Per noi è più importante il fare che accompagnarlo con il ragionare

Una rflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 1-6)

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Noi adulti siamo spesso più orientati alla concretezza, al “fare”, al porre gesti “fotografabili” piuttosto che accompagnarli con ragionamenti: anche i giovani spesso oggi badano ai fatti concreti e sono stufi di parole con cui noi nascondiamo – anche senza volerlo – i veri significati di quello che facciamo, e sono abbastanza intolleranti dei comportamenti negati, per esempio, per la pandemia.

E’ quello che capita a Gesù, continuando i suoi insegnamenti sul sabato, perché gli preme far nascere negli ascoltatori una profonda consapevolezza della “legge del sabato” che veniva sempre esasperata, assolutizzata, a danno della attenzione premurosa verso l’umanità, soprattutto se sofferente, e far nascere così qualche altra prospettiva che qualificherà in seguito la vita dei cristiani.

Anche questa volta Gesù di sabato sta vicino a una persona che ha una mano inaridita, quindi una umanità ferita che lo rende spesso non autosufficiente nella sua esistenza, non gli permette di fare dei lavori, lo rende insomma “sofferente”.

Lo vuol guarire … diremmo noi, come chi lo accusa, che poteva aspettare di uscire dalla sinagoga per fare il miracolo, ma Gesù sa dove vuol arrivare: vuol stanare dal cuore dei farisei l’ipocrisia ormai incancrenita nei loro pensieri e nei loro atteggiamenti, che mette sempre davanti alla sofferenza di una persona un insieme di leggi e di precetti … quelli sì, che secondo loro danno lode a Dio, non la guarigione di una persona sofferente, e li ha proprio davanti a sé, pronti a vedere che cosa avrebbe fatto.

Gesù sa di dovere spendere ogni momento della sua vita che, anche secondo quello che faranno alla fine questi farisei, comincerà ad essere sempre più in pericolo, anche dopo questo fatto … infatti fa a loro una domanda chiarissima: “E’ lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare la vita di un uomo o lasciarlo morire?” Non rispondono, e il Vangelo ci presenta Gesù che si guarda attorno con sdegno e pieno di tristezza: dice a quell’uomo che ha accanto con la mano secca e inservibile “mettiti nel mezzo, dammi la tua mano”, il malato obbedì e la mano divenne perfettamente sana.

Gesù era sdegnato e triste perché la cosa più importante per loro era di vedere se stava agli schemi, non importava loro farsi domande sui segni che metteva in evidenza, non interessava loro mettersi in ascolto, almeno avere dei dubbi su chi era lui o che cosa stesse tentando di far capire, ma solo essere severi guardiani di un passato che ingessava il rapporto tra gli uomini e il Signore.

Il Dio che avevano in mente non si commuoveva per il male di cui soffriva un uomo, ma era più interessato alla legge che stabiliva regole: “Subito uscirono – dice il Vangelo – e fecero una riunione non tra loro, ma con quelli del partito di Erode per cercare il modo di far morire Gesù”; Si abbassavano anche a chiedere aiuto a un notissimo monarca assassino, che non solo non rispettava il sabato, ma uccideva persone e disprezzava la legge, la Torah.

Purtroppo nella nostra vita di fede ci mettiamo sempre al centro noi, non Lui … invece Gesù ci ribalta e dice che c’è speranza in una vita vera se ci sappiamo rinnovare nel contemplare la sua vita, e mettiamo in pratica la sua parola.

20 Gennaio 2021
+Domenico

I pilastri della vita cristiana sono esperienze di pienezza di vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 23-28)

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Avrai anche ragione a dire che la vita cristiana è una vita di gioia e di serenità, ma ci sono dentro tanti elementi o obblighi che stridono con la nostra felicità, per esempio al Messa della domenica: ho solo un  giorno libero a settimana, finalmente posso fare di testa mia, posso stare un poco di più in famiglia, devo sgranchirmi un po’ il mio corpo con dello sport, devo incontrarmi con i miei amici, sperando che questa pandemia finisca e non ci torturi ancora con questa distanza fisica e le mascherine, e la Messa dove la metto?

Gli ebrei a Gesù ponevano altre domande, forse contrarie alle nostre, ma “dello stesso tipo”: Il sabato era una giornata di assoluto riposo, ne venivano contati anche il numero dei passi che si potevano fare, senza offendere Dio l’Altissimo, le azioni anche semplici da evitare, le lodi a Dio da “esternare” …I discepoli di Gesù a questa pratica del sabato, presi dall’entusiasmo di vivere con Lui, lo sposo con cui vivere felici, si permettevano nella loro vita di pellegrini per le strade della Palestina con Gesù, di cogliere qualche spiga di grano nei campi di sabato e farsi passare la fame.

Ciò creava scandalo tra i farisei: “Come? tu Gesù sei venuto a richiamarci a una vita religiosa nuova e non fai osservare quello che per noi è un assoluto, il sabato?”

Chi era qui l’assoluto? Una legge o la persona?

Gesù quindi dice non è che Dio imprigioni l’uomo nel sabato, ma è il sabato che deve essere per l’uomo: non c’è contrasto tra un sabato da donare a Dio o all’uomo, mettendoli in contrasto perchè Gesù è l’uomo-Dio, dopo l’incarnazione non si può fare questa contrapposizione.

Non è la legge del sabato che dà lode a Dio, ma lo spirito di chi lo vive, spirito che sta nella dignità della persona umana, che lo apprezza e lo offre al Signore. Il sabato era diventato una gabbia che non poteva sempre tenere in conto la vita della persona.  

Non è certo così il nostro caso quando ci disinteressiamo della domenica come giorno del Signore, perché ne abbiamo cancellato il Signore e al centro ci siamo messi noi.

Non pensiamo nemmeno lontanamente di contestare una precettistica umiliante, noi contestiamo lo stesso Signore, la dimensione spirituale della nostra esistenza che ha bisogno di esprimersi anche attraverso dei segni, degli spazi che dedichiamo a Lui con i nostri fratelli e non disinteressandoci mai dei loro bisogni vitali, che hanno sempre se non la precedenza, almeno la coscienza in noi di amare Dio nella risposta ai loro bisogni … ma abbiamo bisogno di dare del tempo al Signore, per renderlo evidente nella nostra vita!

19 Gennaio 2021
+Domenico

Si può essere cristiani convinti e vivere felici?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2,18-22)

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Si sta radicando sempre di più sia nel mondo giovanile, che in quello un poco più adulto l’idea che essere cristiani significhi soprattutto non poter godere le gioie della vita, dell’amore, della compagnia, del divertimento, della spensieratezza, della felicità.

Ci si continua a dire, in questa pandemia, che quando sarà passata dovremo prendere la vita in maniera più seria, non tornare a ripetere gli errori che ci hanno portato a queste mascherine, a queste chiusure, a questi cambi di colore incombenti.

Io dico che ci farebbe bene diventare o ridiventare cristiani convinti se avessimo cessato di esserlo: l’attenzione agli altri, la generosità, il rispetto e la cura del creato non sono solo virtù cristiane, ma stili di vita per tutti, e noi cristiani dobbiamo essere convinti di questi cambiamenti.

Vivendo così ci mancherà la gioia? Sarà una sorta di digiuno che dovremo fare?

Al tempo di Gesù c’era stato un grande cambiamento, che la gente che aveva seguito Giovanni il Battista aveva notato in Gesù e in quelli che lo seguivano: “Questi – dicevano – non fanno digiuno come noi, vivono contenti, gioiosi, felici. Si può sapere perché?”

Gesù interviene con una delle sue risposte inaspettate: “quando voi partecipate alle nozze di qualche vostro amico, vi preoccupate più del digiuno o della condivisione della sua festa al meglio possibile, così da fare con lui una bella esperienza di gioia? Se poi fosse non solo un amico, ma la persona che dà senso alla vostra vita, lo stesso Signore, state a fare digiuno di gioia, di sorrisi, di felicità? Qui i miei seguaci hanno capito che c’è lo sposo, sono Io lo sposo della nuova vita che Dio ha voluto iniziare con me, col messia che tanto avete aspettato; c’è da cambiare stile di vita, c’è una novità assoluta nel mondo. Occorre lasciarsi trascinare dallo sposo dentro questa nuova visione  del mondo e della vita. Verranno sicuramente tempi in cui la mia presenza non ci sarà più e allora dovrete affrontare l’esistenza nel digiuno, ma non sarà una sofferenza senza speranza, sarà solo un passaggio”, una preparazione.

La convinzione che con Gesù non si trattava di aggiustare la vita con delle pezze, o mettere il vino della gioia di vivere mescolandolo alle lagne di lamento e di tristezza precedenti, non era ancora chiara per la gente.

Si deve partire da una concezione radicale della vita e della gioia di Gesù, del Vangelo, dell’essere cristiani: non si potrà riparare lo squarcio della croce con delle “pezze di felicità,” ma sarà la felicità piena lo sbocco della crocifissione e morte, sarà la risurrezione, e già ora noi cristiani dobbiamo anticipare nella nostra coscienza esistenziale, nella nostra vita quotidiana la gioia che ci ha portato Gesù e testimoniarla, affascinando ogni persona che si farà le nostre stesse domande.

La vita non è sforzo titanico di  superamento di sé, ma è contemplazione: essere felici in compagnia dello sposo, il Signore Gesù, che già sta nella nostra vita!

Difficile? Ricordate tutti quanto era felice ed entusiasta del signore il beato Carlo Acutis …

18 Gennaio 2021
+Domenico

Lo sai già: si può sempre rispondere a una nuova chiamata di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 13-17)

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Di questi tempi sta diventando ancora più difficile soprattutto per il mondo giovanile, ma anche per chi, sposato, si è fatto una famiglia e vede che la pandemia gli ha sconvolto l’esistenza, tolto la sicurezza, spinto a una ricerca spesso affannosa di nuove possibilità di lavoro e di vita sociale, trovare soluzione alla propria ricerca, alle sue necessità e a una urgente riprogettazione della sua esistenza.

Qualcuno invece non si pone tanti problemi di scelta. Ha trovato due o tre occasioni, le ha seguite, una gli sembra buona e se ne sta tranquillo a vivere di rendita: è una vita senza lode e senza infamia come tutte del resto … “Non faccio niente di speciale, ma sto bene, ho amici, ho fascino, ho soldi, che vuoi di più? Mi tengo pure sempre la mascherina, non vado a nessuna movida …”

A un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella sua esistenza, oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità che gli fa cambiare radicalmente strada: gli si aprono gli occhi, percepisce dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo.

Levi (Matteo) era uno di questi: pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, a spostare danaro, a fare “bonifici”; aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro. Della rispettabilità non gli interessa, tanto per i soldi tutti si creano una maschera e fanno tacere a pagamento se fosse possibile anche la coscienza.

Un giorno però gli capita al banco, dove sta contando euro a non finire, Gesù: e Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice “Seguimi!”

E’ un fascio di luce, un dito puntato, uno stupore, una sorpresa: ti serve qualche donazione per i quattro straccioni che ti seguono dovunque vai? Hai progetti ambiziosi che ti posso finanziare? Ma Gesù non è venuto a chiedere le sue cose, ma la sua stessa vita, l’ardore del suo lavoro, l’intelligenza dei suoi pensieri da applicare al suo Regno non a quello di mammona.

E Levi capisce: proprio me chiami? È me che vuoi? Con tutti i banchieri che ci sono ti rivolgi proprio a me? E alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, provocata da questo invito a risorgere, lo seguì.

Gli è andato dietro, lo ha messo davanti a se come una meta, una forza irresistibile, una luce abbagliante, un calore confortante ed è diventato apostolo, mandato ad annunciare, non più seduto a contare.

Ha una sua vita di relazione, i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; sta di fatto che vuole che Gesù incontri questa sua potente fasciatura, cioè tutto il mondo di pubblicani che lo accerchia.

E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a sradicare certezze e a portare la sua speranza. Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità. Li vede spaesati, ma lui li aiuta a alzare lo sguardo al cielo: è venuto per loro, non per stare nelle sacrestie del tempio a morire di fumo di animali bruciati!

Questo Gesù passa ancora per banche e agenzie, per fabbriche e uffici, per borse valori e università, per corsie d’ospedale e pronto soccorso e punta il dito e dice “seguimi”.

Se lo ascolti avrai trovato la strada della felicità.

16 Gennaio 2021
+Domenico

C’è un posto davanti a Gesù per ogni paralisi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 1-12)

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Lui era ammalato e immobilizzato, la malattia da un po’ di tempo lo teneva incollato al letto paralizzato, lo chiamavano “il paralitico”; era disperato, la sua vita era segnata per sempre, ma aveva quattro amici, aveva 8 gambe, 8 braccia, quattro cuori che facevano il tifo per lui: “Fatti coraggio, ci siamo noi ad aiutarti, per quel che ti serve conta su di noi! Abbiamo sempre lavorato assieme, ci siamo divertiti, ci si è spezzato il cuore quando ti abbiamo dovuto ricuperare senza più forze per sempre, ma non ti possiamo abbandonare.”

Ed è questa amicizia che scatena il miracolo, la fede, la salvezza!

“Ti abbiamo sempre aiutato, vuoi che ora non ti portiamo da Gesù? Di Lui dicono tutti che ha un cuore tenerissimo. Lui ha guarito dalla lebbra … ti ricordi quel cieco che ogni tanto urlava la sua rabbia e la sua fame? Ebbene oggi ci vede e non sta nella pelle dalla gioia … e tu? Da Gesù ti portiamo noi.”

Ve li immaginate questi amici, con la solidarietà che hanno in corpo, se stanno a far la fila, a ritirare lo scontrino che fissa la precedenza, a recedere perché l’ambulatorio è chiuso o perché non c’è più spazio?

“Ti caliamo dal tetto, proprio davanti a Gesù. Tanto a Pietro glielo rifaremo nuovo e per fortuna che è un poveraccio come noi e non ha fatto né soletta, né soffitto né controsoffitto” … «Scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava».

Gesù si vede calare davanti agli occhi il dolore fatto persona, un corpo paralizzato, una vita imprigionata che gli taglia la parola che stava annunziando, gli “interrompe l’omelia”, gli nasconde l’uditorio, gli stizzisce gli scribi che erano riusciti a segregarlo per un seminario di studi sulla Torah, o su qualche iota o apice della legge.

Come fa Gesù a non rispondere alla provocazione di questa fede, di questa solidarietà, alla pressione incontenibile di questa domanda, all’invocazione di questa vita?

“Voi pensate che io sia un guaritore da 4 soldi, che sia uno sciamano che ha ereditato a Nazareth un po’ di magia? Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati: è questo male profondo che io sono venuto a sradicare dal cuore, non sono specializzato in neurologia o in traumatologia, non mi scambiate per un ipnotizzatore. Ora la tua vita è diversa, e per significarti che sei cambiato dentro prendi il tuo letto e cammina ti riconsegno ai tuoi quattro amici, con una vita piena, una salvezza che non potrà non contagiare quelli che incontrerai.”

Il tam tam della salvezza ha cominciato a diffondersi attraverso questo paralizzato con il letto a traino, con una vita nuova fuori e soprattutto dentro.

Il male più grande è il peccato: è aver reciso la vita dalla fede, per noi adulti di oggi avere abbandonato Gesù e averlo ridotto a un nome, a una religione come le altre, a una pia tradizione, è una cosa importante sapere cosa è il peccato.

Questo Gesù è un fatto, non è una idea, non è una pia sollevazione del sentimento, ma una presenza datata e senza fine, definita e aperta a tutte le espressioni del vivere, chiara e scritta nel mistero: è sempre quel Gesù che sa togliere le paralisi della vita, del pensiero, della cultura, della società …

“Alzati e cammina” è l’invito a ogni persona, a ciascuno di noi se cerchiamo di dare alla nostra vita un nuovo centro … aveva, per questo, trovato amici che non lasciavano solo nessuno.

Essere comunità cristiana significa moltiplicare le braccia per portare a Gesù tutti gli afflitti da paralisi del nostro mondo violento, il mondo dei pestaggi o delle polizie di stati violenti che torturano, delle rivoluzioni dei kamikaze, che nella ricerca dissennata di un cambiamento lasciano sul campo paralitici di ogni tipo e tolgono dal cuore del mondo e della cultura Gesù, il Signore della storia.

Che Dio ci conceda che ci sia sempre in prima linea, soprattutto in questa pandemia, qualcuno a scoperchiare tetti, a togliere fasciature, coperture “comode”, per mettere davanti a Gesù l’uomo desideroso di una parola decisiva e definitiva: “alzati e cammina. Io sono con te, io vivo dentro il tessuto dei tuoi rapporti. Non mi cercare altrove, anzi scrivi tu la mia presenza con la tua nuova esistenza dovunque porterai il tuo ingegno, la tua passione, la tua vita in nome mio.”

15 Gennaio 2021
+Domenico

Signore, se vuoi, puoi guarirci

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,40-45)

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Come la felicità di una persona in un gruppo è contagiosa, scatena gioia, voglia di nuovo, così purtroppo è il male, anzi il male è ancor più corrosivo in tutti i rapporti umani: basta una macchia per rovinare un vestito e non è sufficiente un bel gesto isolato a risanare una vita.

La forza misteriosa del male sembra invincibile non solo in te, ma anche nel deterioramento del vissuto sociale: occorre domandare a chi si è lasciato invischiare dalla droga quanta fatica deve fare per uscirne, quanti sforzi, quanta compagnia, quante costrizioni si deve imporre per sperare in una guarigione.

Poter guarire è l’aspirazione di ogni malato, liberarsi dalla colpa è il desiderio di ogni assassino: non si tratta di dimenticare, di stordirsi, di distrarsi … occorre sperimentare liberazione, pace, vita nuova: è questo che porta Gesù alla gente che lo incrocia per le strade della Palestina.

Talvolta è un cieco che chiede di vedere, qualche altra è uno storpio che vuol tornare a saltare … un giorno fu un lebbroso che gli si poté accostare sfidando le maledizioni di tutti, l’ostracismo sociale, la paura degli amici: «Se vuoi, puoi guarirmi

Aveva visto giusto nella sua disperazione: “Tu Gesù sei la salvezza, non distribuisci calmanti o placebo, non curi la facciata, non guadagni sulle nostre miserie, Tu mi puoi ridare speranza, mi puoi strappare dalle maglie di ogni tipo di spacciatori, non mi regali una dose per chiudere il buco della mia crisi di astinenza. Tu mi puoi guarire, mi puoi dare vita nuova. Non mi fermi solo la lebbra che mi corrode, ma mi ricostruisci le mani al posto dei moncherini, mi ritessi le labbra sulla bocca, i piedi su questi due trampoli.” … e Gesù, stese la mano, lo toccò, e gli disse «Lo voglio, guarisci!»

Una parola così me la voglio sentire sulla mia vita, sui miei errori, sulle mie miserie, sulle mie superficialità, sui miei tradimenti; ogni uomo, se ha il coraggio di chiedere e l’umiltà di riconoscere “se vuoi, puoi guarirmi” la riceve in dono come vita rigenerata su tutto il male che ha commesso.

Una parola così la vogliamo sentire sulla nostra pandemia, sui malati in cura intensiva, sulle file ai pronto soccorso, sui medici che hanno contratto l’epidemia, sulle persone anziane e sole, sui nostri vecchi preti che sono costretti dalla pandemia a chiudere la loro vita in solitudine, ma sicuramente non lasciati senza le Tue braccia, il Tuo “venite a Me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e Io vi ristorerò”.

14 Gennaio 2021
+Domenico

Ci voleva anche la pandemia!

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 29-39)

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Se c’è qualcuno che ha ancora dei dubbi, la pandemia che non riusciamo a bloccare, glieli toglie tutti: ogni uomo che viene al mondo deve portare il suo carico di dolore, di pena, di male … non è una fatalità, ma un dato di fatto! 

Siamo sconcertati dal cumulo di dolore, dalle file ai pronto soccorso, da quelle file di camion – che non dimenticheremo facilmente – che portavano bare a seppellire, ti senti schiacciato dal dolore, quando ne devi portare una parte; ti tocca perché sei papà o mamma e spesso ti sembra di non farcela a sostenere il dolore che ti accumula la vita di famiglia; ti tocca per la tua stessa vita, per le vicende che ti capitano, che qualche volta hai provocato tu con la tua insipienza o che spesso ti vengono caricate sulle spalle senza tua colpa: è un incidente, è una malattia, è una ingiustizia, sono le disonestà, le cattiverie, i delitti di chi non ha rispetto di nessuno.

Se poi ampliamo lo sguardo alle file di emigranti, torturati, vessati, stipati in “camion frigorifero”, annegati in mare, disprezzati come terroristi, respinti alle torture, ti senti sicuramente in colpa … ma perché tutto questo macigno straziante di male? C’è qualcuno o qualcosa o qualche prospettiva che ci permetta di vincerlo, non solo di sfuggirlo, di superarlo … non tanto di scaricarlo sulle spalle di altri.

A Gesù, al tramonto del sole di quella prima giornata di Cafarnao, passata amichevolmente nella casa di Pietro, si presenta una massa di ammalati e di indemoniati: si è diffuso un rapidissimo tam tam tra tutti i disperati, la notizia della sua presenza è passata di tugurio in tugurio, di disperazione in disperazione e ciascuno ha trovato la forza di portare alla luce i suoi mali, i suoi malati, i reclusi del dolore.

C’è Lui, Gesù ha detto che il Regno sta scoppiando: Lui comanda ai demoni!

Lui è capace di portare tutto il male del mondo e se ne sente quasi schiacciato, ha bisogno di fissare il suo sguardo gravato dalle scene del dolore negli occhi del Padre e di buon mattino si ritira in un luogo deserto a pregare: non è una fuga al “tutti ti cercano” che Pietro gli grida, non oppone rifiuto, ma allarga ancora più l’orizzonte a tutti i villaggi vicini.

È Lui l’agnello che si carica il male del mondo, non siamo più soli a portarlo: Lui è la chiave di volta sotto cui il peso della vita non potrà mai schiacciarci.

Il male del mondo è tanto, siamo tentati di dire che è troppo, ma bisogna cercare Lui per avere la certezza di vincerlo: se la terra è spaesata, il cielo non è vuoto.

Papa Francesco ci dice sempre che la chiesa deve uscire e accogliere tutti: gli siamo obbedienti oppure ci fermiamo a guardarci negli occhi? Noi i bravi, i garantiti, quelli che dicono di avere bisogno di nessuno e magari non aiutano nessuno?

Tutti cercano solidarietà, compagnia, amore: la Chiesa è in uscita sempre per questo, per essere come il suo maestro Gesù.

13 Gennaio 2021
+Domenico

Gesù è Lui il Signore che vince il demonio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 21b-28)

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Siamo veramente immersi in un mare di sofferenze: spesso non ce ne accorgiamo o facciamo finta che non esistano, le nascondiamo per pudore, ce le teniamo nel segreto delle nostre vite, per vergogna, per evitare commiserazioni inutili.

Oggi le nascondiamo nella pandemia che è già una grande sofferenza, che però fa trascurare le altre che sempre ci sono: molte famiglie si tengono in casa il loro malato, il loro handicappato, il figlio o la figlia incapace di autonomia o soggetto a crisi depressive, a schizofrenia … insomma spesso ci si mette anche il demonio a distruggere la vita di una persona proprio con la sua “possessione”.

Se ne raccontano più di quelle che esistono, ma non c’è dubbio che il demonio ci sia e sia operativo … e queste malattie escono alla ribalta appena si sente un segnale di aiuto, appena si sente dire che c’è qualcuno capace di dare pace, di guarire, di offrire per lo meno speranza.

Capitò così anche a Gesù: quando transitava per un paese, stanava tutte le miserie che c’erano. Le mamme si facevano coraggio e mettevano in pubblico le loro sofferenze, i malati che potevano venivano  portati sulla piazza per incrociare Gesù, chi vi era impossibilitato trovava qualche amico che lo aiutava.

E Gesù dimostrava di comandare anche agli spiriti del male, ai demoni: “Taci, esci, te lo comando. Qui c’è il Figlio di Dio e non ci può essere nessuna zona umana posseduta dal male”.

Gesù è l’unica potente salvezza: è giusto che ricorriamo alle medicine e alle scoperte scientifiche, ma ci sono dei mali che si superano solo nella preghiera, solo affidandoci a Lui!

Non c’è nessuna pastiglia che scaccia il male che è il demonio, non ci sono sostanze chimiche che possono scacciare dalla vita lo spirito del male: occorre molta preghiera, una esposizione costante alla Parola di Dio e una grande fede in Gesù.

Ma chi è mai Gesù? Certo non è riducibile a una persona politicamente corretta, tutta dimostrabile, ben comprensibile … i sapientoni hanno cercato di smontarci nella nostra fede, dicendo che i miracoli che compiva e di cui ci parla il Vangelo fossero frutto di visioni distorte o di racconti edificanti senza nessuna base reale.

Gesù è colui che parla con autorità e che compie segni che lo mostrano Figlio di Dio, Figlio di un Padre che ha creato cielo e terra, che soprattutto ci ha dimostrato un amore grande andando a morire sulla croce per noi.

Questa è la dottrina nuova, insegnata con autorità: “e Dio lo ha risuscitato”.

12 Gennaio 2021
+Domenico

Il regno di Dio è sempre da aspettare e scoprire

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20)

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Nel nostro modo di parlare c’è sempre una attesa, una evocazione, un riferimento a un insieme di giustizia, pace, benessere, salute, che noi credenti chiamiamo Regno di Dio; non sono soltanto sospiri o evanescenze, ma moti dell’animo che mirano a metterci in ricerca continua di una realtà che trapassa tutte le nostre vite, le mette in comunione e le espone alla luce di Gesù, alla forza di Dio, alla sua bontà, al suo grande progetto.

E’ la presenza attiva – se volete – dello Spirito Santo nella nostra esistenza: è Gesù che ce lo ha regalato perché dopo averlo ricevuto nel battesimo al Giordano, dopo averlo avuto come guida e forza nel deserto, Gesù doveva annunciare una presenza nuova, di grande amore e di grande benevolenza di Dio e ce l’ha donata definitivamente con la sua Parola, la stessa croce e con quell’ultimo respiro della morte in croce, che divenne un vero regalo: “emise lo Spirito”.

Certo un minimo di partecipazione di corresponsabilità nella concretizzazione del Regno ci viene chiesto da Gesù con una conversione del cuore che inizia sempre quasi di nuovo con l’accettazione del dono della sua Parola da ascoltare e da fare nostra, l’uscita dalla nostra autosufficienza, ci richiede la fiducia senza remore in Lui, la massima consapevolezza che “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” … del resto tutti rispondiamo a una sua chiamata precisa come ha fatto con gli apostoli, lasciando a ciascuno la libertà di rispondere.

La nostra religione cristiana non punta a una autoaffermazione, ma a una risposta all’invito di Dio, al suo amore … non è “se ci pentiamo Dio viene a noi” ma Dio è venuto da noi perciò ci convertiamo. Ecco perché noi andiamo a tradurre in comportamenti e invocazioni accorate nostre la preghiera profonda, la contemplazione, l’attesa di Dio.

Nessuno di noi deve avere l’impudenza di dire: io non sono come gli altri, e via via sciorinare le cose che facciamo, ma sempre dobbiamo ringraziare Dio perché è venuto da noi e ci ama sempre.

E’ proprio la predicazione di Gesù, sono le sue parole con cui ci illustra che cosa è il Regno di Dio, che inaugura questo nuovo modo di pensare che è assolutamente contrario al nostro buon senso: la sua giustizia precede e determina la nostra!

Di fatto ci dirà, nel discorso della montagna “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei (che si gloriavano di essere ligi ai loro 613 precetti morali) non entrerete nel regno dei cieli”.

Gli apostoli, che hanno risposto alla sua chiamata con generosità sono entrati a fatica, ma con grande decisione, nella logica del regno di Dio … e noi lo supplichiamo sempre di tenerci aperta la porta, che pure sappiamo essere stretta.

11 Gennaio 2021
+Domenico

La pandemia non è un destino, ma una prova

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc6, 50-51) dal Vangelo del giorno (Mc6, 45-52)

Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò.

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Perseguitati dai fantasmi, presi dentro vicende che hanno dell’impossibile, sfortunati da ogni punto di vista, spesso col cuore sospeso perché ci sembra di dover rispondere a forze più grandi di noi … in questi tempi di pandemia soprattutto ci sentiamo anche impotenti di fronte a un contagio che dipende anche da noi, ma che ha la sua penetrazione spesso nemmeno tracciabile.

Ci siamo dentro tutti, sperimentiamo che la vita non è proprio nelle nostre mani, anche se possiamo almeno difenderci, perché neanche la pandemia è un destino: ci sembrava d’aver trovato un equilibrio e ci capita una disgrazia e ci riporta alla nostra debolezza.

I discepoli di Gesù si trovano proprio nel pieno della bufera anche metereologica, oltre che spirituale: sono sballottati dal vento e dalle onde di un lago quasi sempre calmo, ma tragico nei suoi colpi di testa.

Hanno bisogno di Gesù, si mettono a gridare, ma lo ritengono un fantasma. Si ritengono perseguitati dalla mala sorte … e Lui “coraggio sono io, non ci sono fantasmi nella vita, c’è sempre e solo la cattiveria degli uomini che ha sconquassato il creato e la bontà di Dio che vi salva. Io sono qui per darvi la gioia di una compagnia, per farvi nascere dall’interno la disponibilità allo Spirito” … e salì sulla barca con loro.

Gesù sale sulla barca della nostra vita, non ci lascia soli con i fantasmi delle nostre paure e la debolezza dei nostri cuori smarriti: la sua è una compagnia da sempre progettata, dall’Incarnazione realizzata e non sarà mai più ritratta.

Oggi è presente con lo Spirito Santo, la forza quotidiana della vita e della fede. Verrà ancora una volta alla fine dei tempi proprio perché abbiamo la sicurezza di un appuntamento non con la fatalità o l’ineluttabilità degli eventi o la lenta distruzione del mondo, ma con la sua pienezza in cui tutti potremo vivere.

Stiamo vivendo ancora questa attesa?
Siamo sempre sentinelle anche dopo il Natale o becchini di un cimitero?

La nostra vita è più grande della pandemia: ci dobbiamo sempre difendere, apriamo la nostra cura a tutto il mondo, non lasciamo indietro nessuno, perché se ne esce solo assieme.

Anche con i vaccini o facciamo in modo che li abbiano tutti, anche i paesi poveri oppure ci troveremo ancora inguaiati proprio perché ci riteniamo privilegiati e potenti.

E’ forse la nostra poca fede che non ci permette di avere la lucidità di una speranza certa, di superare le tentazioni dell’abbandono e della sfiducia, dell’egoismo e del si salvi chi può.

Dalle nostre vite salgono grida, purtroppo spesso sono di rabbia e di disperazione, debbono invece sempre essere di invocazione: Dio ci ascolta!

Se la terra è spaesata, se ci mancano riferimenti validi e solidi, se ci disperdiamo nelle nebbie del nostro relativismo, noi abbiamo la certezza che il cielo però non è mai vuoto.

9 Gennaio 2021
+Domenico