Gesù, ci affidiamo a te, senza condizioni

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)

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È possibile impostare tutta una vita in una direzione, costruirsi una personalità forte, una identità ben definita … ed accorgersi di aver sbagliato tutto?

Non si tratta di essere incerti sul chi diventare, o lasciarsi ingannare da ogni frusciar di vento, ma di percepire che la bontà sta da tutt’altra parte, che i nostri sogni di altruismo sono sempre stati un egoismo “truccato”.

Ti dicevano: devi essere tutto d’un pezzo, non devi ondeggiare come una canna, ti devi fare delle convinzioni … hai lavorato per una vita in questa direzione, ma ti capita oggi però sei di fronte a qualcosa di nuovo, che non avevi mai calcolato; scopri un lato oscuro di te che ti ha sempre dominato e ti ha chiuso nelle tue abitudini.

Ecco, questo è quello che capitava a molta gente che incontrava Gesù: Erano sicuri di sé, “noi non siamo mai stati schiavi di niente e di nessuno!” Sapevano distinguere tra una persona per bene e un ladro, tra una donna di strada e una buona moglie, tra chi osserva la legge e chi fa l’irregolare a vita … anzi andavano da lui per avere conferma. 

“Senti, se lapidiamo questa donna notoriamente  adultera non è forse un’opera buona che aiuta i nostri figli a crescere bene? Se facciamo rispettare il sabato non è meritorio di fronte a questo lassismo e utilitarismo imperante? se stiamo qui davanti all’altare facendo offerte e guardandoti negli occhi non è sempre meglio che nascondersi dietro le colonne come è giusto che facciano quelli che si devono vergognare della loro mala esistenza?!”

Ma Gesù va più in profondità: “Sì, avete dato alla vostra vita qualche bella regola, ma l’amore è qualcosa di più; vi fate paladini dell’ordine, ma vi si è seccato il cuore; sembra che mi diciate di sì, ma alla fine il centro siete voi. I peccatori e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli. Questi almeno capiscono di sbagliare e si pentono, voi invece annegate nel vostro orgoglio, e non sapete dire: ho proprio sbagliato tutto! mi affido a te. A mala pena lasciate cadere le pietre dalle vostre mani, perché non è politicamente corretto lapidare, ma non avete il coraggio di ammettere che avete bisogno di cambiare. So che prima o poi vorrete avere anche su di me il vostro potere di annientamento, contro ogni novità che Dio vuole imprimere alle vostre vite, al vostro culto, alle vostre liturgie, alla stessa Torah – la legge – che non è definitiva, al vostro sabato che si sta attorcigliando su se stesso e non aprendosi all’amore di Dio. Il mio regno non è di questo mondo e ve lo dimostrerò mettendomi nelle vostre mani; solo che anche allora penserete di avere fatto un’opera buona uccidendo il Figlio di Dio, se non vi affidate a Lui senza condizioni.”

Gesù, fa’ capire anche a noi che stiamo sbagliando, aiutaci ad affidarci a te senza condizioni e cambia il nostro cuore.

27 Settembre 2020
+Domenico

La vita è una chiamata e una risposta, non un caso o un destino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 9-13)

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Noi pensiamo spesso che la nostra vita sia incominciata con i nostri ricordi: un grosso istinto di conservazione scritto dentro di noi dalla natura … se avevamo dei fratellini dovevamo sempre lottare per avere la nostra parte e spesso ci alleavamo con qualcuno per avere la meglio sugli altri, sui genitori, sugli amici … era la naturalità del vivere assieme non isolati, in compagnia; siamo passati poi a preferire alcuni cui sentivamo di poterci legare perché ci volevano bene, i nostri amici, e con loro siamo diventati generosi anche delle nostre cose; abbiamo cominciato quindi a decentrarci e ad amare; non parliamo poi dell’adolescenza, dove oltre all’amicizia sentivamo l’attrazione delle persone dell’altro sesso e così via.

Tutto centrato per molto tempo su di noi: soggetto della vita ci siamo sempre sentiti solo noi.

Proviamo invece a pensarla in maniera diversa: la vita è stata una proposta che ci è stata fatta dai genitori, da Dio; noi abbiamo cercato di capire a partire dall’infanzia, dalla giovinezza in poi, che cosa voleva dire questa proposta e abbiamo imparato a dare una risposta; la risposta è stata presa in grande considerazione da chi ci ha chiamato e ne abbiamo avuti altri doni per perfezionarla, renderla più bella, più vera, più forte.

Gesù attuava questa specie di “sequenza” con i suoi discepoli e Dio fa così per ciascuno di noi: Matteo, pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro.

Ma un giorno gli capita al banco dove sta contando euro a non finire Gesù, e Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: Seguimi! E lui, alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì.

Proposta, comprensione della proposta, decisione di seguirla; cambiamenti nelle amicizie che saluta volentieri invitandoli a pranzo con Gesù. Sicuramente aveva visto Gesù qualche altra volta, forse era anche molto demotivato dalla vita che conduceva … sta di fatto che si decide e cambia vita.

Capitasse così anche ai nostri giovani e a tutti noi di capire bene che proposta ci fa Dio, che cosa ci fa capire con la nostra vita stessa; voglia il cielo che siamo capaci di deciderci e di non stare a giocare a dadi per sapere che fare, iniziare una vita nuova con un grande ideale che ci prende e che non ci lascia in pace.

Non è forse così per ogni persona? Dobbiamo smettere di pensare di essere nel mondo “a caso”: ciascuno di noi ha una proposta personale che prima o poi scoppia in noi per la nostra esistenza in questo mondo.

Abbiamo delle persone che ci vogliono bene e che ci possono aiutare ad affinare l’ascolto, a valutare le varie possibilità di realizzarlo, a cominciare alcune esperienze anche provvisorie per capire meglio e poi, alla fine, a decidere. Non è così anche per gli studi, il lavoro, la vita di coppia, la famiglia?

Un cristiano deve sentirsi “chiamato da Dio” a dare il colore giusto alla sua vita e deve affinare l’ascolto e allenare la volontà, chiarirsi i gusti, scegliere gli amici, ma sempre sicuri di avere dal Signore la proposta vera.

E Dio parla all’ufficio in banca, dentro una esperienza di volontariato, dopo tanta preghiera, con una vita senza i soliti lacci dei vizi, nei progetti di pace e di bontà che nascono sempre in ogni cuore, nelle stesse qualità umane fisiche e spirituali che ti ha dato …

Molti giovani hanno sentito forte la chiamata e alle GMG hanno risposto con gioia e generosità: conosco molte coppie che hanno deciso lì di fare coppia e sposarsi, di lasciare tutto e farsi prete o suora, di abbandonare la comodità e farsi volontario per il terzo mondo, di non  vivere insomma da rassegnati la loro malattia, di dare spazio alla speranza…

21 Settembre 2020
+Domenico

Dio, il dono della vita, il premio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20,1-16)

Audio della riflessione

Non so se anche voi vi siete arrabbiati quando la prima volta avete ascoltato questa parabola dei lavoratori presi a giornata e pagati tutti con la stessa cifra, sia chi ha iniziato all’alba che colui che è arrivato a lavorare soltanto a sera.

Immaginate che per un lavoro a giornata siate assunti alle luci dell’alba: trattate con il datore condizioni, ruolo, orario e stabilite pure il compenso equo con tanto di trattamento per la pensione, assicurazione e quant’altro.

Vi applicate con serietà, intelligenza, creatività: è proprio un bel rapporto di lavoro.

Accanto a voi dopo qualche ora ne viene un altro e lavora: bravo anche lui, ma io è un po’ che sono qui. Ne viene un terzo, poi un quarto; uno arriva che è quasi sera, ci dà dentro, ma io è una giornata intera che sudo.

Arriva l’ora della paga: Comincia l’ultimo e riceve quello che ho pattuito anch’io. Grande questo datore di lavoro, gli vanno proprio bene gli affari! Sa dare anche i premi di consolazione. Chissà che cosa aggiungerà al mio compenso se quest’ultimo prende tanto.

Una piccola avvisaglia che c’è … perchè qualcosa di insospettato gli viene dal fatto che anche gli altri prendono come quest’ultimo.

“Ma io sono qui dall’inizio, io ho impostato il lavoro, io ho patito ore e ore di fatica, di caldo, di stress. Sicuramente prenderò di più.” No: la paga pattuita, e niente più. “Torti non me ne ha fatti è vero, ma che giustizia è questa? Non posso neanche aprire una vertenza sindacale.”

Ma c’è un punto di vista molto interessante per capire questo nostro Dio che non ci fa mai del male, che ci è Padre, che non possiamo mettere sempre alla sbarra perché secondo noi ci fa dei torti, ed il punto di vista da cui guardare la parabola è la famiglia.

La famiglia è proprio il luogo in cui si può capire di più Dio.

Il lavoratore della prima ora che resta deluso e si arrabbia con Dio per me era un single: tutto concentrato su di sé. Abbiamo in mente la parabola del padre misericordioso? Questo lavoratore della prima ora assomiglia proprio al figlio più grande tutto casa e chiesa, campi e vitelli, azienda e profitto. Al fratello dato per sparito che torna, dice: Come? Vieni qui ancora a dividere l’eredità, dopo che ti sei fatta fuori la tua? Che giustizia è far festa al figlio pazzo e vagabondo?

Non decidono i figli quando nascere in una famiglia, dove non è un errore o un merito l’essere nati prima o dopo: l’amore di papà e mamma è sempre al massimo per tutti. Dio ci dona sempre il massimo, non fa differenza di persone; il suo amore non si baratta, non si taglia a fette, non si conta come gli euro: è la sua bontà infinita per noi, per tutti quelli che lo amano anche all’ultimo momento.

Nel nostro mondo a modello commerciale, dove quello che più conta è la capacità di barattare, di stabilire accordi, scambi vantaggiosi, condizioni favorevoli, sfruttare l’occasione, intuire le debolezze del compratore per fare guadagni, farsi creativi nel collocare la nostra merce, pensiamo che il nostro rapporto con Dio sia un grande commercio.

L’idea forse la danno anche certe nostre abitudini di rapporto con le cose sacre, con i sacramenti, con le offerte, con i servizi liturgici, con gli oggetti sacri, le visite ai santuari: spesso li facciamo diventare luoghi di commercio anziché di incontro tra la nostra povera vita e la grandezza di Dio.

Crediamo di poter commerciare la nostra salvezza, di comperare la sua misericordia, di sostituire l’amore vero profondo, con le nostre cose, di tenerci il cuore e di dare a Dio solo le nostre cose … e allora accampiamo diritti, rimproveriamo Dio perché non tiene conto di quello che abbiamo fatto, riteniamo di esserci guadagnati il paradiso, una vita bella, felice, solo perchè noi abbiamo dato, abbiamo fatto, abbiamo vissuto in un certo modo.

Vogliamo un rapporto con Dio non a modello commerciale, ma a modello familiare, perché Lui è famiglia, è Trinità!  Il paradiso Dio ce lo regala sempre; è più grande di ogni nostro merito: è dono del suo amore che decidiamo di accettare nella nostra vita.

20 Settembre 2020
+Domenico

Lasciamoci cambiare dal perdono di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 21-35)

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Ci rappresenta un po’ tutti quella parabola che narra di quel servitore perdonato alla grande dal suo creditore e che, come imitazione di un perdono grandissimo, fa lo strozzino – invece – con un suo debitore: diecimila talenti d’oro sono “vagonate” di oro, che lo strozzino non avrebbe mai potuto pagare; quattrocento denari veramente quattro miseri spiccioli, monetine da resto rispetto ai talenti.

Questa è la nostra fotografia di fronte a Dio: il nostro debito verso di Lui è senza misura e Lui se lo carica sulle spalle e ce lo cancella.

Siamo stati perdonati, ma non abbiamo ancora capito che cosa è il perdono, non lo abbiamo ancora accolto, ci è rimasta dentro una mentalità da schiavo, calchiamo sempre con i nostri passi il perimetro della prigione che ci siamo fatti allontanandoci da Dio: siamo abituati a vivere in una pozzanghera e non sappiamo renderci conto del mare aperto, giochiamo ancora con le barchette di carta. 

Chi ci permette di accettare la pienezza del perdono è lo Spirito. Dio ci fa liberi, noi a mala pena ci sentiamo liberati, abbiamo ancora addosso tutta la fasciatura del male, tutta la nostra mentalità da galeotti, da gente che deve sfruttare le occasioni, deve calcolare, deve farsi rincrescere la bontà.

Siamo ancora ammalati di delirio di onnipotenza, il modello di ragionamento non è affatto cambiato: quello che lo strozzino descritto nel Vangelo fa al suo debitore è ancora legato al suo impossibile “ti restituirò tutto”.

Il suo comportamento è evidentemente crudele, ma è più sottile e infido di quanto pensiamo: crede di essere già un salvatore, ma non ha ancora capito di essere un salvato; crede di essere un comprensivo e non ha capito di essere un perdonato; crede di essere uno che accoglie e non ha capito di essere stato accolto, un giusto e non ha capito di essere stato giustificato; crede di essere uno che può esprimere amore, ma non ha capito che è stato tanto amato.

Ma salvatore, comprensivo, accogliente, giusto, amabile è Dio, non lui: non gli passa nemmeno per la testa che queste qualità devono essere d’ora in avanti le sue, e per noi le nostre, che il dono più grande del perdono è il cambiamento del cuore.

Proprio per questo il perdono di Dio è legato al nostro perdonare, è quel gesto di Dio che è legato indissolubilmente alla nostra libertà: Dio non riesce a perdonare se nella nostra libertà non ci lasciamo cambiare dal suo perdono …

… in questo caso, se non ci lasciamo cambiare, il perdono torna “indietro”: Toccherà ancora a Dio riprenderci perché Lui non ci abbandona mai.

13 Settembre 2020
+Domenico

Gesù fatto uomo ha nel suo sangue quello di santi e peccatori

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1, 1-16.18-23)

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Ogni uomo che nasce a questo mondo è una sicura originalità, è il punto di arrivo delle generazioni precedenti, si porta dentro dei segni di chi lo ha preceduto: il sorriso della nonna, o la tenacia dello zio, la dolcezza della mamma, lo scatto di impazienza del nonno, l’andatura del fratello, la litigiosità o l’imprenditorialità di qualcun altro …

E’ stato così anche di Gesù: nel prendere carne, nell’assumere un corpo si è messo, in maniera del tutto originale come ogni uomo, ma anche in totale incarnazione, nella fila delle generazioni che lo hanno preceduto … ed è interessantissimo che il Vangelo di Matteo che si legge nelle Chiese oggi, che è la festa della nascita della Madonna, metta in fila le generazioni che hanno preceduto Gesù, in termini non soprattutto cronologici, ma genealogici; ed è sorprendente vedere come in questa fila ci stanno grandi personaggi, oscuri avi, gente giusta e prode, peccatori e delinquenti, uomini e donne di fede e persone violente, cultori della pace e disonesti mercanti di guerre.

Nel sangue di Gesù scorre tutta l’umanità che lo ha preceduto: ci stiamo tutti noi!

Dio si è fatto uomo, ha condiviso tutto della nostra vita eccetto il peccato: la sua carne è il punto di arrivo di tutti i tentativi anche falliti di umanità di chi lo ha preceduto.

Questo Figlio di Dio prende su di sé tutte le nostre caratteristiche umane, direi quasi somatiche e ci viene a dare coraggio, a dire che l’umanità è sempre in cammino verso il bene e lui ci sta dentro, se la prende tutta su di sé, ci carica tutti sulle sue spalle e ci porta nelle braccia del Padre.

Non siamo né abbandonati, né disperati, ma accompagnati e tenuti per mano, inscritti nella carne del Figlio di Dio e di Maria, speranza certa per tutti gli uomini anche per i più abbandonati.

In questa fila c’è un salto di qualità: si inscrive Maria, l’immacolata, la stella del mattino, la tutta pura, colei  in cui  si realizzano le promesse della nostra salvezza;

in Lei si rispecchia la bellezza primigenia con cui Dio aveva concepito l’umanità;

in Lei rinasce il colloquio degli Angeli con l’uomo innocente;

in Lei rifulge una integrità verginale che il mondo ammira e non ha;

in Lei il sovrano mistero dell’Incarnazione si compie per la gloria di Dio e la pace sulla terra;

in Lei il silenzio profondo dell’anima perfetta e aperta all’infinito si fa amore, si fa parola, si fa vita, si fa carne, si fa Cristo;

in Lei ogni pietà, ogni gentilezza, ogni sovranità, ogni poesia è donna viva, ideale e reale;

in Lei il dolore raggiunge acerbità acquisite che nessun cuore di madre ha egualmente provate;

in Lei la fede, la fortezza, la bontà, l’umiltà, la grazia infine, nella sua più splendida e misteriosa realtà, hanno espressioni sovrumane;

in Lei, come in lampada viva, splende lo Spirito e irradia Cristo Gesù.

“Le feste della Madonna sono tutte fontane traboccanti di gioia e di consolazioni incomparabili. L’esaltazione della nostra povera umanità all’altezza e alla bellezza dei privilegi della Vergine, è una gioia unica per il nostro mondo, soggetto al peccato, alla corruzione, alla disperazione, alla maledizione. Piove sul mondo e specialmente sulle anime fedeli, ad ogni festa della Madonna, una effusione di letizia, di gioia che solo nella Chiesa Cattolica si conosce.”

E’ il Vangelo che si legge al santuario della Madre del buon Consiglio di Genazzano nella diocesi di Palestrina quello che stiamo commentando: non per nulla Maria è celebrata come causa della nostra gioia e letizia e là viene invocata come madre che ci aiuta a prendere la strada vera della vita, con il suo consiglio, la sua luce e la sua profezia.

8 Settembre 2020
+Domenico

Distanza sociale o solo fisica?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 15-20)

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Non solo con la complicità della pandemia, ma da tempo si sta instaurando un certo stile di vita in cui si imposta tutta la nostra esistenza possibilmente da “single”: l’altra persona è purtroppo un fastidio in più che è bene evitare; cresce chi vive da solo, chi alla fine della sua vita professionale sogna di poter stare tranquillo, lontano da tutti … si sta da soli incolonnati in automobile, partiti tutti dallo stesso luogo e diretti alla stessa meta, ma rigidamente ciascuno col suo “vestito di latta”; ad ogni studente una stanzetta con bagno e televisione, computer; ad ogni figlio un loculo in cui consumare in solitudine i suoi tempi e interessi, la sua TV, la sua parabolica, il suo telefonino, il suo stereo … così almeno non c’è più da litigare.

Sembrava che la pandemia finalmente potesse scalfire questo isolamento: infatti non ne potevamo più, e abbiamo scoperto che senza gli altri la vita è proprio difficile e impossibile; una distanza fisica necessaria, l’abbiamo fatta diventare “distanza sociale”; i “social” ci hanno aiutato a tessere di nuovo relazioni non solo da gioco, ma anche da lavoro, da progetti, da dibattito, da confronto.

La Chiesa ci ha aiutato a vivere almeno l’essenziale della nostra fede, che è una fede che non si può vivere da soli, ma sempre in comunione con gli altri. Abbiamo patito l’isolamento – lo patiamo ancora adesso – e stiamo lentamente trovando e desiderando la bellezza di vivere almeno la messa assieme, distanti come vogliono le leggi, con la mascherina che non ci permette sufficiente identità, ma almeno la voce, la preghiera, il Padre Nostro detto assieme, il canto, il sorriso, la proclamazione della Parola … la concentrazione dello sguardo di tutti a quell’ostia e a quel calice ci fanno almeno percepire di essere in comunione con i fratelli.

Gesù dice una frase perentoria ai suoi discepoli: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”. La Sua presenza nella nostra vita non è nella fantasia, nei nostri pensieri, nelle nostre elucubrazioni solitarie, forse anche in tante nostre preghiere attorcigliate su noi stessi, ma in quel moto tipicamente umano dell’aprirsi all’altro, in quel sentimento basilare di ogni persona di sentirsi bisognosa dell’altro, degli altri, nel suo nome, e di potergli aiutare, nel Suo nome.

Il nostro Dio non è il Dio degli autosufficienti, degli outsider, dei solitari: è il Dio di chi si apre alla compagnia. Anche l’eremita più isolato dal mondo e più sepolto in qualche trappa non incontra e trova Dio se non si porta dietro e dentro, con sé, in Gesù Cristo la maggior quantità di umanità che riesce a pensare, a reggere.

Ogni silenzio che cerchiamo per incontrare Dio rischia di essere uno specchio che riflette noi stessi, le nostre frustrazioni, se non è popolato di volti, di invocazioni, di grida.

Dove è Dio? Spesso ci si chiede …

È lì nella tua vita di coppia, nella tua famiglia, con l’ammalato con cui t’accompagni, coi figli che, man mano crescono ti rubano vita, ma ti danno la presenza di Dio.

Deve esserci anche con le distanze fisiche obbligatorie per evitare il contagio, nel tuo bar dove lavori, con gli amici cui ti apri e costruisci solidarietà.

Che la pandemia non ci distrugga anche questa comunione che in famiglia forse abbiamo scoperto di più, (perché in certe famiglie eravamo come ospiti di un albergo) e che deve essere vissuta sempre in modo nuovo con tutti.

6 Settembre 2020
+Domenico

La croce è la strada scelta da Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)

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Abbiamo bisogno di felicità come dell’aria per respirare: non c’è pezzo della nostra carne, tratto del nostro vivere, tensione dei nostri istinti che non siano in ricerca della sua soddisfazione … eppure annaspiamo in un mare di sofferenza, meno te l’aspetti ti arriva e ti sconvolge la vita! È dolore morale, è malattia, è ingiustizia subita, è pura casualità o ostinata cattiveria di qualcuno.

Doveva essere esperienza quotidiana anche per il gruppo che aveva seguito Gesù … forse però, quando hanno risposto con tanta schiettezza e generosità all’invito di Gesù, si erano illusi che con uno così si potesse dare una svolta decisiva e scrivere una pagina bianca nell’agenda dell’infelicità.

Pietro è il primo che s’immagina – a ragione – Dio dalla parte opposta del dolore: “Tu sei il figlio di Dio, il Messia che aspettiamo, sei la casa della felicità,  sei tutta la bellezza che la vita può sprigionare. Sei quello che noi da sempre sogniamo e non mi dire che anche tu ti devi adattare a soccombere alle nostre colline delle croci. Dio te ne scampi Gesù: questo a te non succederà mai.”

Gesù gli aveva invece appena detto che la croce era la strada scelta da Dio per far brillare in ogni coscienza il massimo di amore che nutre per gli uomini.

Questo è un altro punto centrale per la fede cristiana: si può confessare che Gesù è Dio, andando oltre i criteri di ogni corretta razionalità e accettare il mistero che questo uomo di carne e ossa si porta dentro … è già molto, ma non è ancora la fede cristiana: È necessario confessare ancora che egli è un Dio crocifisso.

Il mondo ebreo uno scandalo così non lo sopporta, il mondo intellettuale greco lo ritiene un controsenso, una stupidità; un cristiano – ci ha messo un po di secoli prima di capirlo – invece accetta di cambiare anche la logica dell’esistenza, accetta di rinunciare a quell’idea di Dio che razionalmente a fatica può correttamente costruire per accogliere l’idea di Gesù: non più un Dio glorioso e potente, ma un Dio che si svela nell’amore e nel dono di sé.

Quella croce non è l’apoteosi del masochismo, come qualcuno – insultandoci – crede che noi siamo; non è l’apoteosi del godere a farsi del male o a star male, ma quella croce è il segno di una vita vissuta in dono, il segno della vera felicità, dell’amore donato fino all’ultima goccia di sangue.

30 Agosto 2020
+Domenico

Avremo sicuramente un poco di fortuna? non sempre!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

Essere preparati a vivere bene tutti gli avvenimenti che la vita ti porta non è sempre facile: talora siamo in ansia, come quando si aspetta la nascita di un bambino, la data di un esame, il giorno del matrimonio, altre volte invece ci si adatta, ci si spegne e anche le cose più importanti ti passano senza che tu te ne accorga e perdi occasioni belle, determinanti e decisive.

Hai messo il silenziatore alla tua esistenza, ti sei collocato in uno “stand by” e aspetti che la vita si faccia da sola, le decisioni si realizzino automaticamente … e invece la vita passa e non te ne accorgi.

Erano così anche quelle ragazze che facevano gruppo dovevano fare festa allo sposo: dovevano aspettarlo per celebrare con lui le nozze, per dire con le loro grazie la bellezza della vita; cinque di loro erano sveglie, in attesa, preparate, sollecite; le altre invece tranquille, ancor peggio adattate e assopite, svogliate e pigre.

Sembrano il ritratto del nostro tirare a campare: “ma sì, vedrai che a tutto si trova un rimedio. Molti si affannano, ma vedrai che noi all’ultimo momento troveremo di intrufolarci in qualche parte, riusciremo come sempre a soffiare il posto a qualcun altro, a sfruttare l’occasione. Se siamo in ritardo poi passiamo sulla corsia di emergenza!”

Una vita che non prende mai decisioni, si adatta e naviga a vista, non progetta, né prevede, non costruisce, ma vive di rimedi, non collabora, ma sfrutta.

Il gioco può essere anche bello, ma lo sposo, il centro della festa, lo sposo che è il Signore Gesù, non lo si può aspettare addormentati sulle nostre comodità, invischiati nei nostri egoismi e pigrizie, calcolando inganni a danno dei buoni.

Il Signore passa e se non trova un cuore pulito che lo invita, che gli fa posto, non forza, non costringe, non toglie la libertà che stiamo usando male, la rispetta e passa oltre.

Altri sono in attesa di lui, hanno fame della sua parola, sanno che le sue nozze sono determinanti per la loro vita. Lo avranno, lo accoglieranno, faranno di lui il centro della loro festa: le altre cinque donne hanno fatto questo.

Infatti il Vangelo, in maniera quasi inaspettata per il nostro buonismo che non permette mai di dire si, si, no, no, ma che continua con falsa pietà a giustificare tutto, dice perentorio: e la porta fu chiusa. Fu chiusa la porta non della bontà e della misericordia di Dio, ma della coscienza, della libertà spesa bene, della vita generosa, della ricerca della vera felicità.

Fu chiusa la porta delle scelte, per entrare nella delusione dell’adattamento: è in gioco la nostra vera gioia, ma dobbiamo essere coscienti che Dio è sempre esigente, proprio perché non ci vuole abbandonare. 

Sant’Agostino, non ha mai smesso di cercare Dio, di innamorarsi di Gesù Cristo, di amare l’umanità e di metterle al servizio la sua grande intelligenza, la sua cura pastorale, il suo essere affascinato per chiunque lo ascoltava della persona di Gesù, come dev’essere ogni cristiano.

28 Agosto 2020
+Domenico

Vegliare, pregare, cercare con tenacia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 42-51)

La vita dell’uomo è fatta di tante attese,  non tutte  vere, non tutte capaci di tenere l’animo sveglio e attento al bene, alla manifestazione di Dio: attende la mamma il suo bambino nella lunga gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza all’uscita dalla scuola, attende il malato i risultati delle analisi, attende il giovane l’esito dell’ennesimo colloquio di lavoro, attendono i genitori che cigoli la porta di casa alle cinque del mattino per tirare un sospiro di sollievo: è tornato vivo! Attende il bambino il sorriso del papà al suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati il permesso di soggiorno in fila fin dalle prime luci del mattino, attende l’anziano nella casa di riposo la visita di qualcuno che gli ricordi di essere vivo; attendono gli affamati un pane, gli esiliati la patria, tanti bambini la pace e non la sanno nemmeno immaginare tanto sono abituati a vivere sotto i colpi dei mortai.

Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa la lunga coda di automobili che dobbiamo subire ogni giorno per andare e tornare dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo dello spacciatore o l’appostamento lungo la strada per comperare il corpo di qualcuna o di qualcuno; non è attesa la solitudine di chi dopo tante tergiversazioni prende la finestra di corsa; e nemmeno quella dell’usuraio che ogni giorno torna a misurare il sangue succhiato ai poveri …

E’ attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella del mondo; non è attesa la velocità dissennata per le strade, che disprezza la vita degli altri e la propria, quella percezione o orientamento alla  morte che spesso abita le nostre esistenze.

L’attesa vera di una meta alta, dello stesso Signore che viene, ha la capacità di tirarti dentro tutto, di trasformarti, di ridefinire la tua stessa identità, di farti crescere e capace di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi: è una forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai nostri molteplici impulsi, per canalizzare le qualità personali e di gruppo … questo ci dice Gesù quando ci invita a vegliare ad attendere il Signore che passa sicuramente nella vita di ogni persona, perché Lui non ci abbandona mai.

Santa Monica è stata una mamma cristiana, la mamma di sant’Agostino, che ha vissuto tutta la sua vita implorando Dio che aiutasse il figlio Agostino a cambiare strada, a convertirsi al Signore, tanto cercato, ma sempre velato un po’ dalla condotta libertina, molto da ricerche filosofiche.

E la Mamma di Sant’Agostino è vissuta continuamente in attesa.

Agostino ha fatto ricerche anche oneste che poi hanno dovuto aprirsi a Gesù, e quando questo è avvenuto la mamma era felicissima, e ha chiesto pure di morire perché il suo compito era stato raggiunto.

27 Agosto 2020
+Domenico

Guai a voi: Pane al pane e vino al vino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23,27-32)

 La nostra è una società dell’apparire, dell’immagine, degli occhi e non del cuore e dell’intelligenza, lo diciamo spesso … forse è un tributo che dobbiamo pagare alla invasione di immagini nella nostra comunicazione: infatti non c’è mai stato un tempo in cui i rapporti tra le persone, gli eventi, le cose fossero così legati alle immagini, tanto che se non appari non esisti, se non sei visto non conti, se non traduci il tuo pensiero in immagini non sei capito.

Il progresso non è mai per definizione contro l’uomo, occorre però che l’uomo, a mano a mano che amplia le sue capacità comunicative, cresca interiormente e solidifichi i valori fondamentali del suo vivere.

E’ talmente vero tutto questo che anche in tempi non sospetti, tempi in cui di immagini non si parlava, né si usavano, Gesù dovette mettere in guardia dall’apparire, dal dare importanza solo a quello che si vuol far vedere.

C’è una interiorità della persona che è assolutamente prima di ogni immagine di essa: Il sepolcro può essere bello fuori, ma dentro è pieno di ossa; è l’interiorità che conta davanti a Dio, è la coscienza, è l’immagine interiore che ciascuno si costruisce nel segreto del suo rapporto con il Signore.

E’ questione ancora di apparenza quando ci si riferisce al passato e si prendono le distanze dalle responsabilità di chi ci ha preceduto e si pensa che gli errori fatti da loro non possano essere anche i nostri.

Occorre un giudizio vero, ma sempre capace di cogliere che anche noi spesso non saremmo stati migliori di chi ci ha preceduto.

E’ sempre Dio che ci dà la grazia di vivere bene: se fosse solo per noi il mondo sarebbe già caduto in rovina!

E’ tipico della nostra ipocrisia far fuori la gente e dopo pochi anni fare un monumento: certo la colpa non è stata nostra, ma di chi ci ha preceduto, ma forse abbiamo ancora lo stesso cuore, la stessa cattiveria, e non siamo disposti a convertirci, e così ritornano guerre, ingiustizie, perché non abbiamo il coraggio di imparare la lezione della storia, cambiando il nostro cuore.

C’è adesso la mania di buttar giù tutti i monumenti fatti: la storia non si cambia però!

Nessuno si può chiamare fuori dalla storia dell’umanità: importante è capire che dobbiamo sempre essere alla sequela di Gesù, dobbiamo sempre seguire Gesù, che ci aiuta a costruirne una nuova di umanità, nel suo amore e nella sua giustizia, ma questo è compito di una vita per noi, è compito di tempi lunghi per uno stato, di tempi abbastanza ampi per un continente … per il mondo insomma.

E’ la storia nostra, e dobbiamo continuamente portarla in questa direzione.

26 Agosto 2020
+Domenico