Oggi essere cristiani oggi è soprattutto una scelta radicale

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Audio della riflessione.

Una vita riuscita sta nelle scelte di mezzo tra lo slancio entusiasta del giovane e la ponderatezza eccessiva dell’adulto? Sta nel politicamente corretto che si preoccupa delle sensibilità, delle reazioni, dei malumori da non esasperare, che si prefigge di accontentare tutti? Oppure sta in scelte decise, radicali, senza mezze misure, sbilanciate da una qualche parte e quindi provocatorie, non convenzionali e attendiste? 

Fatta salva la classica prudenza e il rispetto di tutti, soprattutto dei più deboli, esclusa ogni forma di giudizio, la vita cristiana che è sempre vita di un uomo riuscito e pienamente realizzato nella sua vera dignità umana, secondo il vangelo, non sta nelle scelte di mezzo, ma nella decisione anche provocatoria di dedicarsi senza riserve al Regno di Dio, di sbilanciarsi dalla parte della giustizia e delle esigenze profonde di verità e libertà da tutti i condizionamenti del galateo. 

Per questo Gesù non teme di offendere i sentimenti tenui e dice: chi non odia padre, madre fratelli e sorelle, chi non si butta senza rete di protezione non può essere mio discepolo, chi non osa abbracciare la sua croce, il suo supplizio, la sua sofferenza, il suo dolore non è degno di stare dalla parte del vangelo. Non si tratta di odio, tomba dell’amore, ma di assoluto primo posto di Dio nella vita di ogni credente, di precedenza assoluta dell’amore su ogni legame o calcolo, di centralità di Dio in ogni vita e convivenza umana. 

Non si tratta di nessun talebanesimo o fondamentalismo, ma di aver chiaro che la fede cristiana ha in sé la forza di ridare significato profondo a tutta la vita, di ridire la sua vera dignità, di essere atto intellettualmente onesto, laicamente dignitoso e umanamente capace di dare senso all’intera esistenza personale e del mondo. La fede in Gesù ha una sua dignità di razionalità che sta alla pari di ogni ricerca umana, non teme alcun giudizio, né si colloca nell’irrazionale. 

Essere cristiani è stare dalla parte del vangelo, dalla parte del fuoco che Gesù viene a portare sulla terra e che desidera ardentemente che si accenda e porti calore al povero e sostegno al debole. Il cristiano è uomo di parte, non perché fonda un partito, ma perché sceglie di stare sulla croce come Gesù, di stare dalla parte della bontà contro la malvagità; non avrà mai vita facile, ma vita piena di dignità, felice e beata.

08 Novembre
+Domenico

Un invito “alla grande”: e la nostra risposta?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 15-24)

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Audio della riflessione.

Qui cominciamo alla grande: “larghezza”, magnanimità, generosità senza limiti. È il cuore di Dio, non è pidocchioso come il nostro, che continua a contare, a telefonare, a fare iscrizioni, a mettere termini per le iscrizioni, altrimenti gli restano in gobba i coperti. Non è come gli amici che conosci e che quando si sposano vorrebbero tutto il mondo, poi devono litigare con la suocera per ridurre, per selezionare, per mettere dentro tutti gli zii che non hanno mai nemmeno visto. Non è una cena qualsiasi, ma una grande cena, e molti inviti. Dio ha il cuore grande, nel suo cuore ci stanno tutti, non fa preferenze di persone, ogni uomo è per lui scopo della sua divinità, oggetto delle sue cure. La tua vita è scritta sulle sue mani, tu sei un palpito del cuore di Dio. Sei invitato sempre, dovunque tu sia. 

Ma c’è un altro versante della medaglia che spesso non pensiamo. Dio invita alla grande, ma non lo fa dalla sua onnipotenza, dalla sicurezza di avere ai suoi piedi tutti, non esercita potere, ma fa un invito e l’invito rende fragili, perché mette in condizione di potersi sentire rifiutati. ‘Invitare’ significa dire che posso ricevere una alzata di spalle, il rifiuto, più o meno cortese. È chi riceve l’invito, sono io, che ho in mano il potere, paradossalmente, perché io decido se accoglierlo o rifiutarlo, e l’altro è in balìa della mia risposta. Abbiamo tutti l’esperienza di inviti andati a vuoto, di attese inutili, di preparazione di feste, di impegno senza respiro, di tensione fino all’ultimo e di una festa vuota. Poi per consolarci si dice che è la qualità che conta non la quantità, ma ti resta una delusione, un dubbio su di te, una frustrazione, la percezione di essere stato abbandonato. Colui che invita è onnigeneroso, è onnipotente e onnifragile”, si espone senza esitare a tanti rifiuti e scortesie… Ha una sorta di vocazione al fallimento; già lo sospettiamo e, purtroppo, il sospetto si avvera. 

Ma Dio non demorde. Si vuol misurare col rifiuto. Ti ho lasciato libertà, mi vuoi dire qualcosa, vuoi guardarmi in faccia, vuoi pensare con me alla pesantezza del tuo rifiuto? Ci vuoi ripensare? Vuoi dire a te, alla tua coscienza, le ragioni della tua scelta libera? Libero tu di dire di no, ma libero io di dirti l’urgenza di quello che ti propongo, di metterti di fronte non a una cosa, ma a me direttamente. Non dirmi che non hai appetito, dimmi piuttosto che non ti interessa di me. 

È un invito pressante, urgente, inesorabile, irreversibile, che ti obbliga a prendere posizione. Se irremovibili saranno i primi invitati nel non volere partecipare, irremovibile sarà il padrone nel perseguire il progetto della grande e fastosa cena e nell’escludere i ritardatari. Accogliamo l’invito ne va della nostra felicità. E sempre l’invito alla vita.

07 Novembre
+Domenico

Non fare commercio della tua ospitalità e del mondo che Dio ti ha dato

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 12-14)

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Audio della riflessione.

Se non teniamo alto il nostro senso di umanità, tipicamente italiano, che ci fa essere un popolo generoso, altruista, bonaccione, cordiale e ospitale, a confronto di un modello imprenditoriale che sta caratterizzando giustamente le nostre attività produttive, perdiamo il valore della gratuità. Oggi tutto si calcola, tutto si deve programmare per vedere quanto spendo, come spendo, quanto guadagno e che utile massimo ne posso ricavare, come ottimizzare i tempi e calcolare le opportunità, come distribuire le energie e ricuperare i tempi morti. A parte che anche nella produzione occorre trattare la persona come tale entro un contesto non solo di calcolo, ma anche di distensione umana. Se è vero che per produrre e garantire ai dipendenti un lavoro sicuro occorre reggere alla concorrenza, è anche vero che la vita è fatta anche di spazi di gratuità. 

Quanto è bello essere gratuiti, invitare a casa un amico perché è un amico, fare un servizio a una persona conosciuta per sovrabbondanza di disponibilità, aiutare un povero senza preoccuparci di tenercelo legato, fare dei favori senza calcolare che prima o poi ne avrò bisogno io e gli chiederò conto. Aiuto qualcuno perché anche lui impari ad aiutare un altro meglio di come faccio io; offro la mia disponibilità in caso di bisogno senza fare l’elenco delle persone aiutate e stare a lamentarmi quando nessuno mi ricambia. Il bene è bello quando è bene gratuito fino in fondo. 

Dice Gesù: quando fai un banchetto invita tutti i più scalognati che non avranno mai la possibilità di ricambiarti, assicurati nella vita il respiro indispensabile della gratuità per vivere sempre da uomo e non da registratore di cassa. Dio ci ha amati così, ci ha lasciato liberi, ha sprecato alla grande il suo amore a fiumi per farne nascere una goccia tra di noi. Nella vita quotidiana abbiamo bisogno di gente che sciala nell’amore, che sperpera nell’accogliere, che si spende per fare buono il mondo. 

Se si calcola solo, i conti non tornano mai, se non si calcola se ne avrà in sovrabbondanza; non sarò io a goderne, ma sicuramente l’umanità e questo mi basta, come è bastato a Gesù far irrompere nel mondo l’amore e aspettarsi da una croce la risposta. Non è stata quella dell’uomo, ma quella sovrabbondante di Dio. Una speranza così ci riempie di gioia. 

Ci dicono i vescovi riguardo a questa festa del creato che vorremmo fosse non solo di una giornata, ma distribuita nelle mentalità quotidiana e tenuta viva dalle varie forze educative soprattutto della famiglia: “La cultura della custodia che si apprende in famiglia si fonda sulla gratuità, sulla reciprocità, sulla riparazione del male. 

Gratuità. La famiglia è maestra della gratuità del dono, che per prima riceve da Dio. Il dono è il suo compito e la sua missione nel mondo. È il suo volto e la sua 

identità. Solo così le relazioni si fanno autentiche e si innesta un legame di libertà con le persone e le cose. 

È una prospettiva che fa cambiare lo sguardo sulle cose. Tutto diventa intessuto di stupore. Da qui sgorga la gratitudine a Dio, che esprimiamo nella preghiera a tavola prima dei pasti, nella gioia della condivisione fraterna, nella cura per la casa, la parsimonia nell’uso dell’acqua, la lotta contro lo spreco, l’impegno a favore del territorio. “Ricordiamo tutti quello che ci raccontavano i nostri genitori su Gesù che per ricuperare una mollica di pane caduta nel mangiare era sceso da cavallo. Il rispetto di ogni tozzo di pane da non sprecare”. 

Viviamo in un giardino, affidato alle nostre mani. «L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza», ricordava Benedetto XVI nella Caritas in Vertiate (n. 34), in «una gratuità presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza». 

In questo cammino ci guida il luminoso magistero di Papa Francesco, che ha esortato più volte, fin dall’inizio del suo pontificato, a «coltivare e custodire il creato: è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti… Il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo… Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. Anche alla GMG di Rio de Janeiro il papa spesso è intervenuto a difesa dei giovani e degli anziani che sono ritenuti lo scarto dell’umanità, anziché la promessa e la saggezza di essa.

06 Novembre
+Domenico

Invita anche chi non può ricambiare alla mensa della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-11)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione.

Un invito a qualche pranzo importante con tanti invitati è capitato a tutti. Tra amici ci si mette dove capita, a meno di calcolare di non finire con chi è più insopportabile; nei pranzi di gala il galateo vuole che ci sia una piantina dei tavoli con il tuo nome al posto ben preciso e a parte qualche difficoltà di orientamento, per cui giri e rigiri qualche volta la piantina, alla fine ci sei. Stai tranquillo, sei al tuo posto, non fai figuracce. 

La mensa è un po’ una immagine della vita e Gesù nel vangelo ha fatto scuola con i vari incontri a pranzo o a cena, tanto che una cena non finirà mai se non in cielo, l’Eucarestia. In essi ha compiuto tanti gesti decisivi per la sua vita e quella dell’uomo, del credente, del politico e del pubblicano, per il suo insegnamento e soprattutto svelando gli atteggiamenti fondamentali del suo regno. Nella vita è importante il posto e sono importanti i compagni di viaggio. 

“Quando sei invitato a pranzo non andare al primo posto, ma mettiti all’ultimo”. Non è una concessione al galateo, ma un richiamare che il cristiano deve essere come Lui, uno che serve, uno che non ha in sé il fondamento del proprio vivere, ma l’ha in Dio. Non si tratta di deprezzare la nostra vita, le nostre qualità, le cose belle che siamo riusciti a fare, ma di avere netta la convinzione che tutto quel che siamo viene da Dio e per questo va messo a disposizione. Tutto ciò che siamo è per grazia, soprattutto l’essere chiamati a responsabilità e autorità nei confronti di altri. 

“Quando offri un pranzo, non invitare quelli da cui ti aspetti un contraccambio”. Se regali, dona davvero gratis. La tua vita non può essere ridotta a un giro di affari, di scambi, di investimenti, non è un calcolo strategico di vantaggi; non può essere un continuo gioco diplomatico di ricerca del tuo benessere. C’è gente che ha fame e non ti inviterà mai a pranzo, c’è gente che è sola e non ti farà mai compagnia, ci sono figli che hanno bisogno di affetto e non te lo restituiranno mai, ci sono giovani che non si sentono di nessuno, che vogliono uscire dalla solitudine e non potranno mai farti crescere in carriera; ci sono immigrati di cui hanno tutti paura e ti isolano dalla tua compagnia, ci sono anziani che aspettano di morire in un abbraccio e che ti lasceranno solo. “Sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. 

San Carlo Borromeo, che oggi soprattutto in Lombardia celebriamo, ha portato alla sua mensa per mangiare, ma soprattutto alla mensa della Parola e della Grazia tantissima gente e si è consumato di inviti a tutti.

04 Novembre
+Domenico

Nella coscienza sei tu solo con Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1-6)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?» Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Audio della riflessione.

Non si parla più tanto oggi di obiezione di coscienza. Non c’è più la coscrizione obbligatoria, oggi chi non vuol fare il militare non vi è obbligato e quindi il rifiuto di imbracciare le armi è una possibilità e non l’opposizione a una costrizione. Ci sono però oltre al rifiuto della guerra, che permane sempre, anche tante altre leggi cui una persona ha diritto di non sottostare con l’obiezione di coscienza, per esempio rifiutarsi di fare pratiche abortive. 

Un medico sente in sé la vocazione a servire la vita sempre, come è nel suo statuto deontologico, si può rifiutare di togliere la vita a un futuro nascituro. Certo è disposto a pagare le conseguenze per la sua carriera, non certo a subire discriminazioni. 

“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio…” (GS16) È il rapporto con questo Dio, Signore dell’esistenza, con la sua voce; è il momento in cui Dio istituisce la persona e il suo mistero, la sua consistenza, la formula del suo vivere felice. Gli uomini anziché un istinto hanno una coscienza. È il luogo in cui si esprime davanti a me e su di me la legge divina. 

L’obiezione di coscienza che io faccio è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me. In un certo senso non è il massimo di libertà, intesa come far quel che meno impegna o più piace, ma il massimo di “costrizione”. L’obiezione di coscienza che io faccio alla società o alla legge è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me. Ho il diritto di trasgredire la legge, perché ho il dovere di seguire la mia coscienza. La mia disobbedienza non solo è possibile, ma necessaria. 

“La coscienza è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza… la messaggera di Colui che, nel mondo della natura come in quello della Grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo.” 

Gesù spesso è tornato ad educare i suoi seguaci su questo punto, a stimolare la propria responsabilità nell’obbedire alle leggi, mettendo in crisi l’assolutezza della stessa legge del sabato che passava sopra le infelicità delle persone. Ma Dio è per la felicità, per questo la dona anche di sabato. Fa nascere così speranze nuove nella bontà di Dio.

03 Novembre
+Domenico

Fatti dono sempre e Dio ti colmerà della sua vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc, Lc14)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse poi al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Audio della riflessione

Sappiamo dalla storia e dalla nostra esperienza che le persone sono soggetti attivi, stabiliscono relazioni vicendevoli, ci si aiuta e si diventa un poco tutti interdipendenti. Gesù ci dice che in questi scambi e relazioni, in questa festa della vita la legge definitiva non può mai essere lo scambio, un “do ut des: ti invito perché anche tu mi inviti, ti aiuto, perché prevedo di averne bisogno anch’io di te. Questi atteggiamenti trasformano il mondo in un affare, in un continuo scambio obbligato di favori e piaceri, se non addirittura un mercanteggiare su tutto. Gesù invece dice che i nostri rapporti devono essere incentrati sull’amore. Invita quelli che non potranno mai restituirti il favore, aiuta il povero, offri quello che hai senza pensare a una qualche ricompensa.

Se agirai in questo modo, avrai l’impressione di aver perduto qualcosa, mentre invece stai creando attorno a te l’immagine di quel regno decisivo, che è il dono di Dio che guarisce, un dono di Dio che offre tutto quello che ti fa star bene, un regno di Dio che offre tutto quello che ha ai diseredati. Chi si offre solo in maniera mercantile ti dirà che sei pazzo, che non sai vivere con i piedi per terra. Gesù invece ci dice che questo tuo gesto porta la verità del regno di Dio che non ha fine.

Gesù da una parte ci invita a superare l’egoismo che ci fa diventare noi il centro della vita degli altri. Chi cerca la sua giustizia, il suo vantaggio, la sua pienezza, si perde come essere umano, non ha compreso la verità di Cristo che sulla croce offre la sua esistenza per gli altri. Soltanto chi dà senza calcolare  un qualsiasi ritorno per sé getta nel mondo il suo seme che poi germoglierà. Come Cristo ricupera nella gloria della risurrezione quello che ha perduto per dare vita agli altri, così anche il cristiano ricupera in modo eminente in  Dio quello che ha saputo dare agli altri.

Se questa diventa la norma della nostra vita, dei nostri rapporti in famiglia, sul lavoro, a scuola, nelle mansioni o ministeri che viviamo in parrocchia, nei dibattiti pure pubblici, produciamo nella nostra società una inversione di tendenza, diamo con umiltà una testimonianza del vangelo. I gesti parlano più delle parole, i fatti costruiscono più dei pareri, il vangelo viene letto di più se ne viviamo lo spirito e la lettera.

31 Ottobre 2022
+Domenico

Audio della riflessione
Trasmissione Televisiva

Invita sempre, aspettati solo il rifiuto e sii sempre contento

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-11)

Lettura del Vangelo secondo Luca

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione

Come sempre Gesù nel suo parlare, che è sempre vangelo, buona notizia, prende spunto da una normale esperienza del nostro vivere: il sedersi a tavola per consumare un pasto. La mensa è una immagine della vita. In una famiglia a seconda di come si sta a tavola, capisci che vita di famiglia è: capisci chi è disponibile o chi si fa solo i fatti suoi; se c’è rispetto per i nonni, se sei in pace con tutti, se vuoi dialogare, se pretendi solo. In tante famiglie oggi non si mangia mai assieme, sono diventate un ristorante. Se fate parte di un consiglio di amministrazione, a tavola sarete schierati come al lavoro, preoccupati dei posti, dei vicini. Infatti sono due le cose che Gesù prende ad esempio per darci i suoi insegnamenti: il posto e gli invitati. Gesù ha spesso usato il momento del consumare un pasto, proprio perché è immagine della vita, per insegnarci a vivere e per donarci la sua stessa vita.

Il posto. Non scegliere i primi posti, quando sei invitato. E’ sempre imbarazzante trovare il posto giusto; ci gioca delicatezza, buon senso, pretesa, darsi importanza. Tanto che per evitare fastidi e caricarli tutti sull’ospite si scrivono nomi su bigliettini collocati al posto giusto. Il vangelo di Gesù però non è un testo di galateo è sempre vita bella, buona, beata. Il cristiano non prende i primi posti perché è uno che serve; il fondamento del suo vivere non ce l’ha in se stesso, nelle cose che fa, in quel che pensa la gente di lui, ma soltanto in Dio. Tutto quello che noi siamo è per grazia, anche eventuali autorità che rivestiamo, sono doni che Dio ci dà per servire il suo Regno. I suoi doni di cui colma ogni vita non possono essere usati per fare la differenza, ma per cementare una comunione.

Il posto che prendiamo alla mensa della vita indica il cumulo di responsabilità di cui dobbiamo rispondere davanti a Dio. Non si negano le qualità, i doni che Dio ci ha dato, ma si deve avere la coscienza chiara che più doni abbiamo, più Dio si aspetta da noi, più amore dobbiamo esprimere.

Gli invitati. Chi inviti a pranzo? Quelli che ti saranno utili, quelli che ti danno soddisfazione, quelli che vengono coi regali, quelli che ti servono per sentirti importante? Chi apprezzi nella vita? Chi fa parte del tuo giro? Il tuo amore ed è questa la domanda di fondo, è un vero amore? Se inviti sempre solo persone che poi vorrai che ti invitino a loro volta, non stai certo esprimendo il massimo di amore. Invita chi non potrà mai ricambiarti, Già l’invitare è un atto buono. Dio ha sempre fatto così e purtroppo siamo noi che non abbiamo mai voluto accogliere questo invito. Chi invita rischia sempre il rifiuto, ma proprio per questo ama lo stesso. Ma tu comincia a invitare “poveri, storpi, ciechi e miserabili”, gente che non ha mai ricevuto un invito da qualcuno e che non ti potrà mai invitare. E spera che accolgano il tuo invito che non farai mai per pietà, ma per puro amore.

29 Ottobre 2022
+Domenico

Trasmissione Radiofonica
Trasmissione Televisiva

Sei beato perché non hanno da ricambiarti

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-14)

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.

Sarà capitato anche a voi talvolta di essere invitati a un pranzo ufficiale, in qualche ambasciata o presso qualche amico importante. Quando si va a tavola l’ospite fa di tutto per non mettere a disagio gli invitati. Prepara allora tanti bigliettini con il nome di ciascun invitato, li colloca al posto giusto e per evitarti di fare il giro del salone a cercarti il posto ti fa un altro biglietto con la pianta grafica della tavola, con una crocetta. Ecco là è il tuo posto.

A parte qualche difficoltà di orientamento, per cui giri e rigiri qualche volta il biglietto, alla fine ci sei. Stai tranquillo, sei al tuo posto, non fai figuracce.

La mensa è un po’ una immagine della vita. Nel Vangelo spesso la tavola è uno dei luoghi in cui Gesù compie tanti gesti decisivi per la sua vita e per il suo insegnamento e soprattutto svela gli atteggiamenti fondamentali del suo regno. Nella vita è importante il posto e sono importanti i compagni di viaggio. “Quando sei invitato a pranzo non andare al primo posto, ma mettiti all’ultimo”. Non è una concessione al galateo, ma un richiamare che il cristiano deve essere come Lui, uno che serve, uno che non ha in se il fondamento del proprio vivere, ma l’ha in Dio. Non si tratta di deprezzare la nostra vita, le nostre qualità, le cose belle che siamo riusciti a fare, ma di avere netta la convinzione che tutto quel che siamo viene da Dio e per questo va messo a disposizione. Tutto ciò che siamo è per grazia, soprattutto l’essere chiamati a responsabilità e autorità nei confronti di altri. Non si tratta di norme di galateo, ma di capire come Dio ci valuta, nel modo opposto al nostro. Lui ha scelto l’ultimo posto, si è fatto servo di tutti e si è umiliato. Suoi amici sono quelli che fanno altrettanto.

“Quando offri un pranzo, non invitare quelli da cui ti aspetti un contraccambio”. Se regali, regala davvero gratis. La tua vita non può essere ridotta a un giro di affari, di scambi, di investimenti, non è il calcolo strategico di vantaggi. La tua vita non può essere un continuo gioco diplomatico di stabilizzazione del tuo benessere. C’è gente che ha fame e non ti inviterà mai a pranzo, c’è gente che è sola e non ti farà mai compagnia, ci sono figli che hanno bisogno di affetto e non te lo restituiranno mai, ci sono giovani che non si sentono di nessuno, che vogliono uscire dalla solitudine e non potranno mai farti crescere in carriera; ci sono anziani che aspettano di morire in un abbraccio e che ti lasceranno solo. “Sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. Questa parabola ci guarisce dal gonfiare il nostro  io  per  vivere di Dio. Ci snebbia dai deliri di onnipotenza: l’ umiltà è la nostra verità. I sette verbi del magnificat fanno di Maria un modello umano da imitare. Ha rovesciato i potenti, ha disperso i superbi, ha esaltato gli umili, ha ricolmato gli affamati, ha rimandato i ricchi, ha soccorso, si è ricordato della sua misericordia.

28 Agosto 2022
+Domenico

Essere cristiani è stare sempre dalla parte del Vangelo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-27) dal Vangelo del giorno Luca (Lc 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Audio della riflessione

Una vita “riuscita” sta nelle scelte di mezzo tra lo slancio entusiasta del giovane e la ponderatezza eccessiva dell’adulto? Sta nel politicamente corretto che si preoccupa delle sensibilità, delle reazioni, dei malumori da non esasperare, che si prefigge di accontentare tutti? Oppure sta in scelte decise, radicali, senza mezze misure, sbilanciate da una qualche parte e quindi provocatorie, non convenzionali e attendiste?

Fatta salva la classica prudenza e il rispetto di tutti, soprattutto dei più deboli, esclusa ogni forma di giudizio, la vita cristiana che è sempre vita di un uomo riuscito e pienamente realizzato nella sua vera dignità umana, secondo il vangelo, non sta nelle scelte di mezzo, ma nella decisione anche provocatoria di dedicarsi senza riserve al Regno di Dio, di sbilanciarsi dalla parte della giustizia e delle esigenze profonde di verità e libertà da tutti i condizionamenti del galateo.

Per questo Gesù non teme di offendere i sentimenti tenui e dice: chi non odia padre, madre fratelli e sorelle, chi non si butta senza rete di protezione non può essere mio  discepolo, chi non osa abbracciare la sua croce, il suo supplizio, la sua sofferenza, il suo dolore non è degno di stare dalla parte del Vangelo.

Non si tratta di  odio, tomba dell’amore, ma di assoluto primo posto di Dio nella vita di ogni credente, di precedenza assoluta dell’amore su ogni legame o calcolo, di centralità di Dio in ogni vita  e convivenza umana.

Non si tratta di nessun talebanesimo o fondamentalismo, ma di aver chiaro che la fede cristiana ha in sé la forza di ridare significato profondo a tutta la vita, di ridire la sua vera dignità, di essere atto intellettualmente onesto, laicamente dignitoso e umanamente capace di dare senso all’intera esistenza personale e del mondo.

La fede in Gesù ha una sua dignità di razionalità che sta alla pari di ogni ricerca umana, non teme alcun giudizio, né si colloca nell’irrazionale.

Essere cristiani è stare dalla parte del Vangelo, dalla parte del fuoco che Gesù viene a portare sulla terra e che desidera ardentemente che si accenda e porti calore al povero e sostegno al debole.

Il cristiano è uomo di parte, non perché fonda un partito, ma perché sceglie di stare sulla croce come Gesù, di stare dalla parte della bontà contro la malvagità; non avrà mai vita facile, ma vita felice e beata.

3 Novembre 2021
+Domenico

Il cristiano è uno che invita sempre e sa aspettarsi solo il rifiuto al suo invito

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-11)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione

Come sempre Gesù nel suo parlare, che è sempre Vangelo, buona notizia, prende spunto da una normale esperienza del nostro vivere: il sedersi a tavola per consumare un pasto.

La mensa è una immagine della vita: in una famiglia a seconda di come si sta a tavola, capisci che vita di famiglia è, capisci chi è disponibile o chi si fa solo i fatti suoi; se c’è rispetto per i nonni, se sei in pace con tutti, se vuoi dialogare, se pretendi soltanto … in tante famiglie oggi non si mangia mai assieme: sono diventate un ristorante.

Se fate parte di un consiglio di amministrazione, a tavola sarete schierati come al lavoro, preoccupati dei posti, dei vicini … infatti sono due le cose che Gesù prende ad esempio per darci i suoi insegnamenti: il posto e gli invitati.

Gesù ha spesso usato il momento del consumare un pasto, proprio perché è immagine della vita, per insegnarci a vivere e per donarci la sua stessa vita.

Il posto. Non scegliere i primi posti, quando sei invitato! E’ sempre imbarazzante trovare il posto giusto; ci gioca delicatezza, buon senso, pretesa, darsi importanza … tanto che per evitare fastidi e caricarli tutti sull’ospite si scrivono nomi su bigliettini collocati al posto giusto.

Il Vangelo di Gesù però non è un testo di galateo è sempre vita buona, bella, beata. Il cristiano non prende i primi posti perché è uno che serve; il fondamento del suo vivere non ce l’ha in se stesso, nelle cose che fa, in quel che pensa la gente di lui, ma soltanto in Dio.

Tutto quello che noi siamo è per grazia, anche eventuali autorità che rivestiamo, sono doni che Dio ci dà per servire il suo Regno: i suoi doni di cui colma ogni vita non possono essere usati per fare la differenza, ma per cementare una comunione.

Il posto che prendiamo alla mensa della vita indica il cumulo di responsabilità di cui dobbiamo rispondere davanti a Dio: non si negano le qualità, i doni che Dio ci ha dato, ma si deve avere la coscienza chiara che più doni abbiamo, più Dio si aspetta da noi, più amore dobbiamo esprimere.

Gli invitati. Chi inviti a pranzo? Quelli che ti saranno utili, quelli che ti danno soddisfazione, quelli che vengono coi regali, quelli che ti servono per sentirti importante? Chi apprezzi nella vita? Chi fa parte del tuo giro? Il tuo amore – ed è questa la domanda di fondo – è un vero amore? Se inviti sempre solo persone che poi vorrai che ti invitino a loro volta, non stai certo esprimendo il massimo di amore. Invita chi non potrà mai ricambiarti! Già l’invitare è un atto buono: Dio ha sempre fatto così e purtroppo siamo noi che non abbiamo mai voluto accogliere questo invito. Chi invita rischia sempre il rifiuto, ma proprio per questo ama lo stesso. Ma tu comincia a invitare “poveri, storpi, ciechi e miserabili”, gente che non ha mai ricevuto un invito da qualcuno e che non ti potrà mai invitare … e spera che accolgano il tuo invito che non farai mai per pietà, ma per puro amore.

30 Ottobre 2021
+Domenico