Un altro atto generativo: amare i nemici

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 43-48)

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«Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Certo l’uomo nella sua esistenza, dotato di intelligenza e di cuore, non vive solo di istinto, non si lascia guidare dal caso: pensa, ha una coscienza, sviluppa il ragionamento, ha in se scritti dal Creatore – diciamo noi che crediamo – atteggiamenti di bontà, di condivisione, di solidarietà.

Ha qualcosa di più dell’istinto insomma: se siamo fatti a immagine di Dio, significa che siamo fatti bene, significa che non è la necessità che ci muove, ma è una scelta libera.

Solo che il peccato, il male, ha inquinato la creazione, ha deturpato e rovinato i sogni di Dio e i comportamenti dell’uomo; da allora se vogliamo una vita bella e felice dobbiamo fare un salto di qualità: non è più sufficiente essere buoni, occorre amare di più; non è sufficiente comportarsi bene tra noi, ma occorre essere buoni con tutti, anche con i nemici: coloro che ci fanno torti.

Se amate quelli che vi amano ma che merito ne avete? Lo fanno tutti: ogni uomo che ha un minimo di buon senso si comporta bene con chi gli vuole bene.

Per il regno di Dio, il buon senso non basta: la legge dello scambio non è sufficiente, il politicamente corretto è troppo poco; il modello di comportamento per un cristiano è la perfezione di Dio Padre.

La meta è altissima, impossibile da raggiungere con le nostre forze; soltanto sorretti dallo Spirito, portati sulle spalle di Gesù, il buon Pastore, è possibile mettersi sulla strada della perfezione e del bene.

Insomma, la tentazione di riportare la vita del cristiano sempre e solo a comportamenti ovvi di buona educazione, di correttezza, di plausibilità umana, è sempre troppo forte: la vita cristiana chiede di più, chiede di perdonare le offese, di morire per gli altri, di affidarsi alla preghiera, di amare oltre ogni misura, di andare controcorrente, di accogliere ogni vita nascente e di vivere ogni momento di sofferenza per amore di Gesù.

La misura è la santità, non la correttezza!

Come facciamo noi, che facciamo fatica ad essere passabili, a fare una vita da santi come la vuole il Signore? Come possiamo far diventare queste osservazioni, queste aspirazioni “vita quotidiana”: ma non tiriamoci giù troppo, ci sono tante persone che questo lo fanno tutti i giorni.

Quelli che seguono i malati che non hanno prospettive di guarigione, lo fanno tutti i giorni!

E’ Dio che opera in noi e il suo Santo Spirito ci dà forza, coraggio, anima, e ci permette anche di trasmetterlo agli altri, di creare una comunità che vive il pensiero, il dettame, e la legge del Vangelo.

16 Giugno 2020
+Domenico

L’altra guancia, sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 38-42)

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La bellezza della nostra vita è data anche dalla creatività e dalla immaginazione che qualificano i comportamenti dei cristiani, e Gesù è sempre capace di sfondare muri costrittivi di comportamenti che ripetiamo tante volte, di situazioni senza altra soluzione, di stranezze cui non daresti nessun futuro e invece sono capaci proprio di crearlo.

Prendiamo il caso citato dal Vangelo: una vecchissima legge dice “occhio per occhio, dente per dente”, è detta la legge del taglione; banalmente: tu mi cavi un occhio? te ne cavo uno anch’io. Comportamento selvaggio e primitivo di una banale normalità nei rapporti di giustizia tra le persone. Con questa legge si è sempre ripetitivi e a un male si crede di saldare il conto con un altro male, invece sono due mali che inquinano sempre ogni vita. 

Proviamo a inserire una variante, tipica e caratteristica dei nostri tempi di esaltante civiltà, di superamento della legge della giungla – perché noi siamo bravi – per portare pace fra le persone: tu cavi un dente a me? Io ti distruggo tutta l’arcata dentaria! Tu mi colpisci la faccia con un pugno? Io ti spacco la testa. Questa è la nostra civiltà? 

Gesù invece introduce un principio rischioso, creativo, eccezionale: tu mi dai uno schiaffo? Io ti presento anche l’altra guancia. O ancor meglio: tu mi rubi il mantello? Io te ne regalo un altro.

A un male si ripara sempre con un fatto di segno opposto, cioè con un bene: solo così si sono rappacificate nazioni e continenti, altrimenti sarebbero stati cancellati dalla geografia … vi ricordate il caso più vasto ed eclatante, l’India, che per piegare il governo inglese che la assoggettava e sfruttava, proclamò una lunga campagna di non violenza, che rese inadatta e inutile a riportare ordine la più grande flotta o potenza di fuoco di quei tempi.

Se poi continuassimo a mettere in evidenza il discorso della montagna, troveremmo che Gesù si è dato al massimo della creatività nei rapporti umani, dicendoci addirittura di amare i propri nemici.

Introdusse poi il perdono, che destabilizzò anche i terroristi delle brigate rosse, quando Giovanni, il figlio di Bachelet ai suoi funerali perdonò i suoi uccisori, togliendo anche a detta di loro la terra sotto i piedi alla violenza già programmata: Ma se questi ci perdonano pure, che stupida guerra stiamo facendo, che nemici ci siamo inventati? 

Col Vangelo siamo in piena pedagogia della creatività: occorre avere un buon sforzo di immaginazione; Gesù ha sempre il coraggio di chiedere risposte nuove a situazioni nuove.

In questo tempo di pandemia che cosa non si è inventata la Caritas per stare con i poveri, gli anziani, i malati; che cosa non hanno inventato i dottori e i ragazzi per inventarsi qualcosa che serviva a dare ossigeno o a rendere più immediato l’intervento del medico.

Quel che è fortemente inventivo è il clima di attenzione a Dio nel fratello: la carità allora diventa una avventura che ci porta di scoperta in scoperta, a dare sostanza all’inventiva dell’amore. 

15 Giugno 2020
+Domenico

Le fake news sono parole, magari scritte, ma sono armi letali

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,33-37)

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In Internet, nelle pagine web, nei social, nei giornali circolano in grande evidenza delle “fake news”, che traduco semplicemente in “notizie del tutto false”, inventate o riportate apposta per raggiungere obiettivi che servono a chi le diffonde. 

Esiste  anche il mestierante che è incaricato e pagato da un committente di pubblicare e inventare varie notizie false per gli obiettivi del committente: la notizia falsa è pacchiana e non ha bisogno di argomentazioni per definirla assolutamente immorale, anche se costruita a fin di bene. 

Esiste però una forma più astuta che è quella di colorare le notizie per orientare il lettore o l’uditore a dare ragione alla tesi che un giornale deve difendere o proporre perché è stato editato proprio per questo scopo: colorare è un termine fin troppo benevolo, ma ci sta dietro tutta un’arte del dire e non dire, del provocare sospetti su una persona, dell’esasperare una affermazione o un fatto interpretandolo in maniera non solo soggettiva, ma intenzionalmente in un certo modo per creare discredito, calunnia, condanne. 

I punti di vista diversi da cui guardare la realtà sono utili e necessari, perché ogni persona ha un suo modo di vedere, di interpretare, di sostenere il suo punto di vista, ma spesso non ci si pone alla ricerca della verità o per lo meno non ci si propone una problematizzazione del tema, documentata, dialogata in qualche dibattito, così che dopo l’accesso a queste informazioni e dopo l’uso dei social ogni ascoltatore – o ognuno che li guarda – sia messo in  grado di assumersi la sua responsabilità per una posizione che sposa, difende, e propone. 

Che ci sia una destra e una sinistra in cui sono collocati i giornali è naturale, ma che per principio ogni fatto debba essere colorato di parte, senza un leale confronto, un dialogo alla ricerca della verità o una proposta documentata, è voler  dare spazio alla menzogna. 

Oggi vogliamo sentirci dire e ascoltare il Vangelo che ci dice “il vostro parlare sia si se è si, o no se è no: il resto viene dal maligno”questo maligno è il demonio, il divisore, che nella nostra vita pubblica sta lavorando ed è ascoltato alla grande.

In altri passi del Vangelo si aggiunge: la Verità vi farà liberi“, “sono venuto per rendere testimonianza alla Verità“, “Io sono la Via, la Verità e la Vita“. 

Sant’Antonio, che oggi ricordiamo e torniamo a venerare e a pregare perché ci scampi da questa pandemia, soprattutto dove si sta diffondendo tra popolazioni povere e abbandonate, era un principe della parola pulita, chiara, precisa: un grande predicatore che sapeva stanare dal cuore degli uomini i pensieri malvagi, le volontà delinquenziali, le vendette sanguinose.

Ecco, Sant’Antonio ci aiuti a trovare l’onestà massima nel nostro parlare e nel nostro scrivere. 

13 Giugno 2020
+Domenico

Il peccato di un desiderio insano che si fa progetto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,27-32)

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In tempi di buonismo, ma soprattutto di “adattamento al ribasso”, occorre ritrovare la forza di decisioni di vita coerente, tutta d’un pezzo.

A Gesù l’occasione viene dal guardare a una esperienza che si consuma in un minimo di esternazione: uno sguardo, lo sguardo di possesso di un uomo su una donna.

«Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore».

Ricordo che san Giovanni Paolo II un giorno intervenne su questo versetto del Vangelo di Matteo – credo a un Angelus – e ne sottolineò il significato, creando molta discussione anche sui giornali.

Questo desiderio non è l’ingenua meraviglia di Adamo quando vede Eva e che sfocia in quel meravigliato “Questa sì che è carne della mia carne, ossa delle mie ossa”: non è l’ingenuo fischio del muratore che dall’alto del suo ponteggio non può non fare un complimento, non sempre troppo castigato, alla ragazza che passa; non è l’esaltazione di una possibilità di comunicare, di uscire dalla solitudine del guardarsi addosso, per opporsi alla legittimazione di una sessualità ripiegata su di sé o sul proprio sesso. Qui invece lo sguardo è di possesso, riduce la persona a cosa, ti toglie di dosso il vestito e la dignità: è orientare la propria progettualità, che parte dal cuore, a ridurre le persone a cose.

Il “desiderandola” dopo averla guardata è molto ben descritto – se ricordate – dal comportamento di Davide quando dalla sua terrazza sta a guardare una donna che fa il bagno e progetta di farla “sua”, come dopo avvenne, non solo, ma si trova impigliato in una passione che non riesce a controllare più e gli fa compiere anche l’omicidio del marito (cfr 2 Sam 11).

L’adulterio era già stato compiuto in quella insana passione, fatta di sguardi predatori, di progetti mentali, di pensieri non fermati che ha coltivato in quel “guardandola”.

Il fatto, che poi è diventato un delitto, era già un peccato prima nei pensieri e nel cuore: nei pensieri si traduce in una possessione di sguardi che hanno denudato la donna e posseduta negli intenti; nel cuore, dal pensiero intimo, ma cattivo coltivato, che aveva già allontanato dall’innocenza il re Davide.

Insomma qui non c’è solo istinto, ma progetto: è la tentazione virtuale della pornografia – per esempio – che porta al disprezzo della persona, donna o uomo che sia, al ritenerla solo un oggetto da possedere non certo da amare, all’impiegare la forza della sessualità che è apertura a una relazione di amore verso una persona a un egoismo e a una strumentalizzazione della persona, resa solo oggetto.

Insomma: ti sporca la coscienza, il cuore, l’intelligenza.

La prospettiva nuova che porta Gesù è una scelta radicale, mentre noi più diventiamo adulti, più ci adattiamo e conviviamo con la mediocrità.

Continua – infatti, Gesù nel suo discorso della montagna – “Se il tuo occhio destro ti fa compiere il male, strappalo e gettalo via. Se la tua mano destra ti fa compiere il male, tagliala e gettala via”.

Dio non ci vuol vedere tutti mutilati, questo capiterebbe se fossimo lasciati a noi stessi, ma vuole vedere in noi – e ce ne dà la forza – una impennata di coscienza.

Ma non vi sembra che abbiamo lentamente ridotto il cristianesimo a una sorta di galateo? Qualche giovane non fa mistero e me lo dice con grande candore:” Voi preti quando ci parlate sembrate le nostre mamme: Sta attento qui, non fare quello là, togli le dita dal naso, non mettere i calzini sotto il cuscino, mettiti a posto, datti una regolata, non farmi stare in pensiero …”

Ma è tutta qui la vita cristiana? E’ un insieme di raccomandazioni, è una visione di vita funzionale ad un comportamento tranquillo, a non dare fastidi a nessuno, che ci incasella nel quieto vivere, che non scontenta mai o è qualcosa che ti cambia la vita, che non ti lascia inerte, che non si accontenta di pezzettini, che vuole tutto?

E’ proprio vero! La vita cristiana è esigente, proprio perché la vita è esigente, l’amore è esigente, le persone che incontriamo sono esigenti.

La nostra società sta, forse, perdendo il sapore perché il sale è scipito e la luce è scurita, a meno che il discorso della montagna scavi in ogni persona le energie impensate che abbiamo e faccia in modo che le mettiamo in circolo con decisione.

12 Giugno 2020
+Domenico

Il comandamento è segno e veicolo della volontà di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 17-19)

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Prima o poi anche il cristiano più distratto si fa delle domande della serie: “da dove viene la religione che io vivo? Che storia ha alle spalle? Chi è questo Gesù? E’ un fiore improvviso nato al mondo così forte da aver cambiato la mentalità del mondo? Che storia ha alle spalle la religione che mi hanno trasmesso i miei genitori o che io  mi sono scelto?” E veniamo a sapere che Gesù è nato nella “pienezza dei tempi”: la fede cattolica ce lo ha sempre presentato come un  grande, è il figlio di Dio, che ha tentato di intervenire sul suo popolo, perché il modo di incontrarsi con Dio del suo popolo era stato tradito.

Occorreva mettere un poco più di ordine e di verità nella fede del popolo di Israele, a partire dalla riscoperta di un Dio che parla, e che bisogna ascoltare, di una fede che opera un grande cambiamento nella persona, soprattutto di una grande novità.

Quella Parola che Dio aveva continuamente aiutato il popolo a trovare la strada vera della vita, si era fatta carne, aveva cioè sconvolto i piani asfittici dell’umanità che però con le sue grandi infedeltà non lo aveva accolto.

Gesù si presenta come suprema novità:non abolisce niente della vecchia Torah, della vecchia legge, ma ne impone un diverso modo sia di esprimerla che di completarla.  

Ecco allora il Primo testamento che ha bisogno di entrare nel secondo testamento: l‘ebreo medio  è da Gesù invitato a fare una conversione a U, a riscrivere alla luce della figura di Gesù le stesse domande del primo Testamento, a mantenere rispetto e sana continuità tra le generazioni.

Gesù ha fatto piazza pulita di tante minuziose prescrizioni o proibizioni, che avevano imbarbarito la torah – la legge – ed erano opera di tradizioni contorte su se stesse. Il rispetto però del primo testamento, che varrebbe la pena di non  chiamare antico, quasi che si debba cancellare e non averne un necessario ascolto – dicevo – la prima cosa che varrebbe la pena di tenere, ci viene richiesta proprio da Gesù: è una continuità nella novità che Gesù ci invita a mantenere e a ravvivare.

Così è del rispetto di tutte le leggi e le norme proposte dai testi sacri.

In un mondo che punta sempre sulla spontaneità è importante dare un posto doveroso alla legge, al comandamento; per Gesù l’oggetto non sono le leggi, ma la volontà del Padre: è il piano di Dio da realizzare, il ritorno  alla perfezione dell’amore che lui ci ha proposto.     

Del resto seguire delle norme vuol dire avere un presidio di libertà, di comunione, di costruzione della propria identità personale: ci permettono di non essere vittima delle nostre pulsioni e di progettare percorsi di crescita e di collaborazione e corresponsabilità ecclesiale. 

Ci permette anche di capire che l’Eucaristia è un modello e una forza di questa dedizione e di questa comunione. 

Un arbitro in una partita ci vuole: se non c’è nessun arbitro e non ci sono le regole, come si fa a giocare?

10 Giugno 2020
+Domenico

Sei sempre sale e luce, perché sei una persona

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 13-16)

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Gesù dice:” Siete voi il sale della terra, siete voi la luce del mondo”.

Uno si guarda allo specchio, mentre si fa la barba o si aggiusta i capelli, quelli che ha, e fa subito una riflessione: “che luce e che sale posso essere io?”. 

Essere persone, uomini o donne nel mondo oggi che cosa significa? Ce lo domandiamo spesso di fronte a tante possibili scelte, a tante proposte religiose, a tanti venditori di ricette per la vita felice, a tante tentazioni di ridurci al nostro classico tran tran della vita quotidiana. 

Ci sono magari state aperte tante strade, molti amici hanno trovato la propria, altri si sono già scoraggiati, sono tornati indietro, ma non più al punto di partenza, perché la vita passa inesorabilmente. 

Il Vangelo risponde con molta concretezza e semplicità: essere persone significa essere sale, essere in grado di dare sapore alla vita; sì perché non puoi viverla senza emozioni, senza entusiasmi, senza rischi o senza sforzi, come un pacco postale che ha già scritta la destinazione: la vita ha bisogno di slancio, di mete da conquistare, di apertura al nuovo, all’altro che incontri, ha bisogno sempre di trovare sapore; spesso diciamo anche di noi che siamo senza grinta, senza dedizione, senza mordente.  

Essere persone significa anche essere luce: essere in grado di offrire qualche indicazione, essere una freccia, un dito puntato verso una meta, una certezza là dove non si capisce più niente, dove non si sa che cosa fare, da che parte andare.

Vuol dire che nella vita spesso si condensano tenebre, circoli viziosi, disorientamento, cecità, e di fronte a tutto questo ho a disposizione qualcosa o qualcuno che mi dà un dritta. 

Dio ha dato ad ogni uomo, ad ogni donna la possibilità di essere sale e luce, di dare sapore alla vita di tutti e di essere compagno di strada.

Sale e luce  hanno una pretesa: di non chiudersi su di sé; il sale da solo non ha in se stesso la ragione del suo essere, deve salare un cibo. la luce non la metti sotto il letto, se vuoi illuminare la casa. 

Eppure abbiamo ridotto il cristianesimo a bonsai, il Vangelo l’abbiamo ridotto a galateo: ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo, ci nascondiamo dietro un dito, seppelliamo il raggio della nostra vita nella nostra comodità o solitudine. 

I tuoi compagni di lavoro conoscono i tuoi lati buoni e spero ti stiano intorno proprio perché hanno bisogno della tua luce: sanno che hai un po’ di fede. 

Se c’è una carognata da dire contro Dio, la cristianità, i preti, il papa non te la risparmiano; se hanno barzellette sporche da raccontare, le vanno a dire agli altri; ma se hanno un dolore insopportabile o una gioia incontenibile la vengono a raccontare proprio a te

E tu che fai? Ti tieni il sale? Metti la luce sotto un coperchio? O ti metti a disposizione con semplicità perché per tutti quelli che incontri sorga un giorno migliore? Leggano sul tuo volto la gioia di riconquistarti alla vita. 

Se poi, vivi in maniera convinta la tua fede cristiana, prova a vedere se non è necessario dire una parola che motiva un atto di solidarietà, di mutuo soccorso, se non è necessario offrire una pagina di Vangelo che ti ha aiutato a costruirti una vita degna di essere vissuta, anche se sempre troppo tribolata. 

9 Giugno 2020
+Domenico

Spontaneità, si, ma soprattutto verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,18-19) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 18-19)

<<In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.>>

Siamo in un tempo che non ama troppo le norme, le regole.

Vogliamo essere noi regola a noi stessi, non ponendocene nessuna perché spesso viviamo alla giornata e navighiamo a vista.

Certo, la spontaneità è un grande valore e una grande forza e non deve essere repressa, perché la vita è spontaneità; la vita tanto più è «vita» quanto più sgorga liberamente da se stessa, quanto più è audacia ed avventura imprevista, e quanto meno è «borghesemente» indirizzata su vie già sperimentate che danno sicurezza. 

E’ giusto rifiutare e condannare la coercizione nelle nostre attività.

Purtroppo ci siamo costretti dall’isolamento e dal senso di impotenza che provengono dal vivere in una società come la nostra: è giusto rifiutare e condannare l’attività dell’uomo-automa, attività che si riduce ad assimilazione di modelli suggeriti dall’esterno; è giusto proporsi l’obiettivo di una libera attività del proprio io che sia espressione di tutto  l’essere, della personalità e della piena integrazione tra le diverse sfere della vita, intellettuale, affettiva, sensitiva … 

Ma questa, ci tengo a sottolineare, è una faccia soltanto della realtà.

L’altra faccia è il rischio di andare «oltre»: di far scadere cioè la spontaneità e l’originalità a instabilità, irrequietezza, disordine ed anche a cattiveria e malvagità. 

Da questo rischio ci salva la «norma», la quale dà alla nostra vita un ordine, la inserisce in una sintesi.

Gesù ai suoi ascoltatori appare rivoluzionario: ha autorità per andare oltre le mille leggi che il pio ebreo si trovava a dovere osservare, ma sa che nella strutturazione di una propria personalità e nell’edificazione di sè come soggetto umano maturo ed adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà, sono il punto di arrivo di una paziente azione educativa di Dio nei nostri confronti. 

Interessane quanto diceva Bonhoeffer: Gesù vuol dire due cose, che l’essere legato alla legge non significa ancora essere obbedienti, ma anche che il fatto di essere legati alla persona di Gesù, senza esserlo alla legge, vuol pure dire essere obbedienti.  

La legge protegge il bene comune, ma protegge anche la libertà personale, la quale altrimenti sarebbe soggetta ad ogni forma di violenza, perché il bene supremo per gli umani non è la libertà: è l’amore.

E Dio proprio questo è venuto a testimoniarci, per questo non ci abbandona mai

18 Marzo 2020

Dio non ha nessun nemico e così il cristiano

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 43-46) dal Vangelo del Giorno (Mt 5, 43-48)

<<Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?>>

Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano i “nemici”.

Sarà il terrorismo, saranno le battaglie ideologiche, sarà la fragilità della nostra umanità, ma oggi sembra che l’arte principale sia quella di individuare i nemici e trovare tutte le motivazioni possibili per scatenare una guerra che li annienti.

Si ricorre anche alla “guerra di religione”: Si inventano guerre “sante” per dare la stura a tutto l’odio che cova tra uomo e uomo.  

L’amore ai nemici invece è l’essenza del cristianesimo: Dio non ha nessun nemico, per lui siamo tutti figli.

Quel Cristo crocifisso e immolato sulla croce era stato visto come il nemico numero uno di Dio ed era ed è il suo amatissimo Figlio.

Per rendere lode a Dio, lo hanno ammazzato.

Aberrazione dell’umanità non solo contro di lui, ma quando lo stesso lo si fa per un qualsiasi uomo, per una creatura che è sempre figlio di Dio. 

Non si tratta di … sforzi psicologici per mantenere la calma di fronte alle offese o una sufficiente capacità di autocontrollo per non lasciarsi coinvolgere in liti assurde, ma di un modo nuovo di pensare, di mettersi di fronte all’umanità con lo Spirito del Signore. 

Abbiamo bisogno di immergerci nella infinità e gratuità dell’amore di Dio per tutti gli uomini per cancellare dal nostro vocabolario la parola “nemico”.

E’ un continuo e costante esercizio di contemplazione del suo volto nel volto dell’uomo, della sua presenza in ogni vita che Lui ha fatto nascere.

Dio non potrà mai ordinare di uccidere.

Chi uccide in nome di Dio si è costruito una “ideologia funzionale” a disegni di potere e trova utile, e molto comodo, e molto promettente, strumentalizzare la fede di gente esasperata dalle ingiustizie o montata ad arte con l’odio per praticare operazioni puramente strategiche, sicuramente non religiose. 

L’amore al nemico non toglie che ci siano leggi che aiutano il rispetto, che controllano i comportamenti errati e definiscono diritti e doveri, pene e riabilitazioni, giustizia nei rapporti interpersonali e sociali, ma tutto questo lavoro ha bisogno assolutamente di un colpo d’ala, che è appunto l’amore verso i nemici. 

I martiri cristiani hanno sempre saputo perdonare e dare la vita per dei fratelli che li uccidevano, che non hanno mai ritenuto nemici.

Questo dai ragazzi agli anziani ultraottantenni che venivano ammazzati e fatti martiri. 

Questo amore non è opera nostra, ma di quel Dio che non ci abbandona mai.

7 Marzo 2020
+Domenico