Il Perdono sempre contro ogni disperazione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 21-22) dal Vangelo del giorno (Mt 18, 21-19,1)

Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

Audio della riflessione

Pietro domanda un giorno a Gesù quante volte deve perdonare. Si perdona sempre, perché abbiamo sempre bisogno noi di perdono. Avere bisogno di perdono significa essere consapevoli di aver tradito un amore smisurato e sentirsi addosso insistente una continua proposta d’amore che ogni giorno rimette in discussione la nostra vita. Bisogno di perdono è constatazione di tradimento, dopo insistite promesse di fedeltà e patti di amicizia. Bisogno di perdono è percezione di una inconsistenza esistenziale, dovuta alla sperimentazione di una assurda autosufficienza che ha disarticolato il  nostro senso del limite, il sentirsi creature, e aprirsi a Dio che solo può riempire la nostra vita vuota. Bisogno di perdono è consapevolezza che il male profondo che è il peccato non possiamo guarirlo da noi, non abbiamo la capacità di ricucire le nostre ferite. E’ solo Dio che lo può fare.

L’accoglienza del perdono è un atto di contemplazione, prima che la constatazione di un rimorso o di un pentimento. E’ incrociare lo sguardo di Gesù sulla nostra vita. E’ immergersi nel suo stato d’animo, nella sua innocenza assoluta, nella sua tenerezza. Non è guardarsi addosso per dire quanto siamo sbagliati, per aver vergogna di quello che siamo, per disprezzarci e registrare un altro smacco, un altro venir meno ai nostri impegni, un altro: non son capace di fare niente. Il bisogno del perdono cristiano non è “godere” di essere indegni, non è nemmeno dispiacersi di non aver avuto coerenza, ma è prima di tutto contemplazione di un amore, è capacità di lasciarci guardare con amore, è avere negli occhi lo sguardo di Gesù, risentire nel cuore il calore della sua amicizia, scomparire per far brillare la sua grazia. Il centro è Lui, non il nostro smacco o la nostra umiliazione. Spesso siamo più dispiaciuti di non essere stati all’altezza del nostro compito che di aver offeso Gesù. E’ Lui che dobbiamo mettere al centro. E’ Lui che dobbiamo contemplare in tutti i suoi gesti umanissimi di amore.

Abbiamo bisogno di trovare Grazia presso Dio, come l’ha trovata Maria, di essere immersi in un mare di gratuità, in una pienezza del tempo, in quel vortice della storia della salvezza che Dio ha sempre pensato per l’uomo, da quando ha deciso di rischiare sulla nostra libertà. Abbiamo usato la libertà per vivere da schiavi; diventare figli non è opera nostra; è solo per la pienezza del perdono di Dio, che non ci abbandona mai.

12 Agosto 2021
+Domenico

Perdono VERO, non terapia contro il rimorso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 29-34)

Quante volte vorremmo che il male da noi fatto ad una persona  amata non fosse mai stato fatto.

Abbiamo sbagliato, ci rendiamo conto che tutto è capitato in piena coscienza, ma entro una visione sbagliata della vita, in un soprassalto di ira, di cattiveria.

E le conseguenze rimangono, spesso sono irrecuperabili.

Pensi a chi ha ammazzato per odio o per rubare, per idee politiche o per affari, ma anche a noi che grazie a Dio non uccidiamo, ma ci sentiamo spesso egoisti e cattivi, stracciamo affetti e sentimenti, vite e dedizioni.  

Potremo ancora ritornare innocenti?

Molti credono che l’unica possibilità sia il castigo, l’occhio per occhio, la vendetta.

Se anche la giustizia deve fare il suo corso, resta sempre un cuore ferito, una vita spenta, un’angoscia mortale.

“Peccato” chiamiamo noi cristiani  questa colpa che oltre a distruggere sentimenti, legami e vita distrugge lo spirito, l’anima; spegne speranza e cancella l’innocenza. 

Si alza un grido tra la folla al di là del Giordano.

E Giovanni il Battista, il battezzatore che vede Gesù e lo indica dicendo: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. 

E’ il gesto che ad ogni Messa viene preposto alla comunione: ecco l’agnello di Dio.

Non è un ricordo, ma una storia che si ripete ad ogni celebrazione eucaristica. 

È lui che ha la possibilità di sradicare dal cuore il peccato, di ridare l’innocenza perduta.

I tuoi peccati se anche fossero come scarlatto diventeranno bianchi come la neve.

Non è una medicina psicologica per far passare il senso di colpa, o una terapia contro il rimorso: È Dio l’unico che sa ricucire le ferite che il male provoca in noi, è lui che va oltre ogni riparazione, ogni castigo, è Lui che cambia il male della nostra vita nella prima tappa della rinascita. 

Gli ebrei nell’Antico Testamento credevano di potersi liberare dal male con questo rito: veniva preparato un capro da ammazzare e sgozzare.

Il rito consisteva nello stendere le mani  sul  capro per scaricare su di esso ogni colpa, ogni peccato, un capro da far cacciare nel deserto lontano da tutti caricato dei loro peccati. 

Toccò in forma definitiva fare il capro espiatorio proprio a Gesù. Infatti fu cacciato fuori dalle mura di Gerusalemme sul Golgota, crocifisso e ucciso. 

Dal primo Natale e sempre anche oggi invece è nessun capro, ma lo stesso Gesù che prende su di sé il nostro male, il cumulo dei nostri odi, delle nostre cattiverie infinite e ci ridona salvezza, serenità e innocenza. 

19 Gennaio 2020
+Domenico