre a cercare e ad avere fame. Se vuoi avere la vita, ebbene è qui: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.  

Certo è un discorso è duro da capire, difficile da immaginare: è provocatorio! Dire a un ebreo che occorre bere il suo sangue è blasfemo, va contro tutte le norme del suo vivere; ma sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia, e con l’amore che sta dietro questo dono.

Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige: è pronto a restare solo.

L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, sia come rapporto con Dio, sia come modo di impostare la propria vita, sia cioè come modo di comunicare con il Signore, sia come modo di incarnare il suo messaggi; e dirà più tardi ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava: “volete andarvene anche voi? Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso vi chiedo: è un dono che supera non solo le leggi della natura, ma anche la fantasia degli uomini”.

Quando non sai che strada prendere nella vita: Io sono con te;
quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, Io sono con te;
quando cerchi una speranza vera, Io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te, perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo.

I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucarestia per avere speranza in ogni situazione di vita. 

Gesù non sta facendo un bel discorso metaforico edificante, magari in una piazza, utilizzando tutti gli accorgimenti della retorica, ma sta anticipando nel clima di una cena l’estremo dono di sé fino alla morte.

Noi cristiani chiamiamo tutto questo Eucarestia: Eucarestia è questa certezza di aver una presenza, un nutrimento, un centro che ci aiuta a condividere ogni giorno la sorte di Gesù per avere vita; mangiare e bere quel pane e quel vino, quel corpo e quel sangue, ci costringe a riconoscere Dio nella concretezza della umanità di Gesù: una vita donata, come tutte le vite di ogni vero cristiano, a partire da quelle dei nostri genitori, che hanno costruito le nostre esistenze. 

14 Giugno 2020
+Domenico

Una famiglia bellissima per un amore grande

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-18)

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Il mistero di Dio ci ha sempre affascinato, o perché non riusciamo a farcene una idea passabile per la nostra mente, o perché talvolta intuiamo la bellezza, la profondità, la cristallinità della compagnia impagabile con cui si offre alla nostra umanità; e, se non ci facciamo prendere dal volerlo comprendere a tutti i costi, il che significa volerlo “possedere”, e stiamo alle parole dei Vangeli, della Bibbia, della sacre scritture, non facciamo fatica a vedere in Dio Padre, la figura di chi non sa abbandonare nessun figlio. 

Neppure ci resta ignoto Gesù, che ha faccia, vita, sorrisi e parole, giudizi e comprensioni tipiche di un uomo. 

Qualche difficoltà di immaginazione l’abbiamo quando  pensiamo allo Spirito Santo, la  novità radicale, che  nella Trinità personifica l’amore infinito che tiene assieme la Santa Famiglia – la Santa Famiglia non di Nazaret, la Santa Famiglia di Dio!

Lo Spirito è la vita stessa di Dio.  

La realtà più bella, più confortante, più coinvolgente è che il riferimento delle nostre esistenze, il nostro Dio, è una novità radicale, è il punto di partenza e di arrivo di tutte le nostre aspirazioni: è un padre, non è assolutamente quindi un “single”, un insieme di idee, ma una relazione che è solo di amore.  

Non stiamo quindi a scervellarci, come diceva sant’Agostino che paragonava chi vuol capire – e qui tradurrei “possedere” – la Trinità: era come chi voleva mettere in un secchiello tutta l’acqua dell’oceano.

A noi basta che Dio sia una relazione unica, profonda, perfettissima dell’Amore, che si esprime in paternità, figliolanza e fratellanza e in relazione amorevole in Spirito di tutti e tre. 

Ecco allora il senso dei tre versetti del Vangelo di oggi, che fanno parte del discorso notturno tra Gesù e Nicodemo: il senso è la vita eterna, il regno di Dio.  

Chi entra nel regno è come se nascesse una seconda volta: non vi entra da se, ma soltanto perché lo Spirito Santo lo ha animato dall’interno, creando in lui – in ciascuno di noi quindi – una sorta di connaturalità, di parentela, con tutto quello che Dio ha deciso e compiuto, direi quasi uno stesso sangue, una stessa vita, una stessa razza: siamo della stessa “razza” di Dio, se si può dire così.

Nessuno conosce come si realizzano i moti dello Spirito: non seguono la legge della causa e dell’effetto, nemmeno le previsioni che uno può farsi ragionando.

Gesù, per esempio, propone l’immagine del vento quando parla di Spirito, Giovanni si sposta più sull’immagine dello Spirito, negli Atti Luca – o chi per lui – parla di fiammelle di fuoco … sta di fatto che tra la nostra umanità, la nostra carne, e il punto di arrivo che è il regno di Dio, c’è una distanza che non può essere colmata soltanto dal battesimo di acqua, è necessario l’intervento creativo dello Spirito.

L’uomo, la donna, il giovane e il vecchio si devono tener pronti all’impossibile sempre. 

Allora, facendo una sintesi, perché così si presenta il Vangelo di oggi, all’inizio ci sta l’amore con cui Dio ha amato il mondo e alla fine c’è l’incontro con il figlio Gesù, la luce che è venuta non per condannarlo, ma per salvarlo.

Chi ha operato questo impossibile è lo Spirito Santo, e noi siamo trascinati nel vortice di questa famiglia, che è la Trinità, dallo Spirito Santo. 

7 Giugno 2020
+Domenico

Maria del magnificat sei sempre nostra Madre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv, 25-34)

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Il lunedì di Pentecoste è sempre stato, soprattutto nelle chiese del Nord Europa, giorno di festa anche civile.

In questa giornata papa Francesco dall’anno scorso ha collocato la festa della Beata Vergine Maria “Madre della Chiesa”, e ce la fa contemplare proprio nel momento in cui ci è stata donata da Gesù: è sempre la donna del Magnificat, di quel canto di lode a Dio onnipotente che le è sgorgato dal cuore all’incontro con Elisabetta.

Il nostro sguardo al Calvario però è sempre pieno di domande: dove è che Dio ha spiegato potenza, disperso superbi, rovesciato potenti, innalzato umili, rimandato a mani vuote ricchi? Qui sta avvenendo tutto il contrario!

E Maria è lì: “C’era la madre di Gesù”, dice il Vangelo, come ce lo disse alle nozze di Cana, come sempre nei momenti cruciali della storia della salvezza.

Ne era passato di tempo, ne avevano macinato di chilometri Gesù e il suo gruppo: ora purtroppo sembra tutto sia finito.

Lì sul Calvario ci sono tre sofferenze, tre cuori che si cercano tra due criminali, qualche amica e i militari: sono l’ultima casa impossibile che è rimasta alla speranza.

C’è Gesù che possiede ancora un tesoro prezioso: non si sente solo, ha ancora qualcosa … qualcuno da donare, sente la dolcezza e la tragica dedizione di sua madre; è più solo invece Giovanni, nella sua giovinezza, nel suo slancio, nella sua ingenuità di sognatore: ha bisogno di una mamma per non smettere di sognare vita e salvezza.

Figlio ecco tua madre“: Tua madre sta qui!

Quanto è confortante sentirti dire: qui c’è tua madre.

Quando la nostra croce o quella che vediamo sulle spalle degli altri  risulta troppo pesante, guarda che qui c’è tua madre.

  • Se la tentazione è forte e la disillusione è dolorosa: qui c’è tua madre!
  • Se la solitudine è insopportabile e l’incomprensione ti disorienta, qui c’è tua madre;
  • Se la scelta del tuo futuro è difficile e lo vedi oscurato, qui c’è tua madre;
  • Se la fame e l’ingiustizia, la paura e la violenza minacciano di spegnerti la speranza, qui c’è tua madre;
  • Se i tuoi occhi non scorgono più la bellezza della vita, qui c’è tua madre;
  • Se la guerra ti toglie anche l’ultima illusione di un mondo nuovo, qui c’è tua madre;
  • Se l’incanto del virtuale ti distrae dalla vita vera e te la deforma, qui c’è tua madre;
  • Se non riesci a deciderti di fare della tua vita un dono a una persona come te, per sempre, senza tentennamenti, contro tutte le tentazioni di ritornare a casa tua, guarda che qui c’è tua mamma;
  • Se la pandemia ti ha strappato le tue radici che nei nonni spesso ricreavi, qui c’è tua madre.

Maria è una grande consolazione, è una certezza, è un rifugio sicuro, è un punto di riferimento, è un approdo.

Ma Gesù, che noi spesso incoscientemente riteniamo “duro” nel chiamare sua madre “donna”, perché vuol sempre rifarsi alla creazione, a tutte le donne del mondo, a tutte le mamme della terra, ha una tenerezza da esprimere a sua madre; non la lascia sola a piangere un figlio che muore, ma le affida tutti noi: donna ecco tuo figlio.

E’ una preghiera a sua madre per Giovanni, per ogni giovane, per ogni persona che si è trovata travolta nella sofferenza, per tutti quelli che si fanno padri e madri di figli sofferenti, ammalati, disperati, giovani e anziani.

Lui conosce lo smarrimento di tanti disperati, di tanti sfiduciati, lasciati soli, calcolati come scarto, li affida a sua madre; conosce la superficialità che ci tenta tutti e dice: questi, così come sono, sono tuoi figli.

  • Quando non riescono ad ascoltare il Signore nel silenzio della preghiera e ad accoglierlo nella sofferenza: madre, sono tuoi figli;
  • Quando non riescono a scoprire il Signore nei loro percorsi quotidiani, forse anche infettati di noia: madre sono tuoi figli;
  • Quando non hanno il coraggio di vendere tutto, darlo ai poveri e seguire radicalmente il Signore: madre sono sempre tuoi figli;
  • Quando si lasciano smarrire nei meandri della droga, della delinquenza, dello sballo: madre sono tuoi figli;
  • Quando non hanno il coraggio di fare della loro vita un dono a Dio Padre anche attraverso una persona desiderata, accolta, amata, sposata, madre sono tuoi figli;
  • Quando nella loro vita di giovani sposi non hanno più vino, non sanno più sorridere, hanno perso la gioia della vita, credono di adattarsi a vivere a pane e acqua, madre sono tuoi figli.

Noi siamo presi in affido da Maria, e la vogliamo custodire perché Gesù ce l’ha donata proprio nel momento della morte, nell’offerta di sé fino all’ultima goccia di sangue.

E siccome in ogni messa si rinnova quel dono supremo, noi sappiamo che ai piedi di questo altare anche oggi c’è Maria che si sente dire da Gesù: “sono tuoi figli”, e noi siamo confortati perché Gesù ci ripete: “qui c’è tua madre“. 

 Lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto di nuovo in abbondanza non solo come fuoco che brucia dentro di noi singolarmente, ma come forza, coraggio, slancio di tutta la comunità cristiana, di tutta la Chiesa, ti fa anche “Madre della Chiesa”, madre di tutta la nostra comunione tra noi, che spesso non apprezziamo o critichiamo, perché non sappiamo scorgere in essa il tuo volto di madre.

Maria, sappiamo che sei la mamma di questa Chiesa, di cui noi vediamo solo le rughe che gli abbiamo inflitto da noi, come purtroppo anche a te; ma Tu falle e facci sempre da mamma. 

1 Giugno 2020
+Domenico
 

Spirito Santo rendici liberi dal male e dalla epidemia

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)

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Spesso ci vien voglia di sintesi di tutte le esperienze belle che facciamo; in genere si fa una festa: è la festa del battesimo per una nascita, è la festa del matrimonio per una decisione di amore pubblica, proprio perché l’amore fra due persone che si decidono di volersi bene, e nel volersi bene danno vita, non può essere “fatti loro”, ma evento di tutti coloro con cui i due sposini hanno legami; ancora lo è la festa della laurea perché si è finito un percorso nuovo, che ha ampliato conoscenze e professionalità: faccio festa perché mi è costata molto – il punteggio del voto non è la cosa più importante – e ci sono riuscito.  

Oggi – fatto cosmico – siamo al compimento del grande progetto di Dio con l’umanità: la conclusione della nuova alleanza tra il Signore Onnipotente e l’umanità.

Abbiamo ancor in mente il Vangelo al capitolo 20 di Giovanni, in cui si narra di quella bella corsa al sepolcro di un vecchio e di un giovane, Pietro e Giovanni, a constatare che il sepolcro era vuoto, e i tre verbi che hanno dato una notizia importante ai due e a tutto il genere umano: entrarono, videro e credettero

Ma di grande gioia ancora non si parla: è bello allora, per completare la grande storia di Gesù, figlio di Dio, e dare gioia a tutti, l’arrivo di Gesù alla sera di Pasqua: ci sono tutti, meno Tommaso, ma il capitolo 20 di Giovanni non finirà senza descrivere anche quell’altra bella sera di otto giorni dopo, che concluderà con la bellissima espressione di Fede “Mio Signore e mio Dio”, che noi adulti ricordiamo da bambini abbiamo imparato dai nostri genitori da dire sotto voce ad ogni Messa quando il prete innalzava l’ostia prima e il calice dopo.  

Ebbene … quella sera Gesù compie il suo sogno, che è il sogno di Dio Trinità sulla vita dell’umanità: è lo stesso Gesù che era stato appeso alla croce, difatti mostra ai discepoli le mani trafitte e il costato squarciato.

E’ sempre lui visto da occhi umani e ora percepito nella fede, e oltre che mostrare la propria identità col crocifisso compie tre gesti che lo rivelano ancora una volta definitivamente come il Messia, gesti che danno forma alla Chiesa.

Augura la pace: è una pace che l’uomo non si può dare e che viene da una libera decisione di Dio; è un bene degli ultimi tempi, in cui Gesù è già entrato; viene irradiata da Cristo risorto adesso all’esperienza di fede degli apostoli, che si sentono inondati di gioia, finalmente.

Secondo, alita su di loro dicendoricevete lo Spirito Santo“: Gesù è già risorto, è già presso il Padre e quindi lo Spirito trasmesso viene anche dal Padre. E come Dio spirò nel primo uomo l’alito della vita e divenne persona vivente, così il nuovo Adamo – ormai alla destra del Padre – Gesù, alita il suo Spirito sul gruppo dei discepoli e fa di loro una comunità vivente, il primo nucleo della nuova umanità.  

E infine, Trasmette il potere di rimettere i peccati ai suoi discepoli, che già lui esercitava nella sua esperienza di vita umana, facendoli partecipi della sua divina regalità, che ora risplende come era da sempre, arricchita però della sua umanità. 

Si capisce allora molto bene quella frase “mozzafiato” – dice il Vescovo Lambiasi – di san Gregorio di Nissa: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo quello che resta non è più Dio, ma il suo cadavere”, e allora verrebbe da dire a maggior ragione “Se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma una lunga fila di camion carichi di bare, che vanno a riempire un cimitero di cadaveri“. 

E proprio anche per questo chiediamo allo Spirito Santo che risani la nostra umanità dalla pandemia, perché siamo e ridiventiamo un popolo di Dio vivente e gioioso, e smettiamo di essere segnati da queste morti che ci tolgono anche l’immagine di un popolo vivo e ci privano della gioia della Pasqua e della Pentecoste. 

31 Maggio 2020
+Domenico

Conclude il tempo pasquale e si apre alla forza dello Spirito Santo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 20-25)

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Oggi è una giornata di conclusioni, di rilancio, di speranza: la messa di stamani ci riporta nel Cenacolo a vivere l’ultima attesa.

La storia della chiesa primitiva si conclude: Paolo è arrivato finalmente  a Roma, è agli arresti domiciliari, ma nessuno lo ferma nella sua decisione di far conoscere Gesù; a Roma ci sono tanti ebrei che lo possono consultare, ma soprattutto tanti pagani cui lui vuole annunciare la figura di Gesù, risorto e salvezza di ogni uomo, e proprio a Roma si può dire che si aprono le porte dell’occidente alla luce del Vangelo.  

Il Vangelo di Giovanni – pure – si chiude: Pietro e Giovanni si accommiatano; gli apostoli si sentivano prima di tutto testimoni di Gesù, della sua vita, della sua dottrina e specialmente della sua risurrezione: hanno una missione nel mondo e nella storia di garanti della verità trasmessa come testimoni, chiamati ad esserli da Dio.

Ci viene quindi richiamata la  missione di ogni cristiano: ognuno di noi deve essere segno visibile, mediante la sua vita, della parola in cui crede.

Gli Evangeli che abbiamo letto e su cui abbiamo riflettuto, e in quest’ultimo tempo soprattutto il Vangelo di Giovanni, ci danno l’immagine del testimone che dobbiamo realizzare nella nostra vita in maniera originale: non siamo mai fatti con lo stampino.

La Parola di Dio scava nelle nostre vite cose diverse, meravigliose, importanti e da comunicare: è il tempo dell’andate, dell’uscite, dell’Ascensione di Gesù, delle sfide che ogni giornata sicuramente non ci farà mancare.  

In questo tempo pasquale siamo stati serrati nella nostra pandemia: sembra che ci lasci … ora si potrà sperare che ci abbandoni del tutto?

Ci aspetta un periodo difficile di ricupero forze, energie, impegno, solidarietà, ma l’attenzione più alta deve essere a non tornare ai vecchi tradimenti della fede e della noia di essere cristiani. 

Questa sera, questa notte, molti faranno la veglia: è una veglia come quella che ha anticipato la pasqua; ricordo che gli scout si trovano tra di loro, accendono fuochi, fanno proprio la veglia in preghiera e rinnovano la loro grinta formativa e di servizio. 

E noi allora, in questa notte che precede la pentecoste, che precede la venuta dello Spirito Santo, che vogliamo ricelebrare con molta intensità, ora che possiamo anche partecipare alla celebrazione eucaristica, pur se con tante condizioni, dobbiamo aprire il cuore alla venuta dello Spirito.

Vieni Spirito Santo!

30 Maggio 2020
+Domenico

Pietro, l’ultima chiamata da conclave

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 15-19)

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C’è bisogno ogni tanto di rifondare le cose più importanti che viviamo: assumiamo un incarico nella amministrazione comunale, sarà bene conoscere meglio la Costituzione Italiana; facciamo parte di qualche associazione di volontariato? sarà utile conoscere bene le disposizioni legislative del terzo settore; sarà importante conoscere  oppure facciamo parte della chiesa e vogliamo accostarla con più rispetto e conoscenza o ancor meglio prenderci alcune responsabilità cui siamo stati chiamati, e sarà importante conoscere in senso biblico, cioè fare esperienza concreta della Chiesa. 

Ecco, il tempo di Pasqua è stato un tempo molto utile per ricostruire tutti gli elementi fondamentali della vita della Chiesa, e ci sono stati presentati nelle letture della Messa, che avevano sempre gli Atti degli Apostoli, cioè questa entusiasmante vita dei primissimi cristiani a partire anche da quando ancora non erano chiamati così.

E’ in questa ultima settimana che insiste sulla Pentecoste: abbiamo riflettuto sulla bellissima preghiera di Gesù, prima della sua morte e risurrezione, e oggi contempliamo l’ultima chiamata di Pietro, quella del Conclave, cioè il giorno in cui Gesù lo fa responsabile della Chiesa, lo fa il primo papa.  

Vi ricordate … o leggete il Vangelo … c’è quel famoso dialogo con tre domande imbarazzanti che fa Gesù a Pietro: “Mi ami? Mi ami davvero? Mi ami più di costoro?

Ad ogni risposta Gesù gli aumenta la responsabilità sulla Chiesa, fino a farlo papa.

Per dirigere gli altri occorre prima di tutto dare la prova di un amore più grande … però è troppo facile dire “ti amo”: può essere una dichiarazione leggera, pure una dichiarazione sincera, ma che nasce dall’entusiasmo e dalla presunzione di sé.

Pietro, al quale Gesù riserva un ruolo che richiede soprattutto un grande amore e una grande fedeltà, si era imbarcato troppo facilmente nel suo ruolo futuro, giurando una fedeltà e un amore che, alla prova dei fatti poi, si è dimostrata fragile e incerta.  

Gesù, con le sue domande, non vuole cacciare in gola a Pietro altri fatti incresciosi: non ha mai chiamato nessuno a rendiconti del proprio operato, ha sempre caricato tutto di perdono, di fiducia, di nuove proposte più impegnative.

Pietro però deve sapere che la sua vocazione al primato pastorale non dipende e non è legata al suo merito, ma alla scelta di lui che il Signore fa, per questo dovrà amare di più. 

E’ un episodio questo che avrà sostenuto non un papa solo al momento della richiesta di accettazione dei voti dei confratelli cardinali in Conclave.  

Anche il suo rinnegamento è una lezione: non ha disimparato l’amore di Cristo, ha imparato il timore di sé; non ha trascurato la carità, ma ha trovato l’umiltà e la fiducia nella forza di Gesù. 

Nella Chiesa tutti noi battezzati abbiamo un posto perché siamo stati scelti da Gesù e quindi senza timore di non essere all’altezza del compito, ma disponibili a farsi correggere. 

29 Maggio 2020
+Domenico

Il principale segno di Dio nel mondo è l’unità

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 17, 20-26)

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Quante volte, quando veniamo a contatto con persone che stimiamo per il loro rapporto con Dio, le loro preghiere, la loro testimonianza di fede incrollabile chiediamo loro di pregare per noi?

Papa Francesco non termina un angelus senza chiedere di non dimenticarsi  di pregare per lui, ed è una gioia scoprire che Gesù, in questa accorata preghiera, prima di affrontare la suprema prova della sua vita sul Calvario, Lui stesso, Gesù, ha pregato per ciascuno noi.  

Noi che non abbiamo condiviso con Lui nessun momento di vita, noi che non abbiamo potuto vederlo con i nostri occhi, sentirlo con le nostre orecchie, noi gente di questo nostro tempo turbolento, che sembra allontanarsi sempre più da Dio, noi siamo stati nelle sue preghiere, nel suo cuore, nel suo pensiero, nel suo dialogo con il Padre e continuiamo ad esserci perché lo Spirito Santo viene dentro di noi per rendercelo sempre vivo e presente: lo ascoltiamo ancora oggi nelle parole della sua Chiesa.  

Che cosa chiede Gesù al Padre per noi? Che tutti siano uno, «come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi».

Gesù, mentre prega, getta uno sguardo a quanti crederanno in lui e per i suoi apostoli e per tutti noi invoca l’unità, che ha due dimensioni: una invisibile, che è la comunione stessa con la Trinità, e l’altra visibile, capace di convincere il mondo che Gesù è davvero inviato da Dio Padre.

Nel suo commiato da noi si identifica con l’amore reciproco spinto fino al dono della propria vita: Giovanni parla della Chiesa solo in questi termini, e lancia più di uno spiraglio, una luce vera, che si farà fiaccola, che in nostra compagnia ci aiuta a camminare nelle nebbie della vita, e fa da riverbero di misericordia sul mondo che non crede in Gesù.

Abbiamo la gioia e il compito come cristiani di fare da capofila di una umanità già tutta redenta, anche quella che non è consapevole di questo grande dono di Dio: non ci possiamo permettere di lasciare fuori nessuno da questa unità, anche i nemici nostri e i nemici di Dio. 

Forse oggi siamo divisi, perché abbiamo pensato che fare unità si potesse fare attorno a un tavolo di concertazione, con i nostri metodi tipici del “passo indietro tu, un passo indietro io, andiamo d’accordo, vediamo com’è, se a me serve …”

La gloria di Dio non si manifesta moltiplicando i discorsi su Dio o difendendo i diritti di Dio: infatti si è manifestata nella morte di Dio, nell’estremo annichilamento nel quale anche la Parola – con la P maiuscola – ha taciuto.

La teologia della gloria è la stessa teologia della croce: non possiamo allora accedere a questa gloria se non ci si apre all’amore con cui il Padre ha amato il Figlio, già prima della creazione del mondo, e che ha trovato il suo punto finale nella morte per la salvezza di tutti gli uomini.  

Certo noi intelligentoni potremo fare tutti i nostri ragionamenti più contorti e difficili, profondi e logici, ma il Dio che ci inventeremmo sarà sempre un Dio senza gloria, ed è senza gloria perché è senza croce. 

La Chiesa per cui Gesù, prima di andare a morire in croce prega, è sempre illuminata dal quell’ «io ho fatto conoscere loro il tuo nome»: non è una dotta teologia che ce lo fa conoscere nel senso biblico di esperienza coinvolgente ogni nostra persona, ma il silenzio di Dio, quello del Figlio dell’uomo appeso sulla croce.

E il dono finale della preghiera di Gesù è: “che l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”, e dobbiamo dircelo sempre, anche in questi tempi di “distanza fisica”. 

28 Maggio 2020
+Domenico

Il termine “mondo” nella preghiera di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 17,11b-19)

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Ancora all’inizio della preghiera di Gesù che precede – come dicevamo – la notte dell’agonia nel Getsemani, la sua crocifissione, morte e risurrezione, Gesù stesso fa questa affermazione: «Non prego per il mondo».

E’ una frase che sorprende: sappiamo che la parola mondo assume molti significati, sempre nel campo di forze ostili, e la frase sembra poco in sintonia con altre affermazioni del Vangelo, però questa affermazione non possiamo tacerla e nemmeno sminuirla.

Nel contesto dell’intera preghiera il rapporto col mondo è descritto secondo varie prospettive: il vocabolo “mondo” vi ricorre almeno dodici volte, ciò vuol dire che è importante.  

Gesù  non riesce a esprimere il suo rapporto col Padre, e nemmeno il suo rapporto coi discepoli, senza servirsi della figura del mondo: Gesù non appartiene al mondo, ma al Padre che lo ha mandato nel mondo.

I discepoli non appartengono al mondo, ma Gesù li lascia nel mondo: i discepoli sono diversi dal mondo, ma devono stare il mondo, perché il mondo sappia che Gesù è stato inviato dal Padre per la sua salvezza

Allora … tra il mondo e Gesù, il mondo e i discepoli, c’è diversità di appartenenza: una diversità che il mondo rifiuta, la avverte come una minaccia; tuttavia ogni discepolo deve stare davanti al mondo per testimoniare la grande verità che Dio ama il mondo.

Il mondo rifiuta la verità che lo salva, e rifiuta i cristiani che la annunciano: è un umanità che rifiuta consapevolmente l’obbedienza alla Parola restando chiusa nell’amore di sé, ma ogni cristiano deve stare nel mondo a testimoniare che il mondo sta sempre nel cuore di Dio.  

Se c’è una diversità, non sta nella condanna del mondo, ma nell’amore al mondo: Il mondo non ama se stesso, è pieno di relazioni egoistiche e distruttive.

Il cristiano invece lo ama: questa è la differenza cristiana.

Questo mondo non è nemmeno quello che gli anacoreti, o i contemplativi, gli eremiti abbandonano per dedicarsi alla contemplazione in una salutare segregazione: Gesù stesso ha abbandonato il suo stato di “segregazione divina” per entrare compiutamente nella condizione umana, proprio per scrivere dentro lo spessore della nostra storia, dentro questa nostra umanità, la sua nuova esperienza di umanità: Lui stesso che è fondamento oggettivo di passaggio dalla schiavitù alla libertà.  

I cristiani non sono portatori di una alternativa mondana, ma annunciatori della Parola che salva, della parola che cambia, che accende speranze, che è presenza della Parola per eccellenza: il Verbo fatto carne.

E qui torniamo con una completezza di visione al primo capitolo del Vangelo di Giovanni: «il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi».  

Ci fa bene, anche dentro questa epidemia che sta forse evolvendo verso la sua fine, che noi abbiamo questa consapevolezza: che questo mondo va amato come lo ha amato Dio.

27 Maggio 2020
+Domenico

La preghiera di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 17, 1-11a)

Audio della riflessione

Non faremo mai attenzione sufficiente a un rapporto con il Signore di ogni persona umana veicolato dalla preghiera.

Checchè se ne dica, pregare è un atto squisitamente umano: non si tratta sempre di un rapporto con Dio, perché la preghiera matura nella nostra condizione umana quando si snoda nel suo percorso di crescita, di attesa, di costruzione di sé.

Ogni persona si caratterizza necessariamente in una relazione con altri, con qualcuno, con le persone amate, o le persone incontrate: con esse sviluppa desideri che si comunicano e diventano semplici o persistenti invocazioni di amicizia, di relazioni più profonda, di richiesta di compagnia, di aiuto, di ascolto oppure di accettazione di qualcosa di te. 

Non è forse così anche l’incontro tra due innamorati, tra cui a mano a mano che si conoscono e manifestano fiducia vicendevole, nasce un desiderio, una richiesta spesso solo intuita, ma in seguito anche significata e espressa? 

E’ la più semplice forma di preghiera: non è manifestazione di dipendenza, ma dialogo costruttivo, approfondimento di comunione.  

Le celebrazioni eucaristiche di questa settimana – che è imminente alla Pentecoste – ci presentano la bellissima preghiera di Gesù al Padre, che occupa tutto il capitolo 17 del Vangelo secondo Giovanni.

In questa preghiera solo Gesù parla e si rivolge al Padre; il nome “Padre” è l’invocazione, l’unica invocazione continuamente ripetuta: Gesù lo invoca almeno sette volte, cinque senza nessun aggettivo, una volta dice Padre “Santo” e un’altra “Padre Giusto”. 

E’ una pagina scritta in simmetria con il prologo, che è la prima pagina del Vangelo di Giovanni, dove si diceva, se ricordate “in Principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio“, dove si annunciava ciò che nella Trinità si viveva e si era deciso circa la missione di Gesù nel mondo.  

Qui invece, appena prima della narrazione della passione, morte e risurrezione, Gesù afferma, in forma di preghiera e con il pathos della condizione umana, che tutto quello che era stato incaricato di fare, cioè la missione di Gesù, si è compiuta: non si fa più la fotografia della condizione di ombre e tenebre in cui dall’alto, dalla parte di Dio, si vedeva come era mal combinato il mondo, ma dal basso si contempla, dentro questa terra che doveva essere redenta, e si contempla l’orizzonte della gloria di Dio. 

Qui le tenebre sono giunte al massimo della loro oscurità: c’è l’umanità del figlio dell’uomo con i segni del supplizio della croce e con quelli della gloria del Padre.

Non c’è altra pagina di Vangelo così densa in cui le due condizioni di Gesù, quella umana e quella divina, confluiscono nei due termini contraddittori della sua esistenza: morte e gloria. 

Queste coincidono perfettamente negli stessi movimenti del cuore e ci aiutano a superare le contraddizioni attorno al centro del mistero profondo, grande, entusiasmante di Cristo, cui si può giungere solo con la fede e non con una sintesi razionale. 

Per questo Gesù dice “ è giunta l’ora”, l’ora attesa e invocata da Maria a Cana, l’ora della morte obbediente. 

Ciò che andava compiuto, ora è compiuto, è l’ora dell’annientamento di Gesù, ma nello stesso tempo è la più intensa e vera manifestazione del Padre.

La gloria non è vista come il premio della croce, ma la stessa croce: qui è Dio il soggetto stesso di tutto, anche della morte, perché questa è il massimo dell’amore e il Dio fatto carne entra nella totale assenza, nella morte, e vi entra proprio nel massimo del suo amore. 

26 Maggio 2020
+Domenico