Presentazione del Signore al tempio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-40)

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Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Perché viviamo? Quei quattro sogni che abbiamo nel cassetto  riusciremo a realizzarli? La nostra vita è una continua ricerca che ci lascia sempre insoddisfatti … o c’è un momento in cui possiamo dire di aver raggiunto con soddisfazione ciò che cercavamo?

C’è un uomo, carico di anni, saggio, con occhio da sentinella, che sta aspettando da sempre nella sua lunga vita non qualcosa, ma qualcuno: è Simeone … nella sua lunga esistenza non ha mai smesso di aspettare … “Il Signore è fedele alle sue promesse, la sua parola è per sempre. Ci ha promesso un Salvatore e ce lo darà. Se è Dio non ci può abbandonare”.

Quanti suoi amici gli avevano detto: “ecco Simeone, il vecchio sognatore, che non smette di giocare all’adolescente! Ma dove è il tuo Dio se i pagani, i romani, ci opprimono e bestemmiano ogni giorno il suo nome con i loro riti peccaminosi?”

Quel giorno invece nel tempio appare un bambino portato dai suoi genitori: è povero, perchè si fa “riscattare” da due piccioni, ma è la promessa di Dio.

Maria e Giuseppe restano meravigliati delle esclamazioni di questo vecchio Simeone: “ora Signore muoio in pace perché l’attesa della mia vita è compiuta. È arrivata quella luce a lungo sognata per dissipare le nostre tenebre.”

Lui non aspettava di aumentare i suoi guadagni, ma solo di cambiare la sua attesa in presenza, il suo cercare in un trovare: si avverava una speranza nel vedere Gesù, non ne registrava un possesso; si apriva a un dono, non si stringeva al petto un oggetto.

Il suo secondo sguardo è a Maria, la mamma, che si sente dire che una spada le trafiggerà l’anima: detta da un anziano non è una cattiveria, ma l’avvertenza di prepararsi alla prova che ogni vita di genitori si deve aspettare e che non sarà mai senza speranza.

Quanto bisogno c’è che nella nostra esistenza ci siano anziani che non si divertono a scoraggiare i giovani con i loro lamenti: Dio non voglia rovinarli con le loro passioni, ma che siano capaci di tenere sempre viva la speranza! Di incoraggiare ad attendere, di tenere sempre fermo lo sguardo su un futuro diverso come Dio ci ha promesso e manterrà!

Oggi è una festa che vede al centro della nostra preghiera i religiosi e le religiose, adulti, giovani e ragazze che vogliono dedicare la vita al Vangelo, al regno di Dio.

E’ necessario uno sforzo continuo di vita dedicata, di preghiera incessante, di gesti di fede, di amore a tutti: i giovani devono sentire che ci sono persone innamorate di Dio, instancabili nell’intercessione, capaci di vivere stili di vita povera e sobria, disincantati dalle cose e dal denaro, che si dedicano a loro e a tutti, che escono dai loro calcoli e li orientano alla sorgente della vita, al Signore della vita.

Stiamo vivendo un tempo di grande difficoltà sanitaria ed economica: molta gente perde la speranza, fa fatica a ritornare povera, a riabituarsi all’indigenza, a cambiare stile … abbiamo bisogno tutti  di riscoprire il dono della solidarietà attraverso la nostra stessa solidarietà, ha bisogno soprattutto della nostra compagnia, di pregare con noi per trovare fiducia in Dio, in se stessi e nella propria umanità che ha sempre da Dio risorse per superare le difficoltà della vita.

C’è sempre una spada che trapassa l’anima, ma c’è sempre Dio che ne ferma il dolore e lo cambia in speranza.

2 Febbraio 2021
+Domenico
+Domenico

Oggi è Maria che ci presenta Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

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Oggi, primo giorno dell’anno nuovo, gettiamo ancora il nostro sguardo sul presepio: il centro è sempre Gesù, e la nostra attenzione a Lui oggi è mediata da Maria, la mamma … è con lei che vogliono solidarizzare i pastori, gente semplice, che conosce il bisogno di una donna che ha appena partorito e le portano senza indugio – dice il Vangelo – con un moto spontaneo del cuore, con l’immediatezza di chi vive nella precarietà e ha come unica soddisfazione la solidarietà, il conforto della loro presenza.

I pastori erano gente disprezzata, poco di buono, randagia, gente che vive di rimedi, che regolava il suo orario sulle abitudini degli animali … ma è sempre fatta di persone che hanno un cuore e una dignità, una coscienza e una sensibilità.

I verbi che usa il Vangelo sono una traccia di cammino anche per noi: “Andarono senza indugio”, non si fermano sul verbo venire che indica sempre che sono gli altri che devono girare attorno a noi. Noi siamo il perno, noi siamo quelli da riverire, noi quelli che non si spostano di un’unghia per nessuno, noi quelli che devono essere serviti, noi quelli che sanno tirare le file per far girare gli altri nella nostra orbita … noi, la chiesa, stiamo troppo comodi in attesa che la gente venga; noi i responsabili del bene comune che forse scambiamo l’autorità per un potere, mentre deve essere un servizio sempre … e il servizio ha come primo moto spontaneo il decentrarsi verso chi ha bisogno: andare, uscire invece che stare.

Videro, udirono e riferirono; hanno aperto gli occhi su quel bambino, hanno scritto nella loro mente i fatti, non si sono fermati alle loro fantasie, non sono stati comodi a costruirsi un virtuale asettico, lontano dalla vita, ma hanno fatto esperienza, hanno partecipato alla gioia e alla dolcezza della famiglia di Gesù.

Hanno aperto gli orecchi, hanno visto la parola fatta carne, hanno messo attenzione all’invito degli angeli e al loro canto del gloria … e non hanno tenuto per sé quel che hanno provato: Lo hanno portato subito agli altri, hanno creato subito quel tam tam che genera comunione tra la gente attorno ai fatti della vita, alle notizie belle.

La comunicazione della gioia della scoperta ha cambiato la loro vita sociale, hanno cambiato la noia della quotidianità in stupore, hanno saputo dire alla gente che si doveva aprire il cuore alla novità assoluta della nascita di Gesù.

Avessimo noi ancora oggi la capacità di andare oltre la nostra preoccupazione giusta, ma spesso troppo disperata della pandemia che ci occupa non soltanto i pensieri, ma ci detta anche i luoghi in cui poter stare, le persone da incontrare, gli spazi geografici da abitare.

Ci sentiamo forse solo prigionieri, ma possiamo andare più in profondità su questa nostra esistenza coatta e veder nascere in essa una solidarietà più profonda con il nostro prossimo, una speranza da offrire e non solo la difesa della paura, un sorriso che dagli occhi vince la barriera della mascherina, con lo stile degli operatori sanitari che osano sempre andare oltre le proprie forze e le proprie deontologie per essere sempre umani con tutti.

Il Vangelo dice ancora “Glorificando e lodando Dio”: Dio va lodato e ringraziato sempre, la nostra vita ha bisogno di gesti gratuiti, di sbilanciarsi per la riconoscenza, di riconoscere che siamo creature e che non tutto deve essere calcolo, commercio, tornaconto.

Lodare Dio è ritrovare il nostro posto nella creazione, è uscire dalla nostra sicumera per sentirci tutti figli amati da Dio e quindi fratelli, ma oggi dobbiamo fare attenzione ad un’altro importante “fatto”, detto, scritto, il messaggio di Papa Francesco, che ci aiuta a celebrare con Maria la madre di Gesù la 54° giornata mondiale della Pace, e ci aiuta a riflettere sulla Pace come “cammino di speranza”, fatto di dialogo, riconciliazione, e conversione ecologica; è la “cultura della cura”, che occorre rinforzare e acquisire: Dio nella creazione ci ha fatti così, Gesù ha vissuto tutta la sua vita in questa maniera, ed è il punto più alto della rivelazione di Dio per l’umanità … e ricordiamo anche brevemente i principi di questa cura: la cura della promozione della dignità e dei diritti delle persone, proprio perchè uomini e donne abbiamo una dignità inviolabile, anche quando fossimo imbarbariti come Caino che uccise Abele, Dio intervenne a salvaguardare la sua vita. La Cura del bene comune – un’altro passo: “Il nostro sguardo deve essere sempre rivolto all’intera famiglia umana”. La cura della solidarietà, amore per l’altro come determinazione di impegnarsi per il bene di ogni creatura … e ancora “La cura e la salvaguardia del creato”, perchè da qui deriva la cura della nostra casa comune, la Terra, che stiamo distruggendo sempre di più. Questa cultura nasce in famiglia, si radica nella scuola e nell’università, si allarga a tutte le religioni e a tutte le istituzioni internazionali.

Non ci sarà mai pace senza una vera cultura della vita.

1 Gennaio 2021
+Domenico

La profetessa Anna, vecchia, ma non di spirito

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 36-40)

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Capita a tutti di incrociare in luoghi di grande afflusso di persone, mercati, piazze, santuari, cattedrali, delle nonnine rattrappite, con a seguito borse, pacchi, stracci e carrelli dove si tengono tutto il necessario e il superfluo che fa la loro vita: le vedi vagare, parlare tra sé, ogni tanto imprecare contro cose o persone e alla fine acquietarsi, senza badare a niente e a nessuno, nemmeno a chiedere qualche spicciolo per vivere.

Doveva fare questa impressione la vecchia profetessa Anna di cui parla il Vangelo di Luca: era proprio vecchia, ottantaquattro anni di allora sono come più di 100 nel terzo millennio … la sua età però non ha spento l’attesa.

La vera vecchiaia è non aspettare più niente, vivere ogni giorno senza speranza, credere che tutto sia deciso e che inesorabilmente venga avviato verso un fantomatico destino su un nastro trasportatore: puoi essere vecchio anche da giovane, quando ti assale la noia, quando stai ai bordi dell’esistenza a fumarti la vita, la salute e le energie, quando ti affidi alle sostanze perché non senti più il sapore dell’esistenza, quando senza accorgerti cominci a dire ormai o, peggio ancora, “ai miei tempi”.

Anna invece non s’allontanava mai dal tempio, che era il cuore di un popolo, era il punto di arrivo di ogni attesa, aspirazione, provocazione, di ogni ricerca: se il Signore, benedetto sia il suo nome, manda il Salvatore è da qui che deve passare, è da questo luogo di preghiera, è da questa rete di scambi, di aspettative che si consumano ogni giorno.

Lei aveva in cuore una certezza: Dio avrebbe risposto a questa sete di salvezza e bisognava prepararsi, allenare il cuore a percepire la venuta del Salvatore. Lui non lo si aspetta nei bagordi, nelle piazze, nelle caserme, nei palazzi dei re: Lui è re, ma si lascia accogliere nei cuori puliti, e digiunava Anna, non dava al corpo tutto il cibo di cui sentiva il bisogno per tenere il cuore desto.

A noi invece hanno sempre insegnato che se senti un istinto, devi seguirlo: che c’è di male nel mangiare e nel bere? Perché devo andare contro la natura se questa è stata così ben fatta da Dio? Forse non sai che il corpo si intorpidisce se non lo tieni allenato alla ricerca? lei sapeva ciò che ogni sportivo conosce, che se hai una meta davanti devi prepararti tutto: cuore, spirito e corpo a perseguirla.

Se accontenti sempre il corpo, l’anima s’addormenta, se hai il coraggio di tenerlo in tensione la vita si arricchisce, la vista si pulisce e il cuore si allarga.

Quando Anna vede il bambino non le par vero di poterlo dire a tutti: tanto lo aveva immaginato che la vita, il futuro di questo bambino le era davanti agli occhi come una certezza … “Questo bambino che abbiamo atteso a lungo, che nelle mie preghiere mi era dato di sentire, che i nostri avi hanno da sempre previsto, che molti si sono stancati di aspettare, è qui: la vita ora è diversa. Sono vecchia da buttare, ma sono contenta di aver dato a voi questo segnale di speranza. Ora lo affido a voi, non me lo trattate male, perché chi vi ha preceduto lo ha aspettato per millenni. Lui è il punto di arrivo del nostro popolo, non aspettate altri.”

Purtroppo non fu così: la malvagità umana anche oggi lo continua a inchiodare in croce, ma Anna lo gode risorto e definitivo con i suoi padri.

30 Dicembre 2020
+Domenico

Lascio ai giovani di continuare a tenere accesa la luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-35)

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Quando nasce un bambino in una casa, la prima festa la fanno i genitori, i fratellini, se ci sono, i nonni soprattutto, i parenti passano a far visita … quel fiocco alla porta segnala a tutto il vicinato che c’è una presenza nuova, il telefono squilla in continuazione, il padre va in comune più presto possibile a registrare la sua nascita … ma la nascita del bambino non è “completa” se non c’è un momento ufficiale che lo consegna alla comunità; ogni popolo primitivo aveva un atto pubblico che definiva questo momento: per gli ebrei era portare il bambino al tempio per dichiararlo davanti a Dio, riconsegnarlo quasi con orgoglio e gratitudine, scrivergli nel corpo l’appartenenza a un popolo.

Noi oggi lo facciamo col battesimo, come atto e dono al figlio di una comunità più grande e di una immersione nella vita di Gesù, il centro della nostra fede.

Anche Gesù fu portato al tempio: anche lui ha fatto questo suo primo ingresso, da Figlio di Dio, nel popolo che Dio stesso si era scelto come prediletto … e lì ad attenderlo c’è tutta la speranza dei secoli che lo hanno preceduto, c’è una figura ieratica, severa, tenace, Simeone: un vecchio che non ha mai perso la speranza di poter vedere la salvezza.

Dirà soddisfatto: “ora Signore mi puoi chiamare a te. Ho presidiato il tempio in attesa del salvatore, i miei occhi stanchi lo hanno visto, il mio cuore è pieno di gioia, lascialo scoppiare perché la mia vita ha raggiunto il massimo cui aspirava. Ho nel cuore una soddisfazione impensabile. Non ho atteso invano, non ho speso inutilmente i miei giorni a tener accesa questa fiaccola che ora è luce purissima che invade il mondo. Il nostro popolo può uscire dalle tenebre in cui si è cacciato come sempre quando si allontana da te. Certo chi ti segue avrà una vita in salita, dovrà sempre confidare solo in Te, e Tu ci metti sempre alla prova, perché vuoi vagliare il nostro cuore, ma ora l’attesa è finita: Lascio ai giovani di continuare a tenere accesa la luce, perché loro vivano di speranza!”

I giovani imposteranno la vita sulla speranza, se ci sono adulti e anziani che la addita a loro, che rimangono sempre sulla breccia, che non si piegano alla moda dei tempi, ma sanno tenere lo sguardo vigile sui valori, anche se sembra che più nessuno li segua: loro devono indicare alle giovani generazioni in questa terra spaesata che il cielo non è vuoto!

Oggi però è chiesto ai giovani stessi di tenere in vita noi anziani, perché la pandemia ci sta falcidiando: non vi vogliamo rubare il futuro, ma almeno aiutarvi a non prendere le nostre cantonate, a fare i nostri sbagli e così lavorare per un mondo più bello di come ve lo abbiamo ridotto noi.

29 Dicembre 2020
+Domenico

Festa della famiglia con nel cuore la famiglia di Gesù al tempio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2)

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La nascita è stata una gioia per tutti, la fine di una attesa misurata, talvolta preoccupata ma sempre piena di speranza; i dolori del parto da dimenticare, ma ora lui o lei c’è: è già stato tutto preparato, il lettino, la cameretta, i vestitini, tutti si sono concentrati su questa nuova creatura, voluta, desiderata, progettata.

Fossero tutte così le nascite dei figli, fossero tutti così i genitori che esprimono il massimo del loro amore nel farlo diventare nuova vita. Sappiamo purtroppo che spesso non è così, che per molti la vita nuova è un “incidente”, o un “sopruso”, o un intruso … ma per questa povera, debole creatura l’amore di una mamma non deve mancare, il dono di una famiglia è un bene da conservare e su cui piegare ogni sana comunità umana, ogni civiltà, ogni stato, ogni globalizzazione.

Ogni bambino che nasce a questo mondo deve avere il bene assolutamente gratuito che abbiamo avuto noi: un papà e una mamma, un nido d’amore accogliente.

Nelle migliaia di campi profughi non c’è cameretta, né vestitini, ma spesso solo paura del futuro e fame e guerra sempre all’orizzonte: Abbiamo sotto gli occhi il pianto di una madre a cui è annegato il figlio di sei mesi e il suo corpicino esanime annegato in quelle tragiche attraversate del mar Mediterraneo.

Quanti bambini, sono vittime di una guerra, come tutte senza senso, quanti volti di genitori disperati, quanti corpi feriti e i bambini, grazie a Dio sono ancora capaci di sorridere.

Anche se il nido preparato è fragile e subito o troppo presto si rompe: il presepio dura poco, la vita di famiglia entra in crisi, le difficoltà aumentano e come se non bastassero le tensioni quotidiane ci si mettono anche le condizioni sociali incapaci di costruirsi a misura di famiglia.

Anche Giuseppe e Maria hanno dovuto fare i conti con le avversità, la fuga, l’emigrazione, la violenza … c’è però ancor un quadro che il Vangelo ci fa contemplare e che chiude il tempo natalizio: Giuseppe e Maria vanno al tempio – vanno in Chiesa diremmo noi – e presentano a Dio questo dono sorprendente che hanno gelosamente da custodire.

Lì c’è un vegliardo Simeone e una donna anziana, Anna: a me fanno tanto pensare ai nonni, a quella stagione della vita in cui ti sembra che tutto sia passato, che il declino abbia il sopravvento e invece la nascita del nipotino ritorna a far vivere, a darti speranza.

“I miei occhi hanno visto la salvezza”, la vita continua, occorre tornare con entusiasmo a servirla, senza potere, senza rabbia, con la consapevolezza del limite e della pace … e questi due nonni sono là a ricordarti, a ricordare a Maria e Giuseppe che la vita sarà sempre in salita, “una spada trafiggerà la vostra anima”; non sono uccelli del malaugurio, ma la forza nella prova immancabile: te li ricorderai sempre perché ti hanno aiutato a vivere.

E Maria e Giuseppe contemplano stupiti questo Gesù, che pur essendo Dio, impara a vivere da uomo, a camminare e a crescere in una famiglia. Credevano di essere soli con la loro fragile creatura, ancora frastornati di quello che stava capitando attorno a questo bel bambino, invece continuavano a poter dire il loro sì a Dio che li aveva chiamati a dare il loro contributo al suo grande sogno, grande progetto: il cambiamento in bontà della cattiveria umana.

In questo non si sono mai sentiti e mai lasciati soli: sarà Gesù a compiere con la sua vita, la sua croce tutto questo grande progetto di Dio … e noi oggi ne facciamo memoria e decidiamo di non lasciare solo Gesù.

Durante questa pandemia, forse i responsabili della cosa pubblica si sono accorti che si possono fare progetti grandi, riforme in meglio, pianificazioni di finanziamenti, ma se non ci sono famiglie che danno vita ai figli, la nostra Italia non solo impoverisce, ma rischia di non esserci più, se non nascono più figli!

La necessità di dare stabilità alla famiglia, che del resto, in questa pandemia, è stata quella che ha sopportato di più la fatica del contenere i disagi e rendere possibili operazioni di chiusura: dove sarebbero andati i bambini, i ragazzi, senza il tempo della scuola, se non ci fossero state le famiglie, che fungevano quasi sempre da tura buchi nell’organizzazione.

Soprattutto chi avrebbe potuto offrire loro un ambiente di amore profondo, di serenità, sicurezza, protezione e stimolo a comportamenti positivi, di bontà, di collaborazione, di fratellanza e a vivere ancora anche se a distanza l’amicizia o sopportarne l’assenza? Come sempre ci ricordiamo della famiglia solo se tappa qualche buco del nostro impossibile stile di vita.

Ci affidiamo alla Santa Famiglia, per resistere, e per non perdere mai la speranza.

27 Dicembre 2020
+Domenico

Siamo testardi: non ci toccate il presepio!

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,8-12) dal Vangelo del giorno (Lc 2, 1-14)

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

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Tanto è piena di tensioni, di apprensioni, talora di paure l’attesa di un bimbo, tanto, e molto di più, è piena di gioia la sua nascita! Anche Maria ha provato questa decisiva esperienza della maternità e ora l’attenzione va sul bambino: dopo i primi complimenti fatti alla mamma l’attenzione va su di Lui.

Partorì, lo fasciò, lo sdraiò … e Lui, ora c’è, si fa sentire, si presenta, attira l’attenzione, si crea il suo spazio: ha sempre bisogno dell’amore di tutti, dei suoi genitori soprattutto, ma ora è una nuova vita … e Gesù è la nuova vita per noi!

Il vangelo di Giovanni userà parole più severe, “il verbo si è fatto carne”, ma tutti gli evangelisti dicono e tentano di farci capire la grandezza di quello che una scena così umana ci permette di contemplare.

A noi oggi non basta lasciarci commuovere da un bambino che nasce, ci serve anche la commozione, ma la nostra fede vuole che andiamo oltre, che vediamo in trasparenza la nostra storia, la storia dell’uomo, la storia del mondo.

Non siamo soli, Dio è con noi: questo bambino è il figlio di Dio, è la pienezza cui aspira da sempre la nostra vita. E’ una speranza nuova, è il seme di una umanità che si può riscattare, è il principio e la fine, è il Signore dei signori, è il creatore.

Potremmo sembrare pazzi, ingenui a caricare una scena così idilliaca di questi numerosi significati: infatti la cultura occidentale si sta stancando del Natale, si sta stancando della grotta, del bambinello, preferisce non fare menzione di nessuna nascita, le basta un albero, un vecchio vestito di rosso … presepio è parola ormai “non politicamente corretta”.

Noi invece siamo testardi: non ci interessa niente delle mode, non ci dispiace scandalizzare, passare per ritardati, vogliamo guardare a quel bambino, e vedervi il sorriso di Dio, leggergli sulle labbra le parole dell’amore del Signore.

Noi credenti in questo bambino adoriamo il nostro creatore, sappiamo di stare a cuore a Dio, sappiamo che la nostra storia, non è una accozzaglia di avvenimenti, ma è un tessuto di relazioni d’amore.

E non siamo senza ragione, perché la vera ragione si è fatta carne, contro tutte le semplificazioni della ragione umana che non riesce più a parlare di Dio, dell’eternità, della morte, perché parla solo di quello che vede e tocca … ma quello che è più importante nella vita degli uomini è sempre invisibile agli occhi, e l’invisibile s’è fatto uno di noi, perché Dio non ci abbandona mai.

Non avremmo mai pensato di vivere un Natale così: Il tessuto di amore che ti abbiamo preparato, Gesù, è fatto di respiratori, di tamponi, di medici e infermieri, di operatori pastorali che ti adorano in ogni malato, che amano e curano … e così incontrano Te.

25 Dicembre 2020
+Domenico

Il cuore di Maria accanto a quello di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 41-51)

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Mettere al centro della nostra riflessione e preghiera oggi il cuore Immacolato di Maria, dopo la festa del Cuore di Gesù, significa collocarci al centro della vita della Madre di Gesù.

Il centro della vita di Gesù era stata la sua agonia, crocifissione, morte e risurrezione: infatti il suo cuore è sempre squarciato, coronato pure di spine, sanguinante, simboli chiarissimi che di Gesù si vuol contemplare e immergersi nel dono della sua vita fino all’ultima goccia di sangue, versato per l’umanità e per ciascuno di noi.  

Il cuore di Maria viene contemplato come Immacolato, come tutto completamente orientato all’amore per il Signore e forgiato dalla cura quotidiana di Gesù entro una vita di famiglia: non per niente il Vangelo della Messa di questa festa è una scena della vita di famiglia in cui i tre, Gesù, Giuseppe e Maria sono orientati alla città di Gerusalemme, al culmine cui Gesù sempre penserà nella sua predicazione, nel rapporto con gli apostoli, nel dialogo con la gente. 

Il cuore di una mamma si protende sempre verso i figli: questo avviene nella casa di Nazareth, nel pellegrinaggio della Santa Famiglia a Gerusalemme, nelle presenze di Maria nella vita di Gesù; il vangelo non a caso continua ad “aggiornare” – diremmo noi – l’elenco delle sue presenze – direbbe la teologia invece – la necessaria e specifica presenza di Maria nel piano della salvezza che ha Gesù come centro : Cana, Via Crucis, sotto la Croce, Cenacolo, Pentecoste.  

Ed è così che si sviluppa la sua maternità sottolineata anche nelle apparizioni di Maria lungo i secoli, e in queste il suo cuore di Madre, assolutamente a disposizione del piano di Dio, pieno della grazia di Dio – Immacolato significa anche questo – è sempre messo in opera.

A Fatima si è espresso in termini ancora più evidenti e a Lourdes si è data anche il titolo: Io sono l’Immacolata Concezione.  

In questo tempo di ferite di difficile emarginazione provocate dall’epidemia, la vogliamo contemplare nel suo cuore di mamma, di tenerezza quasi palpabile, di amore portato nonostante la difficoltà a capire: “Figlio perché ci hai fatto questo? tuo padre e io angosciati ti cercavamo.”, e qui Gesù tra le tutte le sue parole, riportate dai vangeli dice parlando di Dio, il Signore del cielo e della terra, la prima volta, che è “Padre” e lo chiamerà sempre così fino alla Croce e alle sue ultime parole “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”.

 L’angoscia per il tempo della ricerca di Maria – sicuramente per la grande fede di sua – si attenua, ma non scompare la tensione verso l’impossibile che Gesù sempre presenta alla sua comprensione, alla sua compagnia e collaborazione di madre al piano di salvezza di Dio sull’umanità.

I sentimenti tenui di una vita di famiglia si allargano all’orizzonte divino della salvezza dell’umanità. Da qui la supplica che spesso la chiesa, i fedeli comuni, fanno a Maria con la consacrazione al suo Cuore Immacolato, condizione per la conversione del mondo.  

20 Giugno 2020
+Domenico

Non c’è pace senza verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21) – Battesimo di Stefania.

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Audio della riflessione

Il Vangelo che abbiamo appena letto ci riporta a quella notte magica, a quella notte che unisce cielo e terra, la notte degli egoismi e della povertà, la notte in cui Giuseppe e Maria si devono adattare negli anfratti della roccia: c’è un brano del Cantico dei cantici che esalta questa corsa tra le rocce dell’innamorato che cerca la sua innamorata: Ora l’innamorato è Dio e colui che cerca è l’uomo, gli vuol portare il suo amore.

Il suo dono è un tenerissimo bambino, ma è talmente distratta ed egoista la nostra umanità, sono talmente fitte le nostre tenebre che rischiamo di non accogliere il dono di Dio; è la gente semplice che si accorge di Lui, sono i pastori che fanno da primi annunciatori a tutti, che dicono che c’è una speranza che non tramonta mai: Gesù il figlio di Dio, l’Emmanuele, il Dio che sta con noi. 

C’è un altro fatto che viene sottolineato dal Vangelo: la circoncisione di Gesù, un atto solenne col quale Gesù viene a far parte definitivamente del popolo di Israele. Quando Dio aveva stabilito una alleanza col popolo di Israele, quando aveva promesso fedeltà senza pentimenti a un popolo che lo avrebbe sempre tradito, Dio aveva voluto che ci fosse un segno nella carne degli ebrei e questo segno venne inciso anche nelle carni del figlio di Dio.  

Non c’è momento migliore come questa festa per accogliere una nuova cristiana nella nostra comunità, nella Chiesa! In questo modo siamo chiamati a vedere la grande differenza: là Gesù veniva circonciso per indicare di appartenere al popolo dell’alleanza, qui Stefania viene a far parte del popolo della nuova alleanza attraverso l’immersione nella morte e risurrezione di Gesù.

La circoncisione non salva più: ora ciò che salva è la morte e la risurrezione di Cristo, la nuova ed eterna alleanza, come diciamo quando consacriamo il pane e il vino nel momento culminante dell’Eucaristia.

Non è più un solo popolo quello scelto da Dio, ma è la Chiesa che è aperta a tutti i popoli: San Paolo dovrà lottare non poco per far capire che i nuovi convertiti al cristianesimo non dovranno più essere circoncisi! Non era necessario diventare ebrei prima di essere cristiani: questo cambiava radicalmente il concetto di salvezza, di redenzione, lo poneva solo ed esclusivamente nelle mani di Gesù il Figlio di Dio.

E’ in queste braccia che tu Stefania stasera vieni accolta: sono le braccia dell’amore puro, infinito,  gratuito, la gioia senza fine. 

E’ iniziato un nuovo anno, abbiamo già provveduto a sostituire il calendario, ad aprire la prima pagina e la Chiesa la vuol aprire sulla condizione essenziale perché possiamo ogni giorno sfogliare l’agenda, segnare con gioia il tempo che passa: la pace.

E’ il primo dono del bambinello ed è ancora il più disprezzato dagli uomini.

Il disprezzo è innescato dalla menzogna: non siamo troppo giovani per non esserci accorti, che ogni volta che scoppia la guerra siamo pilotati a parteggiare per essa da una campagna di informazioni falsa … occorre sempre prima inventare un nemico: il nemico viene artatamente dipinto come il demonio, e l’unica via possibile per bloccarlo è il ricorso alle armi; salvo poi puntualmente a verificare che le informazioni erano state inventate e che l’opinione pubblica era stata ingannata da notizie false.  

La falsità più pervasiva e più subdola però è l’affermazione che la guerra risolve i problemi per cui la si fa, mentre tutti sappiamo che nessuna guerra ha mai risolto problemi, ma ha creato sempre nuove ingiustizie e miseria.

Papa Benedetto ha preso questo nome anche per rifarsi a Benedetto XV, il papa che un secolo fa diceva a tutti che la guerra è assurda, che con la guerra si perde tutto, che è una carneficina inutile sempre. 

Giovanni Paolo II lo ha sempre detto, lo ha ripetuto inascoltato anche prima di quest’ultima guerra contro l’Iraq: tutto sempre si avvera, ma noi sempre dobbiamo far vedere la nostra inutile cattiveria. 

Il male ha sempre bisogno di camuffarsi, di rivestirsi falsamente di bene per diventare appetibile e al mondo esistono pianificazioni mondiali per fare questa operazione di inganno: come farebbero del resto i costruttori di armi a collocare i loro prodotti di morte? I giornalisti, gli uomini della comunicazione – ed oggi saluto con soddisfazione quel gruppo di giovani giornalisti che hanno dato vita al mensile diocesano “libera mente” – dovrebbero aiutarci a non cadere nell’inganno, ma anch’essi o sono conniventi o non sono competenti, pur sapendo che il loro mestiere è far conoscere la verità.  

Il cristiano deve sbilanciarsi sempre dalla parte della pace, accoglierla dalle mani di Dio, invocarla, attuarla, difenderla, realizzarla. Cominciamo già dal primo giorno dell’anno ad augurarcela e a invocarla. Quel bellissimo quadretto che ci presenta il presepio oggi, quello sguardo compiaciuto di Giuseppe, la maestosa e devota presenza di Maria sono segno di sicura speranza di pace. 

1 Gennaio 2006
+Domenico