Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)
Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.
Audio della riflessione.
Ti capita spesso di partire deciso, spavaldo, senza calcoli, convinto e poi perdere ogni ragione valida del tuo percorso. Resti fermo a metà strada, perdi ogni stimolo, cerchi invano motivi, ti senti vuoto e ti fermi. È il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro. Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua; lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri. A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare.
Solo la fede in Gesù lo sosteneva. Ma poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede. Siamo di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto. Siamo di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia. Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Lui
La fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve. E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Audio della riflessione.
Il mare e una barca sono stati molte volte gli elementi che si sono prestati a Gesù per i suoi insegnamenti. Spesso in essi si affrontano tempeste, dialoghi serrati e insegnamenti di Gesù, rimproveri e ricerche appassionate degli apostoli che rappresentano la vita di tutti noi. Vogliamo porre attenzione alla impetuosa richiesta di Pietro di poter camminare sulle acque come sta facendo Gesù che dalla riva si avvicina alla loro barca, disturbata dalle onde non troppo calme. Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli “Vieni!”.
Quell’andare verso Gesù può essere inteso come una scelta di vita di seguire Gesù (sequela) o come una un’imitazione quasi esteriore di capacità miracolistica che riguarda solo l’acqua, la gravità della persona e quindi una volontà di qualcosa di meraviglioso, di stupefacente. Pietro pensa che chi crede sicuramente farà cose meravigliose, che impressionano la gente. Non vi sembra che la manifestazione di Dio, di Gesù, come figlio di Dio, Pietro la interpreti come l’attesa di Dio del profeta Elia? Dio gli dà un appuntamento all’ingresso della grotta. Lui ci va e si aspettava qualcosa di sorprendente, di grandioso: vento, terremoto, fuoco. Invece è la brezza di una aura leggera. Dio si farà uomo, uno di noi. Ecco Pietro vuol mettersi anche lui a fare cose meravigliose. Pietro inizia a camminare sulle acque. Finché Pietro presume di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capace di “copiarlo”, di poter essere o fare come lui, va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e lui va a fondo. Egli comincia a capire che non si tratta di copiare Gesù nel far miracoli, ma di un invito più profondo di “seguire” Gesù e gli grida: «Signore, salvami!». La differenza tra copiatura e sequela non consiste tanto in ciò che si fa’, ma nello spirito con cui lo si fa.
O accettiamo di metterci umilmente al seguito di Gesù, oppure abbiamo la pretesa di essere o fare come lui. In questo caso si tratta proprio di copiatura e dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze. Gesù chiama Pietro “uomo di poca fede”. Ha fede scarsa, una malattia che molti interlocutori di Gesù presentano nei loro dialoghi e incontri con Lui. Pietro non è assolutamente diffidente, come invece si erano dimostrati i compaesani di Gesù, ma uno che non ha ancora imparato a crescere, a maturare un nuovo rapporto con Gesù, fatto anche di preghiera semplice, urlata con il suo grido: Signore salvami. E’ la condizione di ognuno di noi. Che ci limitiamo a fare qualche imitazione di Gesù e non a sentire di camminare sul suo passo, avere in Lui la massima fiducia, scegliere i suoi criteri di giudizio, la sua stessa preghiera al Padre. Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca il vento cessa e il mare si placa. Allora “quelli che stavano sulla barca” (cioè i discepoli) fanno la loro solenne confessione messianica, anticipatrice di quella che farà Pietro in forma solenne, quando Gesù lo farà papa. Essi riconoscono Gesù come il Figlio di Dio e si prostrano davanti a lui. Quello di prostrarsi è l’unico gesto autentico che si può compiere davanti a Gesù. Lo avevano fatto i Magi, lo faranno le donne quando incontreranno Gesù risorto e ci dobbiamo preparare a farlo sempre ciascuno di noi.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-36)
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.
Audio della riflessione.
Una persona vive di tradizioni, di ciò che riceve e scambia con altri; non siamo regolati dall’istinto, ma dal cuore, dai desideri e da ciò che si è messa dentro lungo la sua vita. La persona è cultura non deve ogni volta inventare il da farsi; lo trova già nella memoria, nella tradizione. Solo che bisogna capirla e usarla, non può farsi ingessare dal passato, non deve diventare un ripetitore chiuso nel suo passato. Il puro e l’impuro, il lecito e l’illecito. Il bene e il male, ciò che fa felici o rende infelici dipende dal cuore stesso: tutto è un bene nella misura in cui è vissuto con cuore puro. Il cuore puro vede Dio (beati i puri di cuore perché vedranno Dio), è libero dall’egoismo, riflette la sua bontà: il cuore impuro invece, lontano dal Signore produce morte. Il bene viene da un cuore vivificato dallo Spirito d’amore, il male viene invece da un cuore posseduto dallo spirito immondo.
Tutto questo toglie qualsiasi automatismo e schiavitù di comportamenti inveterati, di altri tempi, che avevano senso in situazioni diverse e particolari. Gesù è la nostra tradizione fondamentale, Lui è misura di ogni altra. E’ la fatica dell’aggiornamento continuo della nostra fede, che non significa dipendenza dalle mode, ma consapevolezza che Gesù è sempre una bella novità nel nostro vivere quotidiano. Possiamo allora dedicare un po’ di tempo alla vita di san Domenico, di cui oggi si celebra la festa, al grande dono che è stato per la Chiesa.
Domenico nacque nel 1170 a Caleruega, un villaggio montano della Vecchia Castiglia (Spagna) da Felice di Gusmán e da Giovanna d’Aza. A 15 anni passò a Palencia per frequentare i corsi regolari (arti liberali e teologia) nelle celebri scuole di quella città. Qui viene a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia: molta gente muore di fame e nessuno si muove! Allora vende le suppellettili della propria stanza e le preziose pergamene per costituire un fondo per i poveri. A chi gli esprime stupore per quel gesto risponde: “Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?”
Terminati gli studi, a 24 anni, il giovane, assecondando la chiamata del Signore, entra tra i “canonici regolari” della cattedrale di Osma, dove viene consacrato sacerdote. Nel 1203 Diego, vescovo di Osma, dovendo compiere una delicata missione diplomatica in Danimarca per incarico di Alfonso VIII, re di Castiglia, si sceglie come compagno Domenico, dal quale non si separerà più.
Il contatto vivo con le popolazioni della Francia meridionale in balìa degli eretici catari, la grande ignoranza del clero e dei cattolici del tempo e l’entusiasmo delle cristianità nordiche per le grandi imprese missionarie verso l’Est, costituiscono per Diego e Domenico una rivelazione: anch’essi saranno missionari. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca scendono a Roma (1206) e chiedono al papa di potersi dedicare all’evangelizzazione dei pagani.
Ma Innocenzo III lo rimanda in Francia per contrastare l’eresia Albigese molto accanita. Qui Domenico, perde il suo amico Diego e si consuma in pubblici e logoranti dibattiti, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione. Preghiera e penitenza occupano questi anni di intensa attività e riesce anche a raccogliere le donne che abbandonavano l’eresia, per farne un centro di predicazione. Ad essa vuol dare forma stabile e organizzata, perché vede troppa ignoranza nella gente cattolica. Riesce finalmente ad ottenere da Papa Innocenzo III e dal suo successore Onorio III l’approvazione ufficiale e definitiva di un suo Ordine che si chiamerà “Ordine dei Frati Predicatori”.
Il 15 agosto 1217 il santo Fondatore dissemina i suoi figli in Europa, inviandoli soprattutto a Parigi e a Bologna, principali centri universitari del tempo. Poi con un’attività meravigliosa e sorprendente prodiga tutte le energie alla diffusione della sua opera. A Bologna riesce a redigere la “magna carta” e a precisare gli elementi fondamentali dell’Ordine: predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune, legislazione, distribuzione geografica, spedizioni missionarie. Sfinito dal lavoro apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, il 6 agosto 1221 muore circondato dai suoi frati, nel suo amatissimo convento di Bologna, in una cella non sua, perché lui, il Fondatore, non l’aveva.
La fisionomia spirituale di S. Domenico è inconfondibile; egli stesso negli anni duri dell’apostolato albigese si era definito: “umile ministro della predicazione”. Dalle lunghe notti passate in chiesa accanto all’altare e da una tenerissima devozione verso Maria, aveva conosciuto la misericordia di Dio e “a quale prezzo siamo stati redenti”, per questo cercherà di testimoniare l’amore di Dio dinanzi ai fratelli. Il suo Ordine ha come scopo la salvezza delle anime mediante la predicazione che scaturisce dalla contemplazione. S.Tommaso d’Aquino esprimerà l’ispirazione di s. Domenico e l’anima dell’Ordine con la felice formula: contemplata aliis tradere cioè offrire a tutti gli altri quello che abbiamo profondamente contemplato Per questo nell’Ordine da lui fondato hanno una grande importanza lo studio, la vita liturgica, la vita comune, la povertà evangelica. Ardito, prudente, risoluto e rispettoso verso l’altrui giudizio, geniale sulle iniziative e obbediente alle direttive della Chiesa, Domenico è l’apostolo che non conosce compromessi né irrigidimenti: “tenero come una mamma, forte come un diamante”, lo ha definito Lacordaire.
Gregorio IX, a lui legato da una profonda amicizia, lo canonizzerà il 3 luglio 1234. Il suo corpo dal 5 giugno 1267 è custodito in una preziosa Arca marmorea. I numerosi miracoli e le continue grazie ottenute per l’intercessione del Santo fanno accorrere al suo sepolcro fedeli da ogni parte d’Italia e d’Europa, mentre il popolo bolognese lo proclama “Patrono e Difensore perpetuo della città;”.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21)
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Audio della riflessione.
Leggendo i giornali ogni giorno e ascoltando le informazioni che, a tutte le ore, ci mettono in contatto con l’universo; guardando tanti programmi televisivi, mai come oggi ci accorgiamo di essere frastornati. Ti sembrava di avere quattro idee buone, poi ti mettono davanti dei casi pietosi che mettono in dubbio le tue verità: “perché non è una cosa giusta che un prete si sposi?”; “perché non abortire se nascerà un infelice?”; “perché star qui a litigare con la moglie se mi trovo benissimo con un’altra donna che ho trovato?”. “Perché due che si vogliono bene non possono mettere su famiglia senza tante storie?”; “perché non posso ridurre le spese licenziando quanto voglio mentre sono in difficoltà?”. “Perché non ritorcere con la violenza il male che continuiamo a ricevere?”.
Potremmo continuare a mettere sul tavolo della vita i nostri problemi, i nostri bisogni, le nostre domande; vorremmo ogni giorno ricostruire il mondo a seconda del problema che affrontiamo nel caso pietoso che ci si presenta… Vorremmo decidere, si dice, “col cuore”, col sentimento, con la fantasia, cose belle, ma spesso incomplete e unilaterali.
Ci sentiamo un po’ confusi anche perché tutti vogliono dire la loro e vince chi ha maggiore possibilità di costringerci ad ascoltare. Siamo sbandati nella mente, vorremmo sentire una parola di Verità. I ragazzi, nella loro semplicità chiedono: “c’è qualcuno che ha qualcosa di vero da vendere?”.
Gesù, così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: “Sentì compassione per loro” e loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare; e i discepoli dicono a Gesù: “ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a sé stessi: hanno in testa che tu devi dar loro anche da mangiare!”
E’ troppo intrigante la scena e il discorso, e quello che fa Gesù: lui si sente come Mosè nel deserto, si fa carico di tutta la loro vita; è il loro nuovo condottiero, la Guida, la Luce, la Legge. Mosè ha dato da bere e da mangiare ad un popolo affamato, perché non lo deve poter fare anche Lui?
Gesù è la nostra guida: se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a Lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole; basteranno quelle a darci vita e a sfamarci. La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo, se passiamo un sacco di tempo a preoccuparci di non ingrassare… La vera fame è quella della Verità e Gesù ce la offre nel suo Vangelo.
Lui è sempre la nostra speranza di non restare confusi in questo mondo di predicatori e di ingannatori.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,1-12)
In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!». Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta. Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre. I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.
Audio della riflessione.
Si dice spesso che gli adulti sono preoccupati dei giovani e che non sanno più che fare per loro, per contenerli. Forse è vero, ma il problema non è di controllare, ma di mare, di spendersi per loro. Incrocia la vita di Giovanni, una ragazzina, bella, agile, elegante, armoniosa. Vuole sfondare con la sua bellezza e la sua leggiadria. Si allena e finalmente arriva la sua grande occasione. Non si tratta del solito saggio col papà, la mamma, gli zii, i nonni alla festa di compleanno, ma oggi c’è tutto il governo, i notabili. E danza. Se la mangiano tutti con gli occhi. Erode stravede, i giovani sono sempre sorprendenti, ti incantano, meritano tutto: la metà del mio regno è tua, dice Erode folgorato dalla bravura di questa ragazzina.
La ragazza è saggia, i complimenti non le danno alla testa. La sua danza è una sfida con se stessa, non con gli adulti. Sa di aver bisogno di tutti per crescere, per decidere e va da sua madre.
“Mamma è il momento più bello della mia vita”. Sono riuscita a superarmi; ti ricordi quanti allenamenti, quante volte volevo smettere e tu mi hai aiutato? Se non ci fossi stata tu starei ancora a divertirmi con l’orsacchiotto di pelouche. Il re è disposto a darmi la luna. Ho un avvenire sicuro, non sono in casa sua solo perchè vuole bene a te. Ho un posto anch’io”. Non si sente più una vita da scarto, come capita a tanti giovani, non è destinata alla discarica, ma le si è aperta nella vita una strada. Non vuoi che sia questa anche l’aspirazione degli adulti che le vogliono bene, di colei cui tra una coccola e l’altra si confida?
E la madre, l’adulta, il maturo, quella che vede bene, che calcola, che è navigata nella vita, colei che si è lasciata indurire il cuore dall’interesse, che non sa più sognare e cambia i sogni dei giovani in incubi, dice tutto il suo odio per la vita, e per il futuro dei figli: la testa di Giovanni Battista. Una sentenza che prima di ammazzare Giovanni, distrugge speranza e uccide l’anima di sua figlia che non ha ancora il coraggio di ribellarsi, è ancora soffocata dall’affetto predatore di sua madre, dell’adulto senza scrupoli. Non sono così gli adulti che servono ai giovani. Di questi fanno volentieri a meno, anzi sono tanto bravi alcuni figli che possono pure aiutare i genitori a diventare saggi.
Oggi a Roma si celebra la dedicazione della prima grande basilica dell’occidente dedicata a Maria, la basilica di santa Maria Maggiore, molto cara a tutti i papi e a papa Francesco in particolare, le cui fondamenta sono state indicate da una prodigiosa nevicata in agosto, una festa popolarmente nota come Madonna della neve. A lei affidiamo questo mese di agosto che al centro ha proprio la festa dell’Assunta.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)
Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
Audio della riflessione
C’è stato un tempo in cui per l’ora di religione a scuola, il catechismo in parrocchia, le conferenze in oratorio si praticava un modello un po’ “idraulico” di insegnamento, e l’idea di fede che si diffondeva sempre di più era che nella vita cristiana devi soprattutto ammettere con la tua intelligenza cose che non capisci, verità che con la tua ragione non riesci a dimostrare.
Anche se i ragazzi e i giovani di oggi sono stati coinvolti in esperienze più coinvolgenti, più legate a un rapporto con Dio personale, di fiducia, di dialogo, di coinvolgimento di tutta l’esistenza, facciamo ancora una gran fatica a toglierci di dosso l’idea che la fede è credere soltanto a delle verità … questo è pure giusto, ma la fede è altro, soprattutto.
È chiarissimo al riguardo Gesù in un suo dialogo serrato con Pietro: è stato tutta la notte a pregare, ha avuto bisogno di una notte in intimità col Padre! Aveva ordinato perentoriamente ai discepoli di prendere la barca, di portarsi dall’altra parte del lago … Lui li avrebbe raggiunti in seguito … e nel ritmo incalzante della giornata di Gesù vediamo che c’è posto per la preghiera: È una preghiera in cui affiora alla coscienza il suo essere Figlio, questo mistero unico, impenetrabile, non condivisibile che diventa colloquio, estasi … e il suo essere consapevolmente uomo e bisognoso di ritrovare costantemente, in una preghiera accorata col Padre, la nitidezza e il coraggio della propria vita.
Dovrebbe essere così anche per tutti noi!
Ebbene verso la fine della notte raggiunge i discepoli che sono in mezzo al lago sballottati da una brutta bufera: li raggiunge camminando sulle acque creando paura e terrore tra i discepoli … e Pietro è il primo a riaversi dallo stupore e chiede a Gesù: “Perché non potrei anch’io camminare come hai fatto tu sull’acqua? Se sei così potente, perché non regali anche a me questa emozione?”.
“Vieni!”, gli dice Gesù, e Pietro cammina davvero sulle acque: aveva camminato per scherzo o per sfida, ma Gesù è vero, non è un ipnotizzatore, non è un fenomeno da baraccone.
Pietro è troppo concentrato su di se: non guarda più Gesù, si preoccupa dei suoi piedi che non poggiano più sul sicuro, si impaurisce e sta per andare a fondo … e urla “Signore, salvami!”.
Gesù stese la mano, come Dio stese la sua nel creare Adamo, il primo uomo, e Pietro fu riportato a un rapporto vivo con Gesù: “Uomo di poca fede! Hai dubitato: credevi che io stessi a giocare. Ti affidi a me o ai miracoli, alle cose meravigliose e sorprendenti?”.
Il dubbio di Pietro non è il dubbio intellettuale intorno alle verità di fede, ma la mancanza di fiducia in Gesù di fronte alle difficoltà della vita: questa è la fede che deve riempire la nostra esistenza e sarà quella che insegnerà a tutta la Chiesa: non può essere che questo il centro che nelle Basiliche romane, di cui oggi celebriamo la festa, deve essere sempre proclamato e vissuto.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 28-31) dal Vangelo del giorno (Mt 14, 22-36)
…Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.
Audio della riflessione
Ti capita spesso di partire deciso, spavaldo, senza calcoli, convinto e poi perdere ogni ragione valida del tuo percorso. Resti fermo a metà strada, perdi ogni stimolo, cerchi invano motivi, ti senti vuoto e ti fermi. E’ il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro. Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua; lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri. Aveva in breve tempo risposto alla sua domanda o meglio alla sua sfida: se sei tu. Aveva sperimentato che era lui, aveva dato risposta a una sua curiosità, diventata provocazione, assolutamente molto lontana ancora dalla fede, da quell’abbandono fiducioso senza riserve, senza se e senza ma, affidamento di un figlio al Padre. In questa fede da sfida si nasconde già il suo possibile tradimento nel cortile del pretorio. Questa fede approssimata non lo tiene a galla abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare. Si sente davvero quel fragile uomo che è e si mette a gridare. Ora è il grido della fede e non della sfida o della pretesa o del miracolismo.
Solo una vera fede in Gesù poteva sostenerlo. Ma poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede. E’ una malattia che abbiamo tutti: in greco i vangeli la chiamano oligopisti’a, fede piccola, piccola. Siamo malati di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto. Siamo malati di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia. Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Lui. La fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve, a fiducia in un papà. E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 13-21)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”. E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Audio della riflessione
Sempre più angoscianti sono le domande che ci facciamo quando la natura sconvolta miete vittime innocenti, prudenti, attrezzate contro i pericoli normali che prevedono un percorso. Il fatto nuovo che forse la storia qualche altra volta ha segnalato oggi ci è parso impossibile da prevedere. La nostra terra, la pianura, i laghi vengono tutti da ghiacciai ritirati, da movimenti tellurici naturali. Eppure non abbiamo messo a sufficienza l’attenzione nostra ai cambiamenti, alla storia della nostra terra. Capovolgimenti enormi oggi sono previsti, ma preferiamo guardare l’arco delle nostre pur brevi giornate e non il futuro. Rendiamoci conto che siamo fragili e che occorre sempre tenere alta la guardia della nostra vita. La ricerca della verità deve sempre appassionarci e la verità è più grande di noi, va cercata anche là dove ci sembra di essere sicuri.
I tempi di Gesù non avevano questi nostri gravi problemi, ma ne avevano altri pure importanti, di tensione a una vita vera, a una umanità nuova, a una storia di libertà, di riscatto, di sopravvivenza, come l’hanno avuto i nostri genitori o nonni con le guerre, le pestilenze
Gesù così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: sentì compassione per loro. E loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare. Tanta era la speranza di chi lo ascoltava, lo seguiva, beveva le sue parole. I discepoli si accorgono di questa pressione incontenibile attorno a Gesù e gli dicono: ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a se stessi. Hanno in testa che tu devi anche dar loro da mangiare.
E qui Gesù propone una scelta da fare che deve esserci sempre anche nelle nostre vite complicate di oggi. I discepoli dicono in pratica che ciascuno si deve arrangiare, Gesù dice invece dobbiamo condividere quello che siamo e quello che abbiamo.
Vi ho insegnato finora che ciascuno si arrangi o a condividere? Che cosa possiamo condividere se abbiamo solo cinque pani e due pesci? A Gesù basta questo poco, perché è tutto quello che c’è, non è un superfluo, è il necessario per la fame di un ragazzo e lo moltiplica. La gente si toglie la fame. Sono ancora i discepoli che distribuiscono e raccolgono i resti.
È l’anticipazione dell’ultima cena, è la prima assemblea “domenicale”, che va oltre la risonanza storica di un prodigio per una folla affamata, è il segno della presenza permanente di Cristo per dare all’umanità di ogni tempo il vero pane di vita. Questo pane divino che sazia l’uomo lo rende capace di amare di più i suoi fratelli. Arrangiarsi non è verbo da cristiano, condividere invece si’ e ci dà la forza di superare ogni nostra disgrazia, assieme gli uni per gli altri.
Gesù è la nostra guida, se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole. Basteranno quelle a darci vita, a sfamarci. La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo se passiamo un sacco di tempo preoccupati di non ingrassare. La vera fame è quella della verità e Gesù ce la offre nel suo vangelo, che ci porta sempre alla solidarietà e a sentirci tutti fratelli..
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 1-12)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!». Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta. Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre. I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.
Audio della riflessione
Ogni martire è testimone che Dio ci ama alla follia. Giovanni Battista ancor di più. Era stato un dito puntato verso Gesù. L’uomo di Nazareth era apparso sulla scena del mondo e lui doveva scomparire. Era stato severo con se stesso, con la religione del tempio, con chi lo voleva seguire. Un po’ di serietà in questa religione! Dio non è un bene di consumo; che ne avete fatto? È un vento che spazza via la pula dall’aia delle nostre esistenze superficiali; è una scure che taglia di netto alla radice. La gente è stanca di riti morti, di assolutizzazioni cultuali, di commercio di cose di Dio. Chi ha ingessato il Signore? Chi tenta continuamente di farlo prigioniero? Faceva rinascere speranza, strappava la gente dal torpore dei supermercati del sacro, dal chiasso dei propri affari meschini. Avete in cuore una profonda sete di Dio, sentite urgere dentro una aspirazione insopprimibile e la spegnete con la droga, con l’ecstasi, con i compromessi! Avete una sete insaziabile di pace e la cercate con armi e tritolo! Sentite desiderio di interiorità e sperate di trovarla nei talk show! Giovanni non aveva mezze misure. Avete desideri di affetto pulito e profondo e vi prendete i mariti o le mogli degli altri? Poi è venuto Gesù. Non credeva ai suoi occhi e ha ceduto il passo.
Erode lo imprigiona, ma lo ascolta volentieri. Incrocia la vita di Giovanni, una ragazzina, bella, agile, elegante, armoniosa. Vuole sfondare con la sua bellezza e la sua leggiadria. Si allena e finalmente arriva la sua grande occasione. Non si tratta del solito saggio col papà, la mamma, gli zii, i nonni alla festa di compleanno, ma oggi c’è tutto il governo, i notabili. E danza. Se la mangiano tutti con gli occhi. Erode stravede, i giovani sono sempre sorprendenti, ti incantano, meritano tutto: la metà del mio regno è tua. La ragazza è saggia, i complimenti non le danno alla testa. La sua danza è una sfida con se stessa, non con gli adulti. Sa di aver bisogno di tutti per crescere, per decidere e va da sua madre. Giovanni lei non lo conosce, sua madre purtroppo si
“Mamma è il momento più bello della mia vita”. Sono riuscita a superarmi; ti ricordi quanti allenamenti, quante volte volevo smettere e tu mi hai aiutato? Se non ci fossi stata tu starei ancora a divertirmi con l’orsacchiotto di pelouche. Il re è disposto a darmi la luna. Ho un avvenire sicuro, non sono in casa sua solo perchè vuole bene a te. Ho un posto anch’io”. Non si sente più una vita da scarto, come capita a tanti giovani, non è destinata alla discarica, ma le si è aperta nella vita una strada. Non vuoi che sia questa anche l’aspirazione degli adulti che le vogliono bene, di colei cui tra una coccola e l’altra si confida?
E la madre, l’adulta, il maturo, quella che vede bene, che calcola, che è navigata nella vita, colei che si è lasciata indurire il cuore dall’interesse, che non sa più sognare e cambia i sogni dei giovani in incubi, dice tutto il suo odio per la vita, e per il futuro dei figli: la testa di Giovanni Battista. Una sentenza che prima di ammazzare Giovanni, distrugge speranza e uccide l’anima di sua figlia che non ha ancora il coraggio di ribellarsi, è ancora soffocata dall’affetto predatore di sua madre, dell’adulto senza scrupoli. Alla ragazza occorreva, come per tutti sempre avere una vista più lunga dei sentimenti.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-36)
Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!». Compiuta la traversata, approdarono a Genèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati, e lo pregavano di poter toccare almeno l’orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guarivano.
Audio della riflessione
Ti capita spesso di partire deciso, spavaldo, senza calcoli, convinto e poi perdere ogni ragione valida del tuo percorso: resti fermo a metà strada, perdi ogni stimolo, cerchi invano motivi, ti senti vuoto e ti fermi.
E’ il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro.
Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua: lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Lui, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri.
A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo: abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare.
Solo la fede in Gesù lo sosteneva! Ma a poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede.
Siamo di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto. Siamo di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze: ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia. E’ come quando si impara a usare la bicicletta: si abbassa lo sguardo ai propri piedi sulle staffe e si perde l’orizzonte e si cadeva.
Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni a Lui.
La fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, a abbandono convinto senza riserve … e noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci abbandona mai.
Le figure di Pietro e di Paolo oggi sono al centro della celebrazione eucaristica perché si rivive la dedicazione delle Basiliche dei ss. Pietro e Paolo: Pietro è sempre il capo della Chiesa voluto da Gesù stesso ed è giusto che a Roma, la sede di Pietro si sia costruita una basilica proprio dedicata a lui, anche se la cattedrale del papa è san Giovanni in Laterano come vescovo di Roma.
Paolo pure è venuto a Roma e ha continuato a proporre il Vangelo fino al suo martirio ed è giusto che anche per lui, per queste due colonne della fede cristiana ci siano a Roma due basiliche a loro dedicate.