Gesù sempre al centro di ogni nostra vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Audio della riflessione

« Ma credete proprio che io fossi così sciocca da pensare di più a un piatto di capretto arrosto che a Gesù? Quando ritornava da quel covo di vipere che era Gerusalemme, la mia gioia saliva alle stelle, e che facevo? Tutto quello che fa ogni mamma: ti vedo calato di peso, che hai? Mangia! Hai dormito stanotte? E in questi giorni ti hanno ascoltato? Hai trovato un posto tranquillo per riprendere forze? Ma questa tosse è un po’ che ce l’hai? Non mi piace proprio. Dimenticavo me stessa, la mia stessa anima per occuparmi di Lui. Sì, forse ero troppo ingombrante, occupavo io tutta la scena, quasi non lo lasciavo parlare. Temevo che un giorno o l’altro non sarebbe più tornato da Gerusalemme … si era fatti troppi nemici. Mia sorella Maria è sempre stata una sognatrice: Lei lo aspettava, ma non sapeva neanche prendergli il mantello e scuoterne la polvere. Le si riempivano subito gli occhi di lui, non diceva né faceva niente, le bastava stare a guardarlo e lasciarlo parlare. Ne era innamorata persa! Non si curava di ciò che diceva la gente. Anche lei come me aveva paura che prima o poi non sarebbe più tornato. E l’ha proprio indovinata perché poco dopo non avremmo potuto nemmeno accostarne il cadavere, quel giorno nefasto di Parasceve. »

« A me, Marta, faceva rabbia questa sua calma, per Maria i mestieri di casa si fanno da soli.  Lei rimane incantata, ma se non ci fossi io! E quando è morto Lazzaro? Sono stata io a reagire subito, a correre incontro a Gesù. Lei era rimasta in casa, senza forze,  Quei 4 giorni di sepoltura, avevano sepolto anche la sua forza di reagire. Quando Gesù ha visto me mi ha subito detto di affidarmi a Lui e io l’ho fatto. Ancora una volta era riuscito a tornare da Gerusalemme. E mi ha subito detto di chiamare Maria. Sono stata io a dirle “il maestro ti chiama”. Mi faceva pena. E Gesù ci ha restituito Lazzaro, ma con quel dono che ha fatto a noi si è firmato la sua condanna: non lo avremmo più visto dopo quel giorno. Abbiamo pianto tanto assieme quando ci hanno riferito come ce lo hanno ammazzato a Gerusalemme. Era il centro della nostra vita. Io mi affannavo ancora per la casa, ma per chi? Maria restava muta, ma per chi? Maria restava muta, ma per chi? »

Non so se questo dialogo con Marta ci aiuta a sciogliere i nostri tormentoni: contemplazione o azione? Sicuramente c’è un insegnamento inequivocabile: tanto l’azione che la contemplazione devono avere al centro Gesù! Nessuno deve occupare la scena, è solo Lui che la riempie tutta.

Noi con le nostre caratteristiche umane, le nostre doti, i nostri modi di essere gli faremo un posto, quello centrale, ma con qualità diverse: l’importante è che Lui sia il centro! È lo Spirito che delinea in noi in maniera originale per ciascuno i tratti della sua umanità, ci conforma a Lui in termini assolutamente originali, a seconda della nostra storia, la nostra docilità.

Lo Spirito vince le nostre resistenze, orienta i nostri progetti sempre a Lui!

Si può stare ad agire riempiendo noi la scena o si può stare a contemplare per trattenere. Si deve invece sempre agire e contemplare per amore! Una azione che non ha al centro Gesù ha il fiato corto, una contemplazione che si ripiega su se stessa diventa subito sterile, anche per chi la vive.

La parte migliore da scegliere è Lui, e questo ce lo dobbiamo sempre rinnovare nella coscienza, nei segni, nei gesti, nel programma, nei pensieri, nelle preoccupazioni.

5 Ottobre 2021
+Domenico

Ahimè per te

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 13-16)

In quel tempo, Gesù disse: «Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato».

Audio della riflessione

Il Vangelo di oggi inizia con alcuni “Guai”: guai a te Corazim, guai a te Betsaida … sembra che ci sia in atto una punizione divina verso queste città o verso i loro abitanti …

… invece la traduzione più corretta è Ahimè per te!

Non è una minaccia, ma un compianto, un ulteriore lamento: è il dolore di Dio per il male di quegli uomini, il dolore di un amore non riamato.

Non è allora un “guai a te“, ma un guai a me per te!

Ci troviamo spesso ad avere responsabilità nei confronti di comportamenti che vediamo o nei figli o negli amici assolutamente sbagliati e ci monta una rabbia che ci potrebbe portare a un richiamo duro, a una punizione verso coloro di cui abbiamo responsabilità … invece l’ahimè di Dio per i guai dell’uomo è proprio la croce di Gesù.

Il rifiuto – e così ogni male – non è contro Dio, ma contro chi rifiuta, che in questo suo comportamento si fa del male … e come il male dell’amato tocca direttamente l’amante, così il male dell’uomo tocca direttamente e in modo infinito il cuore di Dio, perché il Signore lo ama infinitamente.

Ecco perché i nostri peccati provocano il suo lamento e la sua sofferenza reale!

La croce indica sempre nello stesso tempo la serietà del suo amore e la gravità di quello che abbiamo commesso: il vero amore non amato, che non viene corrisposto o offeso non minaccia mai, piuttosto muore di passione.

Purtroppo noi ci mettiamo sempre al centro per farci del male, mentre non teniamo conto che Dio è innamorato perso di noi e che non può che lamentarsi e morire di passione; una passione che proprio perché è di Dio è infinita come il suo amore: da qui forse riusciamo a capire la grande libertà che abbiamo, ma anche la tremenda responsabilità di rifiutare.

Dio giudica il nostro rifiuto e conosce il male che ne viene, ma rifiuto e male cadono su di lui, non su di noi … e lui continua ad amare, a mettersi a disposizione!

Ci sono frasi della sacra scrittura che affermano questa verità, ve le voglio ripetere: “il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di Lui” (Is 53,5) e “colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore”(2Cor 5,21); “Cristo ci ha riscattato dalla maledizione”; ancora “divenendo lui stesso maledizione per noi”(Gal 3,13) … non sono fantasie o pii desideri nostri, ma la realtà dell’amore di Dio.

Allora questo ahimè di Dio è il più chiaro annuncio di salvezza: siamo sempre proprio piccini nella nostra strafottenza, ribellione a Dio, propugnatori di accuse per i castighi che ci inventiamo che lui ci stia dando, mentre sono solo i risultati di quello che abbiamo fatto, le conseguenze inscritte nel male di cui siamo autori, che lui invece si carica ancora su di sé.

Se Cafarnao – immagine di noi – saremo precipitati sino agli inferi, anche là Gesù scenderà a visitarci, perché ci ama! I suoi compaesani di Nazareth proprio perché li ha amati lo vogliono precipitare da un dirupo!

Insomma abbiamo un Dio che ci ama davvero.

1 Ottobre 2021
+Domenico

E` vicino a voi il regno di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,8-9) dal Vangelo del giorno (Lc 10,1-12)

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”.

Audio della riflessione

Abbiamo sempre bisogno di speranza: la nostra vita spesso si svolge nell’incertezza, nella approssimazione … viviamo di tentativi, di scongiuri qualche volta, di fortuna …        

Gesù invece è venuto con una decisione definitiva: lavorare per il regno di Dio, e in Lui c’era una certezza incrollabile … “è vicino a voi il regno di Dio”.

“Regno di Dio” è una realtà che racchiude in se tutte le attese del popolo di Israele: quando lo udivano dalle labbra di Gesù capivano immediatamente che si trattava della loro grande speranza, della aspirazione di secoli! Per loro era la fine di un incubo, la realizzazione di un sogno di popolo, incarnato in ogni famiglia, in ogni pio ebreo; era la certezza della presenza misteriosa, ma reale di Dio nella storia del popolo e di ogni persona.

Gesù voleva che tutti si orientassero a questa attesa sicura: Dio è fedele, il suo amore è senza se e senza ma; la sua promessa non è vana, non vincerà il male per quanto si faccia forte e usi tutte le astuzie per compiere la sua distruzione.

Riuscissimo a vivere con questa certezza, con la consapevolezza che il Regno di Dio, che la pace, la giustizia, la felicità non sono solo promesse, ma realtà che determineranno per sempre la vita dei giusti, allora avremmo più fiducia nel nostro semplice e povero operare il bene.

Certo, quello che vediamo ci può scoraggiare, ma oggi occorre essere apostoli che testimoniano il grande bene che viene dal basso, che non fa rumore, che non si espone o si auto proclama.

Andiamo ad imparare, ma sappiamo, dalle vite donate di chi soffre, di chi lavora per la giustizia, di chi con semplicità ama i suoi figli, i suoi malati, di chi fa il suo dovere, chi non si dà tregua nella pandemia e in tutte le involuzioni nei nostri egoismi.

Tante cronache dei giornali non sono sempre il diario del regno di Dio, ma ne sono solo il negativo che sta sotto un mare di bene che Dio semina in ogni creatura.

Occorrerebbe andare … occorre andare a due a due a rinfocolare la speranza del mondo, perché Dio sta con noi, è presente più di quanto lo possiamo scorgere nelle pieghe della nostra vita …

… e la memoria che oggi celebriamo della vita entusiasmante di san Girolamo che ha speso tutte le sue energie per scavare nella Parola di Dio la novità della salvezza portata dal Vangelo, e che ha voluto assolutamente riportare alla forza della stessa parlata di Gesù con le sue appassionate traduzioni e la sua vita contemplativa, ci pone davanti l’esempio di una vita fatta parola e della Parola di Gesù fatta vivere.

30 Settembre 2021
+Domenico

Se Gesù è sempre al centro … è azione e contemplazione

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Audio della riflessione

La vita nostra è molto agitata, frenetica; l’agenda detta le leggi, gli impegni ti vedono tutta la giornata in corsa, se vuoi guadagnare quattro soldi non puoi addormentarti un momento, se vuoi educare i figli devi far loro l’autista per tutti i loro spostamenti. Quando torni a casa stanco del lavoro, ne devi riprendere un altro. Finalmente vado in chiesa per trovare un po’ di pace, per affidarmi a Dio e invece anche lì mi dicono che bisogna impegnarsi, che non si può stare con le mani in mano. Anche la chiesa è un altro impegno da segnare in agenda. 

Io, Lui, il Signore, quando lo incontro? quando mi posso sentire amato da Lui? quando gli posso affidare tutta la mia vita rubata dai vortici della competizione, della lotta per sopravvivere? E’ certo che tante nostre chiese devono offrire maggiormente spazio per la contemplazione e la preghiera, per l’incontro con Dio e per l’ascolto della sua Parola, ma è anche certo che la vita cristiana non può essere ridotta a celebrazione di riti, che ci accontentano e ci chiudono in noi stessi. Marta e Maria quando arriva Gesù a casa loro non capiscono più niente, tanta è l’amicizia che hanno con Lui, tanto è il bisogno di poterlo contemplare; solo che Marta lo fa lavorando e Maria ascoltando la sua Parola. Marta si lamenta, ma Gesù la rimprovera perché rischia di mettersi la centro lei del movimento dell’ospitalità, mentre l’ospite è Lui. Se mettiamo al centro Lui, sempre, l’azione e la contemplazione si compongono. Contempliamo il suo volto e vediamo in filigrana quello del povero;  serviamo il povero e vediamo sotto le sue sembianze Gesù. La nostra meta, la nostra scelta è di mettere sempre al centro Gesù, di aprirgli il cuore, di non sostituirci mai a Lui, di tenere fisso lo sguardo sul suo volto. E Lui ci chiamerà a dare il meglio di noi. Sta di fatto però che tenere fisso lo sguardo su lui non è rito sterile o affaccendarsi per non pensare, ma sempre risposta d’amore, a Lui che non ci abbandona mai.

 In un altro incontro con Gesù la posizione di Marta si fa più profonda: non è la donna che sta solo a fare pranzo, a  lavare piatti, a tenere curato l’ambiente, cosa del tutto nobile anche questa, ma essa per prima si accorge di Gesù e va a sollecitare Maria che invece è distrutta dal dolore e non riesce a contemplare Gesù. Lei ha il coraggio ancora di dettare a Gesù i tempi della sua presenza “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. E qui Gesù è grande: le dice e la aiuta a entrare nel suo mistero più grande che esige pura contemplazione “Io sono la risurrezione e la vita chi crede in me ha la vita eterna…”.

In una terza occasione si parla di Maria che spezza un vaso costosissimo di nardo prezioso e fa l’ultimo gesto di amore che l’umanità ha riservato a Gesù, prima di morire. E’ una contemplazione molto umana, molto azione, molto pratica e anche audace. Infatti Gesù dirà che con la sua unzione ha anticipato ciò che nessuno avrebbe fatto per la sua sepoltura. Direi è una contemplazione attiva, umana, globale di una vita che ha centro in Gesù. Qui non c’è più Marta, ma, purtroppo, Giuda che fra poco lo avrebbe venduto. Il pensiero si alza alla profondità del sacrificio che aspetta Gesù.

29 Luglio 2021
+Domenico

Agnelli capaci anche di farsi carico dei lupi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 1-9)

Audio della riflessione

Ieri abbiamo apprezzato il grande amore di Gesù per san Paolo, che si è convertito a contatto con Gesù, che aveva guadagnato la sua conversione, come del resto ogni conversione, pure le nostre, sulla croce.

Oggi siamo aiutati a vivere la nostra missione di cristiani da due grandi discepoli santi di Paolo, Timoteo e Tito: hanno imparato da Paolo la tensione della missione, la decisione di testimoniare ovunque Gesù, il suo coraggio e la sua dedizione al Vangelo.

«Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi» è la verità nuda e cruda che Gesù dice ai suoi discepoli che dovevano cominciare da soli a predicare il Vangelo, a far nascere anche in tante altre persone la speranza che avevano visto in Lui.

Il bene è sempre osteggiato … il Vangelo che sembra un bel messaggio di pace crea reazioni incontrollate: il male è pronto a soffocare il bene.

La sua parola è una spada, il suo messaggio un fuoco, il regno di Dio una sfida: è il mistero della cattiveria dell’umanità che indica quanto il male si è radicato dentro di noi, nelle nostre relazioni, nei tessuti sociali.

Uno che vive di furti, non accetta chi gli dice che non può rubare; uno che vive di inganni non si adatta a perdere il suo potere; chi ha impostato la vita sullo sfruttamento non accetta di essere richiamato alla giustizia e di cambiare soprattutto comportamento; lo spacciatore cui vengono sottratti i clienti, perché qualche sforzo educativo riesce a far rinsavire i giovani, non perde impunemente i suoi facili guadagni.

Siamo comunque spesso di fronte al rifiuto: l’annunciatore rifiutato, non si scaglia contro chi lo maltratta e rifiuta il dono di Dio, ma dice “ahimè per te”, denuncia il male, ma ne porta su di sé la ferita e realizza in questo modo l’offerta estrema della salvezza, che è data a tutti senza condizioni, anche a chi rifiuta.

La stessa cosa la fece il Signore Gesù in croce, rifiutato da tutti: chi rifiuta si perde, ma questa perdizione si riflette su colui che è rifiutato, sul missionario, sull’apostolo, su Paolo, su Timoteo e Tito.

Il dramma dell’amore non amato, che non rinuncia mai ad offrirsi, è l’orizzonte in cui si staglia sempre la salvezza, negata a nessuno e donata a tutti: così si percepisce e si sperimenta la serietà del dono e la gratuità dell’amore di Dio, che sa perdersi per ogni perduto, dell’apostolo quindi, del testimone, del cristiano in uscita, che si carica sulle spalle il dono della salvezza da impetrare col dono della sua vita per tutti, come ha fatto appunto Gesù.

Quando san Paolo si reca a Gerusalemme per l’incontro con gli apostoli, porta con sé Timoteo il circonciso, insieme con Tito l’incirconciso, ambedue provenienti dal paganesimo, e riunisce nei suoi due collaboratori simbolicamente gli uomini della legge e gli uomini delle genti, rappresentando così il travaglio dell’annuncio e della convivenza con il mondo giudaico dei primi cristiani e dell’apertura a tutto il mondo dell’annuncio della fede in Gesù.

E’ la bellezza della universalità della nostra fede, della apertura del cristianesimo ad ogni uomo o donna e dell’orizzonte di ogni cristiano testimone.

26 Gennaio 2021
+Domenico

Chi è tagliato fuori, gli sta ancora più a cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 23-24) dal Vangelo del giorno (Lc 10, 21-24)

E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Audio della riflessione

C’è tanta gente che è tagliata fuori dalla vita, che non riesce più a mettersi in corsa. Tutti gli altri hanno trovato lavoro, degli affetti stabili, si sono fatti una famiglia, hanno raggiunto la pace interiore … sono pure intelligenti – fortunati si dice – invece qualcuno non è riuscito a stare al passo, è caduto: una sbandata, un giro di amici, una debolezza su cui si sono accanite tutte le sfortune,  una leggerezza diventata abitudine e resta “indietro”; tenta di risalire, si sforza di riprendere la corsa, ma c’è sempre qualche inciampo.

In alcune società molti diventano “barboni”, altri incappano negli usurai, spesso ci pensa la mala vita a incatenare e a togliere ogni voglia di riscatto.

Gesù dice che è venuto proprio per questi, e ringrazia Dio perché ha rivelato la bellezza e il senso della vita proprio a questi: non sono i potenti che gli danno gloria, non sono gli intelligenti, i grandi della terra, i dotti autosufficienti, ma i “senza niente”, quelli che hanno fame e sete, quelli che in cuor loro desiderano una vita pulita e non ce la fanno, e mettono la loro fiducia solo in Dio.

Vedere e ascoltare sono i segreti di un incontro con Gesù: occorre avere il coraggio di vederlo all’opera nella storia e ascoltare la sua Parola, sentire da lui chi essere nella vita, ma ancor prima ascoltare la Parola che descrive la grandezza della sua bontà.

Il povero ha bisogno di tutto, ma al di sopra di ogni cosa ha bisogno di sapere che nella sua vita c’è una meta, che oltre le sue sofferenze c’è una salvezza, che non è vero che per essere liberi occorre disfarsi di questa nostra esistenza, che in questa nostra sofferenza si è inscritto il Salvatore, il Signore.

Avvento è aspettare e essere certi di una presenza: è sapere che nelle nostre storie è stato seminato un principio di verità e di felicità e attendere con fiducia “operativa” che si sviluppi.

I poveri della terra sono i beati: la salvezza, la felicità della vita è svincolata da privilegi, da prenotazione di posti, da tribune d’onore, da prime file.

Non è un colpo impazzito di fortuna che a caso si colloca in chi non sa attendere e sperare, non la possiede la mala vita, nemmeno il giro delle felicità artificiali.

La salvezza di Gesù raggiunge i “tagliati fuori”, per questo diventa proprio vero che Dio non abbandona nessuno, mai.

1 Dicembre 2020
+Domenico

Appassionato, amico, fratello e figlio di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)

Tu, Gesù, sei trasgressivo anche quando ti riposi? Sei trasgressivo anche quando te ne stai tranquillo in compagnia di due ragazze? Sei trasgressivo anche se lasci per un po’ di tempo le “public relations” e ti lasci coccolare dall’amicizia?

Nel mondo in cui siamo, il tempo va tutto calcolato, anche quello libero, soprattutto quello libero: occorre spremere di tutto e di più; se vuoi far carriera, sappi che non c’è niente di inutile, devi calcolare tutto e non farti irretire da sentimenti e romanticismi e non farti legare dall’amicizia. Devi essere sempre tu che ha in mano la vita, che la orienta, che decide dove collocarla.

Col mio ragazzo e con la mia ragazza almeno questo l’ho imparato: da venerdì a domenica non ci sono per nessuno. Sembrerebbe tutto tempo gratis e invece anch’esso è tutto calcolato per spremere il più possibile: lo chiami amore, ma fa fatica a diventarlo, perché è furbizia, è sfruttamento dell’occasione, è l’operazione materasso, è apnea della vita, è due cuori e un’automobile, è dare per scontati i sentimenti veri, è coprirli di baci che li soffocano…

Lui, Gesù tornava spesso a Betania: c’erano due sorelle che stravedevano per lui, c’era un amico che lo rincuorava dopo le sfide e le provocazioni senza esclusione di colpi dei farisei.

Dice il Vangelo “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”: si metteva in pantofole, lui che nessuno fermava nell’ardore di buttarsi nell’avventura del Regno, Lui che appena il giorno prima aveva buttato all’aria le bancherelle del tempio e qualcosa di più nella coscienza della gente.

“Venite in disparte e riposatevi un po’, passate di qua quando non ne potete più e avete giù la catena e non capiterà mai che io abbia qualcosa d’altro da fare che abbracciarvi, ascoltarvi teneramente”.

Maria se ne stava là a contemplarlo, lo riempiva dei suoi sguardi, Marta invece brigava e borbottava perché si voleva mettere al centro della scena, Lazzaro gli dava il cuore e senza volerlo gli preparava in gola il pianto per la sua morte.

Gesù non era un super eroe, non era un blocco di pietra, non girava col portatile per programmare tutto e sempre, ma un cuore che ama, che apprezza i sentimenti, che sa commuoversi e piangere, arrabbiarsi e presentare contro il male una faccia dura come la pietra. Gesù sapeva e sa quello che c’è nel cuore dell’uomo. Sa che la nostra parte migliore è stare in contemplazione, lui del Padre e noi di Lui.

Marta e Maria dovevano imparare ancora questo da Gesù: ci sarebbe stato tempo poi per riflettere, perchè Lui fra poco se ne sarebbe ripartito e voleva che tutti noi che tentiamo di volergli bene sapessimo stare con Lui nel miglior modo possibile, come aveva fatto Lui per Marta Maria e Lazzaro.

Nell’imminenza della sua passione e la sua morte voleva vivere fino in fondo la sua umanità anche nell’amicizia, era una amicizia che si portava dentro la fede nella vita eterna, la gioia di donarsi fino all’ultima goccia, il dolore per la morte imminente di Lazzaro e la speranza riaccesa con la sua risurrezione.

Questa amicizia vissuta fino a far risorgere Lazzaro gli è costata la sentenza di condanna: Gesù sapeva di rischiare e per l’amicizia ha pure fatto tutto questo.

L’unica cosa necessaria all’uomo  per vivere è essere amato senza condizioni: questa casa frequentata da Gesù prelude ciò che sarà alla fine, quando tutti, accolti e accoglienti, riceveremo  e daremo amore.

6 Ottobre 2020
+Domenico

Il prete del tempio e il levita: pendolari del sacro che smontano dal turno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,25-37)

Audio della riflessione

Siamo un poco tutti pendolari, siamo sempre una categoria troppo debole: spendiamo un sacco di tempo sulla strada e siamo soggetti a tutto … ingorghi, ritardi, persone balzane, ladri, prepotenti … te ne devi sempre aspettare una ogni giorno, sai quando parti la mattina e non sai come torni la sera.

In apertura e chiusura sempre una avventura: la strada. Per questo vediamo nella strada solo il punto di partenza per il nostro lavoro, per i nostri obblighi di società; ci sarà di nuovo ancora il luogo del ritorno, stanchi, ma soddisfatti di rimetterci nella serenità e nella gioia della vita che ritorna ad essere nostra, perché ritorniamo in famiglia, tra gli amici.

Il pericolo però … è che pensiamo che il tempo del viaggio sia proprio inutile, da vivere in apnea in attesa che passi: vivevano così anche i leviti che lavoravano al grande tempio di Gerusalemme: loro pure pensavano che la loro vita consistesse proprio nella gioia del tempio, del loro contatto con Dio, dei momenti belli, anche sinceri di preghiera nella pace del convento, le volute di incenso fatte salire per dire la gioia di servire il Signore, per aprire nella vita una finestra di eternità. Ma non pensavano che tutte queste belle esperienze di dialogo con Dio, di pace con se stessi  fossero in attesa di una autenticazione: il prossimo.

I due leviti, uomini religiosi escono dal tempio, pensano di aver dato a Dio tutta la lode possibile, tutto l’abbandono in Lui, pensano di aver dato alla vita interiore, al rapporto con il Signore tutto quanto era dovuto e finalmente si fanno i fatti loro, come facciamo tutti dopo aver lavorato, vissuto per la famiglia e terminati i tempi del quotidiano pendolarismo.

Quei due leviti ritornano a casa loro si immergono nel loro “pendolarismo” e non hanno più impegni. Che capita allora? Sulla strada del loro pendolarismo trovano un uomo riverso a terra mezzo morto: non pensano neanche lontanamente che il loro amore a Dio sviluppato nel tempio adesso esige una verifica, e scansano l’uomo ferito. Non capiscono che così spengono tutte le volute di incenso all’altare, rinnegano il loro dialogo con Dio.

Invece Dio sta proprio lì: quel ciglio della strada scandaglia loro il cuore e ne rivela la meschinità, l’astrattezza del loro rapporto con Dio, dello stesso servizio al Tempio. Sono “pendolari del sacro”.

Non si può essere pendolari del sacro, come non si può essere pendolari della vita: La vita e l’incontro con Dio non sono un lavoro 9-12/ pausa pranzo /15-18. E’ la tua coscienza, la tua umanità che dà sapore anche ai momenti più inutili. Sei sempre tu che vivi, che incontri, che scansi, eviti, ignori o accogli.

Non ti volti da nessuna parte, non cambi marciapiede per non inciampare, per non vedere, perché dall’altra parte ci sei sempre tu.

C’è un altro pendolare che si accompagna ai nostri passi distratti, affaticati, svenduti: è un mercante, senza il senso degli affari, senza preoccupazioni di “target” e di programmi, di profitti e di istogrammi di vendite, di nasdaq e di mibtel.

E’ Lui che si piega sull’uomo ferito, è lui che lo accoglie e lo consola, che non lo vede come un inciampo nella sua corsa veloce all’aeroporto.

Lui sa guardare la vita come una continua provocazione a dare significato al tempo e all’amore, ritiene più importante il tempo che lo spazio, il percorso invece che lo stare annoiati in uno spazio bellissimo, come dice papa Francesco.

Questo “pendolare”, che i leviti neanche lontanamente potevano intuire, era proprio Gesù: alla sua nascita non c’era posto per lui, Maria e Giuseppe nell’albergo; per questo raccoglie il ferito e ve lo porta. Si ferma e non ci abbandona, si carica e si fa carico di noi, e porta proprio là l’uomo ferito, e ciascuno di noi, e gli procura una ripresa per lui impensata.

Per lui ogni piega della vita è una scommessa: non è un pendolare del sacro, ma il Signore di ogni voglia di vivere, soprattutto la più flebile e la più disarmata.

5 Ottobre 2020
+Domenico

Sei ancora tentato di farti sbattezzare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 23-24) dal Vangelo del giorno (Lc 10,17-24)

«Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Non è raro, trovare gente che non riesce ad apprezzare l’esistenza che conduce, l’ambiente, la città, la cultura, il paesaggio, le possibilità di vita di cui possiamo godere: è una tendenza antropologica più forte di noi … da bambini ci sembrava sempre più buona la minestra della zia, da grandi al gusto uniamo il lamento, al lamento l’abitudine, all’abitudine l’ingratitudine e in questa sequenza non sappiamo più godere delle cose semplici della vita.

Non scorgiamo più il miracolo di un giorno nuovo che comincia, la gioia di godere della salute, la bellezza di avere forza per fare tante cose: quando non le avremo più, saremo una lagna per tutti quelli che incontriamo.

È un difetto anche della nostra società opulenta: non siamo mai contenti di niente, non apprezziamo quello che abbiamo. Ora poi che siamo nella pandemia e di essa non scorgiamo la fine, siamo ancora più disperati, vediamo solo quello, non sappiamo alzare lo sguardo a un futuro migliore.

Sappiamo che Dio sta sempre seminando e proponendo il suo regno e noi non riusciamo più ad alzare lo sguardo per riprendere speranza.

Gesù nella sua predicazione si è scontrato con gente che non riusciva a capire la grandezza di quello che stava accadendo con la sua presenza nel mondo: avevano aspettato per secoli un segno, un futuro diverso, un messia e si erano stufati di attenderlo.

Quando è arrivato, non lo hanno riconosciuto. Ma tra la folla che lo seguiva c’era gente semplice senza tante “strutture di pensiero” o gabbie di abitudini. Solo questi lo hanno capito, hanno saputo scorgere in lui la novità di un Dio amabilissimo e vicino, di una Parola che va dritta al cuore.

Mi scrive un ateo convinto: “per me Dio non esiste, posso vivere senza inginocchiarmi, né di fronte a Dio, né di fronte ad altre divinità; la ragione è il contrario di una divinità che impone la genuflessione, lascia libero l’uomo di pensare ciò che vuole. Per me vivere senza Dio non è un tormento. Io trovo in me stesso, solo in me stesso la forza di emergere più forte da ogni prova.”

Certo … se la ragione diventa un assoluto non c’è spazio per la sorpresa, l’accoglienza di un gesto d’amore. Invece si può essere razionali fino in fondo e accogliere qualcuno che va oltre, non contro.

Molti avrebbero desiderato udire quel che voi udite e non l’udirono, conoscere la bellezza del Vangelo e invece hanno dovuto accontentarsi del buonsenso, dei talk show, delle fiction.

Quando siamo troppo pieni di noi, perdiamo la saggezza della vita: C’è una possibilità nel nostro mondo di poter tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede? O ci chiediamo tutti di farci “sbattezzare”?

Sicuramente possiamo tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede se tendiamo la vita come un arco. È una speranza da nutrire sempre!

3 Ottobre 2020
+Domenico

Il regno di Dio è destinato a tutto il mondo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 1-12)

 «Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”»

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Abbiamo sempre bisogno di speranza: la nostra vita spesso si svolge nell’incertezza, nella approssimazione … viviamo di tentativi, di scongiuri qualche volta, di fortuna …

Gesù invece è venuto con una decisione definitiva: lavorare per il regno di Dio; e in Lui c’era una certezza incrollabile: “è vicino a voi il regno di Dio”.

Regno di Dio è una realtà che racchiude in se tutte le attese del popolo di Israele: quando lo udivano dalle labbra di Gesù capivano immediatamente che si trattava della loro grande speranza, della aspirazione di secoli … per loro era la fine di un incubo, la realizzazione di un sogno di popolo, incarnato in ogni famiglia, in ogni pio ebreo.

Era la certezza della presenza misteriosa, ma reale di Dio nella storia del popolo e di ogni persona: Gesù voleva che tutti si orientassero a questa attesa sicura.

Anche noi credenti oggi dobbiamo avere questa certezza: tutta l’umanità è “messe matura per la salvezza”. Il dramma dell’amore non amato, che non rinuncia mai ad offrirsi  è l’orizzonte stesso della salvezza, negata a nessuno e donata a tutti.

Non è vero che il mondo va verso il peggio, che la vita diventa sempre più impossibile, che il male è destinato ad avere il sopravvento, che stiamo andando verso la barbarie. Non è vero che ci stiamo allontanando dalla salvezza.

Dio è fedele, il suo amore è senza se e senza ma. La sua promessa non è vana; il male non vincerà per quanto si faccia forte e usi tutte le astuzie per compiere la sua distruzione.

Riuscissimo a vivere con questa certezza, con la consapevolezza che il Regno di Dio, che la pace, la giustizia, la felicità non sono soltanto promesse, ma realtà che determineranno per sempre la vita dei giusti: avremmo più fiducia nel nostro semplice e povero operare il bene.

Certo, quello che vediamo ci può scoraggiare, ma abbiamo bisogno di apostoli che testimoniano il grande bene che c’è nelle vite donate di chi soffre, di chi lavora per la giustizia, di chi con semplicità ama i suoi figli, i suoi malati, di chi fa il suo dovere.

Le cronache dei giornali non sono il diario del regno di Dio, ma spesso sono soltanto il “negativo” che sta sotto un mare di bene che Dio semina in ogni creatura.

Occorre andare a due a due a rinfocolare la speranza nel mondo, perchè Dio sta con noi, è presente più di quanto lo possiamo scorgere nelle pieghe della vita.

Basta avere questo coraggio, di alzare gli occhi, di guardare il cielo, non per estraniarci, ma per avere la certezza, e l’incontro con il suo sguardo, che ci permette di essere pieni di speranza.

1 Ottobre 2020
+Domenico