La pace che ci dona Gesù inizia col non adeguarsi mai al male

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 34-11,1)

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Si pensa sempre che la fede cristiana sia una proposta di vita per persone deboli, docili, appiattite sulla remissività, amanti del quieto vivere, della routine e non invece per gente coraggiosa, decisa, forte, travolgente, volitiva, dura, amante del rischio, capace di cose grandi. Certo dipende da che cosa si intende per coraggio, forza, ardore e grinta.

Comunque Gesù non sembra proprio dia questa impressione di religione tranquilla quando dice: non son venuto a portare la pace, ma la spada; chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; ho un fuoco da portare nel mondo e ardo dal desiderio che tutto il mondo ne venga incendiato. La pace che lui porta, sfida il male, passa attraverso lotte acute, fa esplodere laceranti contraddizioni, è la pace dell’agnello sul quale si abbatte la violenza dei lupi, ben diversa dalla pace di chi si adegua al male. Deve essere capace di sopportare violenza e sacrificio, per molti anche la morte. La vita è da perdere, non solo perché siamo mortali, ma perché vivere è amare, amare è far dono della vita, dare amore gratuitamente, come lo si è ricevuto.

Essere cristiani è stare senza mezzi termini dalla sua parte, dalla parte del bene, del dono, del disinteresse, dell’amore. Il cristiano sa di avere davanti cose alte per cui impegnarsi, una vita da mettere a disposizione, un costo da pagare del quale non si spaventa. Chi non prende la sua croce  dietro a me non è degno di me. Gesù sa che la vita è sempre in salita, che le difficoltà sono in agguato sempre ad ogni passaggio, ad ogni decisione importante che si fa. E’ lui per primo che fa così, che abbandona tutto per il Regno di Dio, che si mette a disposizione del Padre; è lui che per primo non ha paura della croce, è Lui che rende la faccia dura come pietra di fronte a chi lo insulta e lo fa soffrire, è lui che non si attacca alla sua vita, ma la dona.

Il cristiano ha sempre davanti lui, coraggioso, ma mansueto; deciso, ma attento a non spegnere le piccole speranze che nascono nel cuore dell’uomo; duro contro il male, ma tenerissimo con il bisognoso. Chi avrà dato anche solo un  bicchiere d’acqua fresca a questi piccoli, non perderà la sua ricompensa, avrà parte al suo regno definitivo, sarà accolto nelle braccia del Padre.

Essere cristiani è così: è contemplare lui, vedere nel suo volto il Padre e  servirlo nei fratelli. Ma che speranza abbiamo di poter essere cristiani così? La certezza della sua presenza in noi con lo Spirito: la speranza di ogni nostro respiro quotidiano.

12 Luglio 2021
+Domenico

Paura o fiducia costruiscono il volto pubblico del cristiano?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,24-33)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

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Evitare i pericoli che ogni vita trova nel suo percorso è saggio: l’istinto di autoconservazione è una molla necessaria per ogni inizio di vita, ma è un principio insufficiente per una vita degna di essere vissuta.

Non è raro trovare un cristiano che ha paura a testimoniare la sua fede religiosa, il suo credere, il mondo di valori cui si affida, le convinzioni radicate nella sua educazione familiare: è un comportamento che si chiama vergogna, latitanza, nascondersi dietro un dito, mancanza di coraggio, anonimato … questa paura talvolta viene camuffata da dialogo, da ascolto, da umiltà, da libertà massima che vogliamo garantire a tutti.

Senza paura si può diventare sventati e temerari! Solo gli incoscienti, oltre i dittatori e i pazzi, non hanno paura, ma c’è da aver paura di loro e per loro.

Occorre però un altro principio per dare senso e gusto alla vita: la fiducia! E’ una virtù, un dono, che va sempre però … coniugato con una identità forte del cristiano, una identità non prevaricatoria, ma disponibile a offrire quella speranza che ci è stata data e che non è nostra, a offrire una Parola che viene da oltre.

La paura cresce poi se si sperimenta il rifiuto … il Signore invece è venuto a donarci una fiducia in Lui che ci libera dalla paura della morte, con la quale il nemico ci tiene in schiavitù per tutta la vita.

L’invio in missione da parte di Gesù, infatti, non garantisce necessariamente ai discepoli il successo, così come non li mette al riparo dal fallimento e dalle sofferenze … per cui essi devono mettere in conto sia la possibilità del rifiuto, come la possibilità e perfino l’inevitabilità della persecuzione.

E’ sempre stata storia delle nostre comunità e associazioni quella di far crescere persone disposte fino al martirio a difendere e proporre la nostra fede: lo è anche oggi nei contesti di intolleranza nei confronti della fede cristiana!

Molte ragazze hanno dato la vita per difendere la propria verginità, del resto un discepolo di Cristo non può che conformare la sua vita a Lui.

Qualche momento prima infatti Gesù aveva detto: “Un discepolo non è più grande del maestro, ma è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro (Mt6,40).

Il discepolo deve seguire il modello che è Cristo: respinto e perseguitato dagli uomini, che ha conosciuto il rifiuto, l’ostilità, l’abbandono, e la prova più atroce, che è la croce!

La persecuzione non è eventualità remota, ma una possibilità sempre attuale: non esiste missione all’insegna della tranquillità.

Forse per molti di noi il coraggio della fede non ci chiede eroismi, ma di confrontarci con l’indifferenza, con l’irrilevanza, con una corrente contro cui si deve andare sempre; ci chiede di essere sempre attaccati alla Parola, di difendere il povero, l’immigrato, il rom, il lavoratore … di offrire riferimenti scomodi, ma roccia su cui si può fondare una crescita.

Noi non siamo assetati di morte, ma desiderosi di spenderci  sempre per la vita di tutti, mettendo la nostra vita nelle mani di Dio.

10 Luglio 2021
+Domenico

Il cristiano è sempre sotto pressione per tanti lupi che lo circondano

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 16-23)

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Il cristiano, uomo e donna pacifico è sempre stato osteggiato dalla mentalità comune o per non conoscenza della fede cristiana o per aperta opposizione o per incapacità degli stessi cristiani che non vivono all’altezza degli ideali evangelici. Ancora molti pagano con la loro vita la fede in Gesù che professano. Molti anche di noi sono osteggiati o mal sopportati  in indice di gradimento, in posti di lavoro, in possibilità di fare carriera a causa della appartenenza alla comunità cristiana.

Di fronte a chi fa della fede un paravento per far passare tutti i suoi interessi, per giustificare guerre e calcoli commerciali, per fare battaglie elettorali esistono luoghi in questo nostro mondo progredito in cui ai cristiani è chiesta una scelta tra la vita o la fede in Gesù e molti scelgono Gesù: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi” dice il vangelo. La forza del male è sempre più agguerrita della forza del bene. Di fronte alla potenza dell’impero romano la parola di Gesù, in quella lontana provincia ai margini dell’impero e delle cose che contano, era del tutto insignificante, ma lungo i secoli ha saputo farsi strada tra uomini e donne, giovani e adulti; ha saputo parlare al cuore e cambiare modi di vita e superare idolatrie e schiavitù.

La vita di Gesù al riguardo è esemplare; se hanno fatto così al maestro, la stessa sarà la sorte di chi lo vuol seguire.  Gesù però mentre offre uno scenario non molto attraente per gli uomini, garantisce anche la forza e l’intelligenza del bene. Non siete soli, io sono con voi, non preoccupatevi di cosa dovrete dire, di come riuscire a difendervi, perché lo Spirito metterà sulla vostra bocca le parole giuste, la difesa imbattibile, la pace insospettabile, la forza impensata.

Prudenti come serpenti, perché occorre applicare tutta la nostra intelligenza e umanità, ma senza affanno, perché Gesù è il nostro pastore. Intelligenti nell’offrire il vangelo e non le nostre fisime o elucubrazioni o i nostri difetti e interessi camuffati, ma sempre nell’intelligenza di Dio, nell’ascolto fedele della sua Parola. Noi cristiani dobbiamo guardarci dal complesso del perseguitato perché spesso sono i nostri difetti presi di mira non la nostra fede, è il nostro cattivo essere cristiani, la nostra pratica religiosa ipocrita che è osteggiata non sempre la nostra fede in Gesù. Ben vengano queste difficoltà se servono a purificare la fede. 

 Solo così può rinascere speranza, può essere ridetta con forza la Parola che gli uomini aspettano da Dio per la loro salvezza. Se si deve sempre stare all’erta per essere cristiani veri, vuol dire che ne val la pena, che essere cristiani è un dono inestimabile che molti potrebbero avere, ma non ne conoscono la bellezza; la potranno intuire, vedere, apprezzare dal nostro comportamento sempre fragile, ma sempre convinto e umile

9 Luglio 2021
+Domenico

La casa dell’apostolo (e lo è ogni cristiano) è la via

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-15)

E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.

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Durante la pandemia facemmo molta fatica a dover restare ora entro i confini della regione, ora della provincia, ora del comune ora pure della casa e dintorni. Fortunato chi aveva una casa con cortile e orto o giardino, come me, ma non certo chi doveva stare al 5 ° piano con bambini e ragazzi in tre o quattro stanze. Senza una via da percorrere, una strada da calpestare per andare altrove, per uscire era una tortura. Oggi, grazie a Dio ritornano ad essere popolate le strade, a fare da collegamento ai nostri incontri con le persone. Ricordiamo come sono state chiuse le nostre relazioni per comunicare con gli altri. Ci hanno aiutato i social, benedetti! Ci hanno forse allentato la nostra voglia di contatto, di presenza, di corporeità anche solo di uno sguardo vero, non in fotografia. Eppure non ci siamo mai accorti che dentro i nostri innumerevoli incontri di prima passava troppo raramente un dialogo, un contatto di fede, che avesse al centro una Parola viva come quella di Gesù, il suo vangelo, la Parola che rende autentica e vera la vita di ogni persona. Non torniamo oggi sulle vie, sulla strada a portare solo le nostre povertà, a colorarle delle nostre miserie. Gesù ci conceda di fare diventare le nostre strade spazi di vangelo:

curate infermi, coloro che non stanno in piedi, le persone che perdono la loro posizione eretta, perché proni sotto il giogo di una legge di schiavitù, carponi sotto il peso dell’egoismo. Il loro male non deve essere più luogo di divisione, di prevaricazione, ma di cura e di rispetto.

Risvegliate morti, farsi fratelli è risuscitare Gesù in noi e nei fratelli, perché tutti per Lui e in Lui possiamo passare da morte a vita

Mondate i lebbrosi, c’è una lebbra di morte e di peccato da risanare, da toccare come ha fatto Gesù per risanarla in noi e in loro, per cambiare moncherini in mani che nell’abbraccio si stringono

Scacciate i demoni, portiamo come battezzati in noi lo Spirito di verità e il fuoco suo che distrugge ogni presenza diabolica e maligna

In dono avete preso, in dono date, ogni cristiano è in seno alla Trinità dove la legge del dare e ricevere raggiunge concretezze di vita e di amore che cambiano ogni relazione in benedizione e in gioia dello Spirito.

Né oro, né argento, né rame, l’assenza di danaro nelle nostre relazioni fa sì che i nostri rapporti, quelli nuovi che andiamo instaurando, di cui abbiamo tutti sete, saranno solo di grazia e di amore, non di interesse o di legamenti. Presentarsi poveri significa poter ricevere il dono di essere accolti. La povertà è libertà dal Dio di questo mondo

Né bisaccia da viaggio, se il danaro è la sicurezza del ricco, la bisaccia è la sicurezza del povero, in cui pone le sue provviste; la nostra bisaccia è solo il Signore e una grande fiducia in Lui

Né due tuniche, la seconda non è tua è del fratello che non l’ha, cui l’hai già data; non far la figura del mercante di vestiti usati

Insomma il cristiano deve sempre improntare le sue nuove relazioni sul “pedigree”, l’immagine plastica dell’apostolo che ne fa Gesù, carcandola di ogni suo dono personale che sta in questa bella prospettiva evangelica

8 Luglio 2021
+Domenico

La squadra che Gesù si sceglie

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,1-7)

Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.

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Quando si fa una associazione, un gruppo che vuol dare gambe a una idea a un obiettivo, si mette assieme una squadra. Il capo, il responsabile, il presidente, ha bisogno di qualcuno su cui poggiare e di cui fidarsi che gli permetta di conseguire i fini e i sogni che gli stanno a cuore. E’ la sua forza, la sua compagnia, la sua squadra. Anche Gesù tra le varie persone che lo ascoltano, che lo seguono e tendono l’orecchio alle sue parole, che si fanno di lui discepoli se ne sceglie dodici e li manda, li invia, li carica della sua passione di annuncio del Regno di Dio. Lo stanno ad ascoltare, gli stanno volentieri assieme, ma a un certo punto dà loro un mandato preciso. Non statemi addosso, non fatevi una comoda tana, non cercate tende consolatorie: occorre andare, passare di casa in casa, stanare la gente dalla sua indifferenza, annunciare, dire, far nascere energie, creare strade nuove per il regno di Dio. L’annuncio a tutti era parte integrante del vangelo, come lo è di ogni nostra azione di chiesa, di popolo di Dio, di persona che si rifà al vangelo di Gesù. Il continuo e insistito invito per una chiesa in uscita di papa Francesco ha radici molto lontane e una persona del tutto autorevole da seguire.

La compagnia che Gesù si era scelta non era il meglio che poteva trovare. Nessun allenatore si creerebbe una squadra così diversa, così disomogenea fatta di gente semplice, non colta, nemmeno fedele. Giuda lo tradirà alla grande, Pietro non sarà una roccia di fedeltà, Giovanni è troppo giovane… ma Gesù sa di poter contare sulla vita di tutti: in ciascuno è impressa l’immagine di Dio e Gesù dà fiducia perché ognuno di loro sappia stanare la grandezza che ha dentro e soprattutto sappia rispettare l’altro per quello che è, accettarne la differenza e assieme, con l’apporto originale di ciascuno, costruire il Regno di Dio.

La vita di ogni comunità cristiana sarà sempre così. Dovrà mettere assieme diversità e doni particolari, culture e idee disparate, abitudini e stili di vita diversi, ritmi e coinvolgimenti di varia intensità. Già in quel gruppo di apostoli si cominciava a delineare la cattolicità della chiesa, la sua grande capacità di scrivere il vangelo in ogni popolo e cultura, accogliendo, purificando, trasformando, soprattutto annunciando il vangelo cui essa deve obbedire in fedeltà assoluta. Sarà la presenza viva e operante dello Spirito Santo che in tutti cesellerà i lineamenti della figura di Gesù, il suo volto, il suo amore per tutti, la sua fedeltà al Padre. Ogni discepolo pur diverso è imitatore del maestro. Tutti imiteranno Gesù nel donare la vita fino al sangue, in regioni diverse, in contesti diversi, ma tutti per quel Gesù che aveva riempito la loro vita di pescatori e peccatori. Alcuni hanno fatto una scelta diversa, libera e Dio ha messo sicuramente in moto sempre la sua misericordia.

7 Luglio 2021
+Domenico

E’ un peso credere? Impegno sì, ma è l’unico per portare gli altri

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-30)

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

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È già così complicata la vita con tutto quello che c’è da fare! Lavoro, studio, spostamenti, famiglia, malattia, fatica, stress, vita di coppia, figli, amici, contrattempi, disgrazie, code in automobile, code in aeroporto, code al check in, code alla posta…. non vale forse la pena di semplificarla al massimo sta vita?

Invece ci si mettono anche i preti ad aumentarne il carico: “ho lavorato tutto il giorno, tutti mi hanno fatto salire la bile e adesso c’è anche il prete che tormenta. Una riunione, una messa, l’animazione dei ragazzi, l’incontro dei catechisti, la scuola della Parola…Ad essere sincero però mi accorgo sempre più che mi si apre un buco nei pensieri, nei sentimenti, nelle relazioni, nelle mie solitudini di pendolare, che non è colmabile con le tagliatelle o con lo stare tutta sera con gli amici al pub a sparare idiozie e che si allarga sempre di più aumentando il peso di tutto il resto.”

Avere fede è un “peso”, è una catena, è un’altra fatica, è un’oppressione o fa parte della gioia di vivere? E’ meglio essere spensierati, superficiali, prendere le cose come vengono, divertirsi, non complicare la vita con troppi pensieri o si diventa più uomini e donne se con la fatica dei nostri pensieri cerchiamo risposte più vere, ci affidiamo a qualcosa che va oltre?

La vita è così misteriosa o basta prenderla come viene, stando in superficie? Contano di più i tormentoni, le leggende metropolitane o una bella partita e qualche ora di palestra?

Gesù non ha mezzi termini nel dire che il suo giogo è soave e il suo peso è leggero, anzi si offre con semplicità e decisione: “Non sai dove andare? Ti senti dentro un vuoto? Hai capito quanto hai sbagliato nella vita, non hai più voglia di vivere? Credi che sia già detta l’ultima parola sul tuo futuro? Venite a me voi tutti che siete affaticati e Io vi darò forza, vi abbraccerò, vi farò sentire il calore della mia passione per voi. Non ho altro da fare su questa terra: sono qui solo per questo! Conosco in quanti tranelli potete cadere, so che il male vi sembra più forte del bene; conosco molto bene come basta una stagione di balordaggine per segnare di pianto tutta la vita, ma Io ho in riserbo per voi la gioia di un abbraccio, la forza di una ripresa, la luce di una strada nuova, capace di darvi felicità. La fede che vi dono non è una droga che crea dipendenza e da cui fate fatica a liberarvi: la fede non è un peso in più da portare, è come l’amore!”

Che sarebbe la vita senza amore? Credere è volare, è il sole al posto della nebbia, non i catarifrangenti o le lampade allo iodio; è l’aria pura invece dello smog, è la sicurezza invece della depressione, fede è la libertà non il metadone.

“Siete fatti a mia immagine e so che cosa abita nel vostro cuore. Oltre le vostre guerre c’è una pace vera.”

Santa Caterina a questa pace credeva e vi si è impegnata tutta la vita: credere non è solo staccare la spina, ma inserirla ancora di più nel cuore della vita e trovarvi la speranza necessaria per vivere; è avere il coraggio di stare con Gesù, di metterlo al centro delle nostre sequenze di desideri e di sogni, di progetti e di tentativi di vivere…

Gesù è bello perché è Lui: queste verità sono nascoste agli opinionisti e ai conduttori di talk show, non hanno posto nei concerti rock, ma sono lampanti per i semplici; le percepisci quando riesci a far sorridere uno sfortunato, brillano sul volto dei poveri, ti prendono quando non hai paura della croce.

29 Aprile 2021
+Domenico

I giovani sono i primi che pagano

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 17-22)

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Quale che sia l’idea che abbiamo dei giovani – talora purtroppo è disprezzo, commiserazione o compassione – sta di fatto che sono sempre i primi a cogliere la verità e a pagarne il prezzo.

Questa nella vita della Chiesa è la storia di tanti martiri: il primo è proprio un giovane, lo chiamano il “protomartire” (primo martire) Santo Stefano, il primo testimone fino al dono del sangue e della vita per la sua adesione a Cristo; era giovane, deciso, entusiasta, aperto al futuro: ha incontrato sulla sua strada una piccola sparuta comunità di gente semplice, coraggiosa, e innamorata di Cristo.

Era la comunità dei discepoli di Gesù: erano reduci da un tradimento collettivo, s’era salvato solo Giovanni da quella codarda fuga, ma tutti poi erano tornati sui loro passi e avevano cominciato a seguire la Parola, quella parola che si era fatta carne, quella parola che ieri abbiamo adorato nelle vesti di un fragile bambino e che oggi è diventata forza invincibile per Stefano contro l’odio degli uomini.

Era una comunità senza pretese, non eclatante, ma aveva chiara la coscienza della strada da percorrere; sapeva che la speranza, la gioia, la pienezza della vita passava da Gesù, dalla sua croce.

Era convinta, e lo dimostrava a tutti, che la morte del maestro non era la fine, ma il vero principio: aveva ricevuto la forza dello Spirito, era rinata a quella nuova vita che Gesù aveva promesso … “non preoccupatevi di che cosa dire… io sarò sulle vostre labbra con le parole della vita e della fede.”

E Stefano  è entrato, ha subito deciso di orientare tutte le sue energie alla cura dei poveri, è diventano diacono, servitore, il primo titolo di onore della chiesa, di ruolo, di ministero: non ha scelto di lavorare, di essere concreto, come potrebbe capitare a qualcuno di noi, per protagonismo o perché riteneva la preghiera perdita di tempo o perché gli mancava la contemplazione, ma dopo una lunga profonda riflessione sulla storia del popolo d’ Israele, sulla Bibbia.

Gli atti degli apostoli riportano – quasi fosse uno schema – il suo intervento per far ragionare i suoi amici di fede israelita, con una forza puntigliosa nel far capire che la torah (il primo testamento diremmo noi) era superata, che tutto quello che essa diceva aspettava un compimento e il compimento era Gesù: tutto portava a Gesù e si meravigliava che i suoi amici non capissero che il tempo era compiuto,  che l’atteso era con loro e che occorreva cambiare tutto.

Ha dovuto passare attraverso la lapidazione: una esecuzione efferata che dà la morte entro uno scatenamento collettivo di odio, di vendetta, di cattiveria sobillata, istintiva, disumana. 

“Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio” … tremende le parole del vangelo! Quelle pietre che lo hanno ammazzato si portavano dentro l’odio, la cecità, la bestemmia verso un Dio che aveva scelto di farsi uomo, di venire al mondo messia, fuori dagli schemi “comodi” di chi lo aspettava.

Tutto questo c’è ancora oggi: la supponenza culturale che crede che la fede sia una debolezza, una concessione fragile a sentimenti tradizionali, che hanno valore forse la notte di Natale e niente più.

Sì, la fede ti fa vivere dei bei momenti: se il Natale non ci fosse occorrerebbe inventarlo, infatti lo stanno proprio inventando diverso, perché questo non serve più … è meglio un albero, disegni di luci, un “marketing” appropriato, è la festa che conta, non il festeggiato.

Ma la vita è un’altra, le cose serie sono altre: se devo impostare il mio futuro ho bisogno di salute, di vincere questa pandemia.

Ci dobbiamo fare qualche domanda, però, che occorre avere sempre chiara nel cuore: è necessario ancora oggi un Salvatore? Se l’è domandato anche Stefano: abbiamo bisogno di Gesù, dopo tutto quel poderoso impianto religioso che il popolo di Israele metteva a disposizione per i rapporti con Dio? Se c’era un mondo religioso fin nel midollo era quello ebraico; se c’è un mondo “evoluto” è proprio il nostro.

A questa domanda però dobbiamo rispondere, dobbiamo rispondere “, abbiamo bisogno di Dio”.

Diceva un giovane romanziere … “il mio segreto è che ho bisogno di Dio, che sono stufo marcio e non ce la faccio più ad andare avanti da solo: Ho bisogno di Dio, per aiutarmi a donare, perché sembro diventato incapace di generosità; per aiutarmi a essere gentile, perché sembro ormai incapace di gentilezza; per aiutarmi ad amare, perché sembro aver oltrepassato lo stadio in cui si è capaci di amare.”

 Scegliere Gesù non sarà senza costi: “… e sarete odiati da tutti a causa del mio nome”.

Il cristianesimo non è un invito alla vita tranquilla, ma sempre un coinvolgimento impegnativo … e oggi questo coinvolgimento ce lo detta la pandemia, ce lo detta questo bisogno che ciascuno di noi ha dell’altro, questo sentirci tutti nella stessa barca, l’accorgersi delle persone sole e bisognose di uscire dalla solitudine, di essere aiutate a vivere, il sopportare chiusure e rinunce perché tutti possiamo debellare questa pandemia.

Dio non ci lascia mai soli: Il Natale non è solo una festa, è Gesù sempre con noi, l’Emmanuele.

26 Dicembre 2020
+Domenico

Un oceano di amore per il Signore NON è una devozione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 34- 11,1)

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La pace è una aspirazione decisamente superiore a tutte le attese sia personali, sia delle nazioni e delle stesse unità di produzione dove si lavora o di tipo tecnico-meccanico o di tipo culturale: è un bene senza paragone nel creato.

Certo, sentirsi dire da Gesù che è venuto a portare la spada e non la pace ci obbliga ad andare più in profondità di un facile irenismo pacifista, perché Gesù è venuto a portare la pace dei figli di Dio: è una pace che sfida il male, e passa attraverso lotte acute, facendo esplodere laceranti contraddizioni, in cui nascondiamo tutte le nostre ipocrisie.

E’ sempre la pace dell’agnello in mezzo ai lupi: non è la pace di chi si adegua al male, è quella famosa pace del regno di Dio riservato ai violenti – dice Gesù in un altro passo del Vangelo – è la violenza di chi si sacrifica per la pace, di chi si impegna per spuntare anche un solo coltello o di chi con la stessa non violenza paralizza le colonne di carri armati, che non sono stati costruiti per gente pacifica.

La spada che usa Gesù è quella famosa, efficientissima, a due tagli, che usa nel salmo per dividere il bene dal male.

Per chi avesse già messo il cuore in pace, perché si tratta solo di modi di dire sempre esagerati di Gesù, Lui continua sferrando un’altro colpo inusitato, stavolta all’amore naturale, tranquillo di mamma e papà: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”. Mia mamma e mio papà ci resteranno male!

Gesù può non essere amato e ce n’è in giro di gente che lo ostenta pure, ma non può essere amato di meno di un altro: non sarebbe il Signore, da amare con tutto il cuore.

Dio è amore: Se non fosse amato in se stesso non sarebbe Dio e non sarebbe amore!

Di fatto già la sacra scrittura si cimenta con esperienze belle di amore: San Paolo dice – ricordate – “Amo Cristo mia vita, perché Lui per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me; alla sua passione per me io rispondo con la mia passione per Lui, sono stato conquistato e anch’io corro per conquistarlo”.

Insomma, l’amore per il Signore non è la devozione per uno dei tanti santi, delle creature sante, dei grandi operatori di miracoli, ma è l’amore definitivo della mia vita e della vita di ogni creatura.

Non solo, ma se è amore vero al di sopra di tutto, immenso, non misurabile, per il Signore, l’amore per i genitori, non lo diminuisce, perché ce l’ha già dentro tutto: i secchi coi quali vuoi amare papà e mamma e che potresti sottrarre dell’oceano dell’amore di Dio, per tanti che siano, sono sempre poca cosa di fronte all’immensità dell’amore per Lui.

Dio amato, diventa la vita di chi lo ama: Se io sono di Lui come Lui per me, mi riempie di amore che contiene ogni mio gesto d’amore.

Fatta questa fatica per capire che non offendo i genitori se amo di più Dio di loro, Gesù ci spinge ancora più in profondità per farci andare oltre. C’è una croce, la tua, perché ciascuno ne ha almeno una, che devi accollarti: è la lotta contro il male che c’è sia in te che nel mondo.

Solo Gesù non ha portato la sua croce, perché ha portato quelle di tutti noi: ciascuno di noi dietro di Lui, come il Cireneo porta la croce di Gesù che in realtà è la nostra su cui egli morirà al posto nostro. Quindi lo seguiamo pure, collaboriamo liberamente alla sua lotta contro il male.

Ci preoccupa la nostra vita? E’ da perdere, perché già per natura sua finisce la nostra vita, ma soprattutto perché se ci fossilizziamo in essa diventiamo egoisti e ne perdiamo il senso vero.

13 Luglio 2020
+Domenico

Chiesa madre mia, aiutaci a vincere il male col bene

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 16-23)

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La debolezza della Chiesa fa contrasto con la forza del mondo: è il contrasto che Cristo ha manifestato continuamente nella sua persona.

Gli Ebrei aspettavano un re potente e trionfatore ed egli si presenta inerme e mite: è così povero da non avere dove posare il capo, ma dona prodigiosamente pane a migliaia di persone; davanti a Pilato si proclama re, ma si lascia incatenare, brutalmente flagellare, condurre alla morte come delinquente, malfattore, bestemmiatore.  

Un programma non facile per la sua Chiesa, continuamente tentata di assumere gli stessi atteggiamenti del mondo, più apparentemente efficaci; sappiamo però che tutte le volte che la Chiesa si è rivestita di potenza, si è allontanata dallo Spirito del suo Fondatore e ha inaridito le sorgenti della sua azione.  

Un discepolo di Cristo invece è testimone – come il Maestro – di povertà, di semplicità, di umiltà e insieme di coraggio e di chiarezza di pensiero, di posizioni in tutte le circostanze: pronto a sopportare con pazienza ogni ingiuria, pronto a denunciare con fermezza ogni ingiustizia – anche compiuta dalla Chiesa, ma con un grande amore per essa – e non facendo chiasso o cercando appoggi mondani.  

Il cristiano deve sapere che ogni passo del Vangelo va fatto mettendo in conto sofferenza e pazienza, disponibilità e passi indietro non nella verità, ma nei tempi e nella attesa. Ognuno di noi cristiani, preti, vescovi e cardinali, laici, religiosi o religiose, frati o monaci, dobbiamo comprendere che il mistero del maestro è anche il nostro: anche noi per paura di soffrire e di morire rischiamo di chiuderci in noi stessi e ci difendiamo facendo male a noi e agli altri.  

Chiediamo al Signore la grazia di capire che il male non è soffrire e morire, ma far soffrire e far morire: il male, come sempre provoca, nel senso che chiama fuori, da vita al male latente nell’altro e innesca una reazione a catena, che si arresta solo dove c’è uno tanto forte da non restituire mai il male che ha ricevuto.

La vita è sempre sacrificio di sé o di un altro: l’amore è quel sacrificio di sé che ci fa simili a Dio, capaci di rispondere alla provocazione del male con il bene.  

Del resto Gesù questo ce lo ha insegnato con la generatività, che è qualità tipica del bene che si deve fare proprio andando oltre e aprendo orizzonti nuovi alla famose “legge del taglione” e a tutte le controversie: al male non si ripara con un altro male, ma con una abbondanza di bene! Anche storicamente la non violenza ha reso incapaci di mostrare i denti anche agli eserciti più potenti. 

Purtroppo anche la Chiesa tante volte crede di parificare i torti facendone altri; invece il nostro maestro ci fa capire che le difficoltà, le lotte e le persecuzioni sono i costi della vittoria del bene, sono segno della distruzione del male che viene scoperto e rimane sconfitto. 

L’unica bella catena che ci tiene uniti sempre è la misericordia, il perdono, un approccio ai “lupi”, che siamo anche noi, con il perdono.

Questa volontà è stata esplicitata sempre da Dio in Gesù Cristo. 

10 Luglio 2020
+Domenico

Strada facendo … la missione è “dinamica”

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-15)

Audio della Riflessione

Bellissima questa descrizione della missione, questa proposta – o questa proclamazione meglio – che si va facendo strada, perché camminando si apre cammino: non si offre una ideologia, ma una strada su cui camminare in compagnia, perché la casa dell’apostolo è la via.

L’annuncio del Vangelo non è per la immobilità, per la chiusura, per imbottigliare nessuno, ma è un messaggio di gioia che mobilita la coscienza prima e in seguito il corpo, il comportamento, l’orizzonte: ecco perché i primi a cui fare attenzione sono gli infermi, coloro che non stanno in piedi, che sono piegati dalla malattia e le persone che sono inferme nello spirito, sotto il peso dell’egoismo.

Risvegliare i morti è ancora più urgente; mondare lebbrosi, scacciare demoni sono segni di un mondo nuovo che strada facendo si realizza per la potenza di Dio: vuol dire scacciare lo spirito della menzogna, liberare dalla lebbra del peccato e soprattutto essere pienamente convinti che questo Regno di Dio è frutto di generosità diffusa, perché l’apostolo dona quello che a sua volta ha ricevuto e lo fa gratuitamente; è come ogni dono vittoria sul possesso, sull’interesse, sul rendere la bellezza della vita il risultato obbligato di una vendita o di una compera. 

Ancora di più: se l’apostolo si presenta povero, senza casa, senza sicurezze, può ricevere in dono di essere accolto; la povertà dell’annunciatore del Regno è la libertà dal dio di questo mondo, segno della gratuità e della possibilità di regalare la buona notizia, il Vangelo che è Gesù e che è la felicità che la persona cerca.  

Quando san Francesco d’assisi propose la regola ai suoi frati di vivere di elemosina, di andare di porta in porta a supplicare un pezzo di pane, quel poco di cibo che ognuno è capace di condividere con il più debole, era davvero un cambiamento di paradigma.

Poi – non si sa come mai – la chiesa, invece di chiedere l’elemosina per aprirsi a tutti, spesso è funestata da uomini che vogliono solo fare soldi per se stessi o farsi immagini per presentare se stessi o – Dio non voglia – trarre in inganno il debole e il fragile. 

Sull’onda di queste parole di Gesù possiamo ben delineare la figura degli annunciatori del Vangelo anche di oggi: li chiamiamo “operatori pastorali” e in questo nome papa Francesco colloca tutti coloro cui sta a cuore l’annuncio del Vangelo, della gioia del Vangelo; si vede continuamente espressa una figura di persona, giovane o vecchio che sia, ragazzo o bambino pure, che si relaziona con tutti in modi gratuiti, nuovi, senza schemi prefissati, capace di condividere e di rischiare, di obbedire e di sforare per eccesso di amore, di sopportare la povertà per non creare nessuna barriera con i più fragili, lebbrosi e appestati compresi.  

Dice papa Francesco: “C’è una predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa: essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada “. 

Non luoghi, ma percorsi continui … strada facendo.

9 Luglio 2020
+Domenico