Oggi è Maria che ci presenta Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

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Oggi, primo giorno dell’anno nuovo, gettiamo ancora il nostro sguardo sul presepio: il centro è sempre Gesù, e la nostra attenzione a Lui oggi è mediata da Maria, la mamma … è con lei che vogliono solidarizzare i pastori, gente semplice, che conosce il bisogno di una donna che ha appena partorito e le portano senza indugio – dice il Vangelo – con un moto spontaneo del cuore, con l’immediatezza di chi vive nella precarietà e ha come unica soddisfazione la solidarietà, il conforto della loro presenza.

I pastori erano gente disprezzata, poco di buono, randagia, gente che vive di rimedi, che regolava il suo orario sulle abitudini degli animali … ma è sempre fatta di persone che hanno un cuore e una dignità, una coscienza e una sensibilità.

I verbi che usa il Vangelo sono una traccia di cammino anche per noi: “Andarono senza indugio”, non si fermano sul verbo venire che indica sempre che sono gli altri che devono girare attorno a noi. Noi siamo il perno, noi siamo quelli da riverire, noi quelli che non si spostano di un’unghia per nessuno, noi quelli che devono essere serviti, noi quelli che sanno tirare le file per far girare gli altri nella nostra orbita … noi, la chiesa, stiamo troppo comodi in attesa che la gente venga; noi i responsabili del bene comune che forse scambiamo l’autorità per un potere, mentre deve essere un servizio sempre … e il servizio ha come primo moto spontaneo il decentrarsi verso chi ha bisogno: andare, uscire invece che stare.

Videro, udirono e riferirono; hanno aperto gli occhi su quel bambino, hanno scritto nella loro mente i fatti, non si sono fermati alle loro fantasie, non sono stati comodi a costruirsi un virtuale asettico, lontano dalla vita, ma hanno fatto esperienza, hanno partecipato alla gioia e alla dolcezza della famiglia di Gesù.

Hanno aperto gli orecchi, hanno visto la parola fatta carne, hanno messo attenzione all’invito degli angeli e al loro canto del gloria … e non hanno tenuto per sé quel che hanno provato: Lo hanno portato subito agli altri, hanno creato subito quel tam tam che genera comunione tra la gente attorno ai fatti della vita, alle notizie belle.

La comunicazione della gioia della scoperta ha cambiato la loro vita sociale, hanno cambiato la noia della quotidianità in stupore, hanno saputo dire alla gente che si doveva aprire il cuore alla novità assoluta della nascita di Gesù.

Avessimo noi ancora oggi la capacità di andare oltre la nostra preoccupazione giusta, ma spesso troppo disperata della pandemia che ci occupa non soltanto i pensieri, ma ci detta anche i luoghi in cui poter stare, le persone da incontrare, gli spazi geografici da abitare.

Ci sentiamo forse solo prigionieri, ma possiamo andare più in profondità su questa nostra esistenza coatta e veder nascere in essa una solidarietà più profonda con il nostro prossimo, una speranza da offrire e non solo la difesa della paura, un sorriso che dagli occhi vince la barriera della mascherina, con lo stile degli operatori sanitari che osano sempre andare oltre le proprie forze e le proprie deontologie per essere sempre umani con tutti.

Il Vangelo dice ancora “Glorificando e lodando Dio”: Dio va lodato e ringraziato sempre, la nostra vita ha bisogno di gesti gratuiti, di sbilanciarsi per la riconoscenza, di riconoscere che siamo creature e che non tutto deve essere calcolo, commercio, tornaconto.

Lodare Dio è ritrovare il nostro posto nella creazione, è uscire dalla nostra sicumera per sentirci tutti figli amati da Dio e quindi fratelli, ma oggi dobbiamo fare attenzione ad un’altro importante “fatto”, detto, scritto, il messaggio di Papa Francesco, che ci aiuta a celebrare con Maria la madre di Gesù la 54° giornata mondiale della Pace, e ci aiuta a riflettere sulla Pace come “cammino di speranza”, fatto di dialogo, riconciliazione, e conversione ecologica; è la “cultura della cura”, che occorre rinforzare e acquisire: Dio nella creazione ci ha fatti così, Gesù ha vissuto tutta la sua vita in questa maniera, ed è il punto più alto della rivelazione di Dio per l’umanità … e ricordiamo anche brevemente i principi di questa cura: la cura della promozione della dignità e dei diritti delle persone, proprio perchè uomini e donne abbiamo una dignità inviolabile, anche quando fossimo imbarbariti come Caino che uccise Abele, Dio intervenne a salvaguardare la sua vita. La Cura del bene comune – un’altro passo: “Il nostro sguardo deve essere sempre rivolto all’intera famiglia umana”. La cura della solidarietà, amore per l’altro come determinazione di impegnarsi per il bene di ogni creatura … e ancora “La cura e la salvaguardia del creato”, perchè da qui deriva la cura della nostra casa comune, la Terra, che stiamo distruggendo sempre di più. Questa cultura nasce in famiglia, si radica nella scuola e nell’università, si allarga a tutte le religioni e a tutte le istituzioni internazionali.

Non ci sarà mai pace senza una vera cultura della vita.

1 Gennaio 2021
+Domenico

La profetessa Anna, vecchia, ma non di spirito

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 36-40)

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Capita a tutti di incrociare in luoghi di grande afflusso di persone, mercati, piazze, santuari, cattedrali, delle nonnine rattrappite, con a seguito borse, pacchi, stracci e carrelli dove si tengono tutto il necessario e il superfluo che fa la loro vita: le vedi vagare, parlare tra sé, ogni tanto imprecare contro cose o persone e alla fine acquietarsi, senza badare a niente e a nessuno, nemmeno a chiedere qualche spicciolo per vivere.

Doveva fare questa impressione la vecchia profetessa Anna di cui parla il Vangelo di Luca: era proprio vecchia, ottantaquattro anni di allora sono come più di 100 nel terzo millennio … la sua età però non ha spento l’attesa.

La vera vecchiaia è non aspettare più niente, vivere ogni giorno senza speranza, credere che tutto sia deciso e che inesorabilmente venga avviato verso un fantomatico destino su un nastro trasportatore: puoi essere vecchio anche da giovane, quando ti assale la noia, quando stai ai bordi dell’esistenza a fumarti la vita, la salute e le energie, quando ti affidi alle sostanze perché non senti più il sapore dell’esistenza, quando senza accorgerti cominci a dire ormai o, peggio ancora, “ai miei tempi”.

Anna invece non s’allontanava mai dal tempio, che era il cuore di un popolo, era il punto di arrivo di ogni attesa, aspirazione, provocazione, di ogni ricerca: se il Signore, benedetto sia il suo nome, manda il Salvatore è da qui che deve passare, è da questo luogo di preghiera, è da questa rete di scambi, di aspettative che si consumano ogni giorno.

Lei aveva in cuore una certezza: Dio avrebbe risposto a questa sete di salvezza e bisognava prepararsi, allenare il cuore a percepire la venuta del Salvatore. Lui non lo si aspetta nei bagordi, nelle piazze, nelle caserme, nei palazzi dei re: Lui è re, ma si lascia accogliere nei cuori puliti, e digiunava Anna, non dava al corpo tutto il cibo di cui sentiva il bisogno per tenere il cuore desto.

A noi invece hanno sempre insegnato che se senti un istinto, devi seguirlo: che c’è di male nel mangiare e nel bere? Perché devo andare contro la natura se questa è stata così ben fatta da Dio? Forse non sai che il corpo si intorpidisce se non lo tieni allenato alla ricerca? lei sapeva ciò che ogni sportivo conosce, che se hai una meta davanti devi prepararti tutto: cuore, spirito e corpo a perseguirla.

Se accontenti sempre il corpo, l’anima s’addormenta, se hai il coraggio di tenerlo in tensione la vita si arricchisce, la vista si pulisce e il cuore si allarga.

Quando Anna vede il bambino non le par vero di poterlo dire a tutti: tanto lo aveva immaginato che la vita, il futuro di questo bambino le era davanti agli occhi come una certezza … “Questo bambino che abbiamo atteso a lungo, che nelle mie preghiere mi era dato di sentire, che i nostri avi hanno da sempre previsto, che molti si sono stancati di aspettare, è qui: la vita ora è diversa. Sono vecchia da buttare, ma sono contenta di aver dato a voi questo segnale di speranza. Ora lo affido a voi, non me lo trattate male, perché chi vi ha preceduto lo ha aspettato per millenni. Lui è il punto di arrivo del nostro popolo, non aspettate altri.”

Purtroppo non fu così: la malvagità umana anche oggi lo continua a inchiodare in croce, ma Anna lo gode risorto e definitivo con i suoi padri.

30 Dicembre 2020
+Domenico

Lascio ai giovani di continuare a tenere accesa la luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-35)

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Quando nasce un bambino in una casa, la prima festa la fanno i genitori, i fratellini, se ci sono, i nonni soprattutto, i parenti passano a far visita … quel fiocco alla porta segnala a tutto il vicinato che c’è una presenza nuova, il telefono squilla in continuazione, il padre va in comune più presto possibile a registrare la sua nascita … ma la nascita del bambino non è “completa” se non c’è un momento ufficiale che lo consegna alla comunità; ogni popolo primitivo aveva un atto pubblico che definiva questo momento: per gli ebrei era portare il bambino al tempio per dichiararlo davanti a Dio, riconsegnarlo quasi con orgoglio e gratitudine, scrivergli nel corpo l’appartenenza a un popolo.

Noi oggi lo facciamo col battesimo, come atto e dono al figlio di una comunità più grande e di una immersione nella vita di Gesù, il centro della nostra fede.

Anche Gesù fu portato al tempio: anche lui ha fatto questo suo primo ingresso, da Figlio di Dio, nel popolo che Dio stesso si era scelto come prediletto … e lì ad attenderlo c’è tutta la speranza dei secoli che lo hanno preceduto, c’è una figura ieratica, severa, tenace, Simeone: un vecchio che non ha mai perso la speranza di poter vedere la salvezza.

Dirà soddisfatto: “ora Signore mi puoi chiamare a te. Ho presidiato il tempio in attesa del salvatore, i miei occhi stanchi lo hanno visto, il mio cuore è pieno di gioia, lascialo scoppiare perché la mia vita ha raggiunto il massimo cui aspirava. Ho nel cuore una soddisfazione impensabile. Non ho atteso invano, non ho speso inutilmente i miei giorni a tener accesa questa fiaccola che ora è luce purissima che invade il mondo. Il nostro popolo può uscire dalle tenebre in cui si è cacciato come sempre quando si allontana da te. Certo chi ti segue avrà una vita in salita, dovrà sempre confidare solo in Te, e Tu ci metti sempre alla prova, perché vuoi vagliare il nostro cuore, ma ora l’attesa è finita: Lascio ai giovani di continuare a tenere accesa la luce, perché loro vivano di speranza!”

I giovani imposteranno la vita sulla speranza, se ci sono adulti e anziani che la addita a loro, che rimangono sempre sulla breccia, che non si piegano alla moda dei tempi, ma sanno tenere lo sguardo vigile sui valori, anche se sembra che più nessuno li segua: loro devono indicare alle giovani generazioni in questa terra spaesata che il cielo non è vuoto!

Oggi però è chiesto ai giovani stessi di tenere in vita noi anziani, perché la pandemia ci sta falcidiando: non vi vogliamo rubare il futuro, ma almeno aiutarvi a non prendere le nostre cantonate, a fare i nostri sbagli e così lavorare per un mondo più bello di come ve lo abbiamo ridotto noi.

29 Dicembre 2020
+Domenico

Festa della famiglia con nel cuore la famiglia di Gesù al tempio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2)

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La nascita è stata una gioia per tutti, la fine di una attesa misurata, talvolta preoccupata ma sempre piena di speranza; i dolori del parto da dimenticare, ma ora lui o lei c’è: è già stato tutto preparato, il lettino, la cameretta, i vestitini, tutti si sono concentrati su questa nuova creatura, voluta, desiderata, progettata.

Fossero tutte così le nascite dei figli, fossero tutti così i genitori che esprimono il massimo del loro amore nel farlo diventare nuova vita. Sappiamo purtroppo che spesso non è così, che per molti la vita nuova è un “incidente”, o un “sopruso”, o un intruso … ma per questa povera, debole creatura l’amore di una mamma non deve mancare, il dono di una famiglia è un bene da conservare e su cui piegare ogni sana comunità umana, ogni civiltà, ogni stato, ogni globalizzazione.

Ogni bambino che nasce a questo mondo deve avere il bene assolutamente gratuito che abbiamo avuto noi: un papà e una mamma, un nido d’amore accogliente.

Nelle migliaia di campi profughi non c’è cameretta, né vestitini, ma spesso solo paura del futuro e fame e guerra sempre all’orizzonte: Abbiamo sotto gli occhi il pianto di una madre a cui è annegato il figlio di sei mesi e il suo corpicino esanime annegato in quelle tragiche attraversate del mar Mediterraneo.

Quanti bambini, sono vittime di una guerra, come tutte senza senso, quanti volti di genitori disperati, quanti corpi feriti e i bambini, grazie a Dio sono ancora capaci di sorridere.

Anche se il nido preparato è fragile e subito o troppo presto si rompe: il presepio dura poco, la vita di famiglia entra in crisi, le difficoltà aumentano e come se non bastassero le tensioni quotidiane ci si mettono anche le condizioni sociali incapaci di costruirsi a misura di famiglia.

Anche Giuseppe e Maria hanno dovuto fare i conti con le avversità, la fuga, l’emigrazione, la violenza … c’è però ancor un quadro che il Vangelo ci fa contemplare e che chiude il tempo natalizio: Giuseppe e Maria vanno al tempio – vanno in Chiesa diremmo noi – e presentano a Dio questo dono sorprendente che hanno gelosamente da custodire.

Lì c’è un vegliardo Simeone e una donna anziana, Anna: a me fanno tanto pensare ai nonni, a quella stagione della vita in cui ti sembra che tutto sia passato, che il declino abbia il sopravvento e invece la nascita del nipotino ritorna a far vivere, a darti speranza.

“I miei occhi hanno visto la salvezza”, la vita continua, occorre tornare con entusiasmo a servirla, senza potere, senza rabbia, con la consapevolezza del limite e della pace … e questi due nonni sono là a ricordarti, a ricordare a Maria e Giuseppe che la vita sarà sempre in salita, “una spada trafiggerà la vostra anima”; non sono uccelli del malaugurio, ma la forza nella prova immancabile: te li ricorderai sempre perché ti hanno aiutato a vivere.

E Maria e Giuseppe contemplano stupiti questo Gesù, che pur essendo Dio, impara a vivere da uomo, a camminare e a crescere in una famiglia. Credevano di essere soli con la loro fragile creatura, ancora frastornati di quello che stava capitando attorno a questo bel bambino, invece continuavano a poter dire il loro sì a Dio che li aveva chiamati a dare il loro contributo al suo grande sogno, grande progetto: il cambiamento in bontà della cattiveria umana.

In questo non si sono mai sentiti e mai lasciati soli: sarà Gesù a compiere con la sua vita, la sua croce tutto questo grande progetto di Dio … e noi oggi ne facciamo memoria e decidiamo di non lasciare solo Gesù.

Durante questa pandemia, forse i responsabili della cosa pubblica si sono accorti che si possono fare progetti grandi, riforme in meglio, pianificazioni di finanziamenti, ma se non ci sono famiglie che danno vita ai figli, la nostra Italia non solo impoverisce, ma rischia di non esserci più, se non nascono più figli!

La necessità di dare stabilità alla famiglia, che del resto, in questa pandemia, è stata quella che ha sopportato di più la fatica del contenere i disagi e rendere possibili operazioni di chiusura: dove sarebbero andati i bambini, i ragazzi, senza il tempo della scuola, se non ci fossero state le famiglie, che fungevano quasi sempre da tura buchi nell’organizzazione.

Soprattutto chi avrebbe potuto offrire loro un ambiente di amore profondo, di serenità, sicurezza, protezione e stimolo a comportamenti positivi, di bontà, di collaborazione, di fratellanza e a vivere ancora anche se a distanza l’amicizia o sopportarne l’assenza? Come sempre ci ricordiamo della famiglia solo se tappa qualche buco del nostro impossibile stile di vita.

Ci affidiamo alla Santa Famiglia, per resistere, e per non perdere mai la speranza.

27 Dicembre 2020
+Domenico

Siamo testardi: non ci toccate il presepio!

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,8-12) dal Vangelo del giorno (Lc 2, 1-14)

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

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Tanto è piena di tensioni, di apprensioni, talora di paure l’attesa di un bimbo, tanto, e molto di più, è piena di gioia la sua nascita! Anche Maria ha provato questa decisiva esperienza della maternità e ora l’attenzione va sul bambino: dopo i primi complimenti fatti alla mamma l’attenzione va su di Lui.

Partorì, lo fasciò, lo sdraiò … e Lui, ora c’è, si fa sentire, si presenta, attira l’attenzione, si crea il suo spazio: ha sempre bisogno dell’amore di tutti, dei suoi genitori soprattutto, ma ora è una nuova vita … e Gesù è la nuova vita per noi!

Il vangelo di Giovanni userà parole più severe, “il verbo si è fatto carne”, ma tutti gli evangelisti dicono e tentano di farci capire la grandezza di quello che una scena così umana ci permette di contemplare.

A noi oggi non basta lasciarci commuovere da un bambino che nasce, ci serve anche la commozione, ma la nostra fede vuole che andiamo oltre, che vediamo in trasparenza la nostra storia, la storia dell’uomo, la storia del mondo.

Non siamo soli, Dio è con noi: questo bambino è il figlio di Dio, è la pienezza cui aspira da sempre la nostra vita. E’ una speranza nuova, è il seme di una umanità che si può riscattare, è il principio e la fine, è il Signore dei signori, è il creatore.

Potremmo sembrare pazzi, ingenui a caricare una scena così idilliaca di questi numerosi significati: infatti la cultura occidentale si sta stancando del Natale, si sta stancando della grotta, del bambinello, preferisce non fare menzione di nessuna nascita, le basta un albero, un vecchio vestito di rosso … presepio è parola ormai “non politicamente corretta”.

Noi invece siamo testardi: non ci interessa niente delle mode, non ci dispiace scandalizzare, passare per ritardati, vogliamo guardare a quel bambino, e vedervi il sorriso di Dio, leggergli sulle labbra le parole dell’amore del Signore.

Noi credenti in questo bambino adoriamo il nostro creatore, sappiamo di stare a cuore a Dio, sappiamo che la nostra storia, non è una accozzaglia di avvenimenti, ma è un tessuto di relazioni d’amore.

E non siamo senza ragione, perché la vera ragione si è fatta carne, contro tutte le semplificazioni della ragione umana che non riesce più a parlare di Dio, dell’eternità, della morte, perché parla solo di quello che vede e tocca … ma quello che è più importante nella vita degli uomini è sempre invisibile agli occhi, e l’invisibile s’è fatto uno di noi, perché Dio non ci abbandona mai.

Non avremmo mai pensato di vivere un Natale così: Il tessuto di amore che ti abbiamo preparato, Gesù, è fatto di respiratori, di tamponi, di medici e infermieri, di operatori pastorali che ti adorano in ogni malato, che amano e curano … e così incontrano Te.

25 Dicembre 2020
+Domenico

Oh Dio sii benedetto

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,76) dal Vangelo del Giorno (Lc 1, 67-79)

… e tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade

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Quando ti capitano fatti gravi o importanti nella vita resti per un po’ di tempo incapace di comprendere, di parlare … anche di reagire: ti assale dolore, stupore, sorpresa, meraviglia. E cerchi dentro di te una ragione, ti fai mille pensieri, costruisci congetture, ma non te ne raccapezzi facilmente.

Poi finalmente ti scoppia dentro la chiave, la sintesi, la percezione del tutto, la bellezza o la chiarezza della tua situazione.

Il vecchio prete del tempio, Zaccaria, aveva pensato a lungo quello che gli era capitato nel tempio quel giorno che si sentì dire che nella sua vecchiaia sarebbe diventato padre: ora dopo nove mesi di silenzio forzato esplode in un canto che guida ancora oggi l’inizio delle nostre giornate, “O Dio sii benedetto, sii pieno del mio atto di lode; grazie che mi hai fatto vincere tutti i miei insensati dubbi e ora mi fai vedere e toccare con mano che tu non ci lasci soli, che tu il tuo popolo lo segui con cura e non lo lasci nella solitudine delle sue disperazioni e nelle sue paure. Ci hai sempre fatto percepire che non ci avresti abbandonato, ma ora la tua salvezza è palpabile. I tuoi giuramenti non erano calmanti e placebo, le tue promesse non erano lacci per controllarci; io sono un poveraccio, ma ho capito quanto tu sei grande, quanto sei fedele, come da sempre mi hai amato e ora dimostri il tuo amore con una visita. Questo bambino che io non aspettavo, questo figlio che mi ha messo in cuore dubbi atroci sulla tua potenza, è tuo profeta. Io, suo padre, non sto alla sua altezza, non ho il suo santo timore di te, non sono così pieno di santità e giustizia, di servizio. Sono contento che lo hai chiamato per stare davanti a tuo figlio, a preparargli la strada. E’ l’aurora del sole che sei tu, è l’alba di un nuovo giorno, illuminato definitivamente dalla tua bontà, dalla tua misericordia. Tu sei il sole che lo illuminerà per sempre, tu strapperai dagli inferi i morti senza speranza, tu ci permetterai finalmente di percorrere sentieri di pace. Le ombre della nostra vita, le ombre di morte che ci opprimono, non resistono a questa irruenza del tuo figlio nella nostra quotidianità.”

Signore, sii benedetto: ora è scoppiata dentro di me la certezza che tu non ci abbandoni mai; e non abbandonare i medici, gli infermieri, il personale addetto ai malati di Covid-19, i malati sotto i respiratori.

Gesù, quest’anno, questa culla di ospedale ti abbiamo preparato: Tu riempila della tua vita e del tuo sorriso.

24 Dicembre 2020
+Domenico

Ma che vuole Dio da noi?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 57-66) dal Vangelo del giorno (Lc 1, 63-64)

Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.

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Quando vivi degli avvenimenti intensi sembra che il tempo si fermi: l’attesa si fa spasmodica, conti i giorni, le ore, i minuti, poi ti guardi un attimo indietro e vedi che il tempo è passato, che gli avvenimenti procedono con una certa inesorabilità.

La vita che è iniziata si radica,  continua, ha i suoi ritmi che paiono lenti, ma che procedono inesorabili … e così avvenne anche per Elisabetta: la sorpresa, la vergogna di vedersi incinta alla sua età, la consolazione di avere Maria a farle compagnia, il grande evento che in Lei si sta compiendo … insomma, tutto continua e nessuno più ferma la nuova storia e viene il giorno in cui questo Giovanni nasce: le meraviglie, le incredulità, la sorpresa – che pure ciascuno viveva nella sua interiorità – prendono fuoco, perché ora Giovanni è lì, il suo pianto è vero, il suo corpo se lo coccola sua madre, se lo mangiano con gli occhi tutti.

Zaccaria è muto, è un padre ancora senza parole, gli ripassa nella mente tutta la sequenza del tempio, della promessa, tutte le attenzioni di questi nove mesi.

Elisabetta si fa aiutare, Maria dopo tre mesi ritorna a casa sua: ora la storia di Dio continua in Lei, anch’essa ha bisogno di rientrare nella sua intimità a custodire il futuro dell’umanità.

Il bambino di Elisabetta è nato e arriva anche il giorno della Legge, il giorno della circoncisione: questo figlio fa parte di un popolo, non nasce in un deserto di relazioni e di storia, è dentro un nobile casato sia per parte di Zaccaria che di Elisabetta.

Di nomi da ereditare ne ha tantissimi e tutti nobili, tutti capaci di rievocare gesta, ruoli elevati, funzioni eminenti … a cominciare dai capostipiti Abia, per Zaccaria e Aronne per Elisabetta.

Ma il bambino è destinato a far scoppiare il futuro, non a clonare il passato: “Chiedevano con cenni a suo padre”… i muti ora sono tutti, come si fa di solito con chi non parla, con chi deve esprimersi a cenni, pensano forse che Zaccaria sia anche sordo e lo seppelliscono nell’isolamento, lo privano di qualsiasi normalità.

Zaccaria esprime ancora per l’ultima volta la sua tensione di non essere capace di dire e scrive “Giovanni sarà il suo nome”: Lui deve annunciare la novità assoluta, definitiva per l’umanità, non sarà cultore del tempio, non si metterà in fila come tutti a ripetere un passato anche glorioso, non farà come suo padre i turni settimanali dell’offerta dell’incenso, intuirà invece e indicherà con forza la venuta del Salvatore, brucerà di ardore per l’attesa del compimento.

Zaccaria torna a parlare e la gente, noi, a riflettere a domandarci: ma Dio che vuole da noi? Che vuole da noi Lui che non ci abbandona mai? Che vuole da noi questa pandemia? Che cuore dobbiamo portare al Bambino Gesù? Che famiglia abbiamo accanto alla nostra abitazione cui possiamo almeno sorridere e far sentire che non sono mai soli?

23 Dicembre 2020
+Domenico

Un canto di lode

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,51-53) dal Vangelo del giorno (Lc 1, 46-55)

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Cantare è sciogliere il nostro spirito nella libertà, uscire dalla solitudine, offrire a tutti la serenità del cuore, creare un clima di distensione.

Cantare è dire con il cuore e con la vita la speranza e la voglia di vivere, modulare sentimenti che con le parole sarebbero mortificati e incomprensibili.

Anche Maria, quando incontra Elisabetta esce in un canto di lode e di gioia, un canto di vita e di speranza. L’incontro è tra i più poetici della storia: qui nasce l’Ave Maria e il grande cantico della speranza, il Magnificat.

Maria esplode nella lode al Creatore e nell’indicare agli uomini la bontà di Dio, la sua grandezza: Dio è di parola, ci salva, non ci lascia in balia dei potenti, esalta gli umili. Sperare in Lui è la nostra unica forza. Lui è grande ed è grande per noi: non gli fa paura la nostra povertà, nè la strafottenza dei potenti, ci ama e ci apre un futuro di felicità e  di gioia. Il tempo della pienezza è venuto. A noi non resta che aprire il cuore e lasciarci inondare da Lui. Dio è sempre più grande di ogni nostra attesa. I potenti sono lasciati a se stessi, i ricchi troveranno i loro forzieri  bucati e vuoti, i superbi che non hanno occhi per nessuno che per sé stessi, che millantano grandezze che sono di altri, che non sanno riconoscere di avere avuto tutto in dono, che si sono fatti un trono di sabbia, resteranno nella palude dei propri inganni, vedranno con verità che Dio è grande.

I poveri sapranno di poter contare su di Dio come su una roccia incrollabile, avranno in lui la difesa, si sentiranno tra le sue braccia; gli umili troveranno il sapore della vita in lui, come l’ho sempre trovato io. Gli affamati non dovranno più cercare il cibo nei bidoni della spazzatura, ma avranno una mensa imbandita. Il popolo che saprà dare posto nelle sue leggi, nei suoi valori, nelle sui suoi progetti a opere di pace, a solidarietà e misericordia sentiranno sempre il soccorso di Dio.

E così Maria, se non è irriverente il paragone, fa la cantautrice, e sa scatenare nei giovani la voglia di cose pulite: si fa carico nel suo concerto di tutti quelli che la ammirano, dei nostri sogni, delle nostre speranze; non blandisce, non accontenta, ma apre alla nuova vita, la vita di Dio, la vita che va oltre ogni nostra attesa e che non abbandona mai nessuno; anche in questa lacerante pandemia che ci costringe a cambiare almeno il nostro cuore in offerta di bontà, noi sappiamo che Dio veglia sempre su di noi. 

22 Dicembre 2020
+Domenico

Aspetto un bambino!

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 39-45)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

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C’è una notizia che sempre mette in moto la vita: la comunicazione che fa una donna di essere in attesa di un bambino. Talvolta è angoscia, perché non lo si vuole; spesso è dramma perché non si è preparati; talora è disperazione perché si è stati abbandonati; molte volte è gioia perché si compie una attesa, si realizza un sogno d’amore, si completa una vita di famiglia, si avvera la gioia del dono.

Trepidazione, smarrimento, sorpresa, stupore: è il grande mistero della vita, cui spesso siamo abituati come se fosse un caso o una routine, invece la vita è sempre una grande novità, è sempre la visita di Dio, è la sua presenza nel mistero e nel tessuto delle nostre relazioni.

Nascono purtroppo non poche volte desideri morte, si mettono in moto tragiche opzioni senza ritorno, ma spesso la vita trionfa, l’umanità si rinnova e continua la sua strada di accoglienza, di dono, di solidarietà, di condivisione.

Due donne ci aiutano a ripensare alla bellezza della vita, alla sua capacità di sconvolgere in meglio la storia: sono Elisabetta e Maria. Maria ha avuto la notizia della vita che si sta costruendo in Elisabetta dall’angelo “anche Elisabetta tua parente…è già al sesto mese”: è una notizia che la conferma nella grandezza di Dio, sa di una nuova nascita e gioisce; si mette immediatamente in moto, va in fretta, verso la montagna, lascia la sua casa, non mossa da ansia o incertezza, ma da gioia e premura.

Per quelle strade di montagna non si sposta solo una ragazza nella sua voglia di vivere, di correre, di essere là dove c’è bisogno di lei, ma si sposta lo stesso Gesù: Maria è già in attesa del figlio di Dio e questo figlio partecipa già dei progetti di sollecitudine e amore della madre.

E’ come l’antica arca che gli ebrei portavano sempre con sé, un’arca che conteneva i segni della presenza di Dio: oggi questa arca è una vita, un corpo, una persona, una creatura, la creatura senza macchia, senza peccato, nello splendore della creazione che Dio desiderava per tutti gli uomini piena di grazia e abitata da Dio.

Sarà Elisabetta a percepirne la presenza attraverso quel balzo che nel seno Giovanni esprimerà: sono due mamme che si incontrano, ma sono due storie che si intrecciano, sono l’incontro tra la promessa, l’attesa, la supplica e il compimento, il dono, la salvezza.

Benedetta tu fra le donne: lo ripetiamo ancora oggi questo canto di gioia ogni volta che recitiamo l’Ave Maria, diciamo sempre che Maria è benedetta perché dandoci Gesù ci ha dimostrato che Dio non ci abbandona mai …

… e assieme in casa possiamo dire una Ave Maria davanti al nostro presepio, anche se siamo soli, ma mai dimenticati da Dio, anche nella vecchiaia e nell’infermità.

21 Dicembre 2020
+Domenico

Maria, Madre del tuo figlio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,28-29) dal Vangelo del giorno (Lc 1,26-38)

Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.

Audio della riflessione

Ci sono alcuni fatti che tutte le volte che te li immagini, li pensi, li cerchi di rivivere … ti danno una serenità e una pace interiore assoluta: uno di questi per me è l’Annunciazione, un fatto che segna indelebilmente la storia, una storia d’amore che decide le sorti dell’umanità, fa esplodere l’amore di Dio nel mondo, condanna alla sparizione d’un colpo tutto il male che vi si è annidato.

Maria, una ragazza, semplice, pulita, bella, appassionata, decisa si incontra con Dio: da una parte una creatura fragile e indifesa, di fronte il Creatore onnipotente e grande: si cancellano le distanze e inizia un nuovo mondo, il mondo e la vita di Gesù.

Tanti pittori, scultori, artisti hanno tentato di fermare questo momento, di segnarlo della nostra partecipazione, di inscriverlo nei nostri panorami, nelle nostre case, nei palazzi, in vortici di luce, in delicatissime sfumature di colori, in intensi scambi di cenni e di sguardi.

Vuoi essere la madre di Gesù? Vuoi nella tua vita scrivere la potenza del creatore? Vuoi dare a Dio la carne con cui dimostrerà a tutti la sua tenerezza, il volto con cui potrà farsi vedere a tutti pieno di amore? Vuoi offrire al Creatore tutta la storia dell’umanità che ti ha preceduto, far passare in Lui l’anelito pur fragile alla bontà, perché lui lo esalti e lo trasformi in lode e pienezza di vita?

E Maria mette in evidenza tutta la sua consapevolezza di creatura: vuole dire subito di sì, ma lo vuol fare con il massimo di coscienza e disponibilità possibile … “E io chi sono? Potranno i miei fragili pensieri sostenere l’ampiezza di questo orizzonte, potrà la mia carica d’amore per i miei simili reggere all’intensità dell’amore di Dio? Perché tu Signore non mi vuoi soffocata, ma libera; non cancelli la mia natura di creatura, ma la vuoi aprire alle tue grandezze. Io ci sto, sono nelle tue mani come una serva, la Tua Parola è sempre la mia vita come lo è stata per il mondo che hai creato, per i profeti che ci hanno preceduto, come lo sarà per Colui che vorrai far nascere da me.”

E Maria iniziava quel giorno a sognare il Figlio Gesù: ne vedeva già “in filigrana” il volto martoriato, si preparava a condividere l’avventura del Dio che non abbandona mai l’uomo.

E noi ci avviciniamo sempre più al giorno di Natale e lo vorremmo vivere come sempre sommersi di luci e di regali: quest’anno siamo chiamati a viverlo nella sua essenzialità che forse abbiamo pure dimenticato.

Facciamoci tutti un pezzo di presepio, un “metroquadro” di casa, in cui inginocchiarci, anche solo davanti a un disegno con Gesù, Maria e Giuseppe.

Siamo disposti, noi … a fare l’asino e il bue?        

20 Dicembre 2012
+Domenico