Quaresima è fare festa allo sposo Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 14) dal Vangelo del Giorno (Mt 9, 14-15) nel Venerdì dopo le Ceneri

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».

Audio della riflessione

In verità quando si fa quaresima non ci si accorge molto: non è che vedi in giro meno cristiani a divertirsi, a mangiare di tutto e di più. In un qualsiasi autogrill, al venerdì fai fatica a trovare di magro da mangiare, le stesse pensioni religiose si dimenticano di qualsiasi attenzione al digiuno …

Ci si accorge di più quando i mussulmani fanno Ramadan … ricordo due ragazzine in un oratorio in mezzo a tanti bambini alla merenda del doposcuola: tutti si abbuffavano e loro tranquille sedute in disparte a guardare. Gli amici le invitano e loro senza scomporsi “… ma noi facciamo ramadan”. Nessuno ha avuto niente da dire, anzi si sono fatti più di una domanda.

A noi il nostro fondatore Gesù, ha detto di non far vedere a nessuno che facciamo penitenza, ma di farla seriamente però, di pregare non in piazza, ma nel segreto della nostra casa; di non coprirci di sacco e cenere ma di profumarci mentre facciamo digiuno … solo che noi all’italiana abbiamo preso per buono solo la prima parte; non ci facciamo vedere a fare penitenza perché non la facciamo proprio!

Gesù ancora di più ci dice che la vita del cristiano non è una penitenza, un digiuno, ma una festa, perché possiamo sempre stare con Lui: Lui è lo sposo che vive nozze eterne con noi, lui si fa presente e sparge gioia attorno a sé … ma la sua gioia è vera, non è sballo, non è crapula, non è egoismo.

Per Gesù la festa è mettersi tutto su una bancarella di mercato e dire “eccomi, sono qui, sono a disposizione, a qualcuno interessa avere quello che Io ho da donare?”

Se trovi qualcuno che ti ascolta è una gioia, come sempre ce n’è nel dare: è cantare a chi ti ha dato la vita la gioia di essere vivi! Nella felicità, nella gratuità, nel dono si scopre che la vita è bella: abbiamo trovato un grande “baobab” da cui si coglie la gioia di essere vivi al di sopra di ogni tristezza!

Allora lo sguardo si alza al creatore e la vita lo canta: spesso durante la festa ci si trova a canticchiare, a “zufolare” con le mani in tasca … probabilmente è la percezione inconfessata di una “serenata” al creatore.

Avere questi sentimenti non è contrario alla penitenza che Dio ci chiede, ma ne è l’anima: il cristiano non ama soffrire, ma è capace di soffrire per far felici gli altri, a cercare e offrire speranza.

Ma questa speranza dove la trovo?

19 Febbraio 2021
+Domenico

Fuori dalle sacrestie e oltre i sagrati

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,36-38) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 35-10,1. 5-8)

Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».

Audio della riflessione

La nostra vita cristiana spesso si sviluppa solo entro gli angusti confini delle nostre strutture ecclesiastiche: la sete di Dio oggi abita nelle coscienze di molte persone, ma noi cristiani spesso stiamo abbarbicati nei nostri comodi e pacifici spazi.

Gesù con i suoi discepoli è perentorio: “rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Uscite dal tempio e andate per le strade”.

Oggi la Parola di Dio deve risuonare ovunque: l’abitudine a isolare il cristianesimo o alla coscienza privata o alle nostre sacrestie è un insulto al Vangelo, è una ingiustizia nei confronti dei tanti che hanno bisogno di Dio, che hanno sete di Lui e se lo vedono sottrarre dai nostri comodi loculi. 

Il mondo non è una sterpaglia – dice Gesù – non è una landa di ululati solitari, non è un groviglio di domande assurde, non è una accozzaglia di casualità senza senso: il mondo è una “messe”, è un terreno fertile; in esso è già maturato da sempre un desiderio, è saturo della attesa di uno sbocco, aspetta solo che qualcuno dia inizio a una mietitura … invece la nostra visione di mondo è sempre la fotografia, di ostilità, di mali, di lontananza da Dio …

Gesù dice invece che è una messe, che ha bisogno di operai che la raccolgono: ci viene offerta su un piatto d’oro una sete e noi, che custodiamo la sorgente, non la mettiamo a disposizione; ci viene offerto un campo maturo e noi non siamo capaci di raccogliere i frutti. 

Avvento è anche accorgersi della sete di Dio che c’è nel mondo e offrire la sorgente: è portare a compimento una attesa con il dono della sua Parola … e torna ancora la parola precisa, che definisce la sollecitudine di Gesù: compassione.

Gesù ha compassione della gente stanca, sfinita e sbandata: sono tre aggettivi che  possono ben fotografare noi uomini e donne di oggi, giovani inesperti e in balia di tutte le possibili novità e adulti disorientati a guardare continuamente indietro e a sperare di riportare il mondo come era prima.

Ma il futuro è sempre davanti, il futuro è sempre Gesù, il futuro è sempre scritto nella nostra decisione di offrire gratuitamente il Vangelo: gratuitamente, perché è dono di Dio, che non si può tenere tra le mani, ma che si deve continuamente mettere a disposizione di tutti, anche attraverso la nostra uscita gratuita.

Dio non ci abbandona mai: anche in questa pandemia è necessario che noi facciamo risuonare la gioia del Vangelo che il Signore qualche volta – talmente buono – ce lo fa provare dentro, irrompente.

5 Dicembre 2020
+Domenico

E si aprirono i loro occhi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,27-28) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 27-31)

In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!».

Audio della riflesione

Un cieco non può affidarsi a un altro cieco, altrimenti tutti e due vanno a finir male; due povertà messe assieme rischiano di fare la miseria, una compagnia di balordi costruisce una banda, un gruppo di amici delinquenti fanno una cosca. Il male messo assieme si fa più forte.

Non è così invece di quei due ciechi che tendendo l’orecchio e sentendo la folla si accorgono che sta passando Gesù, anzi percepiscono che si sta allontanando dalla loro portata. Se Gesù si allontana la loro vita è finita, la speranza di poter anch’essi godere della sua capacità di guarire si dissolve: prendono allora l’iniziativa e si mettono a seguirlo gridando, sono ciechi e rischiano di sbattere contro un muro o di finire in un fosso, ma si fanno guidare dalle loro grida, dall’eco che i loro lamenti suscitano nella folla attorno a Gesù, e sperano di essere orientati finalmente dalla sua risposta.

Urlano a più non posso: abbi pietà di noi!

Le loro grida possono tornare vuote su di sé, possono avere come risposta solo il silenzio, ma non è così: condividono la cecità, gridano assieme a Dio, e più tardi dirà Gesù “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì ci sono Io”.

La loro amicizia non è a delinquere, ma è per continuare a sperare, è un affidamento, è la vittoria sul proprio egoismo, è la solidarietà della ricerca, della speranza.

E così avviene: Gesù ascolta le loro domande e la sua risposta li fa sentire ancora sulla strada buona, toglie loro la paura di essere stati abbandonati e lasciati soli come da tempo capitava per la loro esistenza.

Hanno fatto bene a insistere, a continuare a sperare, a credere che Gesù è lì anche per loro: quante giornate avevano passato assieme a chiedere l’elemosina, a tastare con ansia quello che la gente faceva cadere nelle loro bisacce, quante volte si erano lamentati ed erano riusciti a non disperare.

Ora Gesù li provoca: “ma siete proprio sicuri che io possa ottenervi ciò che chiedete? Mi state gridando dietro perché volete farvi sentire, per uscir dal vostro isolamento o vi affidate a me? Credete davvero che io sono per voi una speranza o sono uno dei tanti tentativi che volete fare nel colmo della vostra disperazione? Avete fede? Credete che Dio mi abbia mandato a voi per farvi provare la sua bontà? Siete sicuri che stanno avverandosi i tempi del messia?”

La risposta dei ciechi è fede pura: “Sì, Signore. Sì, Kyrios. Lo chiamano Signore, lo mettono in relazione con Dio, l’Altissimo.”, e Gesù che vuole solo la fede tocca i loro occhi e ridà la vista.

I due ciechi siamo noi, siamo noi con le nostre piccole e grandi disperazioni, le loro grida sono le nostre invocazioni accorate, la loro convinzione e fede in Gesù deve essere la nostra, in questa certa attesa della sua venuta, perchè Dio non ci abbandona mai.

4 Dicembre 2020
+Domenico

La vita è una chiamata e una risposta, non un caso o un destino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 9-13)

Audio della riflessione

Noi pensiamo spesso che la nostra vita sia incominciata con i nostri ricordi: un grosso istinto di conservazione scritto dentro di noi dalla natura … se avevamo dei fratellini dovevamo sempre lottare per avere la nostra parte e spesso ci alleavamo con qualcuno per avere la meglio sugli altri, sui genitori, sugli amici … era la naturalità del vivere assieme non isolati, in compagnia; siamo passati poi a preferire alcuni cui sentivamo di poterci legare perché ci volevano bene, i nostri amici, e con loro siamo diventati generosi anche delle nostre cose; abbiamo cominciato quindi a decentrarci e ad amare; non parliamo poi dell’adolescenza, dove oltre all’amicizia sentivamo l’attrazione delle persone dell’altro sesso e così via.

Tutto centrato per molto tempo su di noi: soggetto della vita ci siamo sempre sentiti solo noi.

Proviamo invece a pensarla in maniera diversa: la vita è stata una proposta che ci è stata fatta dai genitori, da Dio; noi abbiamo cercato di capire a partire dall’infanzia, dalla giovinezza in poi, che cosa voleva dire questa proposta e abbiamo imparato a dare una risposta; la risposta è stata presa in grande considerazione da chi ci ha chiamato e ne abbiamo avuti altri doni per perfezionarla, renderla più bella, più vera, più forte.

Gesù attuava questa specie di “sequenza” con i suoi discepoli e Dio fa così per ciascuno di noi: Matteo, pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro.

Ma un giorno gli capita al banco dove sta contando euro a non finire Gesù, e Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: Seguimi! E lui, alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì.

Proposta, comprensione della proposta, decisione di seguirla; cambiamenti nelle amicizie che saluta volentieri invitandoli a pranzo con Gesù. Sicuramente aveva visto Gesù qualche altra volta, forse era anche molto demotivato dalla vita che conduceva … sta di fatto che si decide e cambia vita.

Capitasse così anche ai nostri giovani e a tutti noi di capire bene che proposta ci fa Dio, che cosa ci fa capire con la nostra vita stessa; voglia il cielo che siamo capaci di deciderci e di non stare a giocare a dadi per sapere che fare, iniziare una vita nuova con un grande ideale che ci prende e che non ci lascia in pace.

Non è forse così per ogni persona? Dobbiamo smettere di pensare di essere nel mondo “a caso”: ciascuno di noi ha una proposta personale che prima o poi scoppia in noi per la nostra esistenza in questo mondo.

Abbiamo delle persone che ci vogliono bene e che ci possono aiutare ad affinare l’ascolto, a valutare le varie possibilità di realizzarlo, a cominciare alcune esperienze anche provvisorie per capire meglio e poi, alla fine, a decidere. Non è così anche per gli studi, il lavoro, la vita di coppia, la famiglia?

Un cristiano deve sentirsi “chiamato da Dio” a dare il colore giusto alla sua vita e deve affinare l’ascolto e allenare la volontà, chiarirsi i gusti, scegliere gli amici, ma sempre sicuri di avere dal Signore la proposta vera.

E Dio parla all’ufficio in banca, dentro una esperienza di volontariato, dopo tanta preghiera, con una vita senza i soliti lacci dei vizi, nei progetti di pace e di bontà che nascono sempre in ogni cuore, nelle stesse qualità umane fisiche e spirituali che ti ha dato …

Molti giovani hanno sentito forte la chiamata e alle GMG hanno risposto con gioia e generosità: conosco molte coppie che hanno deciso lì di fare coppia e sposarsi, di lasciare tutto e farsi prete o suora, di abbandonare la comodità e farsi volontario per il terzo mondo, di non  vivere insomma da rassegnati la loro malattia, di dare spazio alla speranza…

21 Settembre 2020
+Domenico

Il mondo è una messe, non una discarica

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 32-38) 

Audio della Riflessione

La nostra storia, e la storia della salvezza soprattutto, è uno scontro tra fede e incredulità, tra luce e tenebre, tra accoglienza e rifiuto, tra tocco che salva e bestemmia imperdonabile.

Gesù fa miracoli: dona la luce della vista ai ciechi, scaccia demoni, produce sempre per tutti segni e delinea strade per poterlo incontrare.  

La bestemmia la dicono stavolta i farisei, che senza il minimo pudore affermano che Gesù è d’accordo con i demoni per scacciarli dalla vita delle persone: è una incredulità che si indurisce e rifiuta, e ritiene che Gesù è un divisore, un diavolo.

E’ il peccato contro lo Spirito Santo: ritenere che Gesù non solo non ti può salvare, ma è attivo nel cacciare le persone, le creature di Dio nell’inferno nel regno di Satana è una grande bestemmia.

Gesù invece si presenta sicuramente come il Figlio di Dio, e qui dà risalto alla sua profonda umanità: andava attorno per tutte le città, per tutti i villaggi; vuole incontrare tutti, sia sulle strade di grande comunicazione del mare di Galilea, sia nei villaggi all’interno.

Ma soprattutto contempliamo quel “viste le folle ebbe compassione di loro”: avere compassione non è un sentimento vago, una idea di commiserazione, ma è sentirsi provocato, chiamato, desiderato, coinvolto con tutto se stesso, nelle stesse sue viscere nella situazione di abbandono della gente, essere dedicato a tutti a partire dalle sue viscere di misericordia.

A mano a mano che si avvicina a Gerusalemme gli si chiarisce la missione per cui è presente su questa terra: la sente urgente, provocatoria per chi vuol stare nel suo brodo, nei suoi social ogni ora del giorno e pure della preghiera. 

Ci rende compartecipi della sua compassione e ci apre gli occhi su tutta l’umanità: non siamo nel mondo a perdere tempo o a provare nostalgie di chiese piene, di domande profonde, dobbiamo aprire gli occhi!

Gesù parla di una messe abbondante: il mondo non è una landa di ululati solitari, non è il regno delle tenebre, non è il male personificato: questo nostro mondo, proprio questo che sembra osteggiare la vita di fede, è una messe; c’è una attesa già matura, che noi non vediamo, ma che qualifica l’umanità. 

Certo, gli operai sono pochi, cioè ai cristiani – che pure sono molti – non viene in mente di essere sempre e ovunque convinti della propria fede e soprattutto gustarla: gli operai sono ogni cristiano, non solo i preti, o i ministri o gente che ci sta attorno, ma cristiani battezzati che sanno di poter avere solo la fede che riescono donare agli altri.  

7 Luglio 2020
+Domenico

Fede è toccare e lasciarsi toccare da Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 18-26)

Audio della Riflessione

Nel nostro mondo di grande comunicazione, con tanti strumenti di comunicazione che abbiamo e con i quali tentiamo spesso di semplificare le cose difficili – perché crediamo che la vita non abbia spazio per pensieri, per riflessioni sulle esperienze, momenti di ricerca in cui mettiamo assieme intelligenza, cuore e affetti, relazioni – ecco in questo mondo la stessa fede facciamo fatica a definirla: siamo sempre tentati di farla diventare un credere in cose che nell’esperienza sono impossibili, cose che la ragione non riesce a dimostrare, tendenzialmente lo riduciamo, questo atto di fede sempre a un atto di intelligenza.

Gesù nel vangelo dà una cognizione semplicissima della fede: la fede è toccare, che è la forma prima e ultima del conoscere; è andare oltre il proprio limite, entrare in comunione e in scambio con l’altro; la fede è toccare il Signore della vita, che a sua volta ci tocca: il suo tocco è il dono stesso della vita.

Non si evita la morte che fa parte della nostra finitezza, ma proprio in essa si è presi per mano da Gesù, che ci risveglia.  

Il Vangelo di Matteo ci presenta due miracoli legati tra di loro e intersecati: sta andando da un padre affranto per la morte della figlioletta, invitato da lui a scendere a casa sua dove essa giace morta, e gli chiede proprio: “Vieni, imponi la tua mano su di lei, e vivrà” – il tocco della sua mano.

Lungo il cammino una folla lo circonda, e da essa spunta una donna che ha da tempo un suo grande desiderio: è donna, e quindi soggetta a troppe limitazioni da parte della legge riguardo al suo stare in pubblico, ma osa, desidera, tenta di dare gambe al suo sogno di poter anche solo toccare il maestro e a furia di spinte, ci riesce e si accontenta … ce l’ha fatta: “Ho toccato quel lembo del mantello come si usava toccare il mantello dei profeti. Se questo Gesù è quella speranza che dicono, sono a posto.”

E Gesù si accorge: non s’accorgono gli apostoli, intenti a contare e a incassare complimenti, approvazioni, momenti di gloria e la sottile convinzione di stare al di sopra della media. 

Il tocco di quella donna è un tocco di fede: si è accostata a Gesù come alla sua salvezza, alla sua speranza di poter guarire, di poter tornare alla vita di ogni giorno senza il peso di una condanna. 

Gesù chiama quel tocco “fede”: «donna, la tua fede ti ha salvata». 

Giunge alla casa di uno dei capi che gli ha chiesto di imporre le mani alla figlia morta e Lui la prende per mano: tra quelle due mani passa la vita, passa la vittoria sulla morte, passa la fede del capo della sinagoga in Gesù.

Noi siamo di fronte al limite irrimediabile di ogni esistenza, a meno che ci tocchi il Signore stesso della vita: questo tocco lo ha provato anche il lebbroso, questa mano ha stretto anche il cieco di Betsaida, lo prese per mano e per quelle mani passò la luce

Fede è questo tocco nostro di Gesù e suo di ciascuno di noi! 

La fede è allora molto più grande di una pensata, di un concetto ben sistemato in un angolo del cervello: è la concretezza di un tocco di Gesù, che è venuto su questa terra proprio per rendere possibile, facile, vero sperimentabile il suo tocco, e il massimo del toccare oggi per noi è la comunione eucaristica, è mangiare il suo corpo e bere il suo sangue.

Mi permetto di ricordare oggi la festa Santa Maria Goretti che fece la sua prima comunione a Paliano nella diocesi di Palestrina. 

6 Luglio 2020
+Domenico

Perché digiunate? Così si vive una festa per lo sposo?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 14-17)

Audio della Riflessione

Siamo in una stagione di cambiamento d’epoca, non solo di cambiamenti epocali, nel senso di una serie di cambiamenti molto determinanti il nostro tempo, come dice spesso papa Francesco. 

E’ il nostro tempo che è cambiato: da una parte questa pandemia che ancora ci assilla e ci costringe a distanze fisiche che un po’ alla volta tentano di diventare sociali – purtroppo chiamano da sempre così le nostre distanze misurate anche a metri, distanze sociali, sono distanze fisiche – Dall’altra il sensus Ecclesiae – lo dico in latino – per indicare il sentimento profondo della chiesa cui come cattolici apparteniamo non solo socialmente, ma con tutta la nostra vita, il nostro sentire, il nostro credere, i riti e i sacramenti cui rivogliamo partecipare e che vogliamo rivivere anche fisicamente, come è nella natura dei sacramenti.  

Il documento di papa Francesco Evangelii Gaudium, la gioia del vangelo, e tutta la sua impostazione sinodale ampia, partecipata, con tanti ascolti non retorici, ma vere esperienze di incontro e di dialogo, fatti di tante ore e di tanti viaggi apostolici – penso al sinodo dei giovani, a quello della famiglia, a quello sull’Amazzonia e a tutta la sinodalità da papa Francesco invocata e non molto seguita dalla base – ebbene tutto questo dà vita a un nuovo modo di vivere la Chiesa.

Dico spesso che è ancora lo stesso gioco, le stesse regole, che qualcuno rimpiange troppo, magari la stessa squadra, gli stessi giocatori, ma la partita, il gioco, il senso sono diversi: c’è stato un cambiamento d’epoca.  

Oso pensare che dovesse essere percepita così anche l’irruzione della persona di Gesù, dopo gli insegnamenti e la predicazione del Battista: sono i suoi seguaci, che già avevano fatto un grande cambiamento rispetto alla vita consueta dei fedeli del Tempio, a domandare a Gesù perché i tuoi discepoli non digiunano.

Volete che Gesù si metta a dare rispostine a una domanda tipica da catechismo dei bambini?! coglie il senso della domanda e come sempre, apre orizzonti nuovi.  

Oggi qui tra voi c’è lo sposo, c’è la salvezza, c’è la Trinità che si spende un’altra volta per voi in termini definitivi: cambiate testa, cambiate mentalità, obbedite alla Legge come faccio io fino agli apici di cui è pieno il nostro alfabeto, ma apritevi al nuovo che c’è tra voi; Dio, il Padre mio mi ha mandato, perché vi vuole troppo bene per lasciarvi nei vostri stretti orizzonti. La legge da sola non dà più salvezza; di fronte ad essa sarete sempre inadempienti; è lo Spirito che vi invade, vi risana, vi dà nuova forza  e vi lancia in tutto il mondo. Se prima dovete aiutare i vostri connazionali, come è giusto, a capire e vivere questa novità, d’ora in poi il mondo intero sarà il vostro orizzonte e la festa non dovrà più finire. Non fate che il digiuno che vi serve per purificare le vostre intenzioni, diventi la legge del Regno di Dio. La legge nuova è lo Spirito che con me ha scritto le Beatitudini, i miracoli, e mi sosterrà anche di fronte alla morte che io affronterò per voi, fino all’ultima goccia di sangue. Avrete sempre da affrontare tribolazioni, condanne, crocifissioni vere o spirituali, come capiterà anche a me, i digiuni torneranno, ma saranno pieni di speranza e di prospettive di festa. 

3 Luglio 2020
+Domenico

L’immagine di Dio inaudita: è uno soprattutto che perdona

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 1-8)

Audio della Riflessione

Ciascuno di noi si sente dentro qualche piccolo o grande rimorso: abbiamo sbagliato, abbiamo offeso, siamo venuti meno a un nostro preciso dovere e ne hanno pagato i danni altre persone innocenti … i nostri fallimenti ci avvolgono come in un bozzolo, e ci legano.

Puoi ubriacarti o drogarti per cancellare, ma resti sempre bloccato; la tua coscienza  non ti permette di correre, di sentirti libero, di andare dove vuoi: è una sorta di paralisi e da te stesso non ti puoi liberare.  

A Gesù un giorno portano un uomo paralizzato, mentre sta dialogando con gente che lo ascolta volentieri, nonostante dica cose che li sconvolgono: la prima che li sconvolge non è tanto che riesce a far saltare in piedi e camminare un uomo paralizzato, ma che lui dica che perdona.

Gesù fin dai primi momenti della sua predicazione, del suo girare tra la gente svela una volta per tutte il perché dei suoi miracoli: sono un segno per mostrare sulla terra il grande potere di Dio che è quello di perdonare i peccati. 

Purtroppo noi quando pensiamo a Dio, subito pensiamo a una legge che giudica e punisce il male: sentiamo il dovere di osservarla, la colpa se la trasgrediamo, e la necessità di espiare il male fatto.

Dovere, colpa, ed espiazione sono tipici di ogni religione, che lega, ri-lega l’uomo come suo eterno destino, ma il nostro Dio non è legge e noi non abbiamo debiti con Lui, è Lui che li vuole avere con noi: ci ha fatti per amore, e ogni nostro male è un “suo” fallimento, di cui soffre, come papà e mamma con i figli si mettono in questione se noi stiamo male o sbagliamo.

L’amore non accampa diritti, mai: riconosce come doveri propri i diritti dell’amato. 

Gesù, il Figlio che conosce il Padre, “deve” dare la sua vita per questo nostro mondo di peccato: è venuto sulla terra per portare ai fratelli nel suo perdono quello del Padre. 

Questo per gli ebrei che stanno ad ascoltare Gesù è una bestemmia: Gesù si fa uguale a Dio, l’unico che perdona, e per di più senza condizioni; non ci perdona perché ci siamo convertiti, ma noi possiamo convertirci a Lui, perché Lui per primo si converte a noi, anzi con bontà somma, si addossa la colpa di averci abbandonati e ci chiede scusa. 

Gesù, il Figlio dell’uomo, invece di giudicare assolve, invece di condannare perdona, invece di punire, espia per gli altri: proprio per questo  verrà giudicato, condannato e ammazzato in croce. Non solo, ma dalla croce ci assolve tutti, ci perdona tutto e ci dona libertà dal male: questo è il grande potere di Dio sulla terra

Perdonare è un miracolo più grande che risuscitare Lazzaro: Infatti Lazzaro morirà ancora. Perdonare invece è nascere e far nascere a vita immortale, quella stessa che Dio vive.

Il perdono è l’esperienza di un amore più grande di ogni male: rivela a noi l’identità di Dio che ama senza misura e quella dell’uomo, sempre e comunque amato.

L’uomo paralizzato poi se ne andrà guarito con il suo lettuccio, però gli scribi, che si sono scandalizzati del fatto che Gesù perdonasse a noi, hanno permesso di immergere le nostre coscienze e le nostre vite nel grande perdono di Dio, e la Chiesa è fatta da coloro che accolgono il perdono e ne sono ambasciatori verso tutti i fratelli. 

2 Luglio 2020
+Domenico