E’ possibile avere paura di Gesù e ritenerlo indesiderabile

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 28-34)

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Non si può glissare sul tema del demonio: qualcuno per principio lo ha cancellato dalla sua esperienza di fede e … la vuole cancellare da tutti, perché teme che le persone non si prendano le proprie responsabilità di fronte al male che compiono. 

Certo, sarebbe sempre facile attribuire a una forza esterna a me il male che compio, ma il Vangelo è assolutamente chiaro su questo punto: esiste un principe del male, esiste satana, esiste il divisore. 

Non esiste un principio del male, il demonio, e un principio del bene, Dio che si fanno guerra alla pari: il demonio è dell’ordine delle creature e sta sempre sotto Dio.  

Un segno che Gesù è proprio il Messia, a partire dalla cultura e religione ebraica, è che l’atteso delle genti, colui che deve venire, il mandato da Dio per salvare il mondo ha il potere di cacciare i demoni, di vincerli, di essere il signore anche del principe del male. 

Nell’episodio che ha per scenario il territorio dei Gadareni  Gesù si imbatte in due indemoniati, ed è un drammatico scontro sapere che i demoni lo riconoscano e sentano che li sconfigge, li caccia, li vince e che invece gli uomini liberati dal demonio non riconoscano Gesù come il salvatore, anzi lo vogliano ancor di più allontanare da loro: “Lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio”.  

Gesù è espulso come indesiderabile: aveva loro aperto la via verso Dio, perché i demoni ora non potevano più ostruirla, ma gli uomini si rifiutano di impegnarsi a percorrerla, anzi giungeranno prima ad accusarlo di essere un emissario del demonio o lo stesso demonio, lo perseguiteranno e lo metteranno a morte in croce. 

Il nostro mondo è troppo supponente rispetto all’esistenza del demonio e al suo influsso sul mondo, ma nessuno non può non restare impressionato del male che dilaga paurosamente sulla terra. Il cristiano sa che la vittoria di Cristo sarà completa alla fine dei tempi, quando tutti gli uomini avranno combattuto e vinto insieme con Gesù. 

Noi siamo chiamati a lottare serenamente, ma costantemente contro il male e prima di tutto quel male che sentiamo dentro di noi: Cristo Gesù sicuramente non ci lascia mai mancare la sua forza, perché Lui ha vinto il mondo e ha vinto il male.  

1 Luglio 2020
+Domenico

Una tempesta capita a tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 23-27) 

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Nella nostra vita spesso c’è un piattume soffocante, una ripetitività che ti toglie anche la fantasia, sempre le stesse cose, gli stessi orari e altre volte invece ti capita l’imprevedibile e, se non sei allenato, trionfa la paura, la fatalità, la rabbia e combini ciò che non saresti mai riuscito nemmeno a pensare.  

E’ una notte di questo tipo che capita agli apostoli dopo giornate belle di rapporto con la gente, di segni di salvezza compiuti da Gesù, di miracoli, diciamo noi oggi. 

E’ una tempesta improvvisa che mette in pericolo la vita di tutti gli apostoli che con Gesù stanno andando da una riva all’altra del lago di Tiberiade: Si scatena la paura ed è panico assoluto.   

E’ l’immagine della nostra vita, dei nostri sentimenti, dei  tessuti di relazione con il nostro prossimo, che improvvisamente sfocia in una esperienza di dolore: in questo stato andiamo a cercare aiuto, vogliamo trovare qualche riferimento che ci permette di stare in piedi, di capire, di dare un senso a quello che ci capita.  

Quel Dio che prima ritenevi un soprammobile ora lo cerchi, lo accusi, lo chiami in causa: “Dio, tu dove sei? Perché mi fai capitare tutto questo?” E scopriamo che Dio è assente dalla nostra vita: abbiamo sempre vissuto come se non esistesse, lo abbiamo ritenuto ininfluente, abbiamo programmato sempre la vita senza di Lui.

E sì che dicevamo ogni giorno le preghiere! Ma erano appunto le preghiere, le formule, non La preghiera: abbiamo giocato soltanto! 

Anche i discepoli avevano Gesù a disposizione tutti i giorni, ma vi si erano quasi abituati: Lui doveva risolvere tutti i loro problemi, quasi si sentivano in diritto di restarne protetti; invece stavolta non se ne cura, sta dormendo beatamente. E’ assente, non risponde, non risolve un bel niente, è solo un peso.  

E’ la domanda di molti di fronte al male del mondo, di fronte alle morti degli amici, di fronte alle ingiustizie. Molti ragazzi, per esempio, cominciano ad abbandonare la chiesa, si ribellano all’assenza di Dio, perché credono che Dio dorma sulle loro vite e le loro vicende. Il silenzio di Dio suscita in noi paura e disappunto, però non abbiamo il coraggio di domandarci prima: “ma io credo in Dio? Ho sperimentato ancora la bellezza dell’abbandono nelle sue braccia? So di stare a cuore a lui?  Mi sono mai affidato a Dio in maniera sincera?” 

In questo dolore che si prova, Dio è sparito, ma non c’era già più da un pezzo: è da una vita che andiamo avanti senza riferirci veramente a Lui. 

Gli apostoli allora lo svegliano e lo rimproverano: “Non ti importa che moriamo?” Che significa questa tuo assoluto estraneamento? E’ un grido e un rimprovero, è una disperazione e una rabbia, è una constatazione e una pressante richiesta. 

E Gesù pensa: “Tu sei un palpito del cuore di Dio e vuoi che a me non importi niente di te? Io ti ho amato fino a morire per te e tu credi che io abbia abbandonato la mia missione? Tu mi sei stato affidato da Dio, mio Padre e credi che io non sia deciso a fare tutto quello che è necessario per te? Sono io che dormo o sei tu che non hai fede?”

Allora destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati! ”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia: in realtà non è Gesù che dorme, ma la nostra fede in colui che salva che manca. 

30 Giugno 2020
+Domenico

La nostra religiosità è una formalità svuotata di fede?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 5-17)

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Forse siamo degli “abituati” al cristianesimo e abbiamo bisogno di qualche scossone da parte di chi è lontano dalla fede le mille miglia e che da questa sua posizione, mosso dalla grazia di Dio, scopre la bellezza della vita cristiana a cui non ci siamo troppo abituati: il suo slancio è un grande stimolo per riflettere sul nostro essere abituati alla fede come al colore delle pareti, perché la fede è sempre novità.

Con Dio non ci si può abituare: se non ci sentiamo bisognosi di salvezza davanti al Signore c’è proprio da temere che la nostra religiosità sia una pura formalità svuotata di fede.  

Gesù, con insistenza quasi irritante, sottolinea la fede di un centurione comparandola espressamente a Israele che è l’immagine esatta di tanti di noi: i paragoni sono sempre odiosi, ma Gesù non ha paura di scalzare quella comoda opposizione sprezzante tra noi e loro, quelli dentro e quelli fuori, quelli che vanno in chiesa e quelli che non ci vanno mai, i cattolici e i laicisti, il nostro giro ben affiatato e questi appena venuti …   

Un ufficiale dell’esercito romano, che seguiva da lontano Gesù nella sua predicazione, probabilmente si doveva mescolare alla folla per dovere di vigilanza, e sentendo Gesù era rimasto colpito della sua visione del mondo, dell’amore che cercava di accendere, del potere di sconfiggere il male.

Si decide, pur sapendosi troppo lontano dal mondo che intuisce praticato da Gesù, gli va incontro e gli dice: “Ho un servo che mi sta morendo, paralizzato, e soffre terribilmente. Tu puoi fare qualcosa. Io non  sono del tuo mondo, sono qui per dovere, ho mansioni da eseguire, ma anch’io ho un cuore, ho degli affetti, ho una casa dove non sempre tutto è tranquillo. Ho anche potere perché a uno dico fa questo e lui lo fa, vai là ed egli ci va. Ma ci sono problemi più grandi di me: la salute per esempio non è sicuramente in mio potere. Gli altri mi vedono forte, perché sono un soldato, ma non sono le armi che contano nella vita. Ho bisogno di Te per la vita di questo servo che desidererei non si spegnesse.

E Gesù non manca di far notare a tutti quelli che lo ascoltavano, tra i quali c’erano anche i signori della legge: “trovassi una fede così in Israele, ma nemmeno un pizzico ne ho veduta. Vi devo portare ad esempio un romano, non certo tenero con le nostre tradizioni? Questi, che voi dite pagani, vi soppianteranno nel regno di Dio e dice al centurione: vengo da te, vengo a casa tua.”  

Ma il centurione non ha una casa in ordine per un ospite così grande, per quel Gesù che gli sta sconvolgendo la vita, e dice: “ho osato troppo, nella mia casa non saresti onorato come ti meriti. Mi basta una parola, dì soltanto una parola: tu sì che veramente hai in mano le chiavi della vita. Mi devo cambiare dentro, devo togliermi dal cuore il male che per troppo tempo ha avuto tutte le possibilità di rovinarmi i sentimenti e i pensieri. Ti vorrei avere, ma con un cuore nuovo. Mi basta la tua parola potente.

Gesù lo ascolta, coglie la grande delicatezza del soldato, ne vede la gratuità, ne avverte l’adorazione e dice la parola che salva: “Va e sia fatto secondo la tua fede“.

In quell’istante il servo guarì: quella allora era fede autentica!

Ed è il secondo dei dieci miracoli di questo “ciclo” di Gesù. 

27 Giugno 2020
+Domenico

Toccò il lebbroso e lo guarì

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8,1-4)

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La malattia della lebbra non fa più parte delle nostre conoscenze popolari: è malattia che a noi da ragazzi veniva spesso presentata, perché figure di uomini santi e donne sante li hanno sempre curati – questi lebbrosi – con grande dedizione e seppero sensibilizzare le società di quel tempo perché non segregassero questi malati dal mondo civile e dalle stesse nostre nazioni.

Ricordo san Damiano de Veuster, nell’isola di Molokai, tutte le iniziative che convergono alla giornata dell’ONU per debellare la lebbra, inventata praticamente da Raoul Follerau

Gesù li sa confinati al di fuori della comunità giudaiche per motivi di contagio, rifiutati dai benpensanti, ritenuti peccatori e castigati da Dio … e Gesù sceso dal monte quasi novello Mosè, porta al popolo di Israele non più le dieci parole, i dieci comandamenti, ma la forza risanatrice del corpo e dello spirito attraverso dieci azioni, dieci miracoli, che portano salvezza a dodici destinatari come se fossero le dodici tribù di Israele, e il primo di questi miracoli è l’ascolto accorato e immediato di un lebbroso, l’impuro per eccellenza.

Nella sua carne progressivamente mangiata dal morbo è visibile la condizione di ogni persona da quando si nasce. La vita – se volete – è l’unica malattia incurabile, anzi mortale, perché finisce.

Il lebbroso è un morto civile e religioso che non può aver parte con gli altri per non infettarli. Questo lebbroso invece si avvicina senza nessuna mediazione, adora Gesù e lo chiama Signore, che non è un titolo di cortesia come lo si usa tra noi, ma una professione di fede.  

Vuole guarire: lo chiede al Signore, non lo pretende, lo attende dalla sua libera volontà … e allora Gesù tende la sua mano: lui è sempre dono che attende chi lo accoglie.

Lo tocca: Gesù tocca l’intoccabile; Lui è Dio  proprio per la sua grande misericordia.

La fede è toccare, meglio … essere toccati da Gesù.  

Dio non è legge che vieta il male e divide buoni da cattivi, non è nemmeno coscienza che rimprovera, ma è padre e madre vicino sempre ai bisogni del figlio. 

Gesù ti tocca dentro, ti cambia l’esistenza, con la sua parola ti tocca il cuore e te lo rifa nuovo.

“Se vuoi, puoi mondarmi”: “Lo voglio, sii mondato”.

Come con la sua parola Dio ha creato l’universo, così quel lebbroso subito fu mondato dalla lebbra ed ogni persona è mondata dal suo peccato.  

Il tocco interiore della sua parola, ci libera dalla morte, ci guarisce, ci fa figli e fratelli in un processo che dura tutta una vita. Con Gesù non siamo più schiavi della paura della morte che domina la vita, ci libera dal veleno del peccato.

Quell’invitare il lebbroso guarito ad andare dal sacerdote del tempio è mettersi nel solco del compimento della legge, e Gesù è un buon ebreo e non salta mai il dettato della Torah, della legge, ma la apre a un suo compimento più largo, più profondo, nuovo come la sua vittoria sulla morte, come l’effusione sulla comunità dello Spirito Santo. 

26 Giugno 2020
+Domenico