Basta aspettare! occorre partire e cominciare

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-17.23-25)

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Da bambini i nostri genitori per prepararci ad andare a scuola con impegno dopo le vacanze belle, coinvolgenti, piene di fatti interessanti: il Natale, i presepi, l’ultimo dell’anno, gli amici, le tavolate in cui ci ritagliavamo i nostri momenti di divertimento in attesa del dolce, mentre gli adulti continuavano a mangiare, ci dicevano che “l’Epifania tutte le feste le porta via”.

Il 7 gennaio è sempre stato un momento anche bello e lo vogliamo sperare anche quest’anno: auguriamo ai ragazzi e ai giovani di tornare a scuola di presenza per dare libertà alla propria voglia di stare con gli amici, di mettere la pandemia davanti e non addosso, attenti, ma non succubi, mascherati, ma con occhi che sprizzano vita, distanti, ma non ignorati e autocentrati.

Auguriamo ai lavoratori di riprendere con dignità il proprio lavoro, disposti ad aggiornarsi continuamente …

Mai come quest’anno – forse – abbiamo sperato che la fine delle vacanze diventasse una rinascita: c’è bisogno di qualcosa di nuovo che riempie la vita di un ideale! Anche il cristiano medio, neanche troppo addentro al mondo ecclesiale, sente che un cristianesimo “slavato” come spesso lo si vive, una esperienza di fede ridotta a qualche medaglietta e acqua santa, un rapporto con gli altri cristiani insignificante come l’abitudine al colore delle pareti, non ha proprio nessun senso: è necessario un colpo di reni.

Era forse questo, anche se più in profondità, quello che si percepiva tra la gente quando Gesù ha lasciato sua madre, la sua piccola comunità di Nazareth ed è andato a seguire le parole di fuoco di Giovanni il Battista.

C’è una parola d’ordine efficace, forse anche pericolosa per l’ordine esistente, per lo squallore con cui ci si trascina nella religione ufficiale: “Il regno di Dio è qui! È alla porta; non potrebbe essere più vicino. L’attesa è finita! Dio è vicino, c’è, è alle porte, non c’è più spazio per la noia. Convertitevi.”

Ecco ci risiamo. Un altro invito morale a comportarsi meglio, a fare i buoni, a mangiare di meno, a mortificare la gola, a sopportare di più … No! non è questo il punto di cui abbiamo bisogno, è Gesù di cui abbiamo bisogno!

I primi a capirlo e a invertire, convertire la loro strada sono gli apostoli: abbandonate le reti lo seguirono.

Gesù non è più il giovanotto che condivide  una vita normale quotidiana come ogni persona al suo tempo: dà un netto taglio e si porta a Cafarnao, lì c’è il mondo che passa, è un crocevia di strade che vanno da Est a Ovest, da Sud a Nord, lì si incrociano le persone, le merci, i sogni, i progetti di vita.

Ha un messaggio da portare e decide di iniziare – diciamo noi – la sua vita pubblica, a far conoscere il segreto di Dio per la vita delle persone: è lui stesso la notizia decisiva, il vangelo, di cui sentiamo il bisogno, la novità.

E’ come se a noi appestati dal COVID-19 portasse non solo il vaccino e la distruzione definitiva della pandemia, ma molto di più, ci portasse il segreto di una vita felice e buona per tutti: questo è il Vangelo, e Gesù ci aiuta giorno dopo giorno a fare i passi giusti dietro a Lui.

7 Gennaio 2021
+Domenico

Cercare è rincorrere Dio che non si lascia mai prendere

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 1-12)

Audio della riflessione

Ieri sera prima di andare a dormire o questa notte abbiamo completato il presepio: erano forse già collocati in vista questi tre personaggi stravaganti nei vestiti, nei regali, nel seguito, e oggi sono stati avvicinati alla capanna di Betlemme … si conclude qui l’elenco degli invitati, con i re magi.

La tradizione vuole che fossero tre anche se nessuno nella bibbia l’ha mai detto, ma quello che ci interessa è che cosa e chi cercano e perché sono tanto considerati nella nostra tradizione cattolica: sono l’immagine della ricerca anche pensosa di Dio, della vocazione dell’umanità, che noi ancora ci incaponiamo a chiamare “destino”, del punto di arrivo di ogni ricerca umana.

  • Cercare è non sentirsi soddisfatto di quello che si ha e osare di volere “la luna” ..
  • Cercare è farsi domande profonde:  chi sono? dove vado? perché esisto? che senso ha la mia vita?
  • Cercare è lasciare la certezza per sperimentare la sorpresa;
  • Cercare è rispondere all’impulso interiore della libertà;
  • Cercare è non lasciarsi fasciare da nessuna comodità;
  • Cercare è rincorrere Dio che non si lascia mai prendere … è lasciare che la speranza sia il motore della vita;
  • Cercare è tendere l’orecchio a chi ti può chiamare;
  • Cercare è ascoltare una parola che ti provoca a camminare;
  • Cercare è togliersi le cuffie per lasciarsi destabilizzare dalle relazioni vere;
  • Cercare non è fuggire nel virtuale, ma perforare la realtà per seguirne le tracce;
  • Cercare è lasciarsi incontrare, è spesso solo tenere aperti gli occhi sulla vita, sulle persone, sugli altri, è inseguire l’orizzonte che s’allarga all’infinito;
  • Cercare è vivere da innamorati, innamorati di Gesù e del suo mondo di pace.

L’Oriente è sempre stato visto come la terra degli scienziati, dei saggi, dei cercatori di ragioni per vivere, di mondi eterei, dedicati al sapere, alla ricerca della felicità non da quattro soldi … loro scrutavano il cielo, ne leggevano continuamente i messaggi, non erano dediti alle guerre, non dedicavano la loro vita a costruire armi, a fare battaglia, a seminare terrore.

Hanno visto una stella curiosa, strana, ne hanno letto l’indicazione: nasce il Messia, linguaggio figurato fin che vogliamo, ma capace di dirci che ci sono da cercare continuamente ragioni di vita e di speranza.

Cercare ragioni di vita, vuol dire che non ne abbiamo abbastanza di quelle che ci presentano i talk show o le star del rock o gli eroi dello sport: vogliamo qualcosa di più! Non ti riempiono la vita nemmeno le belle e buone amicizie, il successo nel lavoro, una buona vita di famiglia.

L’uomo è fatto per qualcosa di più grande: c’è un inquietudine sempre che affiora e che non si deve seppellire … e – dice il Vangelo

“una volta trovatolo, lo adorarono.”

Adorare Dio oggi è impegnativo: vuol dire che riconosci al di fuori di te le ragioni del tuo essere, mentre sei circondato da gente e da insegnamenti che ti dicono che sei autosufficiente, salvo poi a darti alla droga o all’alcol o ai maghi per trovare ragioni per una vita decente.

Adorare significa che hai pure un corpo bello, lo puoi continuamente perfezionare, curare con ore di esposizione a tutti gli specchi possibili e a tutte le creme più sofisticate, ma alla fine c’hai un’anima, da mettere al centro, hai un cuore da servire, un amore da sprigionare e un Dio che ti insegna la vera arte di amare: Lui adori.

In questa ricerca si collocano coloro che si donano a Dio, si sono collocati coloro che si sono fatti preti o suore: hanno seguito una stella, si sono domandati tante volte dove sta la felicità; hanno lasciato casa, amici, superficialità, i progetti di tutti; hanno investito in una direzione come i cercatori d’oro, hanno setacciato il fiume della vita per cercare le famose pepite, e in questa ricerca come tutti i giovani erano guidati da un istinto infallibile, che è l’amore.

A chi darò la mia vita? Chi mi merita? Chi potrà sentirsi felice con me? A chi potrò dedicare la mia persona perché ne nasca felicità per me e per tutti.

Sono le domande che ogni giovane si fa nella sua esperienza d’amore: non si domanda solo qual è la ragazza più bella? Che figurone faccio se riesco a scarrozzarla e a farla vedere a tutti in piazza? Una ragazza non si accontenta di sentire qualche fischio quando passa o qualche complimento, sempre più pesante e volgare in questo nostro mondo materiale, ma vuole sapere con chi può costruire felicità per se e per tutti, ed è così anche per ogni ragazza: non si lascia incantare dal principe azzurro, vuole concretamente capire se qualcuno è disposto a donarle la sua vita.

La ricerca dei magi è arrivata a Dio e oggi ci dicono che lui, il Signore della vita e della storia è la loro felicità … ed è una felicità vera, che non finisce mai.

Oggi ci aiutano a togliere il vetro all’orologio e buttare via le lancette o resettano sul digitale il programma per far sparire i numeri e far comparire la parola “sempre”: vogliono dire anche a noi che è bello seguire Gesù, che essere poveri non è una condanna, ma una libertà, di fronte a tutte le ingessature dei soldi; ci ricordano che la vita è bella se il centro è Gesù, che il nostro amore umano, l’amore di coppia, l’amore dei genitori, l’amore tra amici deve sempre avere come riferimento Gesù.

Ma torniamo, per un ultimo sguardo, al presepio … nei pressi, e in qualche presepio se ne fa vedere l’artiglio, sta appostato Erode, l’avvoltoio che cala sulle nostre ingenue aperture all’infinito; ha molti volti: tutti i nostri quando non sanno apprezzare il bene che faticosamente altri, i nostri genitori, gli amici, i nonni hanno da donarci; ha il volto dell’egoismo, il volto dell’indifferenza, della paranoia, della vergogna cui soccombiamo di fronte agli amici quando si tratta di essere cristiani convinti; ha il volto del vizio.

Per mantenere la speranza intuita. occorre passare sempre da un’altra strada per evitare questo Erode …

… e tornarono da un’altra strada.

Carissimi,
qualche strada bisogna cambiarla, se vogliamo mantenerci puliti e belli dentro e fuori … questa pandemia ci sta insegnando che strada sbagliata è sentirsi autosufficienti e vivere da autocentrati ed egoisti: è la strada di Erode, e non vogliamo che sia la nostra.

6 Gennaio 2021
+Domenico

Ci fa orrore Erode, ma siamo in tanti a imitarlo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 13-18)

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Innocenti sono i bambini che non fanno del male a nessuno, indifesi, bisognosi di tutto e di tutti. Ti si affidano ingenuamente, ti fanno sorrisi che conquistano anche i cuori più duri, ti parlano col pianto che devi interpretare, ti si attaccano al petto per poter vivere, ti succhiano col latte la vita, il tempo, il cuore. Ma sono deboli, mai come oggi devono sopportare gli attacchi degli adulti. Li ammazziamo ancora prima di nascere, perché sono scomodi, perché li abbiamo fatti venire al mondo senza pensarci, perché servono a pezzi, a cellule, a organi.

A Betlemme nell’anno della nascita di Gesù, all’anagrafe sono andati tanti altri papà e mamme, la vita continuava a esplodere, il mondo di quella sperduta provincia romana si perpetuava nelle nuove generazioni, ma Erode non voleva farsi soppiantare. Il suo trono traballava e la colpa era di questo piccolo, innocente bambino, nato in una grotta; ma occorreva ucciderli tutti perchè nessuno scampasse a insidiare il suo futuro.

La storia oggi si ripete, nelle guerre tra etnie non solo di distruggono case e beni, ma anche vite innocenti, per estirpare un popolo. Come avviene delle nostre società occidentali; le chiamano interruzioni di  gravidanza, ma sono la lenta inesorabile decadenza di un popolo. E’ la strage degli innocenti che si perpetua di nuovo. Gesù si è affidato nella sua potenza alla debolezza dell’amore di un uomo e di una donna. San Giuseppe entra in scena con grande dignità, coraggio e decisione. Chi ama la vita sa sempre leggerne i percorsi e le risorse. Fugge, prende una carretta del mare di sabbia che è il deserto e porta in salvo il figlio di Dio; già il suo popolo aveva fatto questa scelta per sopravvivere a carestie, guerre e fame.

Durante la pandemia ci siamo pure permessi di dare indicazioni perché ogni donna si arrangi a farsi il suo aborto con due pastiglie, a casa sua, anche dopo due mesi dal concepimento, dopo tante battaglie per toglierlo dalle mammane che  l’aborto lo facevano già in casa.

Oggi il figlio di Dio è una icona delle storie di tutti i popoli che devono fuggire per vivere, di tutti i bambini indifesi e innocenti che non possono difendersi dagli adulti ingordi e dissennati. E’ l’immagine dei bambini di strada, dei bambini che non vengono fatti nascere, dei bambini che vengono usati coma cavie, degli innocenti che vengono sfruttati commercialmente per saziare le voglie innominabili di tanti adulti, dei figli non amati e violentati in casa. Occorre in ogni luogo un san Giuseppe che protegge, aiuta, porta con sé, difende, sostiene. Lo possiamo essere ciascuno di noi. Dio lo è per tutti, perché non ci abbandona mai.

28 Dicembre 2020
+Domenico

I giovani sono i primi che pagano

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 17-22)

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Quale che sia l’idea che abbiamo dei giovani – talora purtroppo è disprezzo, commiserazione o compassione – sta di fatto che sono sempre i primi a cogliere la verità e a pagarne il prezzo.

Questa nella vita della Chiesa è la storia di tanti martiri: il primo è proprio un giovane, lo chiamano il “protomartire” (primo martire) Santo Stefano, il primo testimone fino al dono del sangue e della vita per la sua adesione a Cristo; era giovane, deciso, entusiasta, aperto al futuro: ha incontrato sulla sua strada una piccola sparuta comunità di gente semplice, coraggiosa, e innamorata di Cristo.

Era la comunità dei discepoli di Gesù: erano reduci da un tradimento collettivo, s’era salvato solo Giovanni da quella codarda fuga, ma tutti poi erano tornati sui loro passi e avevano cominciato a seguire la Parola, quella parola che si era fatta carne, quella parola che ieri abbiamo adorato nelle vesti di un fragile bambino e che oggi è diventata forza invincibile per Stefano contro l’odio degli uomini.

Era una comunità senza pretese, non eclatante, ma aveva chiara la coscienza della strada da percorrere; sapeva che la speranza, la gioia, la pienezza della vita passava da Gesù, dalla sua croce.

Era convinta, e lo dimostrava a tutti, che la morte del maestro non era la fine, ma il vero principio: aveva ricevuto la forza dello Spirito, era rinata a quella nuova vita che Gesù aveva promesso … “non preoccupatevi di che cosa dire… io sarò sulle vostre labbra con le parole della vita e della fede.”

E Stefano  è entrato, ha subito deciso di orientare tutte le sue energie alla cura dei poveri, è diventano diacono, servitore, il primo titolo di onore della chiesa, di ruolo, di ministero: non ha scelto di lavorare, di essere concreto, come potrebbe capitare a qualcuno di noi, per protagonismo o perché riteneva la preghiera perdita di tempo o perché gli mancava la contemplazione, ma dopo una lunga profonda riflessione sulla storia del popolo d’ Israele, sulla Bibbia.

Gli atti degli apostoli riportano – quasi fosse uno schema – il suo intervento per far ragionare i suoi amici di fede israelita, con una forza puntigliosa nel far capire che la torah (il primo testamento diremmo noi) era superata, che tutto quello che essa diceva aspettava un compimento e il compimento era Gesù: tutto portava a Gesù e si meravigliava che i suoi amici non capissero che il tempo era compiuto,  che l’atteso era con loro e che occorreva cambiare tutto.

Ha dovuto passare attraverso la lapidazione: una esecuzione efferata che dà la morte entro uno scatenamento collettivo di odio, di vendetta, di cattiveria sobillata, istintiva, disumana. 

“Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio” … tremende le parole del vangelo! Quelle pietre che lo hanno ammazzato si portavano dentro l’odio, la cecità, la bestemmia verso un Dio che aveva scelto di farsi uomo, di venire al mondo messia, fuori dagli schemi “comodi” di chi lo aspettava.

Tutto questo c’è ancora oggi: la supponenza culturale che crede che la fede sia una debolezza, una concessione fragile a sentimenti tradizionali, che hanno valore forse la notte di Natale e niente più.

Sì, la fede ti fa vivere dei bei momenti: se il Natale non ci fosse occorrerebbe inventarlo, infatti lo stanno proprio inventando diverso, perché questo non serve più … è meglio un albero, disegni di luci, un “marketing” appropriato, è la festa che conta, non il festeggiato.

Ma la vita è un’altra, le cose serie sono altre: se devo impostare il mio futuro ho bisogno di salute, di vincere questa pandemia.

Ci dobbiamo fare qualche domanda, però, che occorre avere sempre chiara nel cuore: è necessario ancora oggi un Salvatore? Se l’è domandato anche Stefano: abbiamo bisogno di Gesù, dopo tutto quel poderoso impianto religioso che il popolo di Israele metteva a disposizione per i rapporti con Dio? Se c’era un mondo religioso fin nel midollo era quello ebraico; se c’è un mondo “evoluto” è proprio il nostro.

A questa domanda però dobbiamo rispondere, dobbiamo rispondere “, abbiamo bisogno di Dio”.

Diceva un giovane romanziere … “il mio segreto è che ho bisogno di Dio, che sono stufo marcio e non ce la faccio più ad andare avanti da solo: Ho bisogno di Dio, per aiutarmi a donare, perché sembro diventato incapace di generosità; per aiutarmi a essere gentile, perché sembro ormai incapace di gentilezza; per aiutarmi ad amare, perché sembro aver oltrepassato lo stadio in cui si è capaci di amare.”

 Scegliere Gesù non sarà senza costi: “… e sarete odiati da tutti a causa del mio nome”.

Il cristianesimo non è un invito alla vita tranquilla, ma sempre un coinvolgimento impegnativo … e oggi questo coinvolgimento ce lo detta la pandemia, ce lo detta questo bisogno che ciascuno di noi ha dell’altro, questo sentirci tutti nella stessa barca, l’accorgersi delle persone sole e bisognose di uscire dalla solitudine, di essere aiutate a vivere, il sopportare chiusure e rinunce perché tutti possiamo debellare questa pandemia.

Dio non ci lascia mai soli: Il Natale non è solo una festa, è Gesù sempre con noi, l’Emmanuele.

26 Dicembre 2020
+Domenico

Giuseppe, l’uomo dei sogni

Una riflessione dal Vangelo secondo Matteo (Mt 1, 18-24)


Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

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C’è un misterioso mondo nella vita dell’uomo che è quello dei sogni: spesso sono strampalati, strani, senza filo logico; ti lasciano sorpreso per le realtà differenti che vi si condensano, ti rievocano fatti impossibili … altre volte invece diventano “segnali per la vita”, previsioni sconcertanti di episodi, simboli, avvertimenti, rievocazione di persone care… è un mondo misterioso di libertà, senza spazio, senza tempo, senza responsabilità.

Sono sogni anche quelli che facciamo ad occhi aperti: la visione di un mondo più bello, più giusto, il desiderio di una vita più felice, di un futuro difficile, ma possibile, senza Covid-19.

Nella Bibbia si narra che spesso Dio parla all’uomo nel sogno: usa questa esperienza per collocare il dialogo profondo con Dio. Forse Dio parla all’uomo nel sogno proprio perché lo trova nel massimo della disponibilità, dove è tutto ascolto e tutta creta nelle sue mani.

Sogna Abramo, sogna Giacobbe, sognano i grandi, sogna Giuseppe, l’ultimo figlio di Giacobbe, tanto che i suoi fratelli lo tirano in giro, sogna Giuseppe lo sposo di Maria: E’ turbato, gli stanno crollando tutti i suoi progetti a lungo meditati e preparati, ha immaginato il suo futuro con Maria, vuole costruirsi una famiglia, una casa, vuole affrontare la vita nella dolce compagnia di una donna, nella dimensione d’amore che lo porta a scrivere l’amore di Dio nei suoi gesti quotidiani, nei suoi sentimenti, nelle sue aspirazioni. Ha capito che la sua vita può essere felice solo se la fa diventare un dono senza condizioni a Maria.

Ma non sa che Maria è sempre stata pensata da Dio, come Madre del Salvatore, che è l’Immacolata, che in lei è scritto un disegno grandioso, unico. Non sa ancora che il Signore onnipotente ha chiesto anche a lei, sconvolgendole i piani, un dono assoluto; non sa che Maria proprio a lui, a Giuseppe, alle loro promesse vicendevoli, pensava quando l’angelo le annunciò il grande dono di diventare la madre di Gesù.

Lei aveva detto il suo sì.

Giuseppe è destabilizzato nelle sue sicurezze, ma si fida ciecamente di Maria e si ritrae, si affida alle mani di Dio, sa che Dio è l’amore stesso che gli canta nel cuore e che la sua grandezza abita nelle impossibilità dell’uomo … e a Dio si affida, accoglie Maria e il Figlio Gesù, ne sarà ogni giorno il custode, il padre, la sicurezza, la forza per crescerlo in età, sapienza e grazia.

Giuseppe sa che Dio non abbandona mai nessuno, e noi con lui chiediamo a Dio di poter sperimentare la sua grande bontà dentro questa pandemia che ci tormenta e ci obbliga a vivere un Natale essenziale, più vero forse, anche se non possiamo esprimerlo assieme caricandolo delle nostre manifestazioni di affetto con tutti.

18 Dicembre 2020
+Domenico
+Domenico

Bella la genealogia di Gesù!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1,16-17) dal angelo del giorno (Mt 1, 1-17)

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

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Ogni uomo che nasce a questo mondo è una sicura originalità: sappiamo tutti che con le impronte digitali riescono a distinguere qualsiasi persona da un’altra.

I genitori vedono crescersi i figli e sono sorpresi dei loro comportamenti originali: all’inizio stanno a vedere a chi assomiglia, rintracciano in loro i tratti dei parenti, dei nonni, degli zii, poi si devono adattare a vedere e giustamente che non sono la somma di nessuno, ma una “originalità assoluta”, un nuovo carattere, una nuova sensibilità, un nuovo modo di pensare e di reagire, di trovare ragioni di vita e di organizzare l’esistenza.

Ciascuno però è il punto di arrivo delle generazioni precedenti, si porta dentro dei segni di chi lo ha preceduto: il sorriso della nonna, o la tenacia dello zio, la dolcezza della mamma, lo scatto di impazienza del nonno, l’andatura del fratello, la litigiosità o l’imprenditorialità di qualcun altro…

E’ stato così anche di Gesù: nel prendere carne, nell’assumere un corpo, si è messo in maniera del tutto originale come ogni uomo, ma anche in totale incarnazione, nella fila delle generazioni che lo hanno preceduto, ed è interessantissimo che il Vangelo di Matteo, metta in fila le generazioni che hanno preceduto Gesù, in termini non soprattutto cronologici, ma genealogici; ed è sorprendente vedere come in questa fila ci stanno grandi personaggi, oscuri avi, gente giusta e prode, peccatori e delinquenti, uomini e donne di fede e persone violente, cultori della pace e disonesti mercanti di guerre.

Nel sangue di Gesù scorre tutta l’umanità che lo ha preceduto e che lo seguirà: ci stiamo tutti noi, Dio si è fatto uomo, ha condiviso tutto della nostra vita eccetto il peccato! La sua carne è il punto di arrivo di tutti i tentativi anche falliti di umanità di chi lo ha preceduto e di chi lo seguirà.

Questo Figlio di Dio prende su di sé tutte le nostre caratteristiche umane, direi quasi somatiche e ci viene a dare coraggio, a dire che l’umanità è sempre in cammino verso il bene e lui ci sta dentro, se la prende tutta su di sé, ci carica tutti sulle sue spalle e ci porta nelle braccia del Padre.

Non siamo né abbandonati, né disperati, ma accompagnati e tenuti per mano, inscritti nella carne del Figlio di Dio e di Maria, speranza certa per tutti gli uomini anche per i più abbandonati: è una umanità di fratelli e sorelle, una fratellanza che permette ai diversi di essere uguali e agli uguali di mantenersi diversi; è una umanità che si trova a vivere le stesse battaglie, a combattere oggi assieme gli per gli altri una pandemia che non fa differenze con nessuno.

In questa fila c’è un salto di qualità, si inscrive Maria, l’immacolata, la stella del mattino, la tutta pura, colei  in cui  si realizzano le promesse della nostra salvezza: in Lei si rispecchia la bellezza primigenia con cui Dio aveva concepito l’umanità e prende carne Gesù, il nostro Salvatore, che supplichiamo di risparmiarci da questa pandemia con la tenerezza di tua mamma Maria.

17 Dicembre 2020
+Domenico

Nessuno mai saprà amare solo per dovere

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21,31-32) dal Vangelo del giorno (Mt 21, 28-32)

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

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Non è facile riconoscere i nostri sbagli ed essere sinceri con gli altri e spesso purtroppo anche con se stessi: siamo facili costruttori di maschere, che facciamo fatica a toglierci e spesso la maschera la teniamo anche per noi stessi, ci convinciamo un po’ alla volta di essere giusti, di essere bravi, di poter guardare Dio dritto negli occhi … queste maschere che portiamo non ci permettono allora di convertirci! Non sono le mascherine contro la pandemia, ma quelle che si sono incarnite di più nella nostra vita; non ci sono esperienze, consigli, prediche che ti facciano cambiare idea, quando non hai il coraggio di guardare dentro di te.

Il Vangelo ci pone davanti a un confronto paradossale,  scandaloso: alla fine ci dice che le persone palesemente ingiuste, peccatrici sono da preferire a quelle ritenute giuste. Noi che siamo giusti e buoni, ovviamente “benpensanti” perché siamo tutto sommato anche benestanti, davanti a Dio siamo molto più indietro dei furfanti e delle prostitute.

Gesù usa ancora la storia di due figli: chi dice si e non fa e chi dice no e fa; sono in realtà una sola persona, siamo noi stessi che ascoltiamo.

Io sono quello che dice di sì a parole e non con i fatti, quello che dice no perché non vuole fare la volontà di Dio e poi riesce a cambiare perché si pente.

Il padre è sempre al centro: è il nostro amatissimo Dio creatore, il padre buono, abitato solo da amore infinito, che, oggi, chiama ad operare nella vigna. E’ l’oggi di tutti noi che siamo chiamati a deciderci per questa vigna, dove lavorare significa amare Dio e servirlo nei fratelli. E’ un oggi di un mondo che tende ad allontanarsi da Dio e a credersi autosufficiente, un oggi fatto di paure del futuro, di depressioni, di confusione, ma anche di desideri di cambiamento, di ricominciare da capo una nuova vita.

Siamo tentati di dire no, ma nessuno di noi deve dire un si forzato, nessuno guarda il padre come un padrone al quale non può dire di no. Nessuno si deve sentire in obbligo di compiacere a Dio, non è un dovere: nessuno mai saprà amare solo per dovere.

Il paragone con le prostitute è duro, ma non è difficile riconoscere che spesso il nostro amore a Dio è “commerciale”: veniamo in chiesa, ci affidiamo a Dio solo se ne possiamo ottenere favori, miracoli, benefici e non ci accorgiamo che stiamo continuamente rifiutando di lavorare per il bene. Scambiamo delle volte i sacramenti per affari, li facciamo diventare solo facciata e non decisione di conversione, li celebriamo spesso per farci vedere e non per guardarci dentro e scoprire il grande amore di Dio. Spendiamo una barca di soldi per il matrimonio e mascheriamo già il tradimento o lo scioglimento.

La conversione, il capire che dobbiamo ritornare a Dio è la strada da compiere ed è la nostra speranza, ed è per questo che Dio non ci abbandona mai.

15 Dicembre 2020
+Domenico

Ed è per questo che Dio non ci abbandona mai.

Sobrietà per essere liberi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 24-27) dal Vangelo del giorno (Mt 21, 24-27)

Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta».
Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

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Non è sempre facile riportare la vita all’essenziale: nasciamo nudi senza difesa, torniamo alla terra senza poterci attaccare a niente, ma riempiamo bene la nostra esistenza di tutto e di più durante il nostro percorso che ci auguriamo il più lungo possibile.

La pandemia sembra che ci voglia caricare di tante preoccupazioni oltre che quella della salute: c’è un meccanismo perverso che ci stritola, occorre consumare di più per aiutare la produzione a decollare, produrre di più è lavoro, lavoro è sicurezza e possibilità di comperare e il cerchio sembrerebbe chiuso se non ne scadesse la nostra qualità della vita che ingrassa troppo in tutti i sensi e si appesantisse in maniera insopportabile, e se non dessimo un altro colpo mortale al creato che non sopporta di essere continuamente depredato senza scampo.

Nel cuore di questo periodo forse ancora di luci e di consumo, ma di grande speranza, attesa e tensione positiva si inscrive, forse per qualcuno fastidioso, ma sicuramente controcorrente, la figura di Giovanni il Battista: per noi il Battista è nome ben definito, autentico, non indicativo di ruolo o missione o per lo meno, lavoro e compito.

Invece significava soltanto e unicamente un’azione controcorrente: battezzatore.

Me l’immagino presentarsi così: “gente, non siete stufi di tutti gli orpelli con cui vi state ingessando la vita? Non vi pare che a furia di fondo tinta, di casual, che sembrano il massimo della semplicità e invece c’è gente impiegata a fare gli strappi e i buchi in punti strategici, di piercing e di brillantini che fanno della vostra testa un “busto da museo”, non riusciate più ad essere voi stessi? Non vi sembra di lavorare più per spuntare al meglio fuori dalla mascherina che per voi stessi? Non riuscite più a far pace con voi stessi e vi riempite di cose. Venite un po’ nel deserto dove abito io, vestito di peli di cammello, un po’ troppo rozzo forse, ma vivo perché mi devo continuamente grattare: toglietevi tutto e buttatevi in quest’acqua rigeneratrice, come quel liquido amniotico del ventre di nostra madre. Verrà dopo di me chi vi riempirà la vita: Ridate allo Spirito il suo posto, che tentate sempre di nascondere e cancellare.”

Dio si attende nella sobrietà e nella essenzialità, anche durante la pandemia: non sarà solo l’attesa del Natale, ma l’attesa di tutta la vita, di ogni vita.

Un posto al bambino Gesù lo stiamo preparando nei nostri pensieri, nelle nostre paure, nei nostri aneliti di pace e serenità, nelle nostre stesse sofferenze? Abbiamo una certezza: per Gesù il presepio non è una melodia o un sogno, o una sacra rappresentazione o una serie di sentimenti infantili, ma è la decisione di stare nella nostra umanità e Lui non ci abbandona mai.

14 Dicembre 2020
+Domenico

Il dolore è sempre e solo un passaggio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17, 12-13) dal Vangelo del giorno (Mt 10-13)

Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro».
Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

Audio della riflessione

Ci possiamo ribellare fin che vogliamo, possiamo stare giorni interi a discutere, possiamo mettere in atto tutte le nostre intelligenze e difese, ma con il dolore tutti nella vita dobbiamo fare i conti: è scritto nel nostro DNA. Si chiama fatica, si chiama malattia, si chiama offesa subita, ingiustizia, sopruso, si chiama pena o disagio interiore … può essere causato da noi o subìto da altri, sta di fatto che non lo si può ignorare!

Anche nella vita di Gesù, nel suo desiderio solo di far del bene a tutti, di spendersi con generosità per la felicità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni malato o disperato, deve mettere in conto la sofferenza: il figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro.

Il gruppetto dei discepoli molto presto si accorge che chi sta con Lui non avrà vita facile, che chi lo segue si troverà prima o poi a dover affrontare solitudine e disprezzo, ingiuste accuse e patimenti.

Non siamo facilmente irenici, tutto sorrisi e emozioni positive: avvento non significa che stiamo aspettando la soluzione di tutti i problemi, che stiamo dimenticando le nostre pene quotidiane, ma solo che abbiamo una sicura compagnia nel viverle, una forza invincibile nell’affrontarle.

Avvento significa essere avvertiti del futuro che ci aspetta e aiutati a trapassare con dignità la vita e i dolori nella compagnia dolcissima di Gesù, il figlio di Dio: è certezza che Dio nel suo misterioso disegno non ci lancia una corda o un galleggiante di salvataggio, dall’alto della sua posizione di superiorità e imperturbabilità, ma si immedesima nella nostra vita, ci sta fianco a fianco a costruire un futuro di salvezza e di senso.

Con Gesù, dentro nei meandri della nostra vita, possiamo sentire sempre la paternità di Dio, la fratellanza con Gesù stesso, e possiamo intravedere il vero futuro di beatitudine di questa umanità: Le guerre, le sofferenze, i mali del mondo sono ridotti a brevi episodi, a spazi di purificazione, a rinascita di una umanità nuova, cui noi possiamo dare il nostro contributo … e la sofferenza non sarà più una condanna, ma una solidarietà e un abbraccio per la vita nuova, perché può contare sempre sulla immedesimazione di Dio nella nostra vita.

Oggi non possiamo dimenticare la mitica apparizione della Madonna di Guadalupe a quel simpatico san Juan Pablo sul Tepeiac, ai loro discorsi semplici e pieni di cura, alle meraviglie che la Madonna apparsa come una meticcia ha espresso per la salvezza degli indios, degli Aztechi passati alla gioia della vita cristiana, in un giorno importante per la loro religione, che era il solstizio d’inverno,segnato ancora al 12 dicembre secondo il calendario Giuliano, e che ha trovato nella Madonna la bellezza dell’essere cristiani, figli di Dio e fratelli di Gesù.

Ed è proprio così che Dio non ci abbandona mai.

12 Dicembre 2020
+Domenico

Essere veri sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,18-19) dal Vangelo del giorno (16-19)

È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”.
Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

Audio della riflessione

Lo scopo di ogni religione è di aiutare l’uomo ad alzare lo sguardo al futuro, alla vocazione profonda di ogni creatura, di offrire a tutti orizzonti ampi per la comprensione dell’esistenza.

La tendenza dell’uomo invece è, una volta intuita qualche bella prospettiva, di imbrigliarla in abitudini ripetitive, in formalismi senza vita, in comportamenti standardizzati, dove a poco a poco la vita viene buttata fuori e ciò per cui si era lavorato, combattuto, sofferto viene cancellato: è più forte di noi, è la legge di inerzia dell’uomo.

Anziché conquistarsi ogni giorno freschezza, amore, giustizia, novità, tende a costruirsi comode abitudini, percorsi securizzanti, automatismi senza anima.

E’ la sofferenza dei giovani che vedono spesso nei comportamenti della fede, la morte della fantasia, la stretta dentro comportamenti standard, senza vitalità.

E’ diversa per loro la ricerca scientifica, lo sport, la musica, il divertimento, i ritmi della danza, l’arte, il teatro, lo stesso cinema … ma c’è qualcuno che sarebbe pronto a mettere la mano sul fuoco che in questi campi tutto sia novità freschezza, vitalità? Non ci sono anche musiche ripetitive e ritmi buttati a caso, fatti diventare di moda senza anima? Non ci sono sport che sanno più di commercio che di atletismo? Non ci sono cinema che sono solo per far cassetta e non per dare emozioni vere?

Siamo tutti nella stessa barca: come la religione può diventare una routine, così lo possono diventare tutte le nostre azioni umane.

E Gesù aveva capito molto bene questa tendenza dell’uomo a mettere l’ammortizzatore su ogni slancio, anche sulla religione, anche sul suo dono d’amore: non abbiamo fatto diventare anche la croce un gingillo da portare o un soprammobile che sta bene solo per la fotografia o il colpo d’occhio?

Così gli ebrei del suo tempo non riuscivano a cogliere la novità di Gesù, lo pensavano dietro il velo del Tempio, nascosto, lontano dagli uomini, invece lui si faceva incontrare mentre mangiava e beveva con tutti, peccatori compresi.

Per cogliere la novità della vita occorre sempre essere veri dentro, non lasciarsi mai andare all’effetto, alla maschera: essere veri dentro è obiettivo di ogni compositore di musica, di ogni sportivo, di ogni artista, e io dico di ogni credente!

E’ una meta che abbiamo davanti: non ci dobbiamo adattare alle mode, ma costringerle a dire il vero che Dio ci dona di essere … e se portiamo la maschera in questa pandemia, sappiamo di far fatica, ma non è questa la maschera che dobbiamo togliere, è una maschera più profonda e interiore, che forse riusciremo a capire di togliere anche con questa esperienza dura.

11 Dicembre 2020
+Domenico