Come potremo vivere felici?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12a)


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Che felicità ci può portare la nostra vita? Come potremo vivere felici? C’è qualche formula o è tutta una serie di bivi secchi: fortuna o scalogna? Ricchezza o povertà? Successo o non contare niente?

Oggi poi, che non c’è più nessuna stima per un comportamento corretto, tutti rincorrono la moda del momento, mancano anche due principi di base per una convivenza passabile … almeno stessimo ai comandamenti!

Ebbene Gesù si butta nella  mischia della ricerca della felicità, sapendo che deve dare risposte, e comincia la sua vita pubblica: parte da Nazareth, paesetto sperduto e si porta sulle rive del mare di Galilea.

Non punta sui 10 comandamenti, che sono sempre dei buoni “paletti” dentro i quali è definito un grande spazio di vita, di azione da colorare; non lancia fulmini e saette come aveva fatto Giovanni nel deserto, dice solo gli appuntamenti con la felicità che Dio offre a tutti gli uomini: beati i poveri in spirito, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i puri di cuore, chi offre tenerezza, chi si spende per la pace, chi sa pagare con la sua vita per la giustizia, chi riesce a scoppiare in pianto. 

Noi le chiamiamo “beatitudini”: non sono soprattutto cose da fare, non sono lo scontro tra ricchi e poveri, tra oppressi e oppressori, ma sono soprattutto Lui, Gesù, sono un esistere, una pienezza di vita, la vera felicità.

.. con più calma e con qualche parola più vicina alla nostra sensibilità.

Beati se siete poveri perché siete padroni del cielo e della terra.

Beati se siete afflitti: sì proprio quelli che non riescono mai a tirare il fiato perché subiscono una disgrazia dietro l’altra, perché non riuscirete più a contenere la gioia della consolazione che vi sarà data.

Beati se siete miti, se siete di quelli che non sanno arrabbiarsi mai, che non si scagliano contro nessuno, che non fanno i black block, perché se hanno qualcosa da rimproverare è solo a se stessi.

beati se vi sentite sempre affamati, perché non trovate niente che vi sazi: per voi non c’è mai possibilità di star seduti perché nessuna situazione umana realizza piena giustizia che voi cercate.

Beati se siete misericordiosi, di quelli che hanno un cuore in cui tutti possono scavare amore, perdono … scavare comprensione.

Beati i puri, quelli che ti guardano negli occhi, sanno stare mano nella mano: ti sanno coccolare, non stanno a sfruttare l’occasione, a indovinare le debolezze per rubarti la vita, non sono partiti con un disegno in cui devono “inscatolarti”.

Beati quelli che portano pace, quelli che non temono di sfilare sotto nessuna bandiera purché finiscano le guerre, si spengano gli odi, si blocchino le ritorsioni, vadano in bancarotta i fabbricanti di armi, quelli che sanno far pace nel loro cuore e tendono al cuore di tutti – beati questi – e sanno pagare e passare per imbecilli pur di spuntare anche solo un coltello.

Beati quelli che sono sempre presi di mira e privati della propria libertà, subiscono persecuzione, perché sono dei veri trasgressivi dell’ingiustizia.

Beati tutti quelli che sanno prendere posizione per me: sarete insultati, messi fuori giro, davanti a voi spegneranno le dirette televisive, non sarete trendy, dovrete sempre ricominciare da capo … “ma sappiate che Io sarò sempre lì con voi. Io nella mia vita ho sempre fatto così e voglio essere la vostra felicità. Io, non le mie cose, o i miei pensieri, Io, nel massimo dell’intimità della vita. Queste otto strade di felicità non sono le mie idee, ma sono Io stesso, la mia persona, la stessa Trinità che regola l’universo“. 

Questa è la vita che noi sogniamo. 

8 Giugno 2020
+Domenico

Fai una scelta: fai offerte o sei una offerta?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,38-44)

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Mettiamo in conto oggi alcune parole che il Vangelo ci aiuterà a vagliare: ipocrisia, calcolo, ingiustizia, fasto, vanità, perbenismo, superbia, ostentazione, commercio e altre molto diverse … sincerità, generosità, giustizia, povertà, disinteresse, umiltà, distacco; sono sentimenti che Gesù un giorno “fotografa”, guardando nel tempio, alla gente che passa davanti al tesoro per lasciare la sua offerta. 

Davanti al tesoro passa il ricco commerciante di pecore, l’esattore delle imposte, l’agricoltore, l’industriale, il politico, il ladro stesso, magari tutti seguiti da un codazzo di televisioni, che li riprendono, pure forse chiamate dalla sacrestia perché la gente ha bisogno di immagini sane, di fotografie esemplari, di vedere dove sta e chi è il benefattore: si vedono bigliettoni, risuonano molte monete d’oro, e qualcuno porta anche una lapide a perenne memoria. 

Ma nel trambusto spunta una vecchietta, mentre le televisioni spengono i riflettori, questa fa due o tre passi incerti e lascia cadere due spiccioli: non si vedono, non fanno rumore, nessuno li nota; per lei sono tutto quello che ha e lo dona a Dio, lo mette a sua disposizione: è povera, è sola, non ha futuro, il suo solo  futuro è Dio, la sua vita è tutta in Lui e per Lui.

E domani? È nelle sue mani: Dio non le farà mancare niente!

Gesù è li che guarda, non s’è lasciato incantare dalle televisioni, dal numero di zeri, dalle cifre dei ricchi, dal suono ammaliante dell’oro: di fronte a Dio non ci si fa rappresentare dal dono del superfluo, ma solo dal dono del necessario. 

I due spiccioli non risuonavano, non pesavano, ma si portavano dentro la vita.

E noi che facciamo? che cosa mettiamo in gioco della nostra esistenza? Che cosa buttiamo nel piatto? Le nostre cose, quelle meno consistenti o tutto quello che siamo?  

Spero che nessuno pensi che vi voglio invitare a fare una elemosina consistente stamattina: Dio a noi non ha dato il superfluo ma, come l’amore, ha dato tutto

Ciò che ci occorre è di poter disporre di quello che siamo per una causa vera e buttarci senza riserve: Dio non vuole stabilire un contatto con le tue cose, ma con te.

Non devi fare offerte, ma essere una offerta: Le offerte sono un segno concreto di te che vuoi offrire la tua vita per il Signore, per i suoi poveri, per chi è senza speranza e senza futuro. 

Oggi l’umanità ha bisogno del nostro tempo, ci chiede di stare a contemplare Gesù, ha bisogno che stiamo ad ascoltare le persone che si sentono sole, che ci assumiamo le nostre responsabilità perché i principi del Vangelo nel lavoro sono derisi, che facciamo terra bruciata attorno agli spacciatori di droga; ha bisogno che tu indichi ai tuoi figli la strada della vita, anche a costo di turbare la serenità di un comodo vitto e alloggio. 

Non sarà certo il tuo superfluo, ma semmai ad erodere il tuo necessario. 

6 Giugno 2020
+Domenico

Non c’è una scatola in cui chiudere anche Gesù Cristo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 35-37) 

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La nostra mentalità moderna giustamente deve porsi tutte le domande possibili su Gesù, se lo ritiene decisamente importante e necessario per la sua ricerca di verità. 

Ce le stiamo facendo in tanti: lo auguro a tutti perché Gesù, anche per la storia umana, è almeno una persona che non si può ignorare, che va collocata nella visione del mondo e della storia dell’umanità.

Qui non si tratta ancora di fede, ma di onestà intellettuale: anche nel vangelo la preoccupazione di Gesù che le persone che lo accostano si facciano di Lui l’idea più giusta per una ricerca umana e saggia, è molto rilevante. 

Ricordiamo tutti le volte che Gesù chiede agli apostoli:  “e per voi Io chi sono? Che dite di me?” Lo continuava a ripetere anche dicendo della sua morte che si avvicinava.

Gesù chiama a considerare a fondo la sua persona, per dare la possibilità a tutti di giungere alla sua piena identità. Il pericolo però – sempre presente nella nostra storia – è di ridurre Cristo alle nostre proporzioni, congeniali alla nostra mentalità umana, a una certa cultura: “scatola” l’ho chiamata, non per disprezzo al nostro modo di pensare, ma perché diventiamo consapevoli che non solo nessuna persona, ma soprattutto Gesù non può stare dentro in nessuna scatola.  

Gesù nella sua grandezza divina, e anche umana risponde a tutte le aspettative, ma le trascende sempre: non può mai essere catalogato, classificato; è in maniera così genuinamente e impensabilmente uomo, e proprio perché è Dio, è il Creatore dell’uomo, che conosce fino in fondo l’essere umano.  

Sarebbe interessante che lo contemplassimo anche in questa umanità “impossibile”,  che ci rivela la grandezza umana stessa: la profondità, la varietà, l’impensabilità della nostra stessa umanità. 

Insomma se Dio lo ha fatto uomo, ha sicuramente messo in Lui la pienezza dell’umanità: basterebbe questo per guardare a Gesù anche solo dal punto di vista umano.

Il segreto dell’umanità sta sicuramente in Gesù: per questo egli è sicuramente il “Salvatore” dell’uomo e ne è il “Signore”, nel senso più pieno e profondo.

E facciamo pure ora il salto nella fede: Egli è il Dio con noi, che dà significato divino a tutto ciò che è nell’uomo, per questo è la nostra speranza

Pensiamo allora quanto siamo stolti, assurdi, assassini … quando disprezziamo qualsiasi persona, uomo o donna, bambino o feto; quando la pensiamo solo  delinquente o scarto questa persona, schiava o strumento, mia e soltanto mia, strumentale e pedina dei miei interessi …

Gesù, per tirarci fuori anche da questa nostra faciloneria e incoscienza, ingiustizia e sadismo – parole, che per chi ha fede hanno un solo nome: peccato – si è fatto uomo, ha subito la morte di croce, e le ha vinte tutte. 

5 Giugno 2020
+Domenico

Il vero criterio dell’essere cristiani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 28-34)

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Purtroppo non di rado ci sono “attacchi” a papa Francesco sul fatto che – secondo loro – il papa ha perso la fede, e lo deducono dal suo continuo ricordarci questo unico e preciso criterio della fede cattolica che è amare il prossimo sempre insieme all’amore di Dio

Ma chi dice questo ha visto papa Francesco penitente di fronte al Crocifisso in quella piazza san Pietro vuota, sotto la pioggia, a caricarsi della pandemia del mondo davanti a Dio? Ha forse partecipato a qualche messa a Santa Marta la mattina alle 7? Proprio per dire che il papa non ha fede bisogna essere proprio molto intelligenti …

Il secondo comandamento nasce dal primo e ne è come il frutto: non c’è altro comandamento più importante di questi, perché il vero amore del prossimo nasce dall’amore di Dio; ma è consolante il fatto che spesso l’amore di Dio si cela in un amore del prossimo non egoistico, non di apparenza, ma operante come un principio primario.

Se forse nel primo Testamento si diceva che l’espressione fondamentale dell’Alleanza era l’amore supremo di Dio e ricordava l’amore del prossimo, nel secondo testamento bisogna andare oltre: occorre conoscere come Dio ci ama in Cristo e amare come Cristo stesso ci ama.

Amare è donarsi, è vivere nell’altro: vi è un solo amore che abbraccia l’Amore increato e le sue creature.  

Essere cristiani è essere presi dall’amore di Dio per noi e di noi verso Dio e verso il prossimo e non separarlo mai: le separazioni sono tutte un tradimento!

Molti si rifugiano in un astratto amore di Dio che non tiene conto del prossimo, che taglia fuori tutti in un isolamento che non è contemplazione di Dio, ma adorazione di sé; molti altri invece si danno da fare per il prossimo, ma su un orizzonte chiuso, su orizzonti ristretti, e non permette loro di volare, di stimare il vero bene dell’altro.  

Se non hai come orizzonte Dio, non riesci a fare il bene massimo dell’uomo: ci si adatta troppo ai condizionamenti, si abbassa la guardia, e un esempio di questa necessità è proprio quel “filantropismo”, che non bada troppo a limitazione delle nascite con qualsiasi metodo, a soppressione di vite prima di nascere, a limitazioni di fertilità attraverso mutilazioni o sterilizzazioni, a disprezzo della cultura dei poveri … a maggior ragione, quando le impone come condizioni per poter mettere a disposizione qualsiasi aiuto.

Ma Gesù, con molta determinazione, ci ripropone il grande precetto di Israele, con questa accentuazione sul prossimo che diventerà il distintivo di ogni cristiano: da qui nasce il perdono, da qui la dedizione fino alla morte, da qui il famoso esame finale della nostra vita.

Non mi avete dato da mangiare, non mi avete dato da bere, non mi avete visitato

Quando mai Signore? Noi ti abbiamo adorato, abbiamo cantato le tue lodi, ti abbiamo fatto posto tra le nostre case.

Quello che non avete fatto ai più piccoli è a me che non lo avete fatto.” 

La vita cristiana è della massima coerenza che per nostra fortuna ha alle spalle la grande misericordia di Dio, perchè tutti avvertiamo le falle della nostra fragilità. 

4 Giugno 2020
+Domenico

Risurrezione: una domanda infinita per una vita infinita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc12, 18-27)

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Soprattutto di questi tempi i cui siamo stati messi di fronte alla morte troppe volte, in cui abbiamo sofferto di non poter dare ai nostri cari un ultimo saluto carico di umanità, ma in cui anche siamo stati consapevoli che quelle bare – come diceva quel soldato che le trasportava in camion di notte – meritavano che ci mettessimo l’anima, e ci siamo domandati: c’è ancora qualcosa di là? Dove finiranno le nostre vite? Sono soltanto magre consolazioni affettive questi nostri rapporti con i morti, o c’è qualcosa di più?

La nostra umanità si apre a un infinito che ci dà ancora voglia di vivere: ricordo quel bellissimo film giapponese che canta “appassionata nostalgia” la scelta di un soldato che non torna in patria dopo la guerra perché dedica la sua vita a seppellire i compagni morti a migliaia e restati insepolti e preda di rapaci avvoltoi; dedicava la sua vita perché quelle migliaia di morti sapessero che una memoria di amore li ricordava tutti: dunque una sopravvivenza, un dialogo ancora tra noi e loro.

La nostra fede chiama risurrezione questa realtà del nostro futuro, solo che noi sbagliamo sempre a rappresentarcela come un prolungamento della nostra vita terrena, come banalmente, anche se umanamente, fanno domanda a Gesù quegli ebrei che traducono queste nostre domande infinite con il caso di una donna che muore dopo tanti mariti che l’hanno preceduta e si domandano di chi sarà moglie nell’aldilà. 

La risurrezione – risponde Gesù invece – non è cosa di questo mondo, non va pensata possibile o impossibile in base alla vita terrena: Gesù afferma come dato di fatto la risurrezione e la qualifica come realtà superiore alla vita terrena, come un rapporto vitale nuovo con il Signore, con Dio. 

Essa è una nuova creazione ed è tutta opera di Dio: Egli è il Dio dei viventi, non è tale solo per la vita terrena di chi crede in Lui, è invece il liberatore totale, anche dalla morte, perché Lui è la fonte della vita.

L’alleanza che ha fatto da sempre con l’umanità e che ha continuato a rinnovare nei secoli e ultimamente nel suo Figlio Gesù, per questo morto sulla croce, giunge (questa allenza) fino alla vita eterna.

E la pienezza della vita eterna è di gran lunga superiore alla nostra vita, ne ha tutta la bellezza e intensità, ma su un piano radicalmente diverso: dirà san Giovanni nella prima lettera: “…noi fin d’ora siamo figli di Dio…. E saremo simili a Lui, perché lo vedremo cosi come egli è”.

Una vita piena in cui tutto il nostro bene, il nostro povero balbettare l’amore su questa terra sarà nella sua pienezza.

3 Giugno 2020
+Domenico
 

Domanda e risposta; meglio: sfida e scommessa

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 13-17)

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Una caratteristica tipica dell’umanità è quella di farsi delle domande e di porre delle domande.

Il Vangelo è pieno di gente che si accosta a Gesù e gli fa domande: molti chiedono di guarire da malattie di ogni tipo, altri chiedono di avere vita piena, altri ancora fanno domande, che sono evidenti tranelli, diventano quindi provocazioni, sfide, nascondono quello che veramente chiedono di sapere.

Capita così quando a Gesù chiedono se occorre pagare le tasse: una domanda che non si pongono certo molti che fanno un nero di 100 miliardi in Italia.  

E’ interessante ed educativo il modo che ha Gesù di provocare la risposta: sa che gli stanno tendendo un tranello, capisce molto bene che dietro la domanda di questi ebrei c’è una vita di sopraffazioni, di sofferenze, di mancanza di libertà, di imposizione dura di un potere di occupazione, i romani.  

Gesù non dà risposta, ma aiuta le persone a costruirsi bene dentro di sé la domanda, ad uscire dal tranello che hanno teso e a fare un passo ulteriore nel mondo della propria coscienza, e in fondo della propria vita.

Gesù ha sempre davanti a se l’umanità in cerca di una autenticità, in cerca della stessa salvezza e Lui è venuto proprio per questo.

Dentro le persone di questo progetto però è necessario che ci sia uno scatto, come deve capitare per ciascuno di noi, nell’uso della nostra libertà.

La moneta coniata dalla comunità ebraica, con l’impronta dell’oppressore mette la gente di fronte alla propria responsabilità: c’è un bene comune cui si deve dare il proprio contributo; c’è una vita spirituale che bisogna sostenere: date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.  

Sembra una riposta facile, bella, tranciante, ma dentro ci sta tutta la crescita quotidiana in umanità e religiosità, in coerenza con i propri obblighi; la sperimentazione di una imposizione politica straniera e di una commistione – diremmo noi – tra stato e chiesa, in un mondo ebraico in cui lo stato è anche autoritario, ma nello stesso tempo ha inglobato in sé la Torah, la legge di Dio.

Ogni ebreo deve saper maturare dentro di sé la risposta che sa di distanza dal potere romano, ma di consapevolezza di dover mantenere una pace possibile: è una risposta che provoca nella coscienza di ciascuno un dovere civico e un dovere morale, che pure dovrà avere uno salto di qualità, quello che sarà attuato alla grande da quella vecchietta che Gesù noterà quando – quasi vergognandosi – porrà nel tesoro del tempio per il Signore, l’Altissimo, due spiccioli, che si portavano dentro tutto quello che aveva per vivere, soltanto quello aveva.

Siamo tutti alla ricerca di una composizione tra doveri pubblici e coscienza religiosa che illumina e fonda la nostra scelta libera.  

2 Giugno 2020
+Domenico

Andate: questo è il segreto della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 15-20)

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Le parole che caratterizzano un venditore di ogni tipo, gli ambulanti soprattutto, sono: “Venite che qui trovate tutto quello che vi serve! Mi voglio rovinare, se passate di qua ne uscirete felici; donne, uomini è qui la fine del mondo, venite che troverete tutto quello che vi piace e anche molto di più.”

Non occorre essere venditori di cose per chiamare la gente, si può essere anche venditori di idee, propugnatori di ideali: “venite, mettiamoci assieme, diventiamo forti e conquisteremo il posto per governare”. La battaglia elettorale è una battaglia per mettere assieme all’insegna del verbo venire. 

Gesù invece, nel momento conclusivo della sua vita, dice perentorio a tutti: andate.

La vostra casa è il mondo: la gente di ogni razza si attende di incontrare la salvezza che voi avete incontrato; c’è un avvenimento sconvolgente che deve essere vissuto da tutti: il Vangelo è una speranza per ogni persona

Nella intensità di un serio lavoro di ricostruzione della interiorità di ogni cristiano, in ogni cammino di conversione si deve inscrivere un movimento missionario, una andata nel mondo ad annunciare, proprio perché è Gesù che vogliamo imitare. 

Sono solito dire che il Vangelo che abbiamo non è quello che abbiamo imparato o studiato, ma quello che sappiamo portare agli altri.  

Per seguire il comando di Gesù “andate“, occorre vita interiore, preghiera prolungata, affidamento totale alla misericordia di Dio, contemplazione di Gesù, conversione profonda che aiuta ad avere fiducia soltanto nel Signore, che permette di approfondire le ragioni della propria fede, e trovare la sorgente di speranze decisive per la vita di tutti.  

Noi crediamo nella risurrezione, per questo non temiamo la morte; noi sappiamo che Dio è somma giustizia, per questo amiamo gli ultimi; noi osiamo non spaventarci della croce, per questo sappiamo anche soffrire per una causa o una vita.  

Beati tutti quelli che sanno prendere posizione per me: sarete insultati, messi fuori giro, davanti a voi spegneranno le dirette televisive, non sarete “trendy”, dovrete sempre ricominciare da capo … ma sappiate che Io sarò sempre lì con voi; Io nella mia vita ho sempre fatto così e voglio essere la vostra felicità; Io, non le mie cose, o i miei pensieri, Io nel massimo dell’intimità con le vostre esistenze. 

Sappiate che nel vostro andare c’è sempre la Mia Presenza: il cielo non è mai vuoto è sempre aperto sui vostri cammini in tutto il mondo. 

Se siamo convinti che dobbiamo aprirci alla missione ci nascono allora alcune domande impegnative: che Chiesa è quella capace di spingere i credenti fino agli estremi confini della terra? Che formazione e celebrazione  deve offrire perché i giovani e gli adulti di oggi siano lanciati sugli orizzonti della missione, dell’uscire? Quali sono gli assopimenti del mondo cristiano provocati dalla formazione o dalle celebrazioni che li costringono nei confini del gruppo e della parrocchia? Chi insinua la mancanza di coraggio, il nascondersi dietro un dito, il mimetizzarsi di fronte alle responsabilità per un futuro di pace e di Vangelo, per un annuncio coraggioso della fede? 

Che felicità offre la Chiesa a questi giovani di oggi, spesso annoiati, diffidenti, pieni di domande, desiderosi di risposte e in fuga dalle comunità cristiane? Che comunità cristiana deve essere? Quali percorsi può intraprendere, che figure educative deve avere? Quali aperture deve coltivare assolutamente necessarie e normali nella vita di una comunità cristiana, parrocchia o insieme di parrocchie? Che libertà deve scavarsi dentro le nostre strutture per spaziare oltre i confini? 

Se rispondiamo decisi e generosi a queste domande, sogniamo il volto della Chiesa e il ritratto del giovane e dell’adulto credente, perché la missione non sta dalla parte delle attività, ma dell’essere configurati a Gesù, dal viverne a fondo il mistero, dal far diventare esperienza vissuta la sua Incarnazione.  

Oggi però non possiamo dimenticare che è l’anniversario della Liberazione, della fine della guerra nel 1945 che ha portato tanti lutti, tanti odi in Europa, nel mondo e nella nostra Italia: sia una festa che non ci divide, come troppe volte è stato.

Forse l’epidemia ci fa capire che le cose importanti sono altre, non le nostre divisioni ideologiche, ma la pace, la salute, la vita operosa, la fratellanza, la solidarietà, l’accoglienza gli uni degli altri, la famiglia, la vita.

Dio ci dia possibilità di viverle e goderle tutte queste realtà in tutto il mondo. 

25 Aprile 2020
+Domenico

Fede e annuncio della risurrezione: il centro della vita cristiana

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,9-15)

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Come ci comportiamo nei confronti della risurrezione di Gesù? 

È fede vera? È tentativo di capire, ma non sempre? È linguaggio incomprensibile perché risurrezione non è esperienza che si può provare o definire, o scientificamente dimostrare, non la si può “falsificare” direbbero in gergo scientifico i logici matematici? È un modo di dire … dopo la certezza di una morte da cui non si torna mai indietro?

Possono essere tante le domande che ci assillano: per questo ci facciamo aiutare da come gli apostoli, i primi che hanno fatto esperienza del risorto, si sono convinti o hanno comunicato con il Signore risorto e vivo. 

All’inizio, i primissimi cristiani non si preoccupano tanto di provare la risurrezione per mezzo di apparizioni: per loro la fede nella risurrezione era così evidente e viva che non c’era bisogno di prove. 

Le prime comunità, disperse e fragili in mezzo all’impero romano, che era immenso, erano una prova viva della risurrezione: erano poi talmente in pochi e uniti che erano ritenuti ancor meno di minoranze nel mondo romano o nel mondo pagano, senza nessuna rilevanza pubblica, al di fuori del mondo ebraico da cui quasi tutti si erano allontanati … e Marco ci presenta una lista di apparizioni che terminano con una puntigliosa incredulità degli apostoli: altre liste di apparizioni cominceranno a spuntare più tardi, nella seconda generazione, per ribattere le critiche degli avversari. 

La prima apparizione della lista di Marco è quella di Maria Maddalena, ma gli altri apostoli non le credettero, e a ragione Gesù aveva affidato a una donna il primo annuncio della Risurrezione, rivoluzionando la mentalità del tempo che non dava alla donna – in quanto tale – nessuna possibilità di una testimonianza riconosciuta in nessun fatto.

Anche con questa apparizione vuol passare dalla debolezza e non dalla certezza, il Signore.

Gesù poi appare ai due discepoli “mentre erano in cammino verso la campagna” – dice il Vangelo – si tratta sicuramente dei due discepoli  di Emmaus, ma anche di questi Marco dice: “gli altri non credettero nemmeno a loro”. 

Gesù stesso, quando appare agli undici discepoli, li rimprovera per la loro resistenza nel credere alla testimonianza di coloro che hanno sperimentato la risurrezione sua, e questo perché doveva far loro capire che la fede in Lui passava sempre attraverso la fede nelle persone che ne avrebbero dato testimonianza: questo avrebbe sempre fatto emergere dei dubbi o dei momenti di incredulità, che nascono nel cuore, di cui non ci si doveva assolutamente scandalizzare e abituarsi a superarli nella vita della comunità.  

Insomma, sostanzialmente il cristiano deve far capire a tutti che essere credenti nella risurrezione di Gesù non è una dabbenaggine o una imperdonabile ingenuità, ma un percorso severo e profondamente umano di ragione e di cuore, di ascolto e di affidamento, di accoglienza e di rielaborazione vitale in ciascuna coscienza, in piena accoglienza del dono della fede, che non è mai un conquista razionale dell’uomo. 

Ecco perché al termine del Vangelo Marco dice “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”: è il compito esaltante di ognuno di noi cristiani, che ci rinforza nella fede in Gesù Risorto, donandola, e la doni quando doni te stesso nella tua professionalità, nella tua onestà, nella tua accoglienza, dedizione, apertura.

Le doti dei tempi dell’epidemia. 

18 Aprile 2020
+Domenico

Dio e il prossimo: l’unico vero amore della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,29-31) dal Vangelo del Giorno (Mc 12, 28-34)

<<Qual è il primo di tutti i comandamenti? ”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.>> 

La necessità di semplificare, non di fare i sempliciotti, oggi è assolutamente necessaria: in un mondo pieno di informazioni, invaso da immagini, destabilizzato dall’esasperazione delle emozioni e dei sentimenti è necessario avere qualche punto fisso da cui guardare la vita; soprattutto è necessario avere capacità di sintesi, cioè la possibilità di dare unificazione al nostro pensare.

La vita non è una somma di fatti, un susseguirsi disordinato di eventi, ma è una storia, composta di avvenimenti nella coscienza di ciascuno, un filo d’amore che Dio tesse nella vita di tutti e tocca a noi intercettare, rendere consistente, offrire come corda di solidarietà a tutti.

Così è della nostra vita cristiana.  

C’è un punto unificatore di tutto?

Esiste una scelta di base che dà significato a tutta l’esistenza, che permette di valutare e rivedere, di riorientare e ritrovare forza … dopo le immancabili cadute e defezioni? Dopo lo smarrimento e la debolezza dei nostri comportamenti?

C’è nel cristianesimo un principio base che giudica tutte le alterne vicende della nostra vita? L’aveva anche il popolo di Israele, era lo shemà israel: ricordati, ascolta Israele, il Signore Dio nostro è l’unico Signore.  

Anche Gesù lo ha imparato dalle labbra della mamma, lo ha ripetuto tante volte quando andava in sinagoga come ogni bambino ebreo e lo ripropone carico della novità assoluta dell’amore di Dio fatto carne in Lui, al nuovo popolo dell’alleanza, a tutti i cristiani che erano allora, che sono e che verranno.  

Ama Dio e ama il prossimo.

Non  fare separazioni che sarebbero ben comode, non fissarti su uno o sull’altro se vuoi rispondere seriamente alle esigenze che io ho seminato in te: ti ho messo dentro una nostalgia di Dio grandissima e non sarai felice se non la seguirai; ti ho messo dentro una assoluta necessità di stare con gli altri, di amare e vivere in pace con tutti gli uomini e la loro compagnia ti sarà strada di felicità se li amerai.

Sono un unico amore, ma attento: non li separare mai, non viverli mai “in alternativa”, non dare all’uomo quel che è di Dio e non depositare in Dio quello che devi assolutamente ai tuoi simili.

E’ un riferimento semplice, ma è impegnativo, come si è sempre impegnato Dio per noi, perché Lui è un Dio non ci abbandona mai. 

20 Marzo 2020
+Domenico