Ci aprisse qualcuno le orecchie per ascoltare?  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,31-37)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Audio della riflessione.

Essere sordi è proprio un bel guaio perché ti senti isolato dal mondo che ti circonda, vorresti sentire, capire quello che gli altri dicono, vorresti partecipare con loro a un dialogo che ti toglie dal tuo isolamento e invece non puoi. Diventi anche sospettoso perché spesso non riesci a decifrare nel volto, nei sorrisi o nei disappunti le reazioni di chi ti si rivolge. Ma ci sono molte altre sordità nella nostra vita: c’è un non voler ascoltare che è peggio dell’essere sordi. È la decisione di non permettere a nessuno di entrare nella nostra vita. Bastiamo a noi stessi e non vogliamo che nessuno ci disturbi. Invece la vita è proprio fatta di dialogo: di gente che sa ascoltare e di gente che parla, che apre la sua vita e di gente che ascolta, che offre il suo sostegno. Non possiamo passare la vita a fare i sordi e a fingere di essere muti.  

Gesù incontra un giorno un sordo muto, una persona che non può comunicare, che è costretta a vivere nel suo isolamento, in grandi difficoltà per comunicare; parla con gli occhi, ma non sempre c’è gente che lo sta a guardare e soprattutto lui non può dire pienamente la pienezza dei suoi sentimenti e del suo cuore. E Gesù gli grida quel perentorio “apriti”, toccandogli labbra e orecchie con la sua saliva. Per Gesù è sempre bello toccare, avere un contatto fisico con le persone, far loro sentire che si immedesima, si mescola, si accomuna, che è uomo fino in fondo come noi.  

È un gesto che fa sempre ogni prete quando battezza; apriti! gli comanda, la tua vita ora è nuova, c’è una parola da ascoltare che ti indica le strade vere della vita è la Parola di Dio e c’è una parola che devi far sgorgare dalla tua vita che è la lode di Dio. Quando ti alzi al mattino non cominciare a maledire la giornata e magari anche Dio, ringrazialo. C’è gente che si aspetta da te anche solo una parola e tu non rispondere con due grugniti o con qualche monosillabo. Ascolta e parla, mettiti a disposizione e offriti. Questo è il segreto della vita di tutti. Gesù questo lo sa fare sa far parlare i muti e udire i sordi, sa togliere tutte le nostre chiusure egoistiche per ascoltare e offrire speranza a tutti. Se ti chiudi in te stesso non solo muori tu, ma privi il mondo della tua persona, dei doni che Dio ti ha dato; sbarri la porta alle tante domande che molti ti possono fare per avere il tuo aiuto. La felicità la trovi solo se ne sai donare una briciola a qualcuno. 

09 Febbraio
+Domenico

I figli di Dio, e lo siamo tutti, possono disporre del pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,24-30

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto.
Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia.
Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia».
Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Audio della riflessione.

A chi crede in Dio non può mai mancare niente, non manca la sua Parola per illuminare la vita, non mancano i sacramenti per sostenere il cammino quotidiano, non manca una comunità che ti accoglie, non manca l’Eucaristia come cibo che rinforza, non manca la speranza che nasce dalla fede, non manca una visione positiva della vita che ti permette di affrontare con serenità il tuo futuro. Tutto questo il vangelo lo chiama il pane dei figli, per significare che se viviamo da figli di Dio possiamo contare su di lui in ogni momento, in ogni prova della vita.  

Molti invece sono senza niente; hanno domande profonde, ma sbagliano le risposte, hanno sete di Dio, ma vanno alla sorgente sbagliata per trovare ristoro; hanno desiderio di felicità e credono che si trovi nella droga o nell’alcool; desiderano amore e invece si adattano a comperarlo.  Forse era questa la situazione di quella donna greca, quindi non ritenuta nel numero dei figli d’Israele e quindi tagliata fuori dalla fede e dalla religione ebraica, che si gettò ai piedi di Gesù, disperata per la possessione demoniaca della figlia. Lei non aveva diritto al pane dei figli e Gesù per provarla glielo ricorda. 

La parola del Signore sembra dura. Forse intende mettere alla prova la fede, l’umiltà e la tenacia della donna. Ma questa donna ha grande desiderio di avere questo pane, e non si scoraggia, non discute una discriminazione quasi offensiva, ma perfeziona ancora di più la sua domanda che è più profonda della petulanza che avrebbe potuto esprimere: a me ne bastano alcune briciole, dice a Gesù. A lei che non fa parte del popolo eletto, ma che ha capito che è lì, in Gesù, che sta la salvezza, ha dentro una certezza: ha capito che i limiti che l’uomo pone, le ingessature, che si fanno di Dio per comodità, devono saltare! È tanto il bisogno suo, che nell’esprimerlo con insistenza si fa interprete dell’umanità che ha bisogno di una persona come Gesù. Nessuno può privatizzare la bontà di Dio, nemmeno l’appartenenza al popolo eletto. E Gesù che l’ha provocata le concede il miracolo, proprio perché ne ha visto la fede e la lucidità con cui la vive. 

  Nessuno oggi pensa che il vangelo sia eredità di alcuni pochi privilegiati, ma spesso il modo di costruire relazioni nella chiesa, tra i cristiani, il modo di accostarsi alla fede da parte di molti di noi è diventata una abitudine che non ci fa percepire che abbiamo sempre a disposizione il pane dei figli. Ci serve qualcuno che vive di briciole per capire quanto amati siamo e quanto il Signore voglia la nostra felicità.

08 Febbraio
+Domenico

La nostra voglia di vivere non va mai affidata alla routine  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,14-23)

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Audio della riflessione.

È uno sconfortante destino di tutte le religioni, quello di far crescere una serie di cultori del formalismo che ogni tanto hanno il sopravvento e ingessano l’esperienza religiosa autentica. È stato così sicuramente per la religione ebraica al tempo di Gesù. Ma anche prima: questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me… trascurate il comandamento di Dio e osservate le tradizioni degli uomini. 

È così anche del nostro vivere la fede nella Chiesa cattolica. Mi rendo conto quanto allora spesso, soprattutto i giovani, si decidano per dei loro spazi informali di vita, di ritrovo, di dialogo e anche di espressione religiosa. La domanda religiosa è alta, ma ha dentro sempre un desiderio di purezza, di autenticità, di creatività e originalità nell’esprimere la sete di Dio, il desiderio di una verità e di un coinvolgimento non di facciata, ma profondamente radicato nel tessuto delle relazioni umane; c’è la voglia di vivere anche la religione in diretta.  

Che cosa sono queste distinzioni tra sacro e profano? C’è forse qualcosa a questo mondo che è stato fatto sbagliato dal creatore? C’è qualche cibo, qualche elemento materiale che entrando nell’uomo gli può contaminare lo spirito? o non è dal cuore dell’uomo che nascono tutte le storture che ci sono in questo mondo! Non bisogna forse riportare al centro la dignità e responsabilità dell’uomo? 

Sono le domande stesse che si fa Gesù, le domande che pone a ciascuno di noi. È sempre in agguato anche per noi una sorta di formalismo religioso, di tradizionalismo ottuso e miope, una difesa di noi stessi, delle nostre abitudini spesso comode, scambiata per difesa della fede. È per comodità che affidiamo alla routine la mancanza di entusiasmo e la voglia di vivere, è per una inerzia colpevole che non ci lasciamo più interrogare dalla vita che cresce, che si trasforma, che si fa sempre nuova, dallo Spirito che continuamente ci sorprende. 

Noi cristiani di oggi saremo santi, se sappiamo essere uomini e donne di oggi, se sappiamo offrire alla Parola di Dio la nostra vita di oggi come carne in cui essa prende corpo. I santi di ieri ci indicano solo e bene la strada, le tradizioni sono indicazioni di direzione, ma vanno sempre rinnovate e la fede oggi è vera se si incarna nella vita di oggi. 

Due domande occorre sempre farsi per vincere il formalismo, l’adattamento, l’ingessatura nella fede. Che cosa regala la nostra vita alla Parola di Dio oggi? E l’altra: Che cosa regala la Parola di Dio alla nostra vita? Solo questo incontro operato dallo Spirito mantiene la fede viva per ogni uomo e donna, giovani compresi.

07 Febbraio
+Domenico

La fede si svuota con i nostri comodi formalismi  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,1-13)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Audio della riflessione.

Non è raro purtroppo rendersi conto che nella vita e nelle pratiche religiose spesso si insinui un ben camuffato tradimento. Gesù espone con forza richiamandosi alla grande tradizione dei Profeti quale è la vera religione e il vero culto: è interiore, espressione profonda della vita intima della persona; è vicinanza del cuore a Dio, un rapporto cuore a cuore con il Signore, con Dio Padre e lo sarà poi per sempre anche con Gesù stesso;  è osservanza del suo comandamento, che è sempre l’amore; è realizzazione autentica della sua parola; la parola di Gesù è la stessa sua carne, perché Lui è la Parola fatta carne. Subito si capisce, quanto è distante dalla vera religione qualsiasi formalismo, qualsiasi assolutizzazione di comportamenti di sola esteriorità senza anima. 

Gesù collega strettamente fra loro religione e amore, comandamento esterno e obbligo interiore. Non si può “annullare la parola di Dio con la tradizione” dice il vangelo. Lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II si riferisce a questo passo evangelico per denunciare “uno dei più gravi errori del nostro tempo” e cioè il distacco che si constata in molti di noi, tra la fede che professiamo e la nostra vita quotidiana. Contro questo scandalo già i profeti non risparmiavano rimproveri, avvertimenti, condanne, inviti a conversione, e ancora di più Gesù Cristo stesso con le sue parole e la sua stessa vita.  

Ne deriva che occorre una continua vigilanza per impedire che lo zelo per l’osservanza esteriore della legge dia l’avvallo a un certo tipo di persone, che si qualificano come religiose e che, proprio per questa osservanza esteriore, si considerano migliori degli altri, mancando nell’amore del prossimo e diventando duri e orgogliosi. È una vera tragedia umana, non solo contro-testimonianza, che gente simile ambisca a presentarsi come esempio di religiosità, tradendo così la bella e serena, pacifica e dolce comunione di Gesù con il Padre. 

Che Dio ci aiuti a non separare mai religione e vita, ma che la fede guidi tutte le decisioni e le riflessioni della nostra esistenza come aiuto infallibile per rendere trasparente e convincente la vita cristiana. 

06 Febbraio
+Domenico

“Apriti” è un imperativo missionario per ogni cristiano

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,31-37)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.
Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Audio della riflessione

Sordi e muti lo siamo un po’ tutti. Sordi perché non sappiamo o vogliamo metterci in ascolto, chiusi nei nostri piccoli e grandi interessi, in difesa di chi vuol osare una domanda una richiesta di aiuto; muti, perché nonostante il massimo di mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione, non riusciamo a dire, a parlare, a comunicare oppure moltiplichiamo parole, ma non diciamo niente o diciamo per far stare muti gli altri 

La vita dell’uomo è accoglienza e dono, è un continuo saper ricevere e riuscire a donare; se ne togli la prima non riesci a vivere la seconda. Se non riesci a sentire, ad ascoltare non impari a parlare; se non ti apri ad accogliere e ospitare, a lasciarti provocare non riesci a donare; riesci forse a importi, a comperare coi tuoi gesti, a creare dipendenza, ma non a donare. È così soprattutto nel campo della fede. 

Solo Gesù può spezzare le nostre resistenze, renderci capaci di ascoltare una Parola che non è la nostra, ma la sua e così renderci capaci di lodarlo. 

“Apriti”! è il comando perentorio che Gesù dice a quel sordomuto che incontra in una zona dell’antica Palestina abitata da pagani, da gente che non veniva dalla tradizione ebraica, disprezzata, o per lo meno ritenuta perduta e abbandonata da Dio. 

Effatà, apriti! sono le parole che si sente dire ogni bambino che viene battezzato. Ti si apre una nuova vita: hai bisogno di costruirla ascoltando una Parola che non produci tu, ma che ti dona Dio e hai bisogno di far sgorgare dal cuore una parola di lode che ti libera e ti permetta di offrire a Dio e a tutti il dono che sei. Ho il dubbio che il tuo padrino o madrina non te lo ricorda mai 

Apriti! vorremmo che Gesù ci dicesse quando sbattiamo la porta del bagno per non sentire più nessuno per la rabbia che ci monta dentro, quando stiamo in casa con lui o con lei per anni, muti su tutto ciò che passa nella nostra vita; quando non siamo capaci di ascoltare le invocazioni di compagnia, di perdono, di disperazione che ci circondano. 

Apriti! vorremmo che Gesù ci dicesse quando sepolti in alcune abitudini che ci rendono schiavi di noi, di qualche vizio assurdo, ma sempre padroni della nostra libertà, aspiriamo a una parola di liberazione. 

Apriti! vorremmo che Gesù ci dicesse per sciogliere la nostra vita in dono, regalare una proposta di fede, non tenerla per noi.  

C’è più bontà in noi di quanto pensiamo, basta lasciarla sgorgare. 

10 Febbraio
+Domenico

Tutti sono chiamati a godere di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,24-30)

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia.
Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia».
Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Audio della riflessione

A chi crede in Dio non può mai mancare niente, non manca la sua Parola per illuminare la vita, non mancano i sacramenti per sostenere il cammino quotidiano, non manca una comunità che ti accoglie, non manca l’Eucaristia come cibo che rinforza, non manca la speranza che nasce dalla fede, non manca una visione positiva della vita che ti permette di affrontare con serenità il tuo futuro. Tutto questo il vangelo lo chiama il pane dei figli, per significare che se viviamo da figli di Dio possiamo contare su di lui in ogni momento, in ogni prova della vita.  

Molti invece sono senza niente; hanno domande profonde, ma sbagliano le risposte, hanno sete di Dio, ma vanno alla sorgente sbagliata per trovare ristoro; hanno desiderio di felicità e credono che si trovi nella droga o nell’alcool; desiderano amore e invece si adattano a comperarlo.  Forse era questa la situazione di quella donna greca, quindi non ritenuta nel numero dei figli d’Israele e quindi tagliata fuori dalla fede e dalla religione ebraica, che si gettò ai piedi di Gesù, disperata per la possessione demoniaca della figlia. Lei non aveva diritto al pane dei figli e Gesù per provarla glielo ricorda. 

Ma questa donna ha grande desiderio di avere questo pane, gliene bastano alcune briciole, dice a Gesù. A lei che non fa parte del popolo eletto, ma che ha capito che è lì, in Gesù, che sta la salvezza, ha dentro una certezza, ha capito che i limiti che l’uomo pone, le ingessature, che si fanno di Dio per comodità, devono saltare. Che significa che io non posso venire a contatto con un dono di Dio che per definizione è di tutti? È tanto il bisogno suo e dell’umanità di una persona come Gesù che tutte le appropriazioni di lui, gli accaparramenti di lui, da parte di chicchessia sono una ingessatura di Dio, un tentativo sbagliato dell’uomo di privatizzare Dio per alcuni pochi privilegiati. E Gesù che l’ha provocata le concede il miracolo, proprio perché ne ha visto la fede e la lucidità con cui la vive. 

 Nessuno oggi pensa che il vangelo sia eredità di alcuni pochi privilegiati, ma spesso il modo di costruire relazioni nella chiesa, tra i cristiani, il modo di accostarsi alla fede da parte di molti di noi è diventata una abitudine che non ci fa percepire che abbiamo sempre a disposizione il pane dei figli e che dobbiamo essere noi a farlo godere a tutti. Ci serve qualcuno che vive di briciole per capire quanto amati siamo e quanto Dio non ci abbandoni mai. 

9 Febbraio
+Domenico

I cristiani nel mondo per una apertura alla vita nuova di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,14-23)

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.
Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Audio della riflessione

Ci accorgiamo tutti perché lo viviamo sulla nostra pelle che se vuoi essere fedele a Cristo devi andare controcorrente. Lo diceva ai giovani, papa Benedetto; lo dice spesso anche ai ragazzi, che ricevono la Cresima, papa Francesco. Nello stesso tempo però la nostra casa, è l’insieme di relazioni che determinano un territorio, la stessa società. Non siamo assolutamente in fuga, ma ben radicati nei nostri tessuti di relazione 

Già nei primi secoli della chiesa nella famosa lettera a Diogeneto si ricordava che i cristiani abitano le città di tutti, usano la lingua di tutti, ma hanno un loro stile di vita che li distingue, li caratterizza, li rende visibili, ma non li isola. I cristiani si “separano” dagli altri uomini, uomini e donne, e si costituiscono come un popolo Santo, non certo con pratiche esteriori di purificazione o con l’evitare il contatto con la gente o con persone considerate profane e “impure”, ma con la purezza del cuore. L’apertura di Gesù verso il mondo e la sua valutazione positiva della creazione saranno sempre coltivate dalla Chiesa primitiva e favoriranno l’avvicinamento al mondo pagano.  

È dal cuore dell’uomo che possono uscire le intenzioni cattive che distruggono l’umanità e la stessa creazione di Dio. L’ingresso nel popolo di Dio non richiederà quindi particolari purificazioni esteriori ma una profonda conversione del cuore il cui segno è l’unico battesimo.  

I discepoli di Cristo lo seguiranno tanto più da vicino quanto più rinnoveranno ogni giorno la conversione dal male e l’adesione a lui con perfetta carità; gli uomini di cultura e di scienza possono cercare la verità per liberare l’uomo e assicurargli la Sapienza di Gesù che per noi è l’uomo perfetto. È importante costruire la vita da cristiani seguendo l’insegnamento di Gesù e impostare il domani dentro la prospettiva del regno di Dio. Allora i giovani saranno aiutati a integrare sempre la sapienza umana con un amore vissuto e far crescere la speranza. 

8 Febbraio
+Domenico

Il nostro comodo formalismo non genera minimamente fede sana

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 1-13)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Audio della riflessione

Non è raro purtroppo rendersi conto che nella vita e nelle pratiche religiose spesso si insinui un ben camuffato tradimento. Gesù espone con forza richiamandosi alla grande tradizione dei Profeti quale è la vera religione e il vero culto: è interiore, espressione profonda della vita intima della persona; è vicinanza del cuore a Dio, un rapporto cuore a cuore con il Signore, con Dio Padre, e lo sarà poi per sempre anche con Lui stesso; è osservanza del suo comandamento, che è sempre l’amore; è realizzazione autentica della sua parola; la parola di Gesù è la stessa sua carne, perché Lui è la Parola fatta carne. Subito si capisce, quanto è distante dalla vera religione qualsiasi formalismo, qualsiasi assolutizzazione di comportamenti di sola esteriorità senza anima. 

Gesù collega strettamente fra loro religione e amore, comandamento esterno e obbligo interiore. Non si può “annullare la parola di Dio con la tradizione” dice il vangelo. Lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II si riferisce a questo passo evangelico per denunciare “uno dei più gravi errori del nostro tempo” e cioè il distacco che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana. Contro questo scandalo già i profeti non risparmiavano rimproveri, avvertimenti, condanne, inviti a conversione, e ancora di più Gesù Cristo stesso con le sue parole e la sua stessa vita.  

Ne deriva che occorre una continua vigilanza per impedire che lo zelo per l’osservanza esteriore della legge dia l’avvallo a un certo tipo di persone, che si qualificano come religiose e che, proprio per questa osservanza esteriore, si considerano migliori degli altri, mancando nell’amore del prossimo e diventando duri e orgogliosi. È una vera tragedia umana, non solo contro-testimonianza, che gente simile ambisca a presentarsi come esempio di religiosità, tradendo così la bella e serena, pacifica e dolce comunione di Gesù con il Padre. 

Se vogliamo che la comunicazione della nostra esperienza di fede, sia tra noi che con le persone che non conoscono Gesù o non vivono la fede cristiana, abbia in sé una forza generativa di vita vera e di fede, Dio ci aiuti a non separare mai religione e vita, ma che la fede guidi tutte le decisioni e le riflessioni della nostra esistenza come aiuto infallibile per rendere trasparente e convincente la vita cristiana. 

7 Febbraio 2023
+Domenico

Ci aprisse qualcuno le orecchie per ascoltare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 31-37)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

Audio della riflessione

Essere sordi è una grande sofferenza perché ti senti isolato dal mondo che ti circonda: vorresti sentire, capire quello che gli altri dicono, vorresti partecipare con loro a un dialogo che ti toglie dal tuo isolamento e invece non puoi … diventi anche sospettoso perché spesso non riesci a decifrare nel volto, nei sorrisi o nei disappunti le reazioni di chi ti si rivolge …

… ma ci sono molte altre sordità nella nostra vita: c’è un non voler ascoltare che è peggio dell’essere sordi: è la decisione di non permettere a nessuno di entrare nella nostra esistenza, bastiamo a noi stessi e non vogliamo che nessuno ci disturbi … la vita degli altri è sempre una seccatura, una invasione …

… invece la vita è proprio fatta di dialogo: di gente che sa ascoltare e di gente che parla, di persone che aprono la loro vita e di gente che ascolta, che offre il suo sostegno.

Non possiamo passare la vita a fare i sordi e a fingere di essere muti …

… e Gesù incontra un giorno un sordo-muto, una persona che non può comunicare, che è costretta a vivere nel suo isolamento, in grandi difficoltà nello stabilire relazioni: parla con gli occhi, ma non sempre c’è gente che lo sta a guardare e soprattutto lui non può dire chiaramente la pienezza dei suoi sentimenti e del suo cuore … e Gesù gli grida quel perentorio “apriti”, toccandogli labbra e orecchie con la sua saliva.

Per Gesù è sempre bello toccare, avere un contatto fisico con le persone, far loro sentire che si immedesima, si mescola, si accomuna e alla gente spesso basta toccare il suo mantello per sentirsi salvato oltre che guarito.

E’ un gesto che fa sempre ogni prete quando battezza: “apriti” gli comanda, la tua vita ora è nuova, c’è una parola da ascoltare che ti indica le strade vere della vita, è la Parola di Dio e c’è una parola che devi far sgorgare dalla tua vita che è la lode a Dio: quando ti alzi al mattino non cominciare a maledire la giornata e magari anche Dio … ringrazialo invece e apriti ai suoi doni, ai suoi appelli: c’è gente che si aspetta da te anche solo una parola e tu non rispondere con due grugniti o con qualche monosillabo … ascolta e parla, mettiti a disposizione e offriti! Questo è il segreto della vita di tutti! Gesù questo lo sa fare, sa far parlare i muti e udire i sordi, sa togliere tutte le nostre chiusure egoistiche per ascoltare e offrire speranza a tutti.

E’ la vocazione dell’uomo quella di riaffidarsi sempre al Dio della Parola che salva e dell’ascolto che accoglie: la nostra vita deve sempre avere come punto forza il dialogo, l’ascolto paziente e la forza di dire e di convincere, di esporsi e di ricevere, di orientare e far convergere dopo aver apprezzato e meditato quello che la vita degli altri ti presenta … occorre avere sempre una grande fiducia che da ogni cuore possa sgorgare una bontà e che in ciascuno ci sia disponibilità ad accogliere la verità, che per questo va sempre servita con coraggio.

In questo seguiamo il maestro Gesù, perché ne ascoltiamo sempre la Parola e ne annunciamo la forza.

11 Febbraio 2022
+Domenico

Coraggiosa, decisa, tenace: una madre per sua figlia

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 24-30)

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: “Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma lei gli replicò: “Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia”. Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Audio della riflessione

Capita ai personaggi televisivi che ti trovi ad ogni ora sul video e che poi incontri in città o in spiaggia, di sentirsi cercato … se poi è un campione sportivo o una medaglia d’oro o un cantautore di cui conosci a memoria ogni testo e che ti passa in cuffia in tutti i tempi liberi lo desideri incontrare: in lui ti identifichi, ti interpreta la vita, sembra che ti capisca, che dia voce alle tue aspirazioni, ma l’hai sempre pensato grande, irraggiungibile, di alto rango … “poterlo vedere, potergli parlare è una aspirazione forse fatua, ma utile per me, per darmi un po’ di adrenalina … non è solo curiosità”.

Gesù non era un personaggio televisivo, non bucava il video, ma stanava dai cuori speranza e per questo, dice il Vangelo, tra virgolette, leggo: “non poteva restare nascosto, lo cercavano tutti”.

C’è tra la folla una donna coraggiosa, decisa, sfacciata direbbe qualcuno, che bada più alla sostanza che alla forma: è di origine greca, non è del giro degli ebrei, per questo si sente più libera, ma anche più disperata … le è stata strappata la figlia dal demonio e le è stata tolto il suo bene sommo: non è più la stessa – sua figlia – da quando il demonio gliel’ha stregata, se ne è carpito il corpo, il cuore e l’anima; le ha distrutto tutti i legami di affetto, si sente in casa non solo un corpo estraneo, ma il male in persona e questo male sta in sua figlia, in colei che ha partorito con dolore e segue con indomabile amore.

Sa che c’è Gesù e va da Lui: non le importa niente delle convenzioni sociali, si butta ai suoi piedi, lei straniera, donna, intrusa e disperata, ma con la speranza puntata in Gesù e osa … osa dire quello che il suo cuore le chiede, quello che da tempo sente di affidargli: “Gesù qui c’è mia figlia, ma il male me l’ha rapita, Tu che sei la vita vera, Tu che ami la gioia di vivere, Tu che non hai niente in comune con il maligno, Tu che sei l’innocente … guariscila, restituiscila alla vita, alla bontà, non permettere che sia preda di un male più grande di noi e che noi non possiamo vincere”.

Gesù sepolto dalla folla rumorosa dei suoi connazionali avverte che c’è una domanda pressante, una umanità ferita davanti a sé: coglie la disperazione, ma sa di essere circondato da una mentalità arroccata su un’alta concezione di sé: “Noi siamo il popolo che ha Dio ce l’ha più vicino di ogni altro popolo, noi siamo popolo eletto, siamo discendenza di Abramo e tu Gesù sei venuto per ricostruire il nostro tempio interiore”. La gente lo vorrebbe per sé, solo per sé! Il cerchio dei buoni si deve chiudere … e dice alla donna quel che la gente pensa: “ti rendi conto che stai esagerando? Non c’è pane per l’estraneo, per l’intruso! Ci sono figlie e figli che hanno bisogno di ritrovare salute, appartenenza piena al popolo santo di Dio. Che pretendi, tu che non sei dei nostri?”

Lo pensiamo sempre tutti e lo diciamo pure perché vogliamo goderci quel che abbiamo e che non ne possiamo più degli intrusi, degli stranieri, dei poveracci che disturbano la nostra già fragile quiete ed equilibrio: “Stessero tutti a casa loro, noi vogliamo godere della nostra vita da soli. Noi abbiamo sudato il nostro benessere e non vogliamo spartirlo. Non solo non siamo accoglienti, ma ci appropriamo anche di quello che Dio ci ha dato per tutti”.

Ma la donna ha una disperazione nel cuore, per lei si tratta di vita o di morte: “Non aspiro al pane, mi bastano le briciole. Non mi arrogo diritti di figliolanza, mi basta fare il cagnolino che gira tra le gambe dei commensali, prendendo qualche volta calci tra i denti. Non ho pretese di privilegi o di doni, mi accontento di ciò che avanza dalla tua mensa, perché per me anche una briciola del tuo amore, fa la mia felicità”. Questa è fede pura, lo dice anche Gesù, e le briciole che la donna sperava si trasformano in pane della vita, e la straniera, la siro-fenicia, la pagana, l’immigrata  si rivede donata, libera, vera, guarita, ricostruita nella sua dignità e nella sua figliolanza la sua creatura che prima era del demonio.

10 Febbraio 2022
+Domenico