Non facciamo finta di credere

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,9-15)

Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere.
Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere.
Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.
Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.

Audio della riflessione

Una delle cose che ci sorprendono di più quando dobbiamo fare discernimento su alcuni fatti raccontati da testimoni che hanno visto, sentito, partecipato è la discordanza quasi naturale del racconto di ciascuno e soprattutto la grande diversità delle reazioni. Rilevare l’oggettività di un fatto è impossibile, accettarne una versione raccontata ancora di più.

Di fronte all’annuncio della risurrezione di Gesù avviene la stessa cosa: lo vede Maria Maddalena, ma “non le credettero”, dice lapidario Marco. Lo raccontano con grande coinvolgimento e meraviglia gli apostoli a Tommaso, ma questi non si fida e vuol mettere mano e dita nelle piaghe prima di crederci. L’ho visto morire come un disperato con i miei occhi, non venitemi a raccontare visioni consolatorie per cancellare quel tremendo ricordo.   Lo hanno visto i due di Emmaus, mentre erano in cammino per andare in campagna, ma non sono stati creduti.

Finalmente Gesù si dà a vedere a tutti e li rimprovera di incredulità e durezza di cuore. Sono rimproveri che alla fine della settimana di Pasqua ci meritiamo anche noi. Ce li meritiamo come chiesa, quando non siamo disposti a fare un solenne atto di fede, con la vita e la testimonianza. Ce li meritiamo come singoli che non riusciamo a fare nostra la consapevolezza che la vita va oltre la morte, che la vita non viene tolta, ma trasformata e viviamo come se la vita terrena fosse per sempre. Risorgere non è solo immortalità dell’anima, ma una vita definitiva di tutto l’uomo e per tutti gli uomini. Non è una teoria filosofica, anche se deve essere detta con tutti gli elementi razionali che la rendono plausibile.

Risorgere è la certezza che Gesù ci dà di poterlo seguire nella nuova vita, è vincere ogni disperazione, è essere convinti che la vita può giungere alla sua pienezza per sempre. Risorgere è dare all’uomo una dignità assoluta, un futuro definitivo, una speranza certa. Una certezza così non la si può tenere nascosta. Ecco allora il perentorio:  “andate”, ditelo a tutti, annunciate che il male è vinto, fatevi messaggeri di questa grande novità, della vittoria della vita su qualsiasi morte, della forza del debole di fronte ad ogni ingiustizia, della vacuità e inconsistenza di ogni rama, di ogni guerra, di ogni violenza, della gioia di poter godere infinitamente della bontà di Dio.

10 Aprile 2021
+Domenico

Non c’è tempo da perdere: di buon mattino

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 2-4) nel Sabato santo 2021

Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande.

Video della riflessione

I giorni in Oriente cominciano molto presto: chi è stato ancora in Israele o in Libano o nei paesi del medio oriente sa che prima dell’alba, quando ancora il buio sta lottando con il chiarore dell’aurora … si vede un formicolio di persone, di asini e di carri, di piccoli o brandi mezzi di trasporto che intessono una trama fitta di relazioni, di commerci: all’inizio è un parlare sommesso, poi sempre più fitto e forte; i mercati aprono e la gente vende e compera.

Non è diversa la nostra vita di oggi: le nostre autostrade sono più piene prima dell’alba che durante il giorno; ciascuno ha il suo bel raccordo anulare in cui comincia la lotta per arrivare in tempo, possibilmente prima. Tutti si fanno furbi, forse anche prepotenti, per conquistare due posizioni: è la vita che riprende, gli affari che … comandano, il lavoro che si impone.

Erano in questo guazzabuglio di vita le donne di Gerusalemme che avevano passato quel triste sabato in un pianto sconsolato: Lui era morto.

Erano venute a Gerusalemme coi dodici, li aiutavano a vivere, a vestirsi, a mangiare durante questi tempi della festa, ma non si va in una città come Gerusalemme nei giorni della Santa Pasqua a vivere di rimedi, quando lì ci passa mezzo mondo e tutta la confusione possibile.

Il gruppo però si era dileguato, erano rimaste sole a piangere: anche loro avevano smesso di sognare quello che Gesù aveva promesso e nella loro concretezza fatta di fatalismo e di praticità, di dolore, ma non di disperazione, di pianti, ma anche di volontà di reagire, vanno a comperare gli oli per imbalsamare Gesù.

Era tanta la loro consapevolezza che occorreva seppellire i sogni, che proprio di buon mattino, prima che qualcuno potesse intrattenerle nelle solite chiacchiere inutili di condoglianze, che risultano essere più una soddisfazione di curiosità che offerta di solidarietà, vanno a fare spesa e si portano al sepolcro: “Quello che non abbiamo potuto fare l’altro ieri lo facciamo oggi” … si preparavano a lavare le piaghe che avevano visto da sotto la croce, a tergere quel sangue, a comporre i lineamenti del volto, a dare al corpo martoriato un segno di affetto, anche se non ricambiato…

… ma hanno smesso di sognare troppo presto: Lui là non c’era più, non era un cadavere da accudire, ma una speranza nuova da incontrare.

3 Aprile 2021
+Domenico

Se non li lasciate esplodere grideranno le pietre

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 15, 2-5) dal Vangelo del giorno (Mc 14,1-15,47) nella “Domenica delle Palme”

Allora Pilato prese a interrogarlo: “Sei tu il re dei Giudei? ”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”. I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse. Pilato lo interrogò di nuovo: “Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano! ”. Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato.

Audio della riflessione

Gli ulivi che popolano festosamente tante nostre colline, i nostri laghi, oggi sono al centro della nostra vita di fede: diventano rami di festa, foglie di letizia per accompagnare Gesù alla sua Gerusalemme, alla città dei suoi sogni, al vertice della sua vita, alla settimana decisiva per la storia dell’umanità.

I racconti della passione, morte e risurrezione di Gesù sono il punto di partenza della nostra fede.

Oggi in tutte le chiese ne leggiamo uno: tutti ci vogliamo risentire  quella storia, vogliamo prendere parte, stanare dal nostro cuore, abituato a tutto, sentimenti di partecipazione.

Tante volte abbiamo sentito … del traditore Giuda e avremmo voluto essergli accanto per dirgli “ma che fai?”, per fermarlo; tante volte avremmo voluto dire a Pilato di continuare nel suo sforzo di salvare Gesù e di non cedere alla paura per amore di carriera, avremmo voluto essere vicini a Pietro per dargli un po’ di coraggio, avremmo voluto evitare a Gesù la morte o magari dire ai soldati … di non essere crudeli, di fare presto quello che dovevano.

Avremmo forse perso la speranza ancora prima e avremmo trasformato l’amore in compassione, non saremmo più stati capaci di sostenere lo strazio a lungo: saremmo scappati – forse anche noi – come i suoi discepoli.

Poi siamo tornati alle nostre abitudini, alla nostra “routine”, e la commozione è finita: non possiamo vivere sempre in tensione; abbiamo la nostra vita da vivere!

Ma il nostro tornare tutti gli anni alla morte e risurrezione di Gesù è tornare sempre alle nostre radici: non è una fiction, non è una commedia, è scavare ragioni di vita e di speranza.

La nostra fede parte da lì: i cristiani non stanno a fare grandi pensate filosofiche, anche se usano continuamente e bene la ragione, ma si fanno conquistare da questo amore che sta appeso alla croce.

Avvertiamo tutti che le molte critiche al mondo cattolico, a coloro che frequentano e che non sono meglio di nessuno, ai preti che non sono all’altezza della loro vocazione, a cardinali e a papi, alla chiesa nella sua struttura, possono essere anche vere e lo sono state nella lunga storia del cristianesimo; avvertiamo – dicevo – che sono una fuga dai problemi veri.

Non cercate solo il gusto di umiliarci, che a noi fa solo bene … ma quella croce e quell’amore, crocifissole sopra, non lo mette in dubbio nessuno; con quello occorre confrontarsi ed essere sinceri con se stessi: è solo e tutta qui la nostra speranza, non nella fragilità dei cristiani, dei cattolici, di noi, di me, che decidiamo ancora di confrontarci in questa settimana con Lui che soffre e che muore.

28 Marzo 2021
+Domenico

Amore a Dio e al prossimo, sempre inseparabili

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 29-31) dal Vangelo del giorno (Mc 12, 28-34) nel Venerdì della terza settimana di quaresima

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Audio della riflessione

Saranno tante le discussioni che si possono fare sulla fede cristiana, saranno tante le critiche che si possono esprimere al riguardo, potranno essere molteplici i modi di intendere il cristianesimo, ma nessuno può scordarsi che alla base di tutto ci sta una realtà: l’amore.

Papa Benedetto a suo tempo l’ha voluto mettere al centro del suo servizio petrino, con la sua lettera enciclica – che vuol dire “spedita a tutto il mondo” – Dio è amore e l’essere cristiani consiste nell’amare Dio e amare il prossimo: questa è la legge, il compendio di tutto il mondo cristiano.

Si sono fatte tante discussioni negli anni ’70 sul “cristianesimo verticale” che consisterebbe nel rapporto con Dio, che riduce la vita cristiana a delle belle celebrazioni, a preghiera, a culto o di quello “orizzontale” che consiste nella attenzione ai poveri, nel fare attività di sostegno a chi è nel bisogno … è sufficiente amare il prossimo per essere cristiani, si diceva.

Altri invece dicono: ma che cristiani sono se non pregano mai, se fanno delle ottime raccolte di fondi, costruiscono ospedali e scuole, ma non danno lode a Dio? Papa Benedetto dice: “Se nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente pio e compiere i miei doveri religiosi, allora si inaridisce anche il rapporto con Dio”: è un rapporto corretto con Dio, ma senza amore! Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, mi rende sensibile anche di fronte a Dio … il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come egli ama … e se io vedo con gli occhi di Cristo, perché lo amo e lo contemplo, allora imparo a guardare tutti non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo il cuore di Cristo.

Verrebbe da dire che l’uomo non può separare quello che Dio ha congiunto, invece noi diventiamo maestri nel separare vita cristiana e vita di amore, amore a Dio e amore al prossimo … evidentemente perché ci fa comodo.

Ogni divisione, ogni semplificazione è sempre un tradimento della bellezza della vita: è un tradimento separare corpo da anima, sentimento e pensiero, intelligenza e volontà, fede e vita … è talmente vero che le separazioni sono dannose che il demonio si chiama proprio separatore, diavolo.

L’unica speranza per vincerlo è sempre e solo Gesù, colui che tiene la vita unita, e Lui è la speranza fatta persona.

12 Marzo 2021
+Domenico

Non servono antidepressivi … ma contemplazione

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 9, 5-6) dal Vangelo del Giorno (Mc 9, 2-10) nella seconda domenica di Quaresima (Anno B)

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.

Audio della riflessione

Ci sono delle giornate nella nostra vita in cui fai fatica a tirare a sera … sembra di non trovare la motivazione vera per affrontare tutte le piccole e grandi difficoltà: tutto ti appare piatto, tutto sempre uguale, senza slanci, senza possibilità di vedere un risultato; avevi sognato, ma i sogni si sono confusi e talora infranti pure; la vita sembra tutto un grigiore … e siccome non siamo capaci di sopportare o – ancora peggio – di guardare oltre, di salire su un baobab per guardare la vita da un punto di vista “superiore”, usiamo antidepressivi pensando che la questione sia di tipo “chimico”.

Anche i discepoli di Gesù spesso erano smarriti: avevano seguito Gesù, li aveva entusiasmati, aveva fatto nascere in loro modi nuovi di affrontare la vita, anche se non aveva nascosto loro previsioni di prova e di dolore … avevano bisogno di uno squarcio di cielo nel grigiore della nuvolaglia dell’esistenza vita.

Un giorno ne ha presi tre, i tre che nel Getsemani non riusciranno nemmeno a star svegli quando Gesù soffrirà tutte le pene possibili, prima di essere tradito: li ha portati su un monte, dal quale si domina una bellissima pianura e lì ha mostrato il suo vero volto di figlio di Dio, di uomo perfetto, di culmine della creazione, di connaturalità con lo stesso Dio; ha anticipato per gli apostoli il paradiso, li ha resi felici, ha squarciato davanti a loro le nebbie del dubbio, della routine, della indifferenza e li ha portati per poco nel suo mondo di bellezza.

E’ stato solo per poco … certo loro volevano che continuasse sempre, ma la pienezza di Dio è oltre la nostra vita.

“Facciamo qui tre tende, ci mettiamo qui con te. Chi ce la fa a tornare a casa con il solito marito, i soliti figli, il solito tran tran? Quanti piatti devo ancora lavare nella mia vita? Quanti treni devo ancora prendere per poter essere felice? Quante liti devo ancora sopportare? Io starei bene qui, fuori dal mondo, a guardarti.”

Proviamo invece a “trapanare” la nostra vita: sotto ci sta la possibilità di contemplare la bellezza del creatore! Abbiamo bisogno sempre … sempre più spesso di contemplare il Signore, di metterci in silenzio a comunicare con l’infinito, di fissare il suo volto per poter prendere forza per vivere, nutrire la nostra speranza.

Ma come la posso contemplare?

28 Febbraio 2021
+Domenico

Un tempo di deserto non guasta

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 12-13) dal Vangelo del giorno (Mc 1, 12-15) nella I Domenica di quaresima (anno B)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Audio della riflessione

Laconico il Vangelo, arida l’immagine: un deserto pietroso, una solitudine e un silenzio assoluti, una fame e una sete che ti tormenta la carne … è Gesù che viene condotto dallo Spirito nel deserto.

Quante volte sentiamo il bisogno di “staccare la spina” perché non ce la facciamo più, perché non capiamo più niente di noi, perché la vita ci travolge! Qualche volta abbiamo dei flash, che ci fanno percepire le assurdità che viviamo … e desideriamo “prenderci in mano la vita”.

Gesù, prima di dare corpo ai suoi sogni, prima di mettere in atto il suo progetto radicale di ripercorrere tutte le strade della Palestina per predicare il Vangelo – la buona notizia – si guarda dentro … vuol organizzare tutta la sua vita per l’unico scopo che ha da sempre sognato: dire a tutti gli uomini, farlo loro provare, convincerli che è imminente la salvezza definitiva per l’uomo.

Sono giunti i tempi in cui Dio rimette il mondo nella prospettiva vera, definitiva, in cui libera l’uomo dal peccato, dalla disperazione, dalla solitudine mortale, e a questo occorre orientare tutto.

La nostra arte invece è sempre quella di sfruttare l’occasione, di tenere il piede in due scarpe, di non deciderci mai per cose definitive … “ma … c’è sempre un rimedio a tutto” … certo, decidersi vuol dire tagliarsi le vie di fuga, sapere bene pnoter che cosa vivere, o meglio, per chi vivere, e per questo imboccare la strada giusta.

C’è una conversione a U da fare: nella vita non è come in autostrada, dove occorre sempre andare avanti diritti … nell’esistenza qualche volta c’è da cambiare radicalmente, da tornare indietro! Abbiamo capito che siamo fuori strada … qualche amico, i genitori o il coniuge, ce lo ha fatto intendere, talvolta ci si apre davanti un baratro, spesso è un rimorso insostenibile … non ci sono calmanti da prendere, c’è solo da dirci onestamente “Ho sbagliato, ho perso la testa, sto rovinando tutto. Cambio! Mi costerà, ma voglio una vita  dignitosa, più bella, veramente senza fiele per nessuno e piena di gesti di amore. Cambio! Mi converto!”

Sarà dura, ma ne vale la pena! Stacca davvero le cuffie e mettiti a gridare che c’è ancora una speranza di vivere alla grande.

Ma questa speranza dove la trovo?

21 Febbraio 2021
+Domenico

Perché dite che siete senza pane? E io chi sono per voi?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 14-21)

Audio della riflessione

Per la nostra vita superficiale e distratta spesso non riusciamo a capire che tutto quanto serve per la nostra felicità e serenità lo abbiamo sotto gli occhi, lo abbiamo tra mano e invece andiamo a cercare affannati altrove: abbiamo una famiglia … e cerchiamo l’amore nelle avventure, abbiamo una creazione, una natura da  sogno … e la sostituiamo con le telenovele, abbiamo delle prospettive concrete per il, nostro futuro e ci lasciamo incantare da facili successi, che poi si ritorcono contro di noi, abbiamo un centro che orienta tutta la nostra vita, ci dà un programma, ci offre una meta e preferiamo fare i randagi.

Gli apostoli sono in questa situazione quel giorno che Gesù li invita a salire sulla barca per i soliti spostamenti lungo le rive del lago: è un episodio altamente simbolico. Questa volta non c’è tempesta di vento e di pioggia sul lago, tutto è calmo, tutto è liscio, ma è il cuore di Gesù che è in tumulto: ha con sé i discepoli, quelli che sta curando con tanto amore e dedizione, ma non riesce a far loro capire dove sta il cuore di tutta la loro avventura.

Credono che dipenda tutto da mezzi, da miracoli, da organizzazione: eano partiti senza pensare al pane, distratti proprio come la gente che inseguiva dovunque Gesù e non pensava minimamente al nutrimento. Forse non ne avevano perchè vivevano di rimedi, lavoravano a giornata, compreso un tozzo di pane, forse era talmente coinvolgente Gesù, dava tale speranza che il cibo diventava secondario … sta di fatto che i discepoli, gli intimi, gli “uomini dell’organizzazione” stavolta non hanno pensato a come sfamarsi e lo notano.

Nel linguaggio altamente simbolico, dicono che in barca hanno un pane solo, ma non hanno pane: quel pane che hanno è la immagine di Gesù, per la prima comunità cristiana diventerà l’immagine dell’Eucaristia … e loro dicono candidamente: non abbiamo pane …

… e Gesù comincia a raffica a fare domande: “Che è questo dire che non avete pane? E io chi sono? Che cosa sono stato per voi finora? Quando state con me a che cosa pensate? La nostra è una allegra brigata che tenta di sbarcare il lunario in queste continue tournèe senza mete o abbiamo fisso nel cuore il grande disegno del Padre di ridare all’uomo la vera vita? So che dubitate sempre di me, che non volete trovarvi una ennesima volta nell’imbarazzo di dover far fronte a domande esigenti e impossibili della gente. Voi però avete me: Io sono il pane della vita, Io sono il senso che cercate, il vostro nutrimento vero,  la vostra speranza e la vostra attesa. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Perché continuate a riportarvi al lievito dei farisei, al loro modo di impostare i rapporti con Dio, alla loro autosufficienza intellettuale? Perché siete sempre legati al lievito di Erode, al desiderio di risolvere tutto con la forza? Non vi ho dimostrato di avervi saziato finora? Vi ho saziato solo la fame di cibo? Non vi siete accorti che avete ricevuto col pane che vi ha sfamati, la serenità, la gioia della vita, il segno di una promessa che si sta compiendo, la strada vera della felicità? Questo pane che abbiamo in barca è il segno della mia presenza! Voi vi accontentate ancora di rimedi: la manna, i pesci, le spighe di grano raccattate tra i campi.”

Ecco … noi forse in questi tempi non siamo così superficiali: non ci preoccupano più di tanto le nottate tra amici, che in questo tempo non possiamo fare, non ci preoccupa qualche sballo o le avventure, che ci sono proibite, ma facciamo tra noi racconti farneticanti per nascondere le nostre paure.

Siamo piuttosto senza troppa speranza per questa pandemia … e allora alziamo lo sguardo a questa barca, alla barca della vita che naviga tra tempeste e bufere: siamo certi che tra noi sta seduto Gesù … “Ci sono io, non temete, non vi abbandonerò! Sarete voi a lasciarmi, non certo Io: Non vi lascerò mai orfani”.

16 Febbraio 2021
+Domenico

L’umanità di Gesù e il segno vero, atteso, profetizzato di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 11-13)

Audio della riflessione

Abbiamo provato qualche volta a domandarci perché siamo credenti? L’uomo è definito anche … come “animale ragionevole”, e tutti ci teniamo ad usare la nostra intelligenza in ogni aspetto della vita … e quindi anche nel nostro credere. Però forse in questa giusta esigenza facciamo la fine dei farisei, che con la loro idea molto umana di Dio erano “affamati di prodigi”, di cose grandi, di prove – quindi – dal cielo che garantissero il loro salto nella fede.

Quindi attendevano – come forse anche noi – che Dio potesse essere  una soluzione meravigliosa di tutti i nostri problemi: vorremmo che Dio si faccia vedere come noi lo immaginiamo, che quindi ci dia delle prove concrete per mettere in pace la nostra curiosità o la nostra stessa fantasia.

Gesù invece rifiuta espressamente di dare un fondamento di questo genere alla nostra fede: non pioverà niente dal cielo se è questo che vogliamo, è pura evasione dalla nostra vita quotidiana aspettarsi una soluzione che ci lascia passivi e inerti: una fede così l’hanno giustamente definita “oppio dei popoli”, gli atei. 

Il Vangelo, invece, ci propone una fede che abita dentro la nostra vita, le nostre case, il nostro mondo, la nostra storia: il nostro Dio non è al di fuori o al di sopra di noi, ha deciso di mettersi dentro la nostra storia quotidiana, è uscito da se stesso e si è fatto uomo come noi in Gesù; anziché un segno come lo chiedevano i farisei si è presentato come un anti-segno, scandalo per le persone religiose e pazzia per i benpensanti. Ha vissuto una vita estremamente umile, modesta, povera, donata, al servizio sempre di tutti, conforme alla volontà di Dio , che vuole che tutte le persone siano salve e arrivino alla conoscenza della verità … e, salvati, per il suo sangue versato lo siamo proprio

E’ duro da capire, anche se molto umano, che la nostra fede non si fonda su segni di potenza, ma nel riconoscere l‘estrema debole umanità di Gesù, che per giunta finirà sulla croce: è il grande mistero di Dio, del suo amore, che ci è venuto incontro in Gesù e si è fatto pane quotidiano, per noi tutti, come forza di un cammino indicatoci e insegnatoci da lui. Ci ha donato una parola, da sempre, perché Dio parla agli uomini come ad amici.

Con Gesù ci ha dato una parola, definitiva , che ci porta alla verità: star dietro a lui, al suo Vangelo, alla bella notizia, che non è uno scoop di giornale, ma Lui stesso, chiara luce che ci rende vivo tra noi il Padre, è fare il percorso più sicuro per conoscere la verità di cui abbiamo sete incontenibile.

Seguire Gesù è verifica autentica della nostra fede!

E permettetemi oggi, siccome sono bresciano, di ricordare i patroni della mia diocesi, di Brescia, i santi martiri Faustino e Giovita, due martiri i santi patroni che hanno portato la fede nella mia diocesi.

15 Febbraio 2021
+Domenico

La lebbra ha tanti nomi, anche quello della nostra pandemia

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 40-45)

Audio della riflessione

Ci sono delle persone che hanno un coraggio indomabile di fronte a tutte le avversità, altri si adattano e non reagiscono … capita così anche nella malattia: vedi subito se uno ha voglia di vivere o no, se vuol combattere o ha perso ormai ogni energia.

Qualcuno si lascia morire altri invece hanno voglia di vita da vendere e reagiscono: spesso questa è la forza necessaria per continuare a vivere, è una forza che compie miracoli. La vita anziché essere una fatalità è sempre una scelta, o meglio, un dono da accogliere e se non lo vuoi, nessuno te lo può imporre, prima o poi se ne va.

Era attaccato alla vita quel lebbroso che è corso ai piedi di Gesù: ha saltato tutte le regole che imponevano ai malati di lebbra l’isolamento e si è portato davanti a Gesù.

Gli altri infastiditi sicuramente pensavano, anche per paura di venir contagiati “Ormai sei condannato, stattene tranquillo dove sei, la vita è un colpo di fortuna, tu sei sfortunato, adattati alla tua situazione! Non venir a rovinare la vita a noi, stai chiuso nei tuoi tuguri”.

La meraviglia di Gesù non sta tanto nel vedere il lebbroso, ma nel capire che cosa pensava la gente di lui, che faceva della propria salute non solo una linea di difesa per sé giustamente obbligatoria, ma per loro una prigione, senza scampo.

Invece lui – il lebbroso – balza nella vita e supplica “se vuoi, se mi dai ascolto, se guardi alle mie privazioni, a quel che mi manca per essere un uomo, tu puoi ridarmi tutto quello che hai dato ad ogni creatura. Perché io dovrei rimanerne privo? Puoi guarirmi.”: è una preghiera semplice, ma decisa, sa quel che chiede e sa a chi lo chiede.

Gesù di fronte a questa fede risponde subito “lo voglio”: è animato da compassione, da attenzione profonda alla sofferenza e lo manda dai sacerdoti a farsi rilasciare un certificato di guarigione, altrimenti non sarebbe potuto tornare tra la gente.

E lui, il lebbroso, diventa il primo annunciatore della grandezza di Gesù: lo va a dire a tutti, non lo tiene più fermo nessuno! Ha riottenuto la gioia di vivere e la canta più che può, e annuncia non solo e soprattutto il fatto, ma qualcosa di più di un miracolo, di un aspetto meraviglioso, che ha dell’incredibile: annuncia quella parola che a Natale si è fatta carne – l’Emmanuele – annuncia che il Dio con noi è qui.

Noi pure abbiamo addosso una sorta di lebbra, che si chiama pandemia, che non ci lascia in pace,  che spesso ci fa paura ancora, che ci ha sconquassato la nostra vita personale, la nostra vita di relazione, i nostri posti di lavoro, che ci sta ipotecando il nostro futuro.

Gridiamo a Gesù il nostro “Se vuoi, puoi guarirmi!” A noi una guarigione così basta e avanza, anche se oggi non possiamo festeggiare il carnevale con gli altri.

14 Febbraio 2021
+Domenico

Ma volete capire che c’è un pane che è la fine del mondo!

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,1-10)

Audio della riflessione

Chi di noi è abbastanza vicino alla Chiesa sa che per noi la Messa della domenica è un fatto più serio di quanto pensiamo: l’eucaristia è un dono, una forza impensabile e assolutamente necessaria. Chi non crede molto si meraviglia che noi cristiani abbiamo questo che loro chiamano “obbligo”, noi invece la chiamiamo “una finestra aperta sull’eternità”, e la mettiamo al centro della domenica, la celebriamo nell’Eucaristia … detto semplicemente “andare a Messa”.

L’abbiamo cambiata in un “precetto” questa festa, ma non ne conosciamo la portata di regalo, di stupore, di consolazione che essa invece è … figuratevi se ai tempi di Gesù fu facile per lui aiutare gli ebrei ad entrare in un altro ordine di idee e di rapporto con Dio, abituati come erano a trovarsi nel tempio a sacrificare animali, con quasi letteralmente fiumi di sangue che scendevano dagli altari, iniziare a pensare che tutto doveva essere cambiato con un pane e un calice di vino era impensabile anche per chi se ne fosse convinto.

Cambiava apparato: niente animali, niente commercio di carni, niente sangue da far scorrere ordinatamente, molto meno personale dedicato, strutture assolutamente inutilizzate e inutili alla fine.

Prima ancora di tutto questo, la grandezza e significato del pane eucaristico: per questo Gesù – e l’evangelista Marco tenta di descriverlo al meglio – deve intervenire non una volta sola, come penseremmo noi, all’ultima cena, quando istituisce l’Eucarestia, ma in molte più occasioni, di cui le moltiplicazioni dei pani erano dei simboli, erano un segno, che avvicinava molto alla comprensione del mistero eucaristico.

Comprensibile e necessaria la domanda di Gesù a chi non voleva capire o, capito, non ne voleva sapere: “volete andarvene anche voi?” La ricordo molto bene come  sia stata rivolta a 2 milioni di Giovani nel 2000 alla Giornata mondiale della Gioventù di Roma, da papa San Giovanni Paolo II, che neanche lontanamente ha cercato di blandire tanti giovani con qualche discorso più conciliante, ma ha chiesto un “si” per l’Eucaristia, sia per la fede che per la “pratica sacramentale” della Messa, e a tutti chiese “volete andarvene anche voi?” … era l’unica alternativa al si.

Ecco allora Gesù che si applica al suo uditorio, che lo sta seguendo da giorni, e si cura di sfamarli con un pane moltiplicato all’abbondanza, messo al centro della sua passione per il popolo che lo segue e del suo dono fino all’ultima goccia di sangue, che sarà in quel calice che berrà fino alla fine sul Calvario.

Di fatto, naturalmente i discepoli non capiscono come si potrà trovare pane per tutta quella gente: lentamente, partendo dal concetto della solidarietà, del condividere il bisogno, faranno poi il salto di qualità in quello spezzare il pane dell’ultima cena e dell’incontro con i due discepoli di Emmaus.

A noi … uscire da abitudini, ingessature, superficialità nella partecipazione fedele e appassionata all’Eucaristia: dobbiamo tornare a fare della Messa il centro della nostra fede …. o vogliamo andarcene anche noi?

13 Febbraio 2021
+Domenico