Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,30-34)
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Ogni organizzazione ha una propria direzione e normalmente si sente collegata con altre realtà, con cui si collega, si scambia esperienze, comunica il vissuto della quotidianità e le attese.
Anche Gesù ha da poco mandato in missione gli apostoli, i discepoli, e giustamente vuol sostenerne il loro lavoro e li aspetta al ritorno per un primo confronto: noi, ammalati di ecclesialese, la chiameremmo “visita ad limina”, cioè quella visita alla sede di Pietro, al papa, come fa ogni vescovo ogni 5 anni, per rendere conto di quello che abbiamo attuato e confrontarci con Lui.
Così fecero i discepoli dopo la prima missione: tornarono dalle loro rispettive missioni a raccontare a Gesù quello che hanno fatto. Gesù li ascolta certamente, ma in primo luogo vuole che i suoi discepoli non si lascino prendere da quello stolto trionfalismo delle molte cose che ci sono da fare, dall’attivismo, dalle realizzazioni.
Purtroppo una vita è spesso divisa tra l’assillo delle cose da fare, la sindrome dell’agenda diciamo noi, il sentirsi la vita segnata da impegni, appuntamenti, incontri oltre evidentemente al tempo da dedicare al lavoro, alla famiglia agli elementi costanti di ogni esistenza, e il desiderio di fermarsi, di stare un po’ in pace, di riprendersi in mano la vita, di fare il punto, di mettere a fuoco le cose più importanti, di stare a pregare per esempio, se siamo uomini e donne di fede … e viviamo spesso una sorta di lacerazione perché quando finalmente abbiamo trovato o ci siamo imposti questo tempo di “calma”, siamo assaliti dalle cose che dobbiamo fare e che in questo momento trascuriamo e quando siamo nel pieno delle attività ci assale – invece – la voglia di pace.
La stessa situazione forse vivevano anche i discepoli di Gesù: mangiati dalla folla e nello stesso tempo desiderosi di stare con Gesù … e Gesù li chiama: “venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un po’”. Sembrerebbe una soluzione facile: smettiamo di farci divorare dalle cose e stiamo a contemplare il Signore della vita. Gesù passava notti in preghiera, i santi erano fortemente contemplativi: sottraevano tempo a sé per farsi affascinare da Dio … ma la folla incalza, insegue gli apostoli e Gesù e preme, chiede.
“Ci avete acceso speranze, ci avete tolti dal torpore delle nostre vite senza senso ora non ci potete lasciare, perché la legge del convento dice di chiudere, perché la notte è fatta per dormire, perché c’è un tempo per ogni cosa” … e Gesù si commosse! Il Vangelo di Marco ci tiene a far vedere in Gesù una dolcissima umanità: “E si mise a insegnare di nuovo”.
C’è sicuramente un equilibrio da cercare tra l’essere mangiati e il mangiare, tra lo stare e l’andare, tra l’agenda e l’anima, tra la vita di coppia e i figli, ma è un equilibrio sbilanciato verso il dono, verso una vita capace di trovare il senso, la santità, la bellezza non solo in alcune isole di tempo, ma sempre, anche quando abbiamo l’impressione di esserne privati.
E questo dipende proprio dal fatto che impostiamo la vita per lasciarci prendere da una sorta di burocrazia delle molte cose da fare o se invece diamo spazio alla preghiera, dialogo con Dio per ritrovare le vere motivazioni di ogni respiro.
5 Febbraio 2022
+Domenico
