Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6,20-26)
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti”.
Non è che il cristiano deve dubitare di sé quando sta bene, quasi che essere cristiani significhi soffrire, avere delle prove, essere sfortunati nella vita, sopportare ingiustizie… certo tutti cerchiamo la felicità e il Signore ci indica strade di felicità quando fa quel bellissimo discorso che noi conosciamo come quello delle “beatitudini” …
… in Luca però le beatitudini – nell’evangelista Luca – sono tre felicità e tre guai, tre consolazioni e tre messe in guardia: significa allora che non solo siamo chiamati a dare un altro significato alle nostre lacrime, alle persecuzioni, all’indigenza perché sappiamo di stare sempre a cuore a Dio, ma anche che dobbiamo avere qualche buon dubbio, quando stiamo troppo bene, o siamo troppo soddisfatti.
Basterebbe infatti fare un giro nel terzo mondo per vedere se possiamo stare tranquilli nella nostra abbondanza o se forse non ci dobbiamo fare un serio esame di coscienza per vedere se il nostro benessere – e lo è – non dipende dal malessere che il nostro mondo procura a popoli poveri e affamati; se la nostra abbondanza sfacciata non significhi una appropriazione indebita di qualcosa che è di tutti.
Il Signore ha dato la nostra terra a tutti perché ne possano godere e possano vivere felici; il mondo invece noi l’abbiamo diviso in due parti non proprio uguali: il 40% delle persone consuma l’80 % delle energie di tutti e il 60% delle persone, quindi, si deve accontentare dell’avanzo degli altri e vive di stenti e di fame.
La nostra allegria spesso è falsa, perché legata a ideali bassi, a soddisfazioni egoistiche. Vivere le beatitudini è anche questo: mettere in discussione il nostro benessere perché sia quello vero e di tutti … Beati voi poveri perché vostro è il Regno di Dio … Beati voi che ora avete fame perché sarete saziati, ma guai a voi che ora ridete perché sarete afflitti e piangerete, guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi …
Insomma, soprattutto è sempre far consistere la nostra gioia nella paternità di Dio, nell’abbandono in Lui, nella consapevolezza che a Lui stiamo a cuore come figli e che non ci può essere privazione che ci porta infelicità.
Gesù – diceva papa Giovanni Paolo II – è le beatitudini: è Lui il povero che si affida a Dio, è Lui il mite che possiede la terra, è Lui colui che è perseguitato a causa della giustizia ed è per noi la pienezza della realizzazione di ogni bene.
A Lui facciamo riferimento nelle nostre difficoltà, nelle fatiche dell’onestà e della povertà, perché Lui è sempre la nostra ricchezza e la nostra forza, Lui ci tiene aperto il cielo perché ne appaia Dio nella sua paternità e bontà senza confini, ed è Lui che si identifica con gli affitti che noi facciamo piangere, con tutte quelle persone che sono umiliate dalla nostra sicumera.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi, ma li fate star male!
13 Febbraio 2022
+Domenico
