Fede è abbandonarsi nelle braccia di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-36)

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Veniamo più o meno, tutti noi adulti da qualche esperienza di catechismo, di preparazione alla prima comunione o alla cresima: quelli della mia generazione sono stati abituati a un modello un po’ “idraulico” di insegnamento, i giovani di oggi sono stati coinvolti in esperienze più appassionanti … sta di fatto però che tutti, giovani e adulti, facciamo una gran fatica a toglierci di dosso l’idea che la fede è soprattutto credere delle verità, ammettere per vero ciò che si fa fatica a capire, a spiegare coi ragionamenti, con la razionalità.

La fede invece è soprattutto altro! È chiarissimo al riguardo Gesù in un suo dialogo serrato con Pietro: è stato tutta notte a pregare, ha avuto bisogno di una notte in intimità col Padre, aveva ordinato perentoriamente ai discepoli di prendere la barca di potarsi dall’altra parte del lago – perché dopo la prodigiosa moltiplicazione dei pani rischiavano di mettersi troppo al centro dell’attenzione della gente e non della loro ricerca di fede in Gesù – e Lui li avrebbe raggiunti in seguito.

Nel ritmo incalzante della giornata di Gesù c’è posto per la preghiera: è una preghiera in cui affiora alla coscienza il suo essere Figlio, questo mistero unico, impenetrabile, non condivisibile che diventa colloquio, estasi e il suo essere consapevolmente uomo e bisognoso di ritrovare costantemente in una preghiera accorata col Padre la nitidezza e il coraggio della propria esistenza.

Ebbene verso la fine della notte raggiunge i discepoli che sono in mezzo al lago sballottati da una brutta bufera: li raggiunge camminando sulle acque creando paura e terrore tra i discepoli … e Pietro è il primo a riaversi dallo stupore e chiede a Gesù: “perché non potrei anch’io camminare come hai fatto tu sull’acqua? Se sei così potente, perché non regali anche a me questa emozione?”

Vieni! gli dice Gesù. E Pietro cammina davvero sulle acque. Stava camminando per scherzo o per sfida; ma Gesù è vero, non è un ipnotizzatore, non è un fenomeno da baraccone!

Pietro è troppo concentrato su di se: si impaurisce e sta per andare a fondo!

Signore, salvami!

Gesù stese la mano come Dio stese la sua nel creare Adamo il primo uomo e Pietro fu riportato a un rapporto vivo con Gesù: “Uomo di poca fede! Hai dubitato! Credevi che io stessi a giocare. Ti affidi a me o ai miracoli, alle cose meravigliose, sorprendenti?”

Il dubbio di Pietro non è il dubbio intellettuale intorno alle verità di fede, ma la mancanza di fiducia in Gesù, il ritenerlo centro e forza di tutti i momenti della sua esistenza – e ancora non ci riesce a far questo – non solo delle difficoltà che incontra nella vita.

Questa è la fede!

3 Agosto 2021
+Domenico

Con Gesù non saremo mai pecore senza pastore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 13-21)

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Quali sono le cose più importanti che voglio sapere della vita? Che cosa è che mi interessa di più? Come dovrebbe “girare” il mondo? Dove sta la verità di quello che viviamo?

Insomma … ognuno di noi ha nel cuore qualcosa che vorrebbe sapere o fare o cambiare: vorremmo ogni giorno ricostruire il mondo a seconda dei nostri bisogni, magari, delle cose che interessano a noi, del problema che affrontiamo, del caso pietoso che ci si presenta … vorremmo decidere col cuore, col sentimento, con la fantasia … cose belle, ma spesso unilaterali e incomplete.

… e ci sentiamo un po’ confusi, anche perché … tutti dicono la loro e vince chi ha maggior possibilità di costringerci ad ascoltare: siamo “sbandati nella mente”, vorremmo poter sentire una parola di verità.

Ricordo di aver chiesto una volta agli adolescenti “Chi vorresti come educatore?”. Risposta: “qualcuno che ha qualcosa di vero da vendere”.

Ecco, Gesù così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: sentì compassione per loro … e loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare … tanta era la speranza di chi lo ascoltava, lo seguiva, beveva le sue parole.

I discepoli si accorgono di questa pressione incontenibile attorno a Gesù e gli dicono: “Ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a se stessi … hanno in testa che tu devi anche dar loro da mangiare.”

E’ troppo intrigante la scena e il discorso è quello che fa Gesù: Lui si sente per questa gente come Mosè nel deserto e si fa carico di tutta la loro vita! E’ il loro nuovo condottiero, la guida, la luce, la legge … Mosè ha dato da bere e da mangiare a un popolo affamato, perché non lo deve farlo anche Lui?

Gli apostoli, che non sono ancora entrati nel cuore di Gesù, che non lo hanno ancora saputo comprendere … sono sbrigativi: pensano che lo spettacolo sia finito e hanno pensato una loro soluzione del problema, “ognuno si arrangi”.

Gesù invece dice agli apostoli: “Comoda la soluzione, a voi non sembra vero di potervene lavare le mani. Non è che tocca a voi darvi da fare? Vi ho insegnato finora a comperare o a condividere?”

“Che cosa possiamo condividere se abbiamo solo cinque pani e due pesci?” gli dicono gli apostoli …. a Gesù basta questo poco, perché è tutto quello che c’è, non è un superfluo, è il necessario per la fame di un ragazzo e lo moltiplica.

La gente si toglie la fame: sono ancora i discepoli che distribuiscono e raccolgono i resti. È l’anticipazione dell’ultima cena, è la prima assemblea “domenicale” – se vogliamo vederla così – che va oltre la risonanza storica di un prodigio per una folla affamata: è il segno della presenza permanente di Cristo per dare all’umanità di ogni tempo il vero pane di vita.

Questo pane divino che sazia l’uomo lo rende capace di amare di più i suoi fratelli! Arrangiarsi non è verbo da cristiano, condividere invece si!

Gesù è la nostra guida, se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole: basteranno quelle a darci vita, a sfamarci. La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo se passiamo un sacco di tempo preoccupati di non ingrassare: la vera fame è quella della verità e Gesù ce la offre nel suo Vangelo.

Lui è sempre la nostra speranza di non restare confusi in questo mondo di
predicatori e ingannatori. Noi sempre ripetiamo gesti che vogliamo che siano solenni per la nostra vita, anche se sono sempre un simbolo di una offerta più grande che ciascuno è chiamato a fare. Vogliamo costruire una parrocchia, una comunità che si abbevera a Gesù Cristo, che vuol trovare in Lui la sua vita e la sua verità. Siamo preoccupati di costruire comunità nuove di vita e vediamo quanta fatica, quanta preghiera, quanta disciplina di noi stessi dobbiamo mettere in conto.

Il male si fa in fretta, il bene lo si può seminare, piantare, far crescere: solo Dio e sua Madre Maria ci garantiscono la riuscita e ci fanno compagnia verso la meta.

2 Agosto 2021
+Domenico

La testa di Giovanni e non il futuro di sua figlia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,1-12)

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Si dice spesso che gli adulti sono preoccupati dei giovani e che non sanno più che fare per loro, per contenerli: forse è vero, ma il problema non è di controllare, ma di amare, di spendersi per loro.

Incrocia la vita di Giovanni Battista una ragazzina, bella, agile, elegante, armoniosa: Vuole sfondare con la sua bellezza e la sua leggiadria … si allena nel ballo ogni giorno e finalmente arriva la sua grande occasione: non si tratta, stavolta, del solito saggio col papà, la mamma, gli zii, i nonni alla festa di compleanno, ma oggi c’è tutto il governo, i notabili … e danza, se la mangiano tutti con gli occhi.

Erode stravede, i giovani sono sempre sorprendenti, ti incantano, meritano tutto: “la metà del mio regno è tua”, dice Erode folgorato dalla bravura di questa ragazzina.

La ragazza è saggia, i complimenti non le danno alla testa: la sua danza è una sfida con se stessa, non con gli adulti; sa di aver bisogno di tutti per crescere, per decidere e va da sua madre.

“Mamma è il momento più bello della mia vita, sono riuscita a superarmi; ti ricordi quanti allenamenti, quante volte volevo smettere e tu mi hai aiutato? Se non ci fossi stata tu starei ancora a divertirmi con l’orsacchiotto di pelouche. Il re è disposto a darmi la luna. Ho un avvenire sicuro, non sono in casa sua solo perchè vuole bene a te. Ho un  posto anch’io”: non si sente più una vita da scarto, come capita a tanti giovani, non è destinata alla discarica, ma le si è aperta nella vita una strada. Non vuoi che sia questa anche l’aspirazione degli adulti che le vogliono bene, soprattutto di colei cui tra una coccola e l’altra si confida?

E la madre, l’adulta, il maturo, quella che vede bene, che calcola, che è navigata nella vita, colei che si è lasciata indurire il cuore dall’interesse, che non sa più sognare e cambia i sogni dei giovani in incubi, dice tutto il suo odio per la vita, e per il futuro dei figli: la testa di Giovanni Battista.

“Fammi portate su un piatto la testa di Giovanni Battista”: una sentenza che prima di ammazzare Giovanni, distrugge speranza e uccide l’anima di sua figlia che non ha ancora il coraggio di ribellarsi, è ancora soffocata dall’affetto predatore di sua madre, dell’adulto senza scrupoli.

Non sono così gli adulti che servono ai giovani: di questi fanno volentieri a meno, anzi sono tanto bravi alcuni figli che possono pure aiutare i genitori a diventare saggi.

Sant’Ignazio di Loyola, che oggi veneriamo, non era certo un adulto così … anzi ha guidato generazioni di giovani sulle vie del Vangelo, consacrati al servizio di Gesù in ogni parte del mondo.

Papa Francesco ne ha seguito l’esempio, la regola e la dedizione a Gesù e al Vangelo.

31 Luglio 2021
+Domenico

Siamo di poca fede; tu sei sempre il nostro amato Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

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Ci capita spesso di partire decisi, spavaldi, senza calcoli, convinti e poi perdere ogni ragione valida del nostro percorso: restiamo fermi a metà strada, perdiamo ogni stimolo, cerchiamo invano motivi, ci sentiamo vuoti e ci blocchiamo … è il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro.

Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua: lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri.

A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare: solo la fede in Gesù lo sosteneva! Ma a poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede.

Siamo di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto; siamo di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze … allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia.

E’ come quando si imparava a usare la bicicletta, ricordate? Si abbassava lo sguardo ai propri piedi sulle staffe e si perdeva l’orizzonte e l’equilibrio. 

Pietro forse voleva “tentare” il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Lui.

La fede – però – non è una “quantità”, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve. E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci viene mai sospesa.

In questa pandemia che ci affligge, vorremmo anche noi avere lo slancio di Pietro, ma anche il necessario aiuto, forza, sostegno, coinvolgimento di Gesù nella nostra vita spesso disperata e penso soprattutto a chi è in terapia intensiva.

Signore, stendi la tua mano su tutti noi! Siamo tutti gente di poca fede, di tentennamenti, di paure, di chiusure su noi stessi: dacci lo slancio dell’abbandono tuo nelle braccia del Padre, dacci la certezza che fuori dalle tue braccia non cadremo mai.

La festa delle basiliche dei santi Pietro e Paolo ci leghino ancora di più alla roccia che è diventato Pietro per la tua Chiesa.

18 Novembre 2020
+Domenico

Gesù è da imitare o da seguire?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

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Il mare e una barca sono stati mote volte gli elementi che si sono prestati a Gesù per i suoi insegnamenti: spesso in essi si affrontano tempeste, dialoghi serrati e insegnamenti di Gesù, rimproveri e ricerche appassionate degli apostoli che rappresentano la vita di tutti noi.

Vogliamo porre attenzione alla impetuosa richiesta di Pietro di poter camminare sulle acque come sta facendo Gesù che dalla riva si avvicina alla loro barca, disturbata dalle onde non troppo calme: Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli “Vieni!”; quell’andare verso Gesù può essere inteso come una scelta di vita di seguire Gesù – che chiamiamo “sequela” – o come una un’imitazione quasi esteriore di capacità particolare che riguarda solo l’acqua, la gravità della persona che non affonda … Un modo insomma quasi sportivo di destreggiarsi, imparando da Gesù.

Pietro inizia a camminare sulle acque … finché Pietro presume di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capace di “imitarlo”, di poter essere o fare come lui, va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e lui va a fondo.

Egli comincia a capire che non si tratta di una imitazione miracolistica, ma di un invito più profondo di  “seguire” Gesù e gli grida: «Signore, salvami!».

La differenza tra imitazione e sequela non consiste tanto in ciò che si fa’, ma nello spirito con cui lo si fa: o accettiamo di metterci umilmente al seguito di Gesù, oppure abbiamo la pretesa di essere o fare come lui.

In questo caso si tratta proprio di imitazione e dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze.

Gesù chiama Pietro “piccolo di fede”: ha fede scarsa, una “malattia” che molti interlocutori di Gesù presentano nei loro dialoghi e incontri con Lui; Pietro non è assolutamente diffidente, come invece si erano dimostrati i compaesani di Gesù, ma uno che non ha ancora imparato a crescere, a maturare un nuovo rapporto con Lui, fatto anche di preghiera semplice, urlata con il suo grido “Signore salvami”.

E’ la condizione di ognuno di noi. Che ci limitiamo a fare qualche imitazione di Gesù e non a sentire di camminare sul suo passo, avere in Lui la massima fiducia, scegliere i suoi criteri di giudizio, la sua stessa preghiera al Padre.    

Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca il vento cessa e il mare si placa, allora – dice il Vangelo – “quelli che stavano sulla barca” ,cioè i discepoli, fanno la loro solenne confessione messianica, anticipatrice di quella che farà Pietro in forma solenne, quando Gesù lo farà papa.

Essi riconoscono Gesù come il Figlio di Dio e si prostrano davanti a lui. Quello di prostrarsi è l’unico gesto autentico che si può compiere davanti a Gesù: lo avevano fatto i Magi, lo faranno le donne quando incontreranno Gesù risorto e ci dobbiamo preparare a farlo sempre ciascuno di noi.

9 Agosto 2020
+Domenico

Dubbi? ci sono, ma possono essere passi verso la fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-36)

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Tra l’incredulità e la fede c’è un passaggio spesso necessario che è quello del dubbio: ne abbiamo tutti nella vita, una fede senza dubbi non è sicura, non si cambierà mai in coraggio.

Una incredulità senza dubbi è ancor peggio: abbiamo provato tutti che per una fede consapevole e adulta si deve passare dal dubbio, e per non vivere nell’inganno, scelto o imposto o abituale, occorre dubitare se ci siamo addormentati nella certezza assoluta, tutta nostra, senza confronto con nessuno.

Ci capita spesso di partire decisi, spavaldi, senza calcoli, convinti e poi perdere ogni ragione valida del nostro percorso: si resta fermi a metà strada, perdiamo ogni stimolo, cerchiamo invano motivi, ci sentiamo vuoti e ci blocchiamo … è il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro.

Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che, deciso, aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua: lo guardava fisso, ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù; era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo e si è cambiato in domanda, la domanda in passi sicuri.

A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, non fissa più il suo sguardo su Gesù, abbassa gli occhi su di sé, magari si compiace di essere stato bravo, di aver ottenuto successo, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare.

Ma la fede genuina da cui era partito gli lascia in cuore la forza di un grido: Signore, salvami! La sua poca fede ha avuto un guizzo, ed ha trovato la sua pace.

Gesù gli dice che è uomo di poca fede: siamo di poca fede anche noi quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, a ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia.

Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Gesù: la fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, è una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve.

E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci lascia mai soli.

3 Agosto 2020
+Domenico

Arrangiatevi non è verbo da cristiani

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 13-21)

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Quali sono le cose più importanti che voglio sapere della vita? Che cosa è che mi interessa di più? Come dovrebbe girare il mondo? Dove sta la verità di quello che viviamo?

Ognuno di noi ha nel cuore qualcosa che vorrebbe sapere o fare o cambiare: vorremmo ogni giorno ricostruire il mondo a seconda dei nostri bisogni, delle cose che interessano a noi, del problema che affrontiamo, del caso pietoso che ci si presenta … vorremmo decidere col cuore, col sentimento, con la fantasia, cose belle, ma spesso unilaterali e incomplete, e quindi ci sentiamo un po’ confusi, anche perché tutti dicono la loro e vince chi ha maggior possibilità di costringerci ad ascoltare.

Siamo sbandati nella mente: vorremmo poter sentire una parola di verità. Hanno chiesto una volta agli adolescenti: chi vorresti come educatore? Risposta: qualcuno che ha qualcosa di vero da vendere.

Gesù così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: sentì compassione per loro, e loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare, tanta era la speranza di chi lo ascoltava, lo seguiva, beveva le sua parole.

I discepoli si accorgono di questa pressione incontenibile attorno a Gesù e gli dicono: ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a se stessi. Hanno in testa che tu devi anche dar loro da mangiare.

E’ troppo intrigante la scena e il discorso e quello che fa Gesù: Lui si sente per questa gente come Mosè nel deserto e si fa carico di tutta la loro vita; è il loro nuovo condottiero, la guida, la luce, la legge.

Mosè ha dato da bere e da mangiare a un popolo affamato, perché non lo devo farlo anche io?

Sbrigativi invece gli apostoli: lo spettacolo è finito. Gesù concludi, ancora due belle frasi delle tue e mandali a comprarsi da mangiare. La soluzione del problema è arrangiarsi.

Gesù invece dice agli apostoli: “comoda la soluzione, a voi non sembra vero di potervene lavare le mani. Non è che tocca a voi darvi da fare? Vi ho insegnato finora a comperare o a condividere?”

Che cosa possiamo condividere se abbiamo solo cinque pani e due pesci? dicono gli apostoli

A Gesù basta questo poco, perché è tutto quello che c’è, non è un superfluo, è il necessario per la fame di un ragazzo e lo moltiplica. La gente si toglie la fame. Sono ancora i discepoli che distribuiscono e raccolgono i resti.

È l’anticipazione dell’ultima cena, è la prima assemblea “domenicale”, che va oltre la risonanza storica di un prodigio per una folla affamata, è il segno della presenza permanente di Cristo per dare all’umanità di ogni tempo il vero pane di vita.

Questo pane divino che sazia l’uomo lo rende capace di amare di più i suoi fratelli, e allora “arrangiarsi” non è verbo da cristiano, condividere invece si.

Gesù è la nostra guida, se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a Lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole. Basteranno quelle a darci vita, a sfamarci.

La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo se passiamo un sacco di tempo preoccupati di non ingrassare, la vera fame è quella della verità e Gesù ce la offre nel suo Vangelo.

2 Agosto 2020
+Domenico

Un uomo giusto e un adulto sbagliato di fronte al male

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,1-12)

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Quante volte il confronto tra giovani e adulti è a scapito delle giovani generazioni; si dice infatti: “I giovani non capiscono niente, i giovani sono dei bastardi perditempo, i giovani sono senza morale … insomma potremmo anche continuare … mentre gli adulti … noi tutto sommato sono passabili; non siamo stinchi di santo, però siamo più a modo insomma, amano vivere in pace, possibilmente non disturbati.”

Ma non è proprio così. 

Giovanni il battezzatore, il battista, è un uomo giusto, deciso, tutto d’un pezzo, una persona di cui c’è bisogno per offrire all’umanità saggezza, discernimento, orientamento alle cose vere della vita: ha aperto una strada nuova nella storia del popolo di Israele, ha cominciato a dare speranza alla gente che lo seguiva sulle rive del Giordano, ma viene decapitato come premio di un ballo. Una vita bella, piena, decisiva per l’evoluzione spirituale del popolo di Israele, ma che viene annullata come se niente fosse. Un ideale, un capolavoro dell’umanità che viene distrutto per un niente.

E sembra tutta colpa di una ragazzina.

Concentriamo l’attenzione su questa figlia di Erodiade, donna che Erode s’è portato a casa rubandola al fratello; è una adolescente, entusiasta, balla da dio, è una vita che esplode, ha voglia di sfondare, sogna continuamente un futuro bello, vuole conquistarsi un suo posto; finora abita nella reggia perché Erode per avere la madre ha dovuto tenersi in casa anche questa mocciosa di una figlia, è poco più che un incomodo e la riuscita di un ballo che le è stato proposto le può cambiare la vita. La ragazza è cresciuta, balla così bene che il re non capisce più niente ed è disposto a darle metà del regno, tutto quel che vuole insomma, basta che dica.

E lei la ragazzina che fa? E’ inesperta ancora, non conosce tutte le malizie del mondo e si fida di sua madre: chissà sua madre che cosa le propone … un adulto stravede per i suoi figli, li pensa sempre ben collocati, al top di ogni classifica, per lo meno una mamma spera che la figlia abbia più fortuna di lei.

E lei, la mamma, l’adulto, la persona per bene, saggia, amorevole, tutta casa e figli che le dice? La testa di Giovanni il battista: il tuo futuro è il mio odio, fatti portare su un piatto d’argento la testa di quel profeta.

Povera ragazza, sbagliatissima madre: non solo è egoista e autocentrata, non solo è cattiva dentro, non solo cova odio, ma non riesce a pensare a niente da donare a sua figlia se non la sua sanguinaria soddisfazione.

Spesso noi adulti siamo una generazione che si comporta così con le giovani generazioni, non abbiamo il minimo rispetto, ci devono solo soddisfare. Dove possono trovare una speranza per la loro vita? La nostra vita quotidiana è abitata ancora da tanti di questi drammi.

Mi piace pensare a san Paolo VI, dentro il dramma di questa nostra umanità capace di tutte le efferatezze, ma con il seme di una speranza che ha la forza di farsi largo: lui ci ha insegnato a orientarci a una grande stima per l’umanità, a rispettare e far crescere e a dare le coordinate necessarie per la faticosa strada della salvezza. Mi piace pensarlo di fronte alla tragica storia del male che distrugge le persone migliori. Ricordiamo tutti il suo grido accorato e drammatico a Dio ai funerali di un uomo giusto, barbaramente assassinato, più che amico, come lo era stato Aldo Moro: “Tu o Dio non hai esaudito la nostra supplica …”

Ricordiamo anche il suo affidarsi a Dio, il suo consegnarsi a Lui che non ha risparmiato suo Figlio per rispettare la nostra libertà di uomini, scommettere sulla nostra dignità e così portarci a salvezza.

“Questo disordine non immobilizza la mano di Dio che può intervenire e può trarre un bene nuovo dal male causato dalla cattiveria della sua creatura”.

“Fa che noi tutti raccogliamo nel puro sudario della sua nobile memoria l’eredità superstite della sua dritta coscienza, del suo esempio umano e cordiale, della sua dedizione alla redenzione civile e spirituale della diletta nazione italiana” … così Paolo VI parlava di Moro.

E vogliamo ricordare la visione di speranza per la nostra umanità di quella bellissima omelia del 7 dicembre 1965 al termine dell’ultima sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II; dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo …

 “Questo augusto senato della Chiesa ha considerato la miseria e grandezza dell’uomo, il suo male profondo innegabile, da se stesso inguaribile, e il suo bene superstite, sempre segnato da arcana bellezza e invitta sovranità”.

E non era un umanesimo a buon mercato come qualcuno ha tentato di dire, era radicato nella contemplazione di Dio: “Dio è. Sì. E’ reale, è vivo, è personale, è provvido, è infinitamente buono, anzi, non solo buono in sé, ma buono immensamente altresì per noi, nostro creatore, nostra verità, nostra felicità, a tal punto che quello sforzo di fissare in Lui lo sguardo e il cuore, che diciamo contemplazione, diventa l’atto più alto e più pieno dello spirito, l’atto che ancor oggi può e deve gerarchizzare l’immensa piramide dell’attività umana.”  

San Giovanni Paolo II questa contemplazione ha richiamato alla chiusura del Giubileo: “E trovo giusto chiudere queste semplici riflessioni ricordando a noi tutti e soprattutto a chi si carica della grave responsabilità della guerra il suo desiderio di pace, come l’aveva affidato all’ONU: Uomini procurate di essere degni del dono divino della pace. Uomini siate uomini! Uomini siate buoni, siate saggi, siate aperti alla considerazione del bene totale del mondo. Uomini siate magnanimi. Uomini non pensate a progetti di distruzione e di morte, di rivoluzione e di sopraffazione: pensate a progetti di comune conforto e di solidale collaborazione. Uomini pensate alla gravità e alla grandezza di quest’ora, che può essere decisiva per la storia della presente e futura generazione. Uomini ascoltate mediante l’umile e tremante voce nostra, l’eco sonante della Parola di Cristo: Beati i mansueti, perché possederanno la terra; beati i pacifici perché saranno chiamati figli di Dio”

1 Agosto 2020
+Domenico