Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 14-21)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Avere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove. Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.
Così è stato per gli ebrei nel deserto. Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento. E’ una immagine ardita, ma usata dal vangelo, di Gesù sulla croce. La croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso. Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio. Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita.
Il crocifisso può recare sicuramente fastidio per tanti motivi, per chi ha smesso di credere e si vede collocare davanti un segno che richiama tempi che vuol rinnegare, per chi ha altra religione che vorrebbe un segno più suo, per l’agnostico che non si adatta a questa debolezza razionale di tanti uomini pure saggi e stimati. Ma faceva fastidio soprattutto questo simbolo nei primi secoli del cristianesimo. Per molti anni si è fatto fatica a disegnare questa croce, questo supplizio, questo inaudito segno di riconoscimento per collocarlo alla venerazione dei cristiani.
Eppure proprio quella croce è il simbolo che ha cambiato la storia dell’umanità. Chi guarda a quella croce, si sente rinascere le forze, gli sparisce la febbre mortale del peccato, riprende speranza nel suo futuro, si sente la carezza amorevole di Dio che gli cancella ogni rimorso, ogni disperazione.
Guardando a quella croce, ci vede inchiodato un atto di amore che sembra folle, ma che è il gesto di Dio che ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio, l’unico, amatissimo, agapetòs, Agapito. Cristiano, uomo, non ti vergognare di questo orrore, lì è condensata la cattiveria di ogni uomo e di ogni tempo, lì però si è schiantata la forza del male, che si è caricato Gesù sulle spalle. Queste due braccia incrociate hanno cambiato la storia. Oltre, il male non può andare. E la croce non è un giudizio, ma una salvezza. Non ha mandato il figlio per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Quando sono diventato prete sono salito su quella croce, me la sono scritta nel cuore, me la sono tatuata sulla pelle. Su questa croce sono salito tutte le volte che ho celebrato l’Eucarestia; sono stato accanto a Gesù fino alla resurrezione e porterò sempre questo mistero nel mondo, anche se mi sento sempre inadeguato.
14 Settembre 2022
+Domenico
