Un papà così lo supplichiamo per tutti  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 
Ed egli disse loro questa parabola: 
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Audio della riflessione

Non è possibile pensare alla fede cristiana senza collocarsi all’interno della esperienza fondamentale della vita di una famiglia. Dio è Trinità, Dio si fa conoscere a partire dall’esperienza di base di una paternità e maternità, da una fratellanza e consanguineità. Dio assume il volto di un Padre. Gesù ha introdotto questa grande novità nella religione: ha chiamato Dio, l’onnipotente, papà. E da papà si presenta nel vangelo alle prese con una famiglia difficile. Il più giovane dei figli è scappato di casa e l’altro si adatta a restare. Per lui non c’è posto nel cuore dei due figli. Nessuno dei due capisce il suo amore, la sua tenerezza. Uno deve sperimentare fuga; l’altro, stagnazione in attesa di tempi migliori. 

Ma la vita non è una passeggiata per nessuno. Il giovane butta via la sua libertà, la sua giovinezza, prova l’ebbrezza della disobbedienza, dell’avventura. Gli resta dentro però quell’amore che ha sempre sottostimato, che ha sempre ritenuto come dovuto e per questo non ha mai apprezzato. Un giorno ritorna e trova suo padre per quello che sempre è stato. È la fame che lo muove, è ancora interesse, dovrà lavorare alla grande per trasformarlo in amore. Intanto quello del Padre gli è sempre garantito.  

L’altro figlio si scatena e si sente defraudato di un amore che forse voleva tutto per sé, perché lo aveva quantificato in numero di capi di bestiame, in progetti di feste con gli amici, in possesso e diritto, sempre senza amore. Il padre fa la spola tra i due, per accogliere uno e per far ragionare l’altro.  

Lo vuoi guardare in faccia questo tuo fratello? Se lo accolgo di nuovo in casa, leggimi almeno in volto la fine della mia pena che da tempo provo anche per te, perché vuoi più bene ai miei vitelli e ai miei capretti che a me. Stavi qui con me, ma non mi vedevi; mangiavi con me, ma pensavi di stare in un albergo. Posso sperare di avere due figli o devo sempre credere di vivere con due estranei? 

Quel Padre è Dio, quei figli siamo noi con tutte le nostre bizze, le nostre fatiche a vivere di amore, a trasformare la forza della vita, l’istinto di sopravvivenza, la voglia di felicità in progetto d’amore. Finché non c’è l’amore la nostra esistenza è approssimata, non è al massimo. E Dio è proprio sempre con noi, per farci crescere nell’amore non ci abbandona mai. 

02 Marzo
+Domenico

Quaresima è anche la certezza di essere amati da Dio  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Audio della riflessione.

Non ci capita una volta sola di stare a pensare al nostro futuro, come a un tempo in cui si appianeranno tutte le cose, in cui tutto lo storto che c’è si raddrizzerà, tutte le ingiustizie saranno riparate, tutte le cattiverie punite e le bontà premiate. Si girerà la fortuna, dice il poveraccio al riccone che ostenta superiorità e disprezzo! Non è giusto che nel mondo ci sia chi vive nell’abbondanza e chi muore di fame, ci sarà un ristabilimento del progetto di Dio, che gli uomini per cattiveria hanno stravolto! Non ci sarà più lo squilibrio del fatto che il 20% degli uomini controlla ed ha a sua completa disposizione l’80% dei beni della terra e ne faccia quel che vuole condannando gli altri alla fame.  

L’aspirazione è giusta, ma non deve far crescere dentro l’animo del povero la voglia di vendetta e nell’uomo onesto la decisione di non far nulla in attesa del mondo di là. La parabola del ricco che muore di indigestione e di attacchi di colesterolo e del povero Lazzaro che muore di stenti, la ricordiamo tutti. Hanno vissuto una vita molto diversa e oggi nell’eternità si trovano in posizioni ribaltate. È il povero Lazzaro che sta in alto, che ha raggiunto quella felicità cui da sempre aspirava, e il riccone si trova nell’indigenza, raccoglie i frutti di fallimento che aveva continuamente seminato durante la vita. 

Sperava di cambiare prima o poi, ma alla fine la vita ha deciso per Lui, si è ritrovato con la sola compagnia dei suoi soldi che di là proprio non servono, serve solo essersi abituati a confidare nelle braccia del Padre e quelle sicuramente le trovi sempre pronte a riceverti. Questo è il premio: non dobbiamo aspettarci nessuna rivendicazione, nessuna offerta di pan per focaccia, ma la certezza di essere amati da Dio. E questo colma ogni attesa e ogni sofferenza umana. Questo non è frutto di miracoli o di magie, di apparizione di morti che vengano a convincerci dell’aldilà. Ci abitueremmo anche a quelli, ce ne vorrebbe uno ogni giorno a dirci che stiamo sbagliando e non ci crederemmo. 

La parola di Dio invece è sempre tra noi e fa crescere ogni giorno di più la speranza di poterlo godere nell’infinito che ci attende.

29 Febbraio
+Domenico

C’è bisogno di gente che ha sempre uno sguardo d’amore su tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6,36-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Audio della riflessione.

Il mondo è pieno di gente che non prende mai posizione, che si adatta a tutto, che non si interessa di niente, che passa sopra il male e il bene con assoluta indifferenza, che non si ribella a niente; potrebbero anche ammazzargli sotto gli occhi qualcuno o fare violenze e lui si fa sempre e solo i fatti suoi. Al contrario invece c’è gente che giudica tutti, che ha un veleno nel cuore, che non riesce a non riversare su tutti quelli che incontra. È l’immagine della cattiveria, del giudizio inappellabile, della acidità. Purtroppo, non sono due categorie ben diverse di persone perché spesso siamo noi che fa e l’una e l’altra cosa.  

Quanto invece sarebbe bello poter contare sempre su uno sguardo d’amore ed essere sempre questo sguardo d’amore sulla vita di tutti! Quanto piacerebbe a un ragazzo non essere guardato da un adulto come una pezza da piedi, come un pericoloso delinquente, come un bastardo perditempo, ma come una vita che si apre che ha bisogno del sorriso di tutti per essere convinto che val la pena di vivere, che la vita possiede un lato bello che è difficile, ma raggiungibile! 

Ogni persona, proprio solo perché è tale, ha sempre dentro il fascino del creatore, la bellezza di una poesia e ha diritto di essere guardata con amore e non giudicata. Dice il vangelo: non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati, Perdonate e vi sarà perdonato, date e vi sarà dato. 

La bontà, il dono, il perdono sono contagiosi, creano attorno a noi e in noi bontà e perdono, sono una benedizione anche per la nostra stessa vita. Quando ti arrabbi invece, quando coltivi l’odio, ti cresce la bile, ti si alza la pressione, crei attorno a te zone di ostilità. Se vuoi trovare bontà, seminala, qualcuno sicuramente la raccoglierà, perché sembra un seme che scompare, ma ha sempre dentro la forza di Dio e prima o poi rispunta e si fa grande. 

È possibile pensare al mondo con occhi diversi, come quelli pieni di speranza che aveva Gesù? Lui è passato facendo sempre del bene a tutti e l’ha trovato pieno infinito in Dio. 

È una speranza sempre disponibile. Basta cercarla. 

26 Febbraio
+Domenico

Dio non ci fa mai mancare i segni della sua presenza  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 29-32)

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del  giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Audio della riflessione.

Ci lasciamo spesso incantare da tanti personaggi più o meno illustri, gente che appare molto, affascina, diventa un idolo, calca tutte le scene possibili. Sappiamo che sono passeggeri, ma tanto è così che va; la vita è tutta in fretta, ma soprattutto è sempre distratta. Ci lasciamo incantare dalla esteriorità, mentre invece facciamo parte di una storia bella, affascinante, grande che sta sottotraccia sempre. Abbiamo un papà e una mamma eccezionali, abbiamo avuto dei maestri che ci hanno insegnato a vivere, abbiamo amici che sanno donarsi senza suonare trombe o campane, che credono nella vita. Andiamo a cercare altrove ciò che invece abbiamo in casa, soprattutto abbiamo una speranza assoluta che è Gesù, il Figlio di Dio, che è la pienezza della storia e lo ignoriamo.  

Il fascino di qualche cosa di nuovo ci strega sempre, forse perché non siamo capaci di vivere in modo nuovo ogni giorno la nostra vita, l’amore, il lavoro, le relazioni, gli ideali. Crediamo sempre che la soluzione della vita sia altrove e ci lasciamo sfuggire i doni che Dio ci dà. Spesso abbiamo capito la bellezza e l’importanza del nostro territorio da gente che è venuta da lontano a visitarlo e non ce ne siamo mai accorti, perché si stende sempre su ogni cosa la pialla dell’abitudine, che soffoca tutto.  

Cerchiamo segni di futuro e non sappiamo leggere quelli che già abbiamo. Il popolo che Gesù si è trovato davanti è stato proprio un popolo di distratti, di cercatori di novità a tutti i costi, di infatuati del meraviglioso. Lui Gesù si era presentato come figlio di Dio e loro stavano ad aspettare ancora, l’avevano davanti e non lo vedevano. Avere un cuore che legge nella storia i segni della sua presenza è un dono grande che dobbiamo sempre chiedere.  

Signore aiutaci ad aprire gli occhi sulla tua presenza capillare, continua, dolce, precisa nel nostro mondo. Aiutaci a leggere i segni che lasci nelle persone, nelle menti, nella tua creazione. Aiutaci ad alzare gli occhi al cielo per vedere che non è mai vuoto e che tu sempre ci sei. Ferma la nostra smania di novità perché sei tu la vera e eterna novità della nostra vita.

21 Febbraio
+Domenico

Non farti blindare la vita da una cassaforte  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 27-32)

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Audio della riflessione.

Sentirti prospettare davanti una scelta di vita chiara, decisa cui puoi rispondere risoluto, senza tentennamenti è bello. Purtroppo, invece tante nostre vite si devono trovare la strada nell’incertezza, devono vivere di tentativi, prove, ripensamenti, approssimazioni. Ne imbocchi una che sembra la più adatta e non t’accorgi che è un vicolo cieco, hai fatto tanti sogni, ti han promesso che si sarebbero realizzati se avessi seguito quella strada, se avessi scelto quella facoltà, quegli studi, quella professione, poi alla resa dei conti non conta più niente, è cambiato il contesto, sono diverse le aspettative della società.  

Chi ti ha consigliato e ti ha messo in cuore prospettive di futuro o faceva i suoi interessi e gli servivi soltanto o non si portava dentro le risposte alle promesse che faceva. Gesù invece sa guardare nel cuore degli uomini e vede che sono fatti per cose grandi e osa stanarli dai loro loculi, osa tirar fuori anche noi dal nostro piccolo orizzonte autosufficiente che è sicuro solo di accontentare non di esaltare e portare a piena realizzazione. 

È così quando passa davanti al banco delle imposte. Lì c’è gente che conta i soldi, che li riscuote, che li sa far fruttare, li impiega, li gira, fa bonifici, costruisce piani di finanziamento, accontenta e spreme. Il guadagno è sicuro. È proprio un bel lavoro: comodo, pure onesto, se non fosse per quel rapporto con i romani, gli occupanti che vivono da parassiti. Una vita può ben essere impostata così: 9-12, 15-18. Che vuoi di più? Mi resta anche del tempo libero. Ma il cuore vaga altrove, il pensiero si porta ogni giorno su domande destabilizzanti. Ma è proprio qui tutta la mia vita? Sono venuto al mondo per stare dietro a un banco a contare e a far quattrini? La forza che mi sento dentro, la voglia di spaccare il mondo, il desiderio di pienezza si può arenare su questi registri o chiudere in questa cassaforte? 

Gesù legge quello che bolle in questa vita, è Lui che ne conosce il segreto, che ci ha messo un desiderio incolmabile di bontà e lo chiama: perentorio, deciso, senza lasciare dubbi. Non è: potresti riflettere, fare un bilancio tra entrate e uscite nel registro della tua vita. Non ti sembra che forse potresti… Non c’è nessun condizionale. C’è un imperativo: seguimi, vienimi dietro, stammi attaccato, lascia tutto e cambia, vieni. Quei soldi che conti non ti fanno felice, quella cassaforte che custodisci, sta blindando anche la tua vita, sta chiudendoci dentro anche i tuoi sentimenti. Seguimi.  

E Levi lasciando tutto si alzò e lo seguì. E non si pentì mai di avere deciso di stare dalla sua parte. Si è messo a girare il mondo per dire a tutti che Dio non ci abbandona mai neanche nello scegliere la nostra strada. 

17 Febbraio
+Domenico

Fatti carico della croce e porta con me il male del mondo  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 22-25)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».

Audio della riflessione.

Ci mettiamo tutti sulla strada di qualcuno, ci facciamo tutti un ideale da seguire, abbiamo tutti una persona che è per noi una guida, un esempio, un modo di concretizzare i nostri sogni, le nostre attese. Ognuno segue più o meno intelligentemente una strada che altri hanno segnato per lui. Si impara per intelligenza, ma sempre applicata a una esperienza; la creatività è distaccarsi da una sequela pedissequa, inventare una nuova via, ma sempre a partire da quella che abbiamo sotto gli occhi. Da soli non possiamo vivere e non possiamo nemmeno crederci autosufficienti. Le più grandi scoperte sono sintesi geniali del cammino dell’umanità, luci che abbagliano, e che sono state alimentate dal lavoro paziente di secoli.  

Ma c’è nel discorso di Gesù qualcosa di più profondo di questo sentirsi tutti far parte di una fila; è essere orientati a una sequela. Con Gesù c’è qualcosa di necessario da prendere per stargli dietro, non gli si va dietro a qualche maniera, ma con una croce. Chi vuol venirmi appresso, può starci solo con la sua croce; venire dietro a me non è scaricare il dolore immancabile della vita sugli altri, rifiutare quella sofferenza che spesso tu stesso ti sei procurato. Io non sono una comoda esenzione dalla durezza della vita, ti insegno a portarla invece.  

A stare con me cresce la tua responsabilità e la coscienza che il male che hai fatto te lo devi caricare, anzi se vuoi venire con me ti chiedo anche qualcosa di più, di farti carico del male del mondo. C’è troppo male nel mondo. Non è possibile cambiarlo in bene se non con un di più di amore.  

A chi mi vuol seguire chiedo di buttare dentro nella vita sacrificio e sofferenza, non meritata e nemmeno immaginata, per quelli che stanno nel mondo da gaudenti a rovinare gli altri.  Il buon comportamento, che è già una scelta eccezionale per i tempi in cui viviamo, non è sufficiente a sradicare il male. Occorre un di più di amore, occorre sradicare il male mettendo in campo la capacità di assorbirlo su di sé e distruggerlo.  

La logica della reversibilità che prevede che a una azione buona corrisposta un premio, a una azione cattiva una punizione e di conseguenza a una azione ingiusta una ritorsione va superata. Uno accetta la sofferenza perché è innamorato di Cristo e diventa come grazia, dono di salvezza, segno concreto per tutti che camminiamo con Gesù e che Dio non ci abbandona mai. 

15 Febbraio
+Domenico

Presentazione del Signore al tempio  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore –  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare,
o Signore, che il tuo servo vada in pace,
secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione.

Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Perché viviamo? Riusciremo a realizzare quei quattro sogni che abbiamo nel cassetto? La nostra vita è una continua ricerca che ci lascia sempre insoddisfatti o c’è un momento in cui possiamo dire di aver raggiunto con soddisfazione ciò che cercavamo? 

Nel Vangelo è descritta l’insana soddisfazione di un uomo che ha lottato tutta la vita per farsi un nome, per costruire un’azienda, per alzare il fatturato, per imporsi sul mercato. Un uomo riuscito che si è allargato sempre di più e che ha il dono di sedersi a contemplare e a sentirsi soddisfatto. Ebbene quest’uomo si siede, contempla e pone la sua fiducia in quello che ha. 

Invece c’è un altro uomo, carico di anni, saggio, con occhio da sentinella, che sta aspettando da sempre nella sua lunga vita non qualcosa, ma qualcuno: è Simeone; nella sua lunga esistenza non ha mai smesso di aspettare: “Il Signore è fedele alle sue promesse, la sua parola è per sempre. Ci ha promesso un Salvatore e ce lo darà. Se è Dio non ci può abbandonare”. Quanti suoi amici gli avevano detto: “ecco l’irriducibile, quello che continua ad aspettarsi qualcosa di nuovo da questa vita monotona e annoiata che ci troviamo a vivere. Ecco Simeone, il vecchio sognatore, che non smette di giocare all’adolescente! Dove è il tuo Dio se i pagani, i romani, ci opprimono e bestemmiano ogni giorno il suo nome con i loro riti peccaminosi?”. 

Quel giorno nel tempio però appare un bambino: è povero, non può essere riscattato che da due piccioni; ma è la promessa di Dio. Maria e Giuseppe restano meravigliati delle esclamazioni di questo vecchio Simeone: ora Signore muoio in pace perché l’attesa della mia vita è compiuta. È arrivata quella luce a lungo sognata per dissipare le nostre tenebre. Non aspettava di aumentare i suoi guadagni, ma solo di cambiare la sua attesa in presenza, il suo cercare in un trovare. Si avverava una speranza nel vedere Gesù, non ne registrava un possesso; si apriva a un dono, non si stringeva al petto un oggetto. 

Quanto bisogno c’è che nella nostra esistenza ci siano anziani che non si divertono a scoraggiare i giovani con i loro lamenti, Dio non voglia che si rovinino con le loro passioni, ma che siano capaci di tenere sempre viva la speranza! Di incoraggiare ad attendere, di tenere sempre fermo lo sguardo su un futuro diverso come Dio ci ha promesso e manterrà! È necessario uno sforzo continuo di vita dedicata, di preghiera incessante, di gesti di fede, di amore a tutti.  

I nostri giovani devono sentire che ci sono persone innamorate di Dio, instancabili nell’intercessione, capaci di vivere stili di vita povera e sobria, disincantati dalle cose e dal denaro, che si dedicano a loro, che escono dai loro calcoli e li orientano alla sorgente della vita, al Signore della vita. 

Molta gente perde la speranza, fa fatica a cambiare stile. Ha bisogno di riscoprire il dono della solidarietà attraverso la nostra stessa solidarietà, ha bisogno soprattutto della nostra compagnia, di pregare con noi per trovare fiducia in Dio, in sé stessi e nella propria umanità che ha sempre da Dio risorse per superare le difficoltà della vita. C’è sempre una spada che trapassa l’anima, ma c’è sempre Dio che ne ferma il dolore e lo cambia in speranza.

02 Febbraio
+Domenico

La pace va cercata con le unghie e con i denti, ma soprattutto con la preghiera  

Riflessione sul Vangelo del giorno (Lc 2,16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Audio della riflessione

Ci ricordiamo sicuramente quel raggelante racconto di Leopardi del venditore di almanacchi. Lui ad ogni inizio di anno fa la sua attività straordinaria, vende gli almanacchi dell’anno nuovo, calendari da appendere al muro, ma con qualche promessa nuova di felicità. Come sarà l’anno nuovo? Meglio di quello appena passato, deve dire per vendere; ma se questo l’hai desiderato e promesso anche l’anno scorso e non è stato vero, perché lo dovrebbe essere il nuovo anno? Il venditore non demorde, continua la sua filastrocca: almanacchi! Almanacchi! Noi all’inizio di un anno non ci vendiamo più gli almanacchi, non abbocchiamo più a tutti gli oroscopi che costellano la nostra vita in tutte le ore del giorno e della notte, ma un desiderio continuamente esprimiamo: la pace.  

Chiudiamo l’anno con una marcia della pace, apriamo il nuovo con una festa della pace, ci facciamo auguri di pace. Vogliamo sperare che il nuovo anno non veda più guerre. Ce l’eravamo augurati accoratamente durante il giubileo, all’inizio del 2000 eravamo molto caricati. Dicevamo: il nuovo secolo non sarà sicuramente come il ventesimo, che, da poco cominciato, ha mandato a morire generazioni di giovani sui fronti dell’Europa. Abbiamo dovuto presto ricrederci: non era ancora finito l’anno che l’11 settembre ci cacciava in una nuova spirale di guerre.  

Oggi non stiamo certo molto meglio: Dopo il massacro di 1200 persone fatto da Hamas, Netanyahu per vendicarsi ne ha uccise ad oggi quasi 20 volte di più (sono già più di 20.000). Non solo con l’esercito, ma anche con i coloni in abitazioni costruite non sul suo suolo, ma su quello palestinese. La guerra s’è fatta preventiva per essere più persuasiva. Ci sarà mai pace sulla terra? Finiranno le guerre? Quando capiterà davvero che si forgeranno le spade in vomeri e le lance in falci e non ci eserciteremo mai più nell’arte della guerra?  

Assistiamo piuttosto a un grande fatalismo al riguardo: si ipotizza con riflessioni, che sembrano profonde, che la guerra fa parte della natura dell’uomo e che quindi ci sarà sempre, che le armi sono nel DNA della vita umana e che quindi occorre sempre progettarne di migliori, che è impossibile disarmarsi, saresti subito sopraffatto, che la pace è proprio salvaguardata dagli eserciti, che ormai si chiamano tutti eserciti di pace…  

Potremmo continuare, ma non vale la pena di buttare benzina sul fuoco. Noi crediamo in un Dio che ci ha promesso la pace, che ci ha dato la pace, che è la pace. Significa che nella nostra natura umana c’è lo spazio e la possibilità di viverla, di accoglierla e di goderla. Bisogna crederci con tutto noi stessi. Finché non sarà estirpata da ogni modo di pensare umano, sarà sempre vista come plausibile, come utile. Oggi non c’è più nella testa di nessuno che un uomo può vivere da schiavo di un suo simile. Esistono varie forme di schiavitù che vanno sempre debellate, ma la schiavitù come stato civile di normalità tra gli uomini non esiste più; è stata cacciata da ogni testa, da ogni forma di pensiero. E ci sono voluti secoli per affrancare gli uomini dalla schiavitù. Perché questo non potrebbe essere vero anche per la guerra? 

 Sarà distrutta quando nella testa di ciascun uomo sarà rifiutata come incompatibile con la nostra umanità. È un lavoro tosto che parte dalla cultura di ciascuno, dai torti subiti di ciascuno, dai desideri di vendetta, dalle nostre stesse reazioni omicide e rabbiose davanti alla TV contro tutti quelli che ci dipingono come o terroristi o talebani o delinquenti. C’è una consapevolezza da ricostruire nella nostra coscienza cioè che solo il Signore ci può donare la pace. E allora la nostra preghiera si deve fare intensa, prendere il posto di ogni nostro essere di parte, convincerci che non siamo solo noi i buoni e gli altri tutti da distruggere, ma che dobbiamo convertirci tutti al Signore. C’è una purificazione del nostro cuore e dei nostri pensieri e atteggiamenti giustizialisti da premettere a tutto il resto e un perdono da supplicare; poi la pace abiterà veramente la nostra terra, perché nessuna parola di Dio torna a Lui senza aver creato ciò per cui è stata mandata.

01 Gennaio – Solennità di Maria Santissima Madre di Dio
+Domenico

Fuga, emigrazione, violenza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione

La nascita è stata una gioia per tutti, la fine di una attesa misurata, talvolta preoccupata ma sempre piena di speranza; i dolori del parto da dimenticare, ma ora lui o lei c’è. È già stato tutto preparato, il lettino, la cameretta, i vestitini, tutti si sono concentrati su questa nuova creatura, voluta, desiderata, progettata. Fossero tutte così le nascite dei figli, fossero tutti così i genitori che esprimono il massimo del loro amore nel farlo diventare nuova vita. Sappiamo purtroppo che spesso non è così, che per molti la vita nuova è un incidente o un sopruso o un intruso.  

Ma per questa povera, debole creatura l’amore di una mamma non deve mancare, il dono di una famiglia è un bene da conservare e su cui piegare ogni sana comunità umana, ogni civiltà, ogni stato, ogni globalizzazione. Ogni bambino che nasce a questo mondo deve avere il bene assolutamente gratuito che abbiamo avuto noi: un papà e una mamma, un nido d’amore accogliente. 

 Nelle migliaia di campi profughi non c’è cameretta, né vestitini, ma spesso solo paura del futuro e fame e guerra sempre all’orizzonte. Abbiamo visto tante fotografie delle guerre in Africa, in Medio Oriente: quanti bambini, sono vittime di una guerra, come tutte senza senso, quanti volti di genitori disperati, quanti corpi feriti e i bambini, grazie a Dio sono ancora capaci di sorridere. 

Anche se il nido preparato è fragile e subito o troppo presto si rompe. Il presepio dura poco, la vita di famiglia entra in crisi, le difficoltà aumentano e come se non bastassero le tensioni quotidiane ci si mettono anche le condizioni sociali incapaci di costruirsi a misura di famiglia.  

Anche Giuseppe e Maria hanno dovuto fare i conti con le avversità, la fuga, l’emigrazione, la violenza. C’è però ancor un quadro che il Vangelo ci fa contemplare e che chiude il tempo natalizio. Giuseppe e Maria vanno al tempio, vanno in Chiesa diremmo noi, e presentano a Dio questo dono sorprendente che hanno gelosamente da custodire. Lì c’è un vegliardo Simeone e una donna anziana, Anna.  

A me fanno tanto pensare ai nonni, a quella stagione della vita in cui ti sembra che tutto sia passato, che il declino abbia il sopravvento e invece la nascita del nipotino ritorna a farti vivere, a darti speranza: “i miei occhi hanno visto la salvezza”, la vita continua, occorre tornare con entusiasmo a servirla, senza potere,  senza rabbia, con la consapevolezza del limite e della pace.  

E questi due nonni sono là a ricordarti, a ricordare a Maria e Giuseppe che la vita sarà sempre in salita, “una spada trafiggerà la vostra anima”; non sono uccelli del malaugurio, ma la forza nella prova immancabile. Te li ricorderai sempre perché ti hanno aiutato a vivere. 

E Maria e Giuseppe contemplano stupiti questo Gesù, che pur essendo Dio, impara a vivere da uomo, a camminare e a crescere in una famiglia. Credevano di essere soli con la loro fragile creatura, ancora frastornati di quello che stava capitando attorno a questo bel bambino; invece continuavano a poter dire il loro sì a Dio che li aveva chiamati a dare il loro contributo al suo grande sogno, grande progetto: il cambiamento in bontà della cattiveria umana.  

In questo non si sono mai sentiti e mai lasciati soli. Sarà Gesù a compiere con la sua vita, la sua croce tutto questo grande progetto di Dio. E noi oggi ne facciamo memoria e decidiamo di non lasciare solo Gesù.

31 Dicembre
+Domenico

La profetessa Anna, vecchia, ma non di spirito

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,36-40)

[Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.] C’era una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione

Capita a tutti di incrociare in luoghi di grande afflusso di persone, mercati, piazze, santuari, cattedrali, delle nonnine rattrappite, con a seguito borse, pacchi, stracci e carrelli dove si tengono tutto il necessario e il superfluo che fa la loro vita. Le vedi vagare, parlare tra sé, ogni tanto imprecare contro cose o persone e alla fine acquietarsi, senza badare a niente e a nessuno, nemmeno a chiedere qualche spicciolo per vivere. Doveva fare questa impressione la vecchia profetessa Anna di cui parla il vangelo di Luca. Era proprio vecchia: ottantaquattro anni di allora sono come più di 100 nel terzo millennio. La sua età però non ha spento l’attesa. La vera vecchiaia è non aspettare più niente, vivere ogni giorno senza speranza, credere che tutto sia deciso e che inesorabilmente venga avviato verso un fantomatico destino su un nastro trasportatore. Puoi essere vecchio anche da giovane, quando ti assale la noia, quando stai ai bordi dell’esistenza a fumarti la vita, la salute e le energie, quando ti affidi alle sostanze perché non senti più il sapore dell’esistenza, quando senza accorgerti cominci a dire ormai o, peggio ancora, “ai miei tempi”.  

Anna invece non s’allontanava mai dal tempio. Non era una chiesa qualunque, un luogo di funzioni religiose, era il cuore di un popolo, era il punto di arrivo di ogni attesa, aspirazione, provocazione e ricerca. Se il Signore, benedetto sia il suo nome, manda il salvatore è da qui che deve passare, è da questo luogo di preghiera, è da questa rete di scambi, di aspettative che si consumano ogni giorno.  

Lei aveva in cuore una certezza: Dio avrebbe risposto a questa sete di salvezza e bisognava prepararsi, allenare il cuore a percepire la venuta del Salvatore. Lui non lo si aspetta nei bagordi, nelle piazze, nelle caserme, nei palazzi dei re: Lui è re, ma si lascia accogliere nei cuori puliti, e digiunava, non dava al corpo tutto il cibo di cui sentiva il bisogno per tenere il cuore desto. A noi invece hanno sempre insegnato che se senti un istinto, devi seguirlo. Che c’è di male nel mangiare e nel bere? Perché devo andare contro la natura se questa è stata così ben fatta da Dio? Lei invece coglieva che il corpo si intorpidisce se non lo tieni allenato alla ricerca; lei sapeva ciò che ogni sportivo conosce, che se hai una meta davanti devi prepararti tutto: cuore, spirito e corpo a perseguirla. Non sei un masochista, ma un atleta che fa convergere tutto alla competizione, allo scopo della sua attesa. Se accontenti sempre il corpo, l’anima s’addormenta, se hai il coraggio di tenerlo in tensione la vita si arricchisce, la vista si pulisce e il cuore si allarga. 

Quando Anna vede il bambino non le par vero di poter dire a tutti. Tanto lo aveva immaginato che la vita, il futuro di questo bambino le era davanti agli occhi come una certezza. Questo bambino che abbiamo atteso a lungo, che io nella mia lunga vita ho sempre pensato e immaginato, che nelle mie preghiere mi era dato di sentire, che i nostri avi hanno da sempre previsto, che molti si sono stancati di aspettare, è qui. La vita ora è diversa. Sono vecchia da buttare, ma sono contenta di aver dato a voi questo segnale di speranza. Ora lo affido a voi, non me lo trattate male, perché chi vi ha preceduto lo ha aspettato per millenni. Lui è il punto di arrivo del nostro popolo, non aspettate altri. Non fu così: la malvagità umana anche oggi lo continua a inchiodare in croce, ma Anna lo gode risorto e definitivo con i suoi padri. 

30 Dicembre
+Domenico