Il Signore è soprattutto Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

Audio della riflessione

Si può stare tanti giorni a vivere in “non luoghi”, dove le relazioni sono funzionali, legate al momento, senza storia … si possono passare periodi di viaggio o di vacanza lontano da tutti, in una sorta di sospensione dalle relazioni fondamentali della vita, senza illudersi di aver trovato la libertà, si può vivere in contesti dove non sei conosciuto, senza amici, senza relazioni profonde; ma … prima o poi è necessario tornare agli affetti, alle relazioni personali, a una casa, a un padre e a una madre, soprattutto se si è giovani.

Gesù quando parla di Dio, ne parla sempre con il bellissimo nome di Padre, di papà: lui vuole sempre vivere la vita a casa, in un rapporto profondo con il Padre celeste; il mondo non sarà mai per Gesù un non luogo, uno spazio di relazioni funzionali, ma sempre uno spazio di relazioni profonde con un papà.

Nei suoi pensieri si sente un piccolo … in cui risuona la bellezza della vita, del creato, la pienezza dell’amore: Gesù non è un sapientone o un personaggio, ma il figlio di un Dio che è Padre.

A noi è dato di scandagliare con la nostra intelligenza il mistero della vita, sondare nell’infinito per farci una idea di Dio: la filosofia ha raggiunto vertiginose altezze di introspezione e di pensiero sull’infinito, ma quello che conta è che per dare un volto a Dio occorre farsi semplici, disposti alla meraviglia, fiduciosi in una Parola più grande di noi, non mettere distanze comode che ci fasciano la vita.

Tornare semplici non significa abbandonare le doti di intelligenza e di ragionamento che abbiamo, ma sapere di stare a cuore a Dio, che prima di essere un eterno, infinito, onnipotente, creatore è un papà.

Questa esperienza Gesù la vive e la vuole donare a tutti gli uomini: vuole che chi si affida a Dio non lo faccia per dovere, non lo pensi come una assicurazione sulla vita, ma come l’abbraccio di un Padre, dal quale è possibile percepire il significato del vivere e del morire, del dolore e dell’amore, guardare a tutti gli eventi con la vera saggezza e sapienza che rivela il gusto del sentirsi creature amate e desiderate.

Vivere una vita cristiana significa sentirsi accolti da un Padre, sentirsi confidenti di Dio sul mistero della vita, poter ascoltare la Parola che salva e che orienta e avere sempre lo sguardo fisso al cielo, sempre abitato da un Padre.

Così viveva la sua esistenza san Francesco che oggi veneriamo e festeggiamo come patrono d’Italia, come un figlio tenerissimo di Dio Padre, come fratello universale, con una umanità dolcissima, amante della vita, della creazione e di tutte le creature, da fare di tutte un canto e una lode all’Altissimo Onnipotente buon Signore in una povertà affascinante, tutta riempita di Dio.

4 Ottobre 2021
+Domenico

Il peso che vi ho dato, vi do la forza per portarlo con gioia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 28-30)

Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti bisogno di essere coccolati. Non è più sufficiente oggi per un bambino vedersi vicini i genitori, saperli sempre attenti alla sua vita, aspetta di venire a contatto fisicamente delle carezze del papà e della mamma. C’è bisogno di un contatto fisico in un mondo fatto di immagini e di disegni, di cartelloni e di proiezioni., di virtuale e di fiction. Può essere anche una necessità imposta dalla moda, ma sicuramente è segno di un desiderio innato di sentirsi di qualcuno, è la dimostrazione che l’uomo senza l’amore non può crescere. Se a un ragazzo, manca l’amore, manca la vita. Tutti i disastri che combinano i giovani hanno spesso solo una motivazione: non sono stati amati abbastanza.

Gesù sta tentando di tirarsi su dei discepoli, delle persone che stanno con lui, che condividono con lui la tensione verso il Regno, che lo seguono nella sua tournèe, a loro vuole affidare il compito di continuare la sua missione e li vede spesso smarriti, sconsolati.

Non sempre le cose vanno bene. Nella vita devi resistere, non mollare perché se aspetti le consolazioni, puoi morire di spasimo. Se non hai una carica interiore, un riserva di forze e di motivazioni, saresti sempre col morale ai tacchi.

Ebbene Gesù esce con quella bella espressione che vorremmo sentirci dire tutti noi sui nostri tempi di disperazione, sulle nostre povere vite, sui nostri scoraggiamenti, sulle nostre solitudini, sui fallimenti, sulle incomprensioni. Venite a me, che vi consolerò, vi coccolerò, vi ristorerò. Vi darò la carezza della mia vita, vi passerò l’amore infinito che mio padre non mi fa mai mancare. Vi metterò a parte della mia intimità con Lui. Voi non sapete che significa avere un Padre così. Io sono qui per darvene una prova. Non immaginate che cosa sarà di voi, di noi tutti quando saremo nelle sue braccia. Intanto riposatevi nelle mie. La via sarà sempre dura, la vita porterà sempre travagli, ma non vi dovete sentire abbandonati. Il peso che vi ho dato non ve lo scarico io, ma vi do la forza per portarlo con gioia.

E abbiamo visto quanti santi, quante mamme e papà da una preghiera, da un colloquio così familiare con Dio sono riusciti  a conquistarci all’amore, a rendere la nostra vita più piena e felice, a ricuperare forze di bene.

15 Luglio 2021
+Domenico

Il Signore non è oggetto di rapina di nessuna intelligenza: bussa alla porta del cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-30)

Audio della riflessione

Dopo un doloroso “guai” che Gesù ha dovuto dire agli abitanti di Betsaida e Corazim, Gesù esplode in questa bella benedizione. Il “ti benedico” significa riconosco pubblicamente davanti a tutti il dono che Tu o Padre sei per me e per tutti gli uomini, che hai voluto chiamare ad essere tuoi figli. Questa parola Padre è l’abbà,  il suono d’amore che esce dalla bocca del bambino quando comincia a parlare; abbà, babbo, labiali facilissime che non esprimono nessuna tensione o preoccupazione o paura, ma la pace di un volto, di un sorriso, di una carezza, di un affidamento.

E’ il nome che sempre Gesù dà a Dio. Nella religione ebraica non lo si poteva mai nominare per evitare ogni pericolo di renderlo simile agli idoli, e Gesù strappa l’immagine di Dio e la sua presenza dal regno della paura e del timore e lo colloca nel mondo degli affetti e dell’amore.

C’è un rapporto ineffabile che si stabilisce tra Padre e Figlio, che non si può conoscere per ipotesi e tesi, per ricerche o teoremi, ma che solo ci è comunicato dall’amore filiale di Gesù. Il Signore del cielo e della terra è il nostro papà, Lui, l’onnipotente è vicino pur essendo altissimo, è tenero nella sua onnipotenza, è misericordioso nella sua giustizia.

Il privilegio di conoscere Dio non è dei sapienti, che sanno come vanno le cose, degli intelligenti che le dirigono come vogliono, di coloro che negano tutto ciò che non possono produrre da se stessi che non cade sotto il vaglio della loro visione e esperienza. La possibilità è riservata gli ultimi. Non è l’elogio dell’ignoranza, ma della sapienza, di quella forma di conoscenza che non è fatta dalla cultura colta che può sempre essere utile nelle cose di Dio, ma dalla saggezza della donna o dell’uomo di fede, la sapienza silenziosa propria del povero, la dotta ignoranza del puro di cuore, ben diversa dalla sapienza ignorante del furbo. Il Signore non è oggetto di rapina di nessuna intelligenza, bussa alla porta del cuore.

Siamo contenti perché il Figlio vuole rivelare questi affascinanti segreti alle vite dei piccoli, alle semplicità dei poveri, ai sospiri che per il suo regno affliggono i suoi amici, ai tenaci per il regno, a quelli che andando controcorrente non sono stimati da nessuno, ai poveri che non hanno udienza presso nessuno.

E noi sappiamo che in ogni uomo c’è la sapienza del fanciullo, il desiderio di affidamento a un papà, l’attesa di un abbraccio. E Dio lo garantisce a chi ha il cuore semplice.

14 Luglio 2021
+Domenico

Prenditi la responsabilità delle tue scelte

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 20-24)

In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

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La libertà è un gran bel dono di Dio, ma occorre usarla bene!

Tutti noi siamo posti a delle scelte da fare: alcune facili, altre più impegnative … e scegliamo con criteri nostri, secondo gusti e convinzioni che ci siamo fatti, secondo la verità che abbiamo raggiunto nella nostra ricerca.

E’ importante però che mentre scegliamo con libertà ci sappiamo assumere anche le nostre responsabilità! Spesso invece scegliamo e non vogliamo farci carico delle conseguenze.

Gesù infatti nella sua vita ha sempre offerto, a chi lo voleva seguire e lo ascoltava, le condizioni migliori per scegliere liberamente: non compiva miracoli per far credere, ma li offriva come segno a chi aveva fatto lo sforzo di uscire da se, di orientarsi alla verità del vivere.

E’ chiaro che poi Gesù, a chi non sceglie bene, deve far capire l’errore: Gesù, nella sua predicazione, nella sua opera di “convincimento” della gente, si mise a rimproverare le città che non si erano convertite!

Il suo “rimprovero” è quello del Papà nei confronti dei figli: sostiene sempre la loro libertà, e quando sa che sono nell’errore è trepidante per le conseguenze che si porta dietro … sta in attesa, lascia andare il suo figlio a sperperare i suoi soldi: sa che non troverà la felicità, perchè ha scambiato per stelle delle banali “luci di attrazione” … eppure ogni giorno è sull’uscio di casa ad aspettare … gli mette nel cuore la nostalgia, il ricordo del bene, il fascino del vero, del vero amore! Concede sempre a suo figlio una “scelta di riserva” per poter tornare … e … ridare alla sua libertà la forza della verità.

La vita umana spesso si destreggia fra conoscenza e responsabilità … fra responsabilità e colpa … e tra colpa e punizione: se conosco dei fatti devo caricarmi della verità dei loro significati, sentirmi in un certo modo “responsabile”; se non mi responsabilizzo commetto una colpa, e se c’è colpa mi devo aspettare una punizione.

Gesù condanna il male ma non chi lo fa: infatti ha detto a tutti di amare i propri nemici, e lui stesso darà la vita per i peccatori … se il male condanna il malvagio e lo inchioda a se stesso, il Signore lo libera inchiodandosi lui alla croce!

La vita è così: se scegli il male, poi il male te lo devi … te lo trovi ad invadare i tuoi pensieri, i tuoi progetti … ti prende l’anima! E non è che Dio ti lasci poi soccombere alle tue scelte sbagliate, perchè Dio è ancora talmente buono che il suo giudizio è la croce su cui sale suo figlio.

Se fosse “giusto come noi” saremmo tutti destinati alla morte! Invece ci ridona continuamente possibilità di vita!

La croce è dove si realizza la sua giustizia: sulla croce Dio è tutto e solo amore, sovranamente libero e onnipotente, capace di portare quella vita che dovevamo scegliere e che invece, ingannati, abbiamo scartato … e Lui? Ci viene ancora a cercare, non lascia alle scelte sbagliate … al male, di seguire il suo corso.

Le “minacce” di Dio sono come quelle della mamma, che cerca di far capire con fermezza che il male fa male, anche se non appare mai: una sorta di deterrente, perchè ha valore se non si avverano le cose sbagliate!

Le minacce svelano il male come tale, e l’amore – anche – di chi ci vuole bene.

13 Luglio 2021
+Domenico

Essere veri sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,18-19) dal Vangelo del giorno (16-19)

È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”.
Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

Audio della riflessione

Lo scopo di ogni religione è di aiutare l’uomo ad alzare lo sguardo al futuro, alla vocazione profonda di ogni creatura, di offrire a tutti orizzonti ampi per la comprensione dell’esistenza.

La tendenza dell’uomo invece è, una volta intuita qualche bella prospettiva, di imbrigliarla in abitudini ripetitive, in formalismi senza vita, in comportamenti standardizzati, dove a poco a poco la vita viene buttata fuori e ciò per cui si era lavorato, combattuto, sofferto viene cancellato: è più forte di noi, è la legge di inerzia dell’uomo.

Anziché conquistarsi ogni giorno freschezza, amore, giustizia, novità, tende a costruirsi comode abitudini, percorsi securizzanti, automatismi senza anima.

E’ la sofferenza dei giovani che vedono spesso nei comportamenti della fede, la morte della fantasia, la stretta dentro comportamenti standard, senza vitalità.

E’ diversa per loro la ricerca scientifica, lo sport, la musica, il divertimento, i ritmi della danza, l’arte, il teatro, lo stesso cinema … ma c’è qualcuno che sarebbe pronto a mettere la mano sul fuoco che in questi campi tutto sia novità freschezza, vitalità? Non ci sono anche musiche ripetitive e ritmi buttati a caso, fatti diventare di moda senza anima? Non ci sono sport che sanno più di commercio che di atletismo? Non ci sono cinema che sono solo per far cassetta e non per dare emozioni vere?

Siamo tutti nella stessa barca: come la religione può diventare una routine, così lo possono diventare tutte le nostre azioni umane.

E Gesù aveva capito molto bene questa tendenza dell’uomo a mettere l’ammortizzatore su ogni slancio, anche sulla religione, anche sul suo dono d’amore: non abbiamo fatto diventare anche la croce un gingillo da portare o un soprammobile che sta bene solo per la fotografia o il colpo d’occhio?

Così gli ebrei del suo tempo non riuscivano a cogliere la novità di Gesù, lo pensavano dietro il velo del Tempio, nascosto, lontano dagli uomini, invece lui si faceva incontrare mentre mangiava e beveva con tutti, peccatori compresi.

Per cogliere la novità della vita occorre sempre essere veri dentro, non lasciarsi mai andare all’effetto, alla maschera: essere veri dentro è obiettivo di ogni compositore di musica, di ogni sportivo, di ogni artista, e io dico di ogni credente!

E’ una meta che abbiamo davanti: non ci dobbiamo adattare alle mode, ma costringerle a dire il vero che Dio ci dona di essere … e se portiamo la maschera in questa pandemia, sappiamo di far fatica, ma non è questa la maschera che dobbiamo togliere, è una maschera più profonda e interiore, che forse riusciremo a capire di togliere anche con questa esperienza dura.

11 Dicembre 2020
+Domenico

La fede in Gesù è un salto di qualità anche nella religione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt11,11) dal Vangelo del giorno (Mt 11, 11-15)

In quel tempo, Gesù disse alle folle:
«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

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Abbiamo tutti dei sentimenti religiosi: quasi tutte le ricerche sociologiche dicono che la domanda di Dio è dentro la vita di ogni uomo, fa quasi parte del suo statuto antropologico, del suo DNA; dicono infatti molti scrittori e pensatori, molti uomini di scienza che nell’uomo c’è una “inquietudine innata” dovuta alla ricerca di un punto di riferimento solido, di un trascendente, che è necessario per capire la nostra stessa vita.

Ci occorre – insomma – salire su un albero per allargare gli orizzonti se vogliamo capire chi siamo, e questo albero non è il tifo per la squadra del cuore o l’infatuazione per una star, ma la ricerca di un essere trascendente, cui riuscire a scoprire le carte; meglio, il volto.

La dimensione religiosa insomma è normale, tanto più che là dove non si cura la dimensione religiosa, questa irrompe nella vita dell’uomo in molteplici forme anche violente: l’uomo è tendenzialmente religioso, ha bisogno di rapportarsi con Dio.

La storia dei popoli della terra è tutta una dimostrazione di questo: il secolo 21esimo – che stiamo vivendo – sta caratterizzando di religiosità, talora impazzita, le nostre storie quotidiane; non avremmo pensato dall’alto del nostro positivismo e materialismo viscerale del secolo scorso che ci sarebbe stata una impennata di religiosità, che si manifesta in molteplici religioni, che cercano di rispettarsi e approfondire la propria identità, ma tante volte si scontrano pure.

Ma la fede in Gesù esige un ulteriore salto di qualità, non è in continuità con i nostri ragionamenti umani, è un fatto del tutto nuovo: il Dio che la fede in Cristo invoca è un Dio sorprendente, che non sta negli schemi della storia delle religioni: è un Dio Crocifisso, è un amore che si inscrive nella debolezza, è un perdono gratuito, non è una riscossione di meriti, ma una agenda di gratuità, di sovrabbondanza di doni.

Per questo quando Gesù parla di Giovanni, che è un campione di “religiosità”, di esperienza di Dio, lo dice grande, ma non tanto come colui che accetterà il dono di un Dio Crocifisso, la grazia della definitiva offerta di Gesù come senso completo della vita.

Il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui: da quando Gesù è entrato nella nostra vita la religione ha fatto un salto di qualità. Questo è un altro segno che Dio non ci abbandona.

Oggi un pensiero devoto, filiale, e grato lo vogliamo mandare anche alla Madonna di Loreto, di cui si celebra la memoria della sua venuta nelle Marche a Loreto, dove c’è un santuario meta di tutti i pontefici e della pastorale giovanile italiana.

10 Dicembre 2020
+Domenico

La carezza di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 28-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti bisogno di essere coccolati: non è più sufficiente oggi per un bambino vedersi vicini i genitori, saperli sempre attenti alla sua vita, aspetta di venire a contatto fisicamente delle carezze del papà e della mamma.

C’è bisogno di un contatto fisico in un mondo fatto di immagini e di disegni, di cartelloni e di proiezioni, di virtuale e di “fiction”; può essere anche una necessità imposta dalla moda, ma sicuramente è segno di un desiderio innato di sentirsi di qualcuno, è la dimostrazione che l’uomo senza l’amore non può crescere.

Se a un ragazzo, manca l’amore, manca la vita: tutti i disastri che combinano i giovani hanno spesso solo una motivazione, non sono stati amati abbastanza.

Gesù sta tentando di tirarsi su dei discepoli, delle persone che stanno con lui, che condividono con lui la tensione verso il Regno, che lo seguono nella sua “tournèe”: a loro vuole affidare il compito di continuare la sua missione e li vede spesso smarriti, sconsolati.

Non sempre le cose vanno bene: nella vita devi resistere, non mollare perché se aspetti le consolazioni, puoi morire di spasimo. Se non hai una carica interiore, un riserva di forze e di motivazioni, saresti sempre col morale ai tacchi.

Ebbene Gesù esce con quella bella espressione che vorremmo sentirci dire tutti noi sui nostri tempi di disperazione, sulle nostre povere vite, sui nostri scoraggiamenti, sulle nostre solitudini, sui fallimenti, sulle incomprensioni: “Venite a me, che vi consolerò, vi coccolerò, vi ristorerò, vi darò la carezza della mia vita; vi passerò l’amore infinito che mio Padre non mi fa mai mancare; vi metterò a parte della mia intimità con Lui. Voi non sapete che significa avere un Padre così. Io sono qui per darvene una prova. Non immaginate che cosa sarà di voi, di noi tutti quando saremo nelle sue braccia. Intanto riposatevi nelle mie. La vita sarà sempre dura, la vita porterà sempre travagli, ma non vi dovete sentire abbandonati. Il peso che vi ho dato non ve lo scarico io, ma vi do la forza per portarlo con gioia assieme a me.”

E abbiamo visto quanti santi, quante mamme e papà da una preghiera, da un colloquio così familiare con Dio sono riusciti a conquistarci all’amore, a rendere la nostra vita più piena e felice, a ricuperare forze di bene.

E’ proprio vero che Dio non ci abbandona mai.

9 Dicembre 2020
+Domenico

Nell’arsura della vita, Dio assicura rugiada e pioggia ristoratrice

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 28-30)

«Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».  

Audio della riflessione

L’esperienza del vivere è spesso faticosa, non solo per le malattie, le disavventure, le disgrazie, ma anche per il suo corso normale: ogni giorno devi caricarti il tuo fardello e portarlo. Hai una casa, una famiglia e devi esserne sempre responsabile, hai intrapreso una strada di studio e devi portarla a termine.

Tante volte sei tentato di lasciare tutto, spesso, soprattutto quando ti rimorde la coscienza perché ti sei comportato male, trovi ancora più difficile costruirti motivazioni per continuare.

Altre volte ti senti solo, sei circondato da persone che ti dicono di volerti bene, ma non ne senti il calore, l’intensità … non è depressione, ma desiderio di sentirsi di qualcuno sempre, di avere un posto in cui sentirti preso per quello che sei, amato anche senza merito, senza averlo guadagnato. 

Ecco … Gesù capisce questa sete profonda dell’umanità, di me e di te, che stiamo delle volte annaspando nella vita, contenti, desiderosi di continuare, pieni di buoni propositi, ma senza forze, esausti, senza nessuna spinta interiore.

Ci abituiamo a tutto, senza grinta: anche le cose più belle si scoloriscono perché ci lasciamo prendere da follie del momento, da dolori imprevisti e sofferenze che ci paiono insormontabili.  

“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi: passate di qua quando non ne potete più, perché Io ci sono sempre, Io non vi scarico, Io sto sempre con voi. Quando la vita vi sembra senza sapore, Io sono il sale della vita. Quando vi sembra inutile, insopportabile, pesante, state dietro a me, vi trascino Io, vi tengo Io per mano, vi prendo la croce e l’appoggio sulla mia. Tendi la mano che te la prendo Io e faccio passare in questo contatto la mia forza, la decisione irrevocabile di mio padre che vuole per te la gioia piena. E’ ben altro il peso della vita: è il male che non ti  molla, che ti incatena. Tu puoi avere l’impressione che il Vangelo sia difficile da seguire, ma non è un peso, è una forza, una luce che scandaglia nelle profondità di tanta nostra infelicità e ci dà luce. Non sono una legge – dice il Signore – ma uno Spirito: sono già dentro di te a sanare ciò che sanguina, a lavare ciò che è sporco, a piegare le tue assurde cattiverie.” 

E oggi ci accompagna in questa intimità divina la Vergine del Carmelo, la Madonna che indica e dà corpo alla speranza umana, che, nuvoletta piccola come una mano, avvistata nel cielo, diventa pioggia di fecondità per le nostre anime, terre bruciate, dalla lontananza da Dio, dall’aridità di una vita autosufficiente e superba, chiusa in se stessa sui propri egoismi e non diffusa come l’acqua ristoratrice di ogni deserto che la Madonna del Carmelo ci rappresenta e diventa sicuramente per chi si affida a Lei. 

16 Luglio 2020
+Domenico

Desidero abitare anch’io come te con un papà così

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-27)

«In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.» 

Audio della riflessione

Si può stare tanti giorni a vivere in non-luoghi, cioè dove le relazioni sono funzionali, legate al momento, senza storia; si possono passare periodi di viaggio o di vacanza lontano da tutti, in una sorta di “sospensione” dalle relazioni fondamentali della vita, senza – evidentemente – illudersi di aver trovato la libertà; si può vivere in contesti dove non sei conosciuto, senza amici, senza relazioni profonde … ma prima o poi è necessario tornare agli affetti, alle relazioni personali, a una casa … soprattutto se si è giovani, a un padre e a una madre.

Gesù, quando parla di Dio, ne parla sempre con il bellissimo nome di Padre, di papà: Lui vuole sempre vivere la vita a casa, in un rapporto profondo con il Padre celeste; il mondo non sarà mai per Gesù un non-luogo, uno spazio di relazioni funzionali, ma sempre uno spazio di relazioni profonde con un papà: nei suoi pensieri si sente un piccolo in cui risuona la bellezza della vita, del creato, la pienezza dell’amore.

Gesù non è un sapientone o un personaggio, ma il figlio di un Dio che è Padre.

A noi è dato di scandagliare con la nostra intelligenza il mistero della vita, sondare nell’infinito per farci una idea di Dio; la filosofia ha raggiunto vertiginose altezze di introspezione e di pensiero sull’infinito, ma quello che conta è che per dare un volto a Dio occorre farsi semplici, disposti alla meraviglia, fiduciosi in una Parola più grande di noi, non mettere distanze comode che ci fasciano la vita.

Tornare semplici non significa abbandonare le doti di intelligenza e di ragionamento che abbiamo, ma sapere di stare a cuore a Dio, che prima di essere un eterno, infinito, onnipotente creatore, è un papà.  

Questa esperienza Gesù la vive e la vuole donare a tutti gli uomini; vuole che chi si affida a Dio non lo faccia per dovere, non lo pensi come una assicurazione sulla vita, ma come l’abbraccio di un Padre, dal quale è possibile percepire il significato del vivere e del morire, del dolore e dell’amore, e guardare a tutti gli eventi con la vera saggezza e sapienza che rivela il gusto del sentirsi creature amate e desiderate. 

Da questa casa possiamo rileggere tutte le nostre fragilità, le nostre pazzie, la nostra sicumera, la spocchia che possiamo avere verso chi ci ignora e soprattutto la nostra maledetta autosufficienza che ci gioca gli scherzi della colpa e del peccato, della cattiveria e della solitudine. 

Vivere una vita cristiana invece significa sentirsi accolti da un Padre, sentirsi confidenti di Dio sul mistero della vita, poter ascoltare la Parola che salva e che orienta e avere sempre lo sguardo fisso al cielo, sempre abitato da un Padre. 

E questo non lo viviamo da soli, ma sempre in compagnia: non siamo in un eterno lockdown, ma in un nuovo modo di vivere assieme per, di apprezzare la compagnia di altri, di ritrovare nel lavoro la grammatica dell’esistenza e in chiesa con gli altri la Parola fatta carne che nutre e rivela non solo e sempre ai sapienti e intelligenti. 

15 Luglio 2020
+Domenico

Le parole della vita eterna

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 20-24) 

Audio della riflessione

Alla fine della vita umana, ci sarà da rendere conto di essa a qualcuno? Il rendiconto porterà con sé anche una condanna? Ogni religione si pone di fronte a questo problema e ogni persona si domanda: l’esito eterno della nostra vita sarà di felicità o no? Abbiamo da chiarirci termini come: minaccia, punizione, salvezza, felicità, inferno, giustizia, libertà umana e libertà di Dio, che io chiamo le parole della vita eterna. 

E’ fuori di ogni dubbio che Gesù, dando la vita per i peccatori, rivela il volto misericordioso di Dio suo Padre: le comunità cristiane delle città citate dal Vangelo – Korazym, Betsaida, Cafarnao – sono luoghi dove Gesù ha compiuto prodigi e miracoli, ha lanciato segni inequivocabili di amore; questi segni li usiamo per convertirci a Lui o per difenderci da Lui? 

Le “minacce” di Dio sono profetiche con intento pedagogico, come quelle di una mamma: sono un primo avvertimento per chi ancora non ha capito che il male fa male! Sono efficaci quando si avverano, sono un deterrente per tutte le incoscienze che viviamo, rivelano il male come tale e chi ci vuole bene, perché chi ci minaccia, ci avverte, non vuole il peggio, è proteso al mio bene. 

L’altra parola, la “punizione”, prevista dalla minaccia, ha ancora un intento positivo: noi pensiamo che se trasgrediamo Dio ci punisce, cioè a obbedienza premio, a trasgressione castigo, fatali e automatici come si fa con un cavallo o con un cane, con una carezza o un pizzicotto a seconda se fa quel che gli diciamo; Solo quando ragioniamo riusciamo a capire che il male fa male da solo, la punizione viene dallo stesso male.

Se invece a punire è colui che ci dà la norma, non c’è fatalità, c’è il potere libero di chi comanda, Dio o i genitori, che possono anche perdonare.

San Francesco Saverio, il santo di una dolcezza infinita, pensate che diceva che preferiva essere giudicato da Dio che da sua mamma, e qui comincia già ad aprirsi uno spiraglio che invoca uno “spazio abitabile” oltre la punizione. 

L’altra parola è la “felicità”: è un sogno di ogni persona che non si adatta mai al dato di fatto, al minimo, vuol sempre andare oltre. La vita è piena di limiti, di delusioni, di sogni infranti, di mali … Il male è l’unico problema dell’umanità, e ogni azione che essa fa è per salvarsi dal male. 

Sappiamo però a che abissi può giungere il male nel cuore dell’uomo: il paradiso è il regno di nuovi spazi da abitare oltre la cattiveria umana; la stessa umanità lo sogna, la religione tira in ballo Dio al riguardo di questo male che pare infinito, ma non lo è. La relazione con Lui è salvezza, vita, amore, felicità, superamento d’amore dell’egoismo e dell’infelicità. 

L’altra parola è l'”inferno”: è sicuramente il non raggiungere la salvezza, la vittoria sul male. Possiamo pensare che sia una minaccia profetica e punizione pedagogica?! E’ l’unico luogo dove non si può parlare di salvezza, e Dio ci salva da ogni male a condizione che conosciamo che è male, e ne desideriamo venir fuori. 

L’altra parola è “giustizia”: giudica e punisce il male, però non vi pone rimedio, e sicuramente Dio è giusto, ma non come noi; il suo giudizio è la croce, dove Dio si rivela proprio molto diverso da noi. La sua è una giustizia eccessiva che sicuramente non accresce il male che facciamo. Lì alla croce vince il male portandolo su di sé, e salva ogni malvagio. Dicendo che Dio è giusto, affermiamo che non tollera il male, non lo vuole e non fa l’ingiustizia, che pure c’è; la sua giustizia però è grazia, il suo giudizio è il perdono: è una giustizia superiore. 

E quindi veniamo all’ultima parola, la “libertà” di Dio, che è amare così, e la mia libertà non è tale finché non conosco l’amore di un Dio crocifisso per me, che lo crocifiggo.

Sono libero quando so di essere amato senza condizioni! 

Alla fine del mondo, quando apparirà il segno del Figlio dell’uomo, la croce, tutti lo riconosceranno e si batteranno il petto, l’empio brucerà dalla vergogna per la sua empietà.

L’inferno è reale, è il male che siamo, ci aiuta a conoscere il bene, ci apre alla misericordia di Dio. E’ utile parlarne perché chi ascolta non fraintenda Dio e non si chiuda in se stesso, come spesso avviene. 

14 Luglio 2020
+Domenico