Chi fa compagnia al crocifisso riceve sempre in dono sua Madre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 25-27)

Audio della riflessione

Ieri abbiamo contemplato il Crocifisso, oggi contempliamo sua madre che sta ai piedi di questo crocifisso, che è suo figlio: un coraggio unico, una maternità tutta avvolta nella partecipazione al presente e al futuro del Figlio. Tante mamme sono state colpite dalla morte del proprio figlio e tutte si sarebbero volentieri sostituite al figlio nella morte.

La nostra contemplazione si riempie di domande: dove è che Dio ha spiegato potenza, disperso superbi, rovesciato potenti, innalzato umili, rimandato ricchi? Qui sta avvenendo tutto il contrario.

E la Madonna del magnificat è lì: c’era la madre di Gesù come a Cana, come sempre nei momenti cruciali della storia della salvezza. Ne era passato di tempo, ne avevano macinato di kilometri Gesù e il suo gruppo … ora sembra tutto finito e buttato.

C’è Gesù che possiede ancora un tesoro prezioso, non si sente solo, ha ancora qualcosa, sente la dolcezza e la tragica dedizione di sua madre.

E’ più solo invece Giovanni, nella sua giovinezza, nel suo slancio, nella sua ingenuità di sognatore: ha bisogno di una madre per non smettere di sognare vita e salvezza … e Gesù si rivolge a lui: “Figlio ecco tua madre, tua madre sta qui.”

Quanto è confortante sentirti dire: qui c’è tua madre.

Quando la nostra croce o quella che vediamo sulle spalle degli altri  risulta troppo pesante, guarda che qui c’è tua madre;

Se la tentazione è forte, qui c’è tua madre;

Se la disillusione è dolorosa, qui c’è tua madre;

Se la solitudine è insopportabile e l’incomprensione ti disorienta, guarda che qui c’è tua madre;

Se la scelta del tuo futuro è difficile e lo vedi oscurato, qui c’è tua madre;

Se la fame e l’ingiustizia, la paura e la violenza minacciano di spegnerti la speranza, qui c’è tua madre;

Se i tuoi occhi non scorgono più la bellezza della vita, qui c’è tua madre;

Se la guerra ti toglie anche l’ultima illusione di un mondo nuovo, qui c’è tua madre;

Se l’incanto del virtuale ti distrae dalla vita vera e te la deforma, qui c’è tua madre;

Se non riesci a deciderti di fare della tua vita un dono a una persona come te, per sempre, senza tentennamenti, contro tutte le tentazioni di ritornare a casa tua, qui c’è tua madre.

Maria è una grande consolazione, è una certezza, è un rifugio sicuro, è un punto di riferimento, è un approdo.

Ma Gesù non ha ancora terminato di offrire pace e salvezza, ha un desiderio da esprimere a sua madre: “donna, ecco tuo figlio”. E’ una preghiera a sua madre per Giovanni, per ogni giovane, per ogni persona che si è trovata travolta nella sofferenza, malati, anziani, positivi a una pandemia, incidentati e sbalzati da una moto, assassinati in attentati e guerre.

Lui conosce ogni smarrimento di ciascuno di noi e ci affida a sua madre, conosce la superficialità che ci tenta tutti e dice: questi, così come sono, anche se sono disgraziati, sono tuoi figli.

Quando non riescono ad ascoltare il Signore nel silenzio della preghiera e ad accoglierlo nella sofferenza, madre sono tuoi figli;

Quando non hanno il coraggio di vendere tutto, darlo ai poveri e seguire radicalmente il Signore, madre sono sempre tuoi figli;

Quando si lasciano smarrire nei meandri della droga, della delinquenza, dello sballo, madre sono tuoi figli;

Quando si sposano e tentano di costruirsi un futuro e non sono capaci di amarsi, madre sono tuoi figli;

Quando nella loro vita di giovani sposi non hanno più vino, non sanno più sorridere, hanno perso la gioia della vita, credono di adattarsi a vivere a pane e acqua, madre sono tuoi figli;

Quando per la malattia che li tormenta non riescono a sorridere, madre sono tuoi figli;

E’ questo il testamento di Gesù, è questo che motiva la contemplazione dell’Addolorata: noi siamo presi in affido da Maria, e la vogliamo custodire perché Gesù ce l’ha donata proprio nel momento della morte, nell’offerta di sé fino all’ultima goccia di sangue. E siccome in ogni Messa si rinnova quel dono supremo, noi sappiamo che ai piedi di ogni altare anche oggi c’è Maria che si sente dire da Gesù “sono tuoi figli”, e noi siamo confortati perché Gesù ci ripete “qui c’è tua madre”.

Oggi ogni sguardo al Crocifisso deve richiamarci la dolcezza di Maria, il testamento di Gesù per noi.

15 Settembre 2020
+Domenico

Strani noi cristiani: fissiamo sempre lo sguardo a una croce!

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 13-17)

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Siamo tutti in cerca di un ideale che possa far convergere tutte le nostre energie, focalizzarle per farle esplodere in qualcosa per cui val la pena di vivere: aiuta molto a vivere avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà.

Rischiamo forse una fuga dalla realtà, non sempre … però invece ci permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove!

Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.

Così è stato per gli ebrei nel deserto: erano arrabbiati neri perché questo deserto non finiva, si perdevano in liti e contestazioni; una invasione di serpenti li aveva pure assaliti e morsi.

Mosè allora levò un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti:

E’ una immagine ardita che lo stesso vangelo usa per descrivere Gesù sulla croce: Quella croce è il simbolo, il sogno, l’ideale, la prospettiva cui ogni persona può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è inchiodato nella persona del crocifisso.

Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio.

Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita. Non c’è più nessun serpente e nessun male, che esso rappresenta, che ci può colpire.

Quando si fa l’unzione dei malati segniamo la fronte e i palmi delle mani con il segno della croce: questa è distintivo della vita del cristiano. Noi non crediamo in un dio qualunque, astratto, senza volto, ma in un Dio Crocifisso, un Dio che ci ha amati fino a morire per noi.

Nella nostra vita noi vogliamo sempre guardare a questa croce, per questo esponiamo il crocifisso in ogni casa, in ogni luogo.

Oggi fa fastidio a molti, come il suono delle campane: noi non faremo battaglie, ma per noi guardare a quella croce dà speranza e forza nell‘affrontare la vita, ci permette di aprire sempre un finestra sull’eternità, la meta di ogni esistenza.

Deve diventare di meno un ornamento e di più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune: avremmo forse più coraggio nell’amare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio.

Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza.

14 Settembre 2020
+Domenico

Siamo un chicco di grano

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,24-26)

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L’istinto della conservazione è una forza indispensabile per poter vivere: il bambino lo esprime con tutte le forze che ha, lo comunica con tutte le modulazioni del suo pianto … non intende ragioni quando ha fame, gli puoi far vedere che ti stai preparando, che è quasi pronto, che bisogna aspettare perché scotta, ma lui non cede, gli è stata messa dentro una forza che neanche lui può controllare, le sue mani portano tutto a sé; poi cresce, si relaziona coscientemente agli altri e diventa capace di scambio e finalmente di dono, d’amore disinteressato.

Ecco, molti di noi adulti forse siamo regrediti ancora al primo stadio, tanto siamo attaccati a noi stessi, alle nostre cose, alla nostra vita, ai nostri diritti, alle nostre precedenze, ai nostri gusti o pensieri; e così abbiamo costruito anche la nostra società, in difesa sempre e soprattutto.

Prendiamo o doniamo con una mano per rubare con l’altra, non siamo ancora riusciti a estirpare dal nostro spirito la guerra, ci sono voluti secoli per cancellare la parola schiavitù – anche se ultimamente ce n’è un ritorno subdolo – ma non siamo ancora capaci di pensarci sicuri, uomini liberi, solidali con tutti senza porre confini, senza attaccare per primi, abolendo la parola guerra. È ancora pensata come fatto ineluttabile, e la guerra esterna è prima di tutto ancora guerra dentro di noi.

Chi ama la sua vita la perde: se ti attacchi a quel che sei ti trovi che le tue mani stringono aria; ti sembra di essere sicuro, ma senza che te ne accorgi resti solo, vuoto assetato.

È una legge della vita da cui tutti dobbiamo passare se vogliamo amare, se vogliamo costruirci un futuro.

Il nostro vecchio mondo occidentale opulento ha già in sé i segni della morte, perché la vita esplode altrove, la capacità di rischiare, è altrove, noi costruiamo solo confini per difendere.

È così anche la vita di fede: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Noi siamo quel chicco di grano, noi abbiamo dentro il sogno di una grandezza di una vita, di uno slancio vitale, di una promessa assolutamente da attendere e compiere; noi siamo solo un chicco che se si chiude, si cementa in se stesso, non fa scoppiare la vita che ha dentro.

Il seme non è da contemplare o da custodire, farebbe la fine del talento sotterrato: il seme invece va interrato, marcisce, esige rischio e soprattutto speranza, anche perché questa terra in cui muore non è una fredda tomba, ma l’amore tenerissimo di un Padre che ti ricostruisce e regala nuova la vita.

Gesù ha anticipato per tutti l’esperienza di questo abbandono nella braccia del Padre. Chicchi di grano seminati così sono stati tutti i martiri, lo è stato anche san Lorenzo, di cui oggi facciamo memoria, lo sono stati tutti i suoi compagni compreso il papa san Sisto.

Sono tutti nelle braccia del Padre con pienezza di vita, quella a cui tutti aspiriamo.

10 Agosto 2020
+Domenico

Santa Brigida: una vita regalata alle sorgenti cristiane dell’Europa

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv15, 1-8)

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Spesso ti assale una certa insoddisfazione: hai l’impressione che manchi un perno, ti pare di girare a vuoto, di sentirti sterile, scontato, di non produrre bontà.

La spia che c’è qualcosa che non funziona, e che è diventata la malattia del secolo, è che perdi spesso la pazienza, che troppe volte t’arrabbi, magari urli, perdi le staffe, vola qualche parola di troppo.

Credi di avere in mano tu la vita, e quando ti sfugge t’arrabbi per cambiarle il corso, invece resta come prima, con qualche coccio da ricomporre.

E’ il punto di partenza che non è corretto! Abbiamo noi in mano la vita? E’ nostra? Possiamo decidere quello che vogliamo? Che cosa è la vita? E’ un insieme di incognite … per noi vivere

  • è quell’insieme di sentimenti, di tensioni, di desideri, di gioie e di speranze, di delusioni e di certezze che noi siamo;
  • è il nostro corpo col tempo passato nel silenzio dell’anima o stretto tra i molteplici impegni che non ci lasciano respiro o costretto sotto le domande petulanti di qualcuno;
  • è il nostro diario interiore, quel sacrario intenso fatto di gusti, di cose da possedere e da amare, di musiche da ascoltare, di sfizi da cavare;
  • è l’insieme delle nostre rabbie, del mandare al diavolo tutti, gridato tra i denti, perché non ne possiamo più e tornare comprensivi a fare quel che dobbiamo;
  • è l’insieme delle ore passate senza trovare alcun senso alla vita, anche se preghiamo e abbiamo dimestichezza con le risposte della fede;
  • è l’insieme dei doppi pensieri che ci abitano, di cui ci vergogniamo e che nessuno dovrà mai sapere;
  • è l’insieme dei progetti e dei sogni, delle fanciullaggini che ancora ci troviamo in corpo, delle piccole soddisfazioni che ci prendiamo e che nessuno capisce;
  • è sentirsi fatti per cose grandi, ma trovarsi sempre a piedi come polli;
  • è star bene, essere su di giri un giorno, avere progetti di grandi cambiamenti e l’altro invece annoiarsi a morire e non trovare più motivazioni;
  • è dialogo intenso e intimo con un Dio, amico, ineffabile e personalissimo e sentire il peso di un vuoto inaspettato;
  • è volersi esprimere per quello che si è e sentirsi valutato solo per il ruolo che si ha.

Santa Brigida s’è fatta molte volte queste domande prima di farsi prendere dal Cristo, voleva vivere: ha provato a vivere, non ha lasciato intentato niente nella ricerca della felicità; il mistero della vita l’ha presa, l’ha forse sperperata fino a quando ha capito che la vita non era lei, ma lei stessa era un dono della vita.

Non abbiamo in noi il principio del  nostro essere: siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi, dentro di me, e che ha la sorgente fuori di noi, fuori di me.

“Io sono la vita, voi i tralci: se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota.”

La Vita precede il creato e l’uomo: l’uomo è reso partecipe della vita per un gesto di amore libero e gratuito di Dio. Ogni uomo è riflesso del Verbo di Dio. La vita è perciò un bene “indisponibile”; la persona lo riceve, non lo inventa; lo accoglie come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva (dal “messaggio per la vita” del 2006)

23 Luglio 2020
+Domenico

Maria Maddalena: urla al mondo la risurrezione di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv. 20, 1.11-18)

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Molti pensano che la fede sia un “tranquillante dell’anima”, un oppio per dimenticare o per addormentare i problemi … invece è una grande e rischiosa “avventura spirituale“.

Maria Maddalena ce ne indica i passi fondamentali: facciamo giustizia così anche di inqualificabili descrizioni del rapporto tra Maria Maddalena e Gesù che in qualche romanzo – scambiato per ricerca storica o addirittura biblica – hanno tenuto banco nell’opinione pubblica per parecchi anni. 

La fede ha come punto di partenza la ricerca: una ricerca non superficiale, ma appassionata che coinvolge tutto se stessi; noi arriviamo a credere veramente in Cristo solo quando sentiamo la sua assenza dalla nostra vita come un fatto insopportabile: lo dobbiamo ritenere indispensabile come l’aria che respiriamo!  

Così cercava Dio Maria Maddalena, e si era resa conto di desiderarlo tanto solo quando lo aveva perso; Maria Maddalena apparteneva alla stretta cerchia dei discepoli di Gesù, e del loro rapporto con Gesù il Vangelo dice che “li amò sino alla fine”.

Forse un amore così vero non lo sospettava nemmeno, e quando non lo vide più, Maria Maddalena capì che Lui, Gesù, il Signore, era l’unica insostituibile verità della sua vita; e quando sul Calvario Gesù morì crocifisso, l’aveva perso.

Il primo giorno dopo il grande Sabato si accorse di aver perso anche il suo martoriato corpo: non solo non lo poteva più vedere vivo, ma nemmeno piangere da morto; aveva comperato con le sue amiche tanto balsamo per poter trattenere ancora per poco i suoi lineamenti, poter venire a contatto con quel corpo freddo, ma vero, e invece il suo corpo non c’era più.

E Maria Maddalena si mette a piangere: la sua è una fede che sa versare lacrime, riconosce il suo dolore e lo sfoga, e dal dolore trae energia per cercare: “Dove sei mio Signore? Avete visto il mio Signore? Se sapete dov’è ditemelo.” Grida a tutti una assenza e spera in una nuova presenza, che il Signore le dona. 

Fede è fissare lo sguardo come Maria, la madre di Gesù, come la Maddalena, come Giovanni … a quella croce con tutta l’attenzione di cui siamo capaci; è guardare a colui che innalzato con le braccia aperte e le mani inchiodate, riunifica e riconcilia a sé tutti i peccatori con Dio suo Padre … e solo da questo prolungato e sofferto guardare nasce la forza di cercare, di agire di decidermi di stare dalla parte di Gesù.

Certo la fede è scelta libera e volontaria, ma la forza di deciderci per la fede, di ricambiare a Gesù l’amore per noi “fino alla fine” scatta soltanto quando mi avvicino anch’io alla croce e la fisso al centro della mia vita, perché anche sul mio cuore superficiale e gretto, egli eserciti la potenza liberante della sua attrazione.

Solo l’amore convince e fa credere, solo sostenendo lo sguardo di questo amore nasce dentro di noi il desiderio ardente di aderirvi per sempre. 

22 Luglio 2020
+Domenico

Tommaso ci insegna a cercare e a trovare

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 24-29)

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Ci capita spesso di metterci assieme con amici e in questo stare assieme far nascere voglia di fare, voglia di esserci, desiderio di dare senso alla vita … se poi c’è qualcuno che ha capacità aggregative, ma soprattutto ideali alti, è garantita anche una riuscita. 

Il giro degli apostoli era giusto stato messo assieme da Gesù: era un gruppo di persone molto assortito, era una squadra che nessuno avrebbe preso per lavorare assieme verso una meta comune, e la squadra “scoppia” proprio a Parasceve e il giorno dopo si taglia a fette la grande disperazione di tutti per la morte di Gesù, la sua fine miserevole, da bestemmiatore, da nemico di Dio, ma è sabato, il sabato della grande festa pasquale.  

Tutto cambia il primo giorno dopo il sabato, diremmo noi domenica sera: la squadra più impossibile che si era formata attorno a Gesù, ne sente il vuoto, la mancanza, la sconfitta e decide di ritrovarsi assieme.

 Ma manca Tommaso: è fuori ancora disperato, ancora chiuso nella sua desolazione. Torna tardi entra, li vede tutti esaltati, gli si fanno attorno, non smettono di riferirgli con gli occhi, con il cuore, con il sorriso l’esperienza profonda che hanno fatto del Risorto.

E Lui: “a quel che dite, neanche se mi ammazzate ci credo. Siete tutti esaltati. è una euforia collettiva che vi siete dati per sopravvivere, per eccesso di disperazione.”

Qualche tempo dopo in piazza avrebbero detto di questo entusiasmo degli apostoli che erano già ubriachi di buon mattino.  

Ma otto giorni dopo Lui, Gesù, il Cristo ritorna e guarda subito a Tommaso: “volevi mettermi il dito nel posto dei chiodi? Volevi puntarmi la mano nello squarcio della lancia? Eccomi.”

Da una parte Gesù che ama, capisce, si offre, dall’altra noi con la nostra dialettica, i nostri dubbi, i nostri continui ripensamenti, le emozioni contrastanti che oggi ci portano a credere e domani a rifiutare, con il velo pesante dei nostri comportamenti sbagliati che ci tolgono la visione della verità, con le nostre fughe per non pensare, con le nostre fasciature fatte di ricchezze e egoismi, con le nostre intelligenze sviate, siamo li a questionare. 

Tommaso, tra gli apostoli, aveva un suo metodo preciso per aderire a Gesù, per accogliere da Lui il dono della fede: cercare, avere fiducia e accogliere il dono senza mezze misure.

C’è posto per tutta la sua carica umana, per tutte le domande anche più inutili, ma poi cambia radicalmente prospettiva, ricerca, impegno e il cuore si allarga all’accoglienza del Risorto, e all’accoglienza di Dio. 

E’ un attimo intenso quello di Tommaso: la verità gli scoppia dentro: mio Signore e mio Dio. E’ fede pura, non è soprattutto e solo constatazione.

San Giovanni Paolo II a Tor Vergata ha chiamato questo incontro “laboratorio della fede”: quante volte anche noi dobbiamo attivare questo laboratorio di Tommaso, perché la vita ci presenta sempre domande impossibili e ricerche disperate; non dobbiamo risparmiarci nessuna domanda per noi e per tutti, entrarci anche noi, invocare, attendere, cercare fino ad accogliere il dono della fede, che Dio non ci farà mai mancare. 

3 Luglio 2020
+Domenico

Corpus Domini

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-59) 

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Che cosa si fa quando in una città arriva un personaggio importante? Come minimo l’amministrazione pubblica fa pulire le strade, rimette a posto l’asfalto, rimuove i cassonetti dei rifiuti … la gente addobba le finestre, espone i fiori, stende da un capo all’altro della strada strisce colorate … per l’ultimo tratto si adagia un tappeto.

C’è un gesto semplice che ancora oggi è rimasto come segno di grande onore per qualcuno che passa: dei bambini, possibilmente quelli che hanno fatto nell’anno la prima comunione, con dei cesti spargono per terra petali di fiori al passaggio del prete che porta l’Eucaristia nella festa del Corpus Domini, oggi appunto.

In molte città si tratta di un meraviglioso tappeto di fiori – si chiama infiorata – predisposti con cura a rappresentare quadri di vita di Gesù, scene simboliche, rappresentazioni di santi. 

Tutto per un giorno – ancora di meno – tutto per un passaggio. 

È una tradizione secolare che si rapporta al momento più drammatico della vita di Gesù: ricordate quella cena d’addio consumata nell’atmosfera di un tradimento e nell’anticipo della crocifissione? “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Io sono il pane vivo: Hai fame? Ti senti in corpo un insaziabile desiderio di vita? Non c’è nessuna carne che ti può saziare, tornerai sempre a cercare e ad avere fame. Se vuoi avere la vita, ebbene è qui: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.  

Certo è un discorso è duro da capire, difficile da immaginare: è provocatorio! Dire a un ebreo che occorre bere il suo sangue è blasfemo, va contro tutte le norme del suo vivere; ma sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia, e con l’amore che sta dietro questo dono.

Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige: è pronto a restare solo.

L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, sia come rapporto con Dio, sia come modo di impostare la propria vita, sia cioè come modo di comunicare con il Signore, sia come modo di incarnare il suo messaggi; e dirà più tardi ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava: “volete andarvene anche voi? Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso vi chiedo: è un dono che supera non solo le leggi della natura, ma anche la fantasia degli uomini”.

Quando non sai che strada prendere nella vita: Io sono con te;
quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, Io sono con te;
quando cerchi una speranza vera, Io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te, perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo.

I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucarestia per avere speranza in ogni situazione di vita. 

Gesù non sta facendo un bel discorso metaforico edificante, magari in una piazza, utilizzando tutti gli accorgimenti della retorica, ma sta anticipando nel clima di una cena l’estremo dono di sé fino alla morte.

Noi cristiani chiamiamo tutto questo Eucarestia: Eucarestia è questa certezza di aver una presenza, un nutrimento, un centro che ci aiuta a condividere ogni giorno la sorte di Gesù per avere vita; mangiare e bere quel pane e quel vino, quel corpo e quel sangue, ci costringe a riconoscere Dio nella concretezza della umanità di Gesù: una vita donata, come tutte le vite di ogni vero cristiano, a partire da quelle dei nostri genitori, che hanno costruito le nostre esistenze. 

14 Giugno 2020
+Domenico

Una famiglia bellissima per un amore grande

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-18)

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Il mistero di Dio ci ha sempre affascinato, o perché non riusciamo a farcene una idea passabile per la nostra mente, o perché talvolta intuiamo la bellezza, la profondità, la cristallinità della compagnia impagabile con cui si offre alla nostra umanità; e, se non ci facciamo prendere dal volerlo comprendere a tutti i costi, il che significa volerlo “possedere”, e stiamo alle parole dei Vangeli, della Bibbia, della sacre scritture, non facciamo fatica a vedere in Dio Padre, la figura di chi non sa abbandonare nessun figlio. 

Neppure ci resta ignoto Gesù, che ha faccia, vita, sorrisi e parole, giudizi e comprensioni tipiche di un uomo. 

Qualche difficoltà di immaginazione l’abbiamo quando  pensiamo allo Spirito Santo, la  novità radicale, che  nella Trinità personifica l’amore infinito che tiene assieme la Santa Famiglia – la Santa Famiglia non di Nazaret, la Santa Famiglia di Dio!

Lo Spirito è la vita stessa di Dio.  

La realtà più bella, più confortante, più coinvolgente è che il riferimento delle nostre esistenze, il nostro Dio, è una novità radicale, è il punto di partenza e di arrivo di tutte le nostre aspirazioni: è un padre, non è assolutamente quindi un “single”, un insieme di idee, ma una relazione che è solo di amore.  

Non stiamo quindi a scervellarci, come diceva sant’Agostino che paragonava chi vuol capire – e qui tradurrei “possedere” – la Trinità: era come chi voleva mettere in un secchiello tutta l’acqua dell’oceano.

A noi basta che Dio sia una relazione unica, profonda, perfettissima dell’Amore, che si esprime in paternità, figliolanza e fratellanza e in relazione amorevole in Spirito di tutti e tre. 

Ecco allora il senso dei tre versetti del Vangelo di oggi, che fanno parte del discorso notturno tra Gesù e Nicodemo: il senso è la vita eterna, il regno di Dio.  

Chi entra nel regno è come se nascesse una seconda volta: non vi entra da se, ma soltanto perché lo Spirito Santo lo ha animato dall’interno, creando in lui – in ciascuno di noi quindi – una sorta di connaturalità, di parentela, con tutto quello che Dio ha deciso e compiuto, direi quasi uno stesso sangue, una stessa vita, una stessa razza: siamo della stessa “razza” di Dio, se si può dire così.

Nessuno conosce come si realizzano i moti dello Spirito: non seguono la legge della causa e dell’effetto, nemmeno le previsioni che uno può farsi ragionando.

Gesù, per esempio, propone l’immagine del vento quando parla di Spirito, Giovanni si sposta più sull’immagine dello Spirito, negli Atti Luca – o chi per lui – parla di fiammelle di fuoco … sta di fatto che tra la nostra umanità, la nostra carne, e il punto di arrivo che è il regno di Dio, c’è una distanza che non può essere colmata soltanto dal battesimo di acqua, è necessario l’intervento creativo dello Spirito.

L’uomo, la donna, il giovane e il vecchio si devono tener pronti all’impossibile sempre. 

Allora, facendo una sintesi, perché così si presenta il Vangelo di oggi, all’inizio ci sta l’amore con cui Dio ha amato il mondo e alla fine c’è l’incontro con il figlio Gesù, la luce che è venuta non per condannarlo, ma per salvarlo.

Chi ha operato questo impossibile è lo Spirito Santo, e noi siamo trascinati nel vortice di questa famiglia, che è la Trinità, dallo Spirito Santo. 

7 Giugno 2020
+Domenico

Maria del magnificat sei sempre nostra Madre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv, 25-34)

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Il lunedì di Pentecoste è sempre stato, soprattutto nelle chiese del Nord Europa, giorno di festa anche civile.

In questa giornata papa Francesco dall’anno scorso ha collocato la festa della Beata Vergine Maria “Madre della Chiesa”, e ce la fa contemplare proprio nel momento in cui ci è stata donata da Gesù: è sempre la donna del Magnificat, di quel canto di lode a Dio onnipotente che le è sgorgato dal cuore all’incontro con Elisabetta.

Il nostro sguardo al Calvario però è sempre pieno di domande: dove è che Dio ha spiegato potenza, disperso superbi, rovesciato potenti, innalzato umili, rimandato a mani vuote ricchi? Qui sta avvenendo tutto il contrario!

E Maria è lì: “C’era la madre di Gesù”, dice il Vangelo, come ce lo disse alle nozze di Cana, come sempre nei momenti cruciali della storia della salvezza.

Ne era passato di tempo, ne avevano macinato di chilometri Gesù e il suo gruppo: ora purtroppo sembra tutto sia finito.

Lì sul Calvario ci sono tre sofferenze, tre cuori che si cercano tra due criminali, qualche amica e i militari: sono l’ultima casa impossibile che è rimasta alla speranza.

C’è Gesù che possiede ancora un tesoro prezioso: non si sente solo, ha ancora qualcosa … qualcuno da donare, sente la dolcezza e la tragica dedizione di sua madre; è più solo invece Giovanni, nella sua giovinezza, nel suo slancio, nella sua ingenuità di sognatore: ha bisogno di una mamma per non smettere di sognare vita e salvezza.

Figlio ecco tua madre“: Tua madre sta qui!

Quanto è confortante sentirti dire: qui c’è tua madre.

Quando la nostra croce o quella che vediamo sulle spalle degli altri  risulta troppo pesante, guarda che qui c’è tua madre.

  • Se la tentazione è forte e la disillusione è dolorosa: qui c’è tua madre!
  • Se la solitudine è insopportabile e l’incomprensione ti disorienta, qui c’è tua madre;
  • Se la scelta del tuo futuro è difficile e lo vedi oscurato, qui c’è tua madre;
  • Se la fame e l’ingiustizia, la paura e la violenza minacciano di spegnerti la speranza, qui c’è tua madre;
  • Se i tuoi occhi non scorgono più la bellezza della vita, qui c’è tua madre;
  • Se la guerra ti toglie anche l’ultima illusione di un mondo nuovo, qui c’è tua madre;
  • Se l’incanto del virtuale ti distrae dalla vita vera e te la deforma, qui c’è tua madre;
  • Se non riesci a deciderti di fare della tua vita un dono a una persona come te, per sempre, senza tentennamenti, contro tutte le tentazioni di ritornare a casa tua, guarda che qui c’è tua mamma;
  • Se la pandemia ti ha strappato le tue radici che nei nonni spesso ricreavi, qui c’è tua madre.

Maria è una grande consolazione, è una certezza, è un rifugio sicuro, è un punto di riferimento, è un approdo.

Ma Gesù, che noi spesso incoscientemente riteniamo “duro” nel chiamare sua madre “donna”, perché vuol sempre rifarsi alla creazione, a tutte le donne del mondo, a tutte le mamme della terra, ha una tenerezza da esprimere a sua madre; non la lascia sola a piangere un figlio che muore, ma le affida tutti noi: donna ecco tuo figlio.

E’ una preghiera a sua madre per Giovanni, per ogni giovane, per ogni persona che si è trovata travolta nella sofferenza, per tutti quelli che si fanno padri e madri di figli sofferenti, ammalati, disperati, giovani e anziani.

Lui conosce lo smarrimento di tanti disperati, di tanti sfiduciati, lasciati soli, calcolati come scarto, li affida a sua madre; conosce la superficialità che ci tenta tutti e dice: questi, così come sono, sono tuoi figli.

  • Quando non riescono ad ascoltare il Signore nel silenzio della preghiera e ad accoglierlo nella sofferenza: madre, sono tuoi figli;
  • Quando non riescono a scoprire il Signore nei loro percorsi quotidiani, forse anche infettati di noia: madre sono tuoi figli;
  • Quando non hanno il coraggio di vendere tutto, darlo ai poveri e seguire radicalmente il Signore: madre sono sempre tuoi figli;
  • Quando si lasciano smarrire nei meandri della droga, della delinquenza, dello sballo: madre sono tuoi figli;
  • Quando non hanno il coraggio di fare della loro vita un dono a Dio Padre anche attraverso una persona desiderata, accolta, amata, sposata, madre sono tuoi figli;
  • Quando nella loro vita di giovani sposi non hanno più vino, non sanno più sorridere, hanno perso la gioia della vita, credono di adattarsi a vivere a pane e acqua, madre sono tuoi figli.

Noi siamo presi in affido da Maria, e la vogliamo custodire perché Gesù ce l’ha donata proprio nel momento della morte, nell’offerta di sé fino all’ultima goccia di sangue.

E siccome in ogni messa si rinnova quel dono supremo, noi sappiamo che ai piedi di questo altare anche oggi c’è Maria che si sente dire da Gesù: “sono tuoi figli”, e noi siamo confortati perché Gesù ci ripete: “qui c’è tua madre“. 

 Lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto di nuovo in abbondanza non solo come fuoco che brucia dentro di noi singolarmente, ma come forza, coraggio, slancio di tutta la comunità cristiana, di tutta la Chiesa, ti fa anche “Madre della Chiesa”, madre di tutta la nostra comunione tra noi, che spesso non apprezziamo o critichiamo, perché non sappiamo scorgere in essa il tuo volto di madre.

Maria, sappiamo che sei la mamma di questa Chiesa, di cui noi vediamo solo le rughe che gli abbiamo inflitto da noi, come purtroppo anche a te; ma Tu falle e facci sempre da mamma. 

1 Giugno 2020
+Domenico
 

Spirito Santo rendici liberi dal male e dalla epidemia

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)

Audio della riflessione

Spesso ci vien voglia di sintesi di tutte le esperienze belle che facciamo; in genere si fa una festa: è la festa del battesimo per una nascita, è la festa del matrimonio per una decisione di amore pubblica, proprio perché l’amore fra due persone che si decidono di volersi bene, e nel volersi bene danno vita, non può essere “fatti loro”, ma evento di tutti coloro con cui i due sposini hanno legami; ancora lo è la festa della laurea perché si è finito un percorso nuovo, che ha ampliato conoscenze e professionalità: faccio festa perché mi è costata molto – il punteggio del voto non è la cosa più importante – e ci sono riuscito.  

Oggi – fatto cosmico – siamo al compimento del grande progetto di Dio con l’umanità: la conclusione della nuova alleanza tra il Signore Onnipotente e l’umanità.

Abbiamo ancor in mente il Vangelo al capitolo 20 di Giovanni, in cui si narra di quella bella corsa al sepolcro di un vecchio e di un giovane, Pietro e Giovanni, a constatare che il sepolcro era vuoto, e i tre verbi che hanno dato una notizia importante ai due e a tutto il genere umano: entrarono, videro e credettero

Ma di grande gioia ancora non si parla: è bello allora, per completare la grande storia di Gesù, figlio di Dio, e dare gioia a tutti, l’arrivo di Gesù alla sera di Pasqua: ci sono tutti, meno Tommaso, ma il capitolo 20 di Giovanni non finirà senza descrivere anche quell’altra bella sera di otto giorni dopo, che concluderà con la bellissima espressione di Fede “Mio Signore e mio Dio”, che noi adulti ricordiamo da bambini abbiamo imparato dai nostri genitori da dire sotto voce ad ogni Messa quando il prete innalzava l’ostia prima e il calice dopo.  

Ebbene … quella sera Gesù compie il suo sogno, che è il sogno di Dio Trinità sulla vita dell’umanità: è lo stesso Gesù che era stato appeso alla croce, difatti mostra ai discepoli le mani trafitte e il costato squarciato.

E’ sempre lui visto da occhi umani e ora percepito nella fede, e oltre che mostrare la propria identità col crocifisso compie tre gesti che lo rivelano ancora una volta definitivamente come il Messia, gesti che danno forma alla Chiesa.

Augura la pace: è una pace che l’uomo non si può dare e che viene da una libera decisione di Dio; è un bene degli ultimi tempi, in cui Gesù è già entrato; viene irradiata da Cristo risorto adesso all’esperienza di fede degli apostoli, che si sentono inondati di gioia, finalmente.

Secondo, alita su di loro dicendoricevete lo Spirito Santo“: Gesù è già risorto, è già presso il Padre e quindi lo Spirito trasmesso viene anche dal Padre. E come Dio spirò nel primo uomo l’alito della vita e divenne persona vivente, così il nuovo Adamo – ormai alla destra del Padre – Gesù, alita il suo Spirito sul gruppo dei discepoli e fa di loro una comunità vivente, il primo nucleo della nuova umanità.  

E infine, Trasmette il potere di rimettere i peccati ai suoi discepoli, che già lui esercitava nella sua esperienza di vita umana, facendoli partecipi della sua divina regalità, che ora risplende come era da sempre, arricchita però della sua umanità. 

Si capisce allora molto bene quella frase “mozzafiato” – dice il Vescovo Lambiasi – di san Gregorio di Nissa: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo quello che resta non è più Dio, ma il suo cadavere”, e allora verrebbe da dire a maggior ragione “Se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma una lunga fila di camion carichi di bare, che vanno a riempire un cimitero di cadaveri“. 

E proprio anche per questo chiediamo allo Spirito Santo che risani la nostra umanità dalla pandemia, perché siamo e ridiventiamo un popolo di Dio vivente e gioioso, e smettiamo di essere segnati da queste morti che ci tolgono anche l’immagine di un popolo vivo e ci privano della gioia della Pasqua e della Pentecoste. 

31 Maggio 2020
+Domenico