I due atti di ogni nostra storia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 31-35)

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Le nostre vite spesso sono immaginate come quella di qualche animale, per esempio quella della volpe e della chioccia, così Luca con la volpe rappresenta Erode, la miseria dell’uomo e con la chioccia Gesù, la grande misericordia di Dio. La storia dell’umanità pure può essere descritta da due atti: Noi uomini recitiamo la prima parte e abbiamo un canovaccio non troppo originale: la paura della morte, l’egoismo, il tentativo di salvarsi e l’immancabile perdersi. Dio invece si riserva la seconda parte, che recita sempre in forma originale, a seconda dell’uomo che scrive con la sua vita la storia: contempla la novità della Risurrezione, si serve addirittura della morte per donare all’uomo una vita superiore e più feconda. La nostra cattiveria umana fa di tutto per gettare il seme e disperdere il lievito del Regno che proprio così germina e fermenta. Dio sposa realmente la nostra storia con il suo male e in essa diffonde a larghe mani il suo bene. Si prende tutti i nostri sgorbi su di sé e ne fa un fantastico disegno di salvezza.

Gli apostoli cominciano a capire lentamente questa grande inventiva di Dio. Durante la prima persecuzione vedono che i nemici si uniscono e si ritrovano per mettere fine alla loro esperienza. Nel primo grande disorientamento avevano sperimentato che il Crocifisso era risorto e ora capiscono che il risorto è proprio il Crocifisso e loro sono associati alla sua storia. Dio dà loro la grazia di vedere la storia con i suoi stessi occhi. Dio non si fa una storia sua, parallela alla nostra, più bella e più giusta. Prende la nostra come è, piena di sbagli, di tradimenti, di peccati, di ribellioni. La volpe potrebbe dire alla chioccia e lo ha detto: ti uccido e sei finita, ma Gesù ha il potere di rispondere ad Erode; muoio e così arrivo alla compiutezza-pienezza della mia vita e del disegno della Trinità.

 Se di abbandono di Dio si può parlare è solo nella prima parte, quando getta il seme che marcisce e sparge il lievito che scompare e fermenta. E’ un tempo che non capiamo, ma è foriero di cose grandi. L’amore materno di Dio è tanto forte da renderlo debole, tanto sapiente da renderlo stolto, fino a dare la vita per noi (“fu crocifisso per la sua debolezza”). Dio agisce sempre in noi. Non mi vedrete affatto,  ma al canto della risurrezione: benedetto colui che viene nel nome del Signore, sarò evidente per tutti.

29 Ottobre 2020
+Domenico

Il regno di Dio è sempre sotto il segno della povertà

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 18-21)

In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

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La nostra mentalità moderna punta molto allo spettacolare, al grandioso, punta molto sulle manifestazioni di potenza e spesso cancella le piccole tracce di umanità e di bontà che sempre resistono nella vita delle persone: si vorrebbe che il bene trionfasse con i criteri dei mass media, si pretende di fotografare ogni attimo della vita per mandarlo in diretta, si crede che si esiste solo se ci si può far vedere.

Invece il mondo non va avanti così: la vita degli uomini è frutto dell’apporto di ogni vita umana, semplice, dedicata; è collocata dentro un tessuto di amore che non ha bisogno di apparire per essere vero, anzi esige interiorità, silenzio, umiltà.

Il regno di Dio, proprio quel progetto profondo di vita vera che deve pulsare nel mondo, è di questo tipo: è un granello di senape, una manciata di lievito … è sempre “fallimentare”, ha una apparenza trascurabile e insignificante, quasi invisibile.

Agisce nell’irrilevanza religiosa e politica: non si impone per la maestosità o grandezza della sua consistenza, ma per la forza interiore regalata da Dio, che nessuno può vincere.

Il sogno di Dio sull’umanità si realizza nella debolezza e nella disponibilità alla volontà di Dio.

Le nostre megalomanie sono un ostacolo al Regno di Dio. La nostra frenesia di potere non è imparentata con l’avvento del Regno di Dio. Il chiasso, l’esposizione sulla scena che conta, gli apparati non sono parte del regno di Dio, ne sono spesso un intralcio.

Il lievito tende a scomparire per fermentare tutta la pasta, il granello di semente muore per dar vita a qualcosa di impensabil.

Dio opera soprattutto entro la nostra inconsistenza: La fionda del ragazzetto Davide, portava solo un sasso e il gigante si è schiantato a terra.

Gesù era un uomo buono senza legioni, è stato ucciso come un delinquente: la sua estrema debolezza di fronte al potere è stata la sua forza, perché si gettato nelle braccia del Padre.

Lo sparuto gruppo di apostoli, dispersi e perseguitati, cacciati e sopraffatti, è diventato il seme di un nuovo mondo: la stessa Chiesa ha conosciuto la massima sua diffusione per il sangue dei martiri, degli sconfitti.

E’ più regno di Dio il costruirsi giorno dopo giorno che il dispiegamento di una organizzazione. Nella storia, quando la Chiesa si è appoggiata sul potere è sempre stata meno credibile, ha sempre perso. 

Dio opera così: in questo modo ci costringe … si costringe a Lui, a non lasciarci mai soli, a non abbandonarci mai.

27 Ottobre 2020
+Domenico

Ogni uomo incurvato può raddrizzarsi nel suo vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 10-17)

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C’è sempre qualcuno che vuol salvare Dio con le sue intransigenze, quasi che Dio abbia bisogno di Lui per esistere o per operare nel mondo. Capita così che qualcuno inventa una guerra in nome di Dio, sancisce condanne di persone in nome di Lui, perpetra torture, fa leggi che tolgono la libertà e la dignità alle persone, mantiene nella sofferenza anziché offrire gioia e libertà. Certo è difficile riuscire a far maturare la propria coscienza e quella dell’umanità che oscilla sempre tra la negazione di Dio e l’assolutizzazione dell’idea che noi abbiamo di Lui.

Oggi nel nostro occidente è più facile vedere una esclusione di Dio dalla vita, mentre in Oriente sembra che prevalga il talebanesimo, cioè una imposizione su tutti di una irrazionalità assoluta nei riguardi delle esperienze religiose.

Il responsabile del culto che ha incontrato Gesù quel giorno nella sinagoga era di questo secondo tipo. Gesù ha davanti a sé una donna piegata da un male, che da troppo tempo la teneva nell’infelicità, di sabato la guarisce e la restituisce alla gioia di vivere.

Il sabato è un giorno sacro, dice il capo della sinagoga; la sinagoga non è un ambulatorio, non è di sicuro il luogo in cui si può andare contro la legge di Dio. Ma tu Gesù che tanto tieni a che il nome di Dio sia lodato e benedetto, tu che vedi quanto la gente si stia allontanando da Dio, anche tu vieni a mescolare il profano col sacro, vieni a far crescere la magia, a far correre la gente in sinagoga a trasformare la religione in un placebo per disperati. Dio va lodato e benedetto, non servito con medicine e chirurgie.

Il centro del fatto avvenuto e raccontato dal Vangelo; sei stata slegata dalla tua infermità è la constatazione di quanto Gesù ha già compiuto nella nostra storia. Il miracolo già avvenuto è semplicemente dichiarato. L’annuncio ne fa prendere coscienza e permette a noi uomini e donne ancora curvati di raddrizzarci, se accogliamo l’annuncio di fede. Quello che Gesù  vuol far capire guarendo questa donna, ammalata da 18 anni, è di tenere in grande dignità e considerazione la vita umana. Non ci può essere contrasto tra la vita e la legge di Dio, non ci può essere subordinazione della persona  alla legge, né contrapposizione tra  i precetti e la sete di felicità vera che ha l’uomo. Sarà Lui con la sua morte in croce a rimettere al centro della vita dell’uomo la vera libertà e il vero culto a Dio: comunione con Lui e solidarietà con i fratelli.

26 Ottobre 2020
+Domenico

La conversione: cambiare testa e cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 1-9)

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Non ci vuole molto a vedere che la nostra vita è piena di errori, di carognate, di sbagli, di cattiverie gratuite. Siamo sicuramente anche capaci di bontà: compiamo gesti puliti e sinceri di amore e di dedizione, ma nessuno ci esime dal dover fare spesso i conti con il male.

Sembra quasi più grande di noi: ci siamo applicati spesso ad estirpare le malvagità, ci siamo anche allenati ad avere buona educazione, a frenare le passioni, a mantenere un equilibrio, ma torniamo spesso ai nostri vizi, i nostri peccati si sono “inveterati” in noi.

Se poi guardiamo la storia del mondo, la storia che ci ha preceduto, ma anche il cumulo di male che stiamo compiendo oggi con guerre, terrorismi, ingiustizie, imbrogli, sopraffazioni, infedeltà… non possiamo negare che le prospettive di un futuro di bontà e di pace si stanno sempre più allontanando.

C’è, ad onor del vero, lo sforzo di tante persone che pagano con la loro stessa vita per dare al mondo una prospettiva diversa, ma il male non sembra avere fine.

C’è una frase Gesù che nel Vangelo ci ripete: “Se non vi convertirete, morirete tutti allo stesso modo”. Mette in relazione conversione e vita, adattamento al male e morte.

Non si può certo pensare di risolvere il mistero del dolore credendo che tutto il male che c’è è un castigo di Dio per i nostri comportamenti malvagi. E il dolore innocente? E le sofferenze di tanti bambini?

Proprio per questa “applicazione automatica” tra disgrazia che capita e colpa che l’ha meritata, Gesù richiama alla conversione, a cambiare vita: “Voi credete che mio Padre stia a tendervi un agguato per sorprendervi quando sbagliate e punirvi? Credete che Dio, mio Padre, sia un freddo calcolatore di meriti e colpe e che sta a far pareggiare i conti: tanto hai sballato, tanto devi pagare?” Saremmo proprio fuori di testa.

Convertirsi è cambiare testa, modi di pensare, è uscire dalla logica di un dio “commerciante” che ci siamo costruiti a nostra immagine e somiglianza; è prima di tutto sentirsi sempre tra le braccia di un Padre.

Lui, che ti vede non combinare niente di buono, che sa di quanti doni ti ha caricato, che conosce il valore della tua umanità; Lui che dandoti la vita ti ha fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore ti ha coronato – come dice il salmo 8 – Lui che ci vede impigriti in continui errori, Lui che fa, che dice?

“E’ una vita che ti sto dietro, che sto ad aspettare ogni minimo cenno di bontà, ma non riesco a percepire niente…. Vuoi che ti lasci al tuo destino?! Neanche a parlarne! Non c’è nessun destino, ma solo libera scelta”.

L’Incarnazione di Dio in Gesù è una scommessa sulla libertà degli uomini: ha scommesso sulla libertà di Maria di accettare di diventare la mamma di Gesù, sulla libertà di Giuseppe di caricarsi di un figlio non suo, sulla libertà di tutti coloro che lo hanno seguito di fidarsi di un regno che a mano a mano che si avvicinava la pasqua diventava una disfatta.

Ha pazientato infinitamente con gli apostoli, non ha loro tolto la fatica del decidersi per il Regno di Dio. Tutte le persone che sono state travolte dalla sua parola ora dura, ora consolante non sono stati ammaliati, hanno dovuto decidersi, giocare in libertà piena, non costretti da eventi favolosi o da irretimenti sottili. Sì! Gesù invita a convertirsi, ma, vedete, lui dice così perché è un carattere deciso, per noi poi nella vita si trova sempre un modo di comportarsi che “accontenta tutti”: abbiamo l’arte di avvolgere nella melassa tutta la radicalità del vangelo.

Convertirsi è esaltare l’uso della nostra libertà a confronto con la persona di Gesù. Contro questa nostra libertà Dio non può andare e se qualcuno nella sua cattiveria ci toglie ogni libertà perché decide di toglierci la vita, come tanto spesso capita nel nostro mondo violento, Lui ce la ridona in pienezza.

E Dio si paragona al contadino, non più al padrone: si fa uno di noi in Gesù e consuma la sua vita a zappare e mettere concime attorno a questa nostra esistenza inaridita. La mette in condizione di giocarsi in pienezza e libertà. Conversione è sentire su di noi queste cure, questo amore che ci toglie dalla nostra sterilità.

Il rumore dei colpi insistenti, cadenzati, ostinati del contadino che zappa attorno alla nostra vita è musica e ritmo della nostra conversione.

24 Ottobre 2020
+Domenico