I papà si inteneriscono per i figli; a maggior ragione Dio  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 5-13)

In quel tempo, Gesù disse ai discepoli:
«Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Audio della riflessione.

Le nostre preghiere a Dio sono spesso domande e spesso ce ne scusiamo perché vorremmo soprattutto lodare il Signore, ma anche le domande sono preghiera, sono fiducia nel Signore, sono la presentazione dei nostri bisogni in cui vogliamo che Dio abiti e ci faccia compagnia. Nel vangelo c’è una preghiera insistita di un papà per i suoi figli e ha paura di essere importuno e molesto nei confronti del suo amico. Con il Signore non dobbiamo temere di essere “molesti” e “importuni”: sono parole che  sottolineano l’insistenza e il coraggio del richiedente. Se già gli uomini egoisti, falsi amici, ecc. alla fine si scomodano per noi e ci esaudiscono, quanto più dobbiamo avere piena fiducia in Dio. Egli non ci ascolta per togliersi di torno uno scocciatore, ma perché è il vero nostro amico: è il nostro papà. 

 Gesù che spesso nella sua vita, come ci racconta Luca nel suo vangelo, si riferisce alla preghiera, ne parla, la vive, la propone e nello stesso tempo ci tiene a dire che Dio esaudisce ogni preghiera, non è sordo alle richieste dell’uomo, non si nasconde davanti a lui. E questo, perché ama infinitamente l’uomo, suo figlio. Quindi il problema non esiste da parte di Dio ma, eventualmente, da parte dell’uomo. L’uomo prega solo se si sente veramente bisognoso: i sazi e i buontemponi non sentono il bisogno di pregare.  

Le preghiere rivolte a Dio possono assomigliare a quelle di un figlio verso il padre umano. E’ impensabile che questi risponda con cattiverie alle richieste di cibo del figlio. Non c’è un padre così spietato tra gli uomini, tanto meno si può pensare che un tale comportamento sia possibile in Dio. Noi uomini e donne siamo cattivi, Dio è buono. Se un padre umano, che è cattivo, sa dare cose buone a suo figlio, quanto più il Padre del cielo darà tutto, cioè lo Spirito Santo, a coloro che glielo chiedono. Se l’uomo si commuove davanti alle necessità di un amico o di un figlio, tanto più Dio. 

Nel vangelo di Matteo, parallelo al nostro di Luca si dice che Dio dà “cose buone” (7,11), cioè i beni della salvezza, in san Luca si dice che dà lo Spirito Santo, che è il Dono dei doni. Non c’è differenza perché l’uomo si raccomanda per il pane e Dio gli dona anche lo Spirito Santo, che è il Dono che contiene tutti gli altri doni. 

Solo Dio può riempire il cuore dell’uomo. Egli ci dà “molto di più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20): si dona a ciascuno secondo il suo desiderio. L’unica misura del dono è data dal nostro desiderio: chi desidera poco, riceve poco; chi desidera tutto, riceve tutto. Il tema dominante è la paternità di Dio che si esprime nel dare. Noi dobbiamo chiedere non perché lui ignori il nostro bisogno, ma perché il dono può essere ricevuto solo da chi lo desidera. Quanti doni di Dio abbiamo rispedito al mittente! Avere grandi desideri é condizione per essere capaci di ricevere il dono più grande: lo Spirito Santo. 

Quando il Padre sembra restio a dare, è perché non ci dà ciò che vogliamo, ma ciò che è giusto. Di solito chiediamo a Dio che soddisfi i nostri bisogni immediati e superficiali, ma egli vuol farci scoprire e colmare il nostro bene essenziale: essere suoi figli. Ci nasconde i suoi doni, affinché cerchiamo lui che è il Donatore.  

La domanda che si fa in noi preghiera non è solo un buco da riempire con una risposta, ma una sfida che Dio accetta e nel rispondere va oltre, con beni che neanche ci immaginavamo di conoscere, quando abbiamo domandato. 

Egli esaudisce sempre le nostre preghiere quando sono secondo la sua volontà; e ci fa proprio un grande piacere a non esaudirle quando non sono secondo la sua volontà, perché farebbe il nostro male. Quando preghiamo succede sempre qualcosa di buono, anche se non sempre sappiamo che cosa. 

12 Ottobre
+Domenico

La più bella preghiera dei cristiani

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 11,1-4

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».

Audio della riflessione.

Sono molto rare le persone che non pregano. Viene spontaneo a tutti immaginare che ci sia qualcuno che ci aiuta, che sta oltre noi, che non è invischiato nei nostri commerci e che gratuitamente si mette dalla nostra parte e ci solleva dalle miserie in cui cadiamo. Una preghiera semplice ti affiora alle labbra nei momenti più intensi, nei bisogni e nelle situazioni più disperate; è un nome, una invocazione, un sospiro. Dio, se ci sei batti un colpo! Gli apostoli, che vivevano in un mondo religioso, pregavano. Erano cresciuti nelle sinagoghe e avevano imparato a recitare salmi, a innalzare lodi a Dio; frequentavano il tempio e partecipavano alle liturgie dei sacerdoti. Ma quando vedevano Gesù stare notti intere a dialogare con Dio Padre, a pregare, hanno avuto nostalgia di questa nuova forma di preghiera di Gesù, lontana dal tempio, dal chiasso, eppure così intensa e determinante per la sua vita e per ciò che aveva in cuore e che sentiva importante realizzare.  

E gli domandano: insegnaci a pregare. Pregare è un’arte, non è un mestiere; ha bisogno di tensione interiore, di radicamento nella vita e di grande abbandono in Dio. Gesù allora li aiuta a fare della preghiera non una continua lagna, o un moltiplicare parole, ma un atto di abbandono nel Padre. Insegna loro a chiamare Dio con il tenero nome di Padre. Gesù sempre così si è rivolto a Dio, proprio perché questa paternità è venuto ad annunziare agli uomini, è questa la buona notizia che pervade tutta la vita di Gesù. Questa parola è il cuore della vita cristiana, contiene tutto l’affetto di noi figli verso il papà e di noi fratelli verso Gesù. Questo Padre ancor prima di essermi utile deve essere lodato, benedetto, amato, tenuto in conto da tutti i figli. Questo si intende quando preghiamo che il suo nome sia santificato. Se siamo figli dobbiamo essere orgogliosi che Dio sia amato e lodato da tutti.  

Un desiderio deve sgorgare dal cuore di tutti gli uomini che si rivolgono a Dio, che si realizzi nel mondo per tutti il suo regno, cioè un mondo fatto di giustizia, di pace, di fraternità, di amore. Un regno di samaritani che si dedicano a dare dignità a chi si trova piegato in due dal dolore, dall’ingiustizia e dal sopruso. 

Padre tu sai che abbiamo bisogno ogni giorno di poter vivere, dacci il pane quotidiano, è un pane nostro, non mio, da condividere in fraternità. Tu sai quanto siamo insolventi nei tuoi confronti, quanto ti offendiamo nelle tue creature, perdonaci e dacci la forza di essere capaci come te di perdonare. Non ci mettere alla prova che siamo deboli. Ci fidiamo di te, siamo tuoi figli. 

11 Ottobre
+Domenico

Gesù conosce ciò che c’è nel nostro cuore  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Audio della riflessione.

Sei impegnato anche quando ti riposi? anche quando te ne stai tranquillo in compagnia di due ragazze? Sei disimpegnato anche se lasci per un po’ di tempo le public relations e ti lasci coccolare dall’amicizia? Nel mondo in cui siamo, il tempo va tutto calcolato, anche quello libero, soprattutto quello libero. Occorre spremere di tutto e di più. Se vuoi far carriera, sappi che non c’è niente di inutile, devi calcolare tutto e non farti irretire da sentimenti e romanticismi e non farti legare dall’amicizia. Devi essere sempre tu che ha in mano la vita, che la orienta, che decide dove collocarla.  

Lui, Gesù tornava spesso a Betania. C’erano due sorelle che stravedevano per lui, c’era un amico che lo rincuorava dopo le sfide e le provocazioni senza esclusione di colpi dei farisei. Dice il vangelo: “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”. Si metteva in pantofole, lui che nessuno fermava nell’ardore di buttarsi nell’avventura del Regno, Lui che appena il giorno prima aveva buttato all’aria le bancherelle del tempio e qualcosa di più nella coscienza della gente. “Venite in disparte e riposatevi un po’, passate di qua quando non ne potete più e avete giù la catena e non capiterà mai che io abbia qualcosa d’altro da fare che abbracciarvi, ascoltarvi, coccolarvi”.  

Maria se ne stava là a contemplare, non lo vedeva tutto, tanto gli stava vicino, lo riempiva dei suoi sguardi, Marta brigava e borbottava perché si voleva mettere al centro della scena, Lazzaro gli dava il cuore e senza volerlo gli preparava in gola il pianto per la sua morte. Gesù non era un super eroe, non era un blocco di pietra, non girava col portatile per programmare tutto e sempre, prendere appunti e non perdere tempo, ma un cuore che ama, che apprezza i sentimenti, che sa commuoversi e piangere, arrabbiarsi e presentare contro il male una faccia dura come la pietra. Gesù sapeva e sa quello che c’è nel cuore dell’uomo. Sa che la nostra parte migliore è stare in contemplazione, lui del Padre e noi di Lui.  

Marta questo l’aveva capito forse un po’ a fatica, ma non aspettava che Gesù, non vedeva che Lui. Alla morte di Lazzaro la sua iperattività forse, ma la sua concretezza riesce a far incontrare Gesù con Maria troppo demotivata e inerte per quella morte. “Gesù ti vuol parlare!, dice Marta. Ora non stai contemplandolo, ma stai crogiolandoti nel tuo dolore, soffrendo da sola.  

Basta questa attenzione per ridare a Maria la dignità che spesso con i nostri strani ragionamenti le togliamo. E Gesù risuscita Lazzaro e Marta ne ringrazia Dio e ne gioisce. 

10 Ottobre
+Domenico

Anche se siamo ripiegati a terra  e mezzo morti, Gesù ci viene a prendere  

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 10, 25-37)

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Audio della riflessione.

Ricordiamo tutti lo sforzo di Gesù di insegnarci a volerci bene, ad essere generosi, a fare della vita cristiana un atto di amore verso tutti. E per farsi capire racconta la parabola di quell’uomo che scende da Gerusalemme a Gerico e incappa nei briganti.  

Io, tu, siamo questo uomo, stiamo facendo un cammino contrario a quello di Gesù, Lui sale a Gerusalemme, brama gli atri del Signore, sa che là incontra il Padre e lo incontrerà sulla croce, noi facciamo la strada al contrario: siamo stanchi del tempio, non ci interessa la religione, stiamo distanti dalla chiesa. Non ci attira più quel mondo che qualche volta abbiamo anche amato. Ce ne siamo allontanati anche noi dalla Chiesa dopo la Cresima…  e troviamo briganti che ci spogliano di tutto: il nostro cuore, la nostra vita, le nostre qualità, la nostra figura. Veniamo privati di tutto perché i doni che abbiamo li sperperiamo. Diamo la colpa a noi, prima di tutto, siamo noi che buttiamo via le risorse più belle nell’inedia, nella superficialità, siamo noi che vendiamo corpo e sentimenti sulla strada. E sperimentiamo la morte. Ci sarà qualcuno che mi ferma su questa discesa? Qualcuno che mi prende per il bavero e mi dà una scossa per farmi capire quanto sono fuori di testa? Oppure sono attorniato sempre da amici compiacenti, perché anch’io sono sempre compiacente con i miei amici, non ho mai il coraggio di dire quello che non condivido? 

Incontra due persone che non si degnano di uno sguardo. Ad un certo punto c’è una sorpresa. Sulla stessa strada, ma nella direzione opposta dell’uomo che scende da Gerusalemme si fa incontro un samaritano. Il samaritano è Gesù. Chi ci incontra mezzi morti è Gesù, chi si comporta diversamente da una legge fredda e un culto ingessato è Gesù. Lui lo chiamano già mangione e beone; lui, a detta anche dei suoi parenti, è fuori di testa, lui è trasgressivo sul sabato, lui è un bestemmiatore perché si fa Dio, lui è quello che sta ad aspettare il figlio che è andato a sperperare tutto, il suo amore compreso, lui è quello che chiama Dio papà mancando del minimo senso di deferenza verso il Dio di Mosè, lui non ne può più di come hanno ridotto a spelonca di ladri il tempio la casa della preghiera e non degli affari anche religiosi, lui è quello che ha fatto cadere a terra una dopo l’altra le pietre dei vecchioni pronti a lapidare l’adultera…  

Siamo contentissimi se Gesù ci viene incontro ancora su questa nostra strada della vita per guarire le nostre ferite, per aiutarci a superarne le sventure, per darci capacità di aprire occhi e cuore su chi è ferito come noi o peggio di noi, per scrivere nella nostra agenda quotidiana la gratuità verso tutti, l’amicizia, il sostegno, la compagnia, l’aiuto vicendevole.

09 Ottobre
+Domenico

I piccoli, gli scartati godono dei segreti di Dio  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 17-24)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Audio della riflessione.

C’è tanta gente che è tagliata fuori dalla vita, che non riesce più a mettersi in corsa. Tutti gli altri hanno trovato lavoro, degli affetti stabili, si sono fatti una famiglia, hanno raggiunto la pace interiore; sono pure intelligenti; fortunati si dice. Invece qualcuno non è riuscito a stare al passo, è caduto; una sbandata, un giro di amici, una debolezza su cui si sono accanite tutte le sfortune,  una leggerezza diventata abitudine e resta indietro; tenta di risalire, si sforza di riprendere la corsa, ma c’è sempre qualche inciampo.  

In alcune società molti diventano barboni, altri incappano negli usurai, spesso ci pensa la mala vita a incatenare e a togliere ogni voglia di riscatto. Gesù dice che è venuto proprio per questi e ringrazia Dio perché ha rivelato la bellezza e il senso della vita proprio a questi. Non sono i potenti che gli danno gloria, non sono gli intelligenti, i grandi della terra, i dotti autosufficienti, ma i senza niente, quelli che hanno fame e sete, quelli che in cuor loro desiderano una vita pulita e non ce la fanno e mettono la loro fiducia solo in Dio.  

Vedere e ascoltare sono i segreti di un incontro con Gesù. Occorre avere il coraggio di vederlo all’opera nella storia e ascoltare la sua Parola, sentire da lui chi essere nella vita, ma ancor prima ascoltare la Parola che descrive la grandezza della sua bontà. Il povero ha bisogno di tutto, ma al di sopra di ogni cosa ha bisogno di sapere che nella sua vita c’è una meta, che oltre le sue sofferenze c’è una salvezza, che non è vero che per essere liberi occorre disfarsi di questa nostra vita, che in questa nostra sofferenza si è inscritto il Salvatore, il Signore. La nostra vita è una attesa, è aspettare e essere certi di una presenza; è sapere che nelle nostre storie è stato seminato un principio di verità e di felicità e attendere con fiducia che si sviluppi. 

I piccoli della terra sono i beati. La salvezza, la felicità della vita è svincolata da privilegi, da prenotazione di posti, da tribune d’onore, da prime file. Non è un colpo impazzito di fortuna che a caso si colloca in chi non sa attendere e sperare, non la possiede la mala vita, nemmeno il giro delle felicità artificiali. La salvezza di Gesù raggiunge i tagliati fuori. 

Per questo diventa proprio vero che Dio non abbandona nessuno mai. Non è a caso che la Madonna ci abbia insegnato la preghiera semplice del rosario, quel ripetere sempre Ave Maria è un atto d’amore a Dio attraverso sua madre, soprattutto oggi ci rivolgiamo a Lei così; non sono necessarie astrazioni, ma solo imitazione di Lei  

07 Ottobre
+Domenico

La fede non è un pilota automatico, ma un dono sempre nuovo

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 10, 13-16

In quel tempo, Gesù disse:
«Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato».

Audio della riflessione.

L’abitudine è una grande facilitazione nella vita, ma è anche un grosso rischio e pericolo. E’ chiaro che ogni giorno dobbiamo fare press’appoco le stesse cose; ci vediamo, ci salutiamo, ci diciamo i nostri bisogni e sentimenti, parliamo dei nostri interessi comuni. Mettiamo spesso il pilota automatico per fare le stesse cose ogni mattina: levata, colazione, bacetto, automobile, giornale, caffè, coda, entrata in cantiere o in ufficio, saluto, tuta, cartelle o attrezzi, lavoro…  

Sarebbe impossibile tutti i giorni fare queste cose se ad ognuna di esse dovessimo pensare, ragionare, decidere scegliere. Se ogni mattina il papà o la mamma dovesse sedersi ai bordi del letto, farsi portare una margherita e stare a strappare petalo dopo petalo per decidersi se andare o no a lavorare. Ci sono delle leggi che abbiamo scelto di seguire ragionevolmente e che poi diventano una sana abitudine della nostra vita. Non è così invece dei sentimenti, dell’amore, della fede. Sono realtà che hanno bisogno di essere sempre di più portate a coscienza altrimenti non esprimono più la verità dei loro significati. Non ci si può abituare ad amare una persona, occorre vederla sempre con occhi nuovi, non si può mettere il pilota automatico alla fede altrimenti diventa solo ritualismo.  

Ai compaesani di Gesù era capitato così del rapporto con Dio: si sentivano di avere Dio in tasca, pur sempre con il grande rispetto tipico della loro sensibilità religiosa. Non avevano più le orecchie attente alla Parola, non era disponibili più a lasciarsi sorprendere dalla bontà e dalla creatività di Dio. Il rapporto con Lui era in certo modo ingessato, come lo è per tanti di noi la vita di coppia, la vita di famiglia, le relazioni con i colleghi, la stessa pratica religiosa. 

La fede, l’amore hanno sempre invece bisogno dell’intelligenza, della dedizione, della capacità di dare il meglio di sé. Se certe famiglie potessero godere di condizioni di vita affettiva, come ce n’è in tante, sarebbero felici, invece in molte le stesse condizioni portano alla noia. Se a Tiro e Sidone, due città del Libano, fossero capitate le cose che avvenivano a Nazaret, si sarebbero mobilitate per dare spazio alla novità che era Gesù. Invece la nebbia della autosufficienza o della routine lo hanno emarginato. Noi abbiamo speranza di essere sempre nuovi, perché la fede in Gesù ha questa carica quotidiana di novità e quindi di rinnovamento della vita. Ma abbiamo ancora fede?

06 Ottobre
+Domenico

C’è qualcosa di più bello nella vita; dillo a tutti

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 10, 1-12

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».

Audio della riflessione.

C’è più sete di Dio di quante sono le fontane capaci di offrire acqua pura. C’è più domanda di Dio di quante siano le risposte vere. Non ditemi che non vi siete mai posti qualche domanda che va al di là dei soldi dei vostri conti correnti, più in su del nasdaq o del dow jones, che non vi è mai capitata come una coltellata nella schiena qualche domanda del tipo: ma io chi sono? Che ci sto a fare qui? Ma questa è vita? C’è qualcuno che mi pensa o sono destinato a vagare da solo nell’esistenza di ogni giorno? Dio, se esisti, batti un colpo! Fatti sentire! E di là arrivano delle risposte?  

La messe è molta, gli operai sono pochi . Molti chiedono di Dio, ma chi l’ha incontrato si rintana. Le fontane ci sono, ma ci hanno costruito attorno delle palizzate per non far bere nessuno. Oppure chi potrebbe aiutare ad estinguere la sete si mimetizza, si preoccupa di bisacce, sandali, borse, microfoni, auditel, concerti, organizzazione, clack, persuasione e potenza e si dimentica quello che deve dire, chi deve essere perché la domanda incontri in profondità la risposta. Il tuo collega di lavoro ti gira attorno una settimana perché ha sentito anche lui che si può aver sete non solo di bibite, ma anche di Dio, sa che tu sei imparentato con questo Dio, esprimi qualche volta le tue convinzioni cristiane e tu … continui a fuggire? Perché non ti fermi, non l’aiuti?  

Perché non dai una svolta più profonda alla tua relazione, così che in essa possano passare anche le domande vere della vita? Anche tu consumi tutti i tuoi dialoghi per metà settimana a parlare della partita di domenica e per l’altra metà a pronosticare la prossima? Andate, diceva Gesù, vi mando come agnelli in mezzo ai menefreghisti. In qualunque casa entriate dite: c’è qualcosa di più bello nella vita: la pace che dà solo il Signore. Un invito di Gesù così lo penso spesso, potrei essere più attento a chi mi sta intorno, ho una fede piccola, ma meglio di niente e non mi decido mai. 

05 Ottobre
+Domenico

Il fuoco di Gesù è solo amore che perdona

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 51-56

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme.
Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Audio della riflessione.

Val la pena che qualche volta mettiamo la nostra vita a confronto con la vita di Gesù. Viaggiamo, stiamo, ripartiamo, abbiamo delle mete, dei compiti, degli ideali, dei tempi e li mettiamo in fila per raggiungere lo scopo della nostra vita. Vocazione la chiamiamo spesso. Ci sentiamo fatti per qualcosa e non per tutt’altro, abbiamo dentro di noi una propensione, delle qualità, dei desideri. Attraverso questi Dio ci chiama a qualcosa di bello da fare della nostra vita.  

Nella vita trinitaria quando si era deciso che Gesù sarebbe andato sulla terra a chiamare in forma definitiva l’umanità all’amore del Padre era stato fatto un progetto. Gesù lo realizza e sa che la meta è Gerusalemme, è il calvario, l’amore sulla croce, è la chiamata di tutta l’umanità dalla croce alla risurrezione.  

Gesù doveva andare a Gerusalemme e  così esprimere la sua decisione totale di fare la volontà del Padre, morendo per amore sulla croce. La sua vita terrena era stata progettata e costruita per giungere al dono supremo della sua vita umana. I suoi discepoli, molto incapaci di capire e di orientarsi alla sua vera fine, gli preparano il percorso per Gerusalemme, passando dalla Samaria, una sorta di routine del compito della evangelizzazione che anche da soli avevano cominciato a fare. Giacomo e Giovanni si sentono associati al cammino di Gesù, ma non capiscono che l’unico suo potere è l’impotenza di uno che si consegna per amore.  

Egli non porta il fuoco che brucia i nemici, ma l’amore che li perdona. Lo zelo che invade i discepoli in forme troppo esagitate (vuoi che facciamo scendere dal cielo un fuoco che li castighi all’istante?) sarà in seguito il principio dei roghi di tutti i tempi. Ma è esattamente il contrario dello Spirito di Cristo. Giovanni, capirà la lezione e più tardi, quando Gesù non sarà più con loro, e tornerà in Samaria con Pietro, allora invocherà sugli stessi samaritani l’Amore del Padre e del Figlio: il fuoco dello Spirito, l’unico che Dio conosce e che il discepolo deve invocare sui nemici. Gesù è la misericordia che vince il male non solo dei samaritani, ma anche e prima ancora, dei suoi discepoli e oggi, lo supplichiamo che vinca il nostro.  

Gesù ci ha rivelato un Dio di compassione e di tenerezza, cui ancora oggi ci dobbiamo  affidare e che vogliamo annunciare a tutti, ai vicini e ai lontani. Questo Dio il vangelo propone! E deve farsi strada da sé, con la forza del suo amore, e non con imposizioni esterne fisiche o morali. 

03 Ottobre
+Domenico

Il dolore, la croce un grande mistero di ogni nostra vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 43b-45)

In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

Audio della riflessione.

Vogliamo tutti schivare il dolore, anche perché siamo fatti per la felicità, per la serenità e la gioia. Nella vita cristiana pure si esalta e si comunica gioia. E’ gioia il vangelo, è gioia l’amicizia con il Signore, è gioia e bellezza l’esistenza vissuta come dono di felicità per tutti coloro che ci incontrano. Siamo tutti collaboratori della gioia che Dio dà a ciascuno, ha posto nel vangelo, che propone come atmosfera della chiesa e dei suoi seguaci. 

Papa Francesco ha scritto il suo programma pastorale per tutta la chiesa come La gioia del vangelo e ad esso continuamente si richiama e ci invita a realizzarlo concretamente in ogni spazio di vita, di pensiero, di convivenza, di socialità e di civiltà. 

Gesù nel vangelo però, ha tempi ben calcolati, mette i discepoli, lo stretto numero degli apostoli, tutti coloro che lo seguono, di fronte al mistero del dolore, a partire dalla sua croce. Non ne fa una trattazione filosofica o una traccia ripetuta di predicazione, ma un continuo ripresentarsi come l’uomo dei dolori. La vive su di sé la croce, porta su di sé il dolore, è Lui che anticipa il suo volto sofferente, il suo viso insanguinato, le sue membra percosse, la sua morte nel colmo del disprezzo e della sofferenza quindi. 

Ciascuno di noi ha una croce almeno da portare, abbiamo tutti esperienza di dolore o fisico o morale o esistenziale. Non smettiamo mai di farci domande, non possiamo dire che stavolta è come l’altra volta perché la sofferenza è sempre nuova e i nostri pensieri si attorcigliano tra il rifiuto, la ribellione, un passivo adattamento, la ricerca di soluzioni esasperate nel desiderio di fuga, di voglia di vita. Non siamo diversi da chi ascoltava Gesù, dai suoi intimi, dai suoi futuri evangelizzatori che ne rimanevano spaesati, anzi presi da quella paura di domandare, che spesso ci assale perchè si prevede la risposta; non si osa fare domande, si vuole sfuggire a questa strettoia ineluttabile, che pende come una spada sulla nostra esistenza. 

Gesù però non demorde; è un passaggio necessario da fare se vogliamo essere veri cristiani che adorano un Dio Crocifisso. Non si tira indietro, la sua vita è stata una corsa verso Gerusalemme perché là c’era il Calvario che concludeva il suo dono d’amore e là tutto doveva orientarsi. Occorre avere il coraggio di rimanere in questa certezza della croce con Gesù per dare alla vita cristiana un senso pieno, per godere della risurrezione, mai prima o senza la croce. 

San Gerolamo che consumò tutta la sua vita nello scandagliare il messaggio di Gesù, per farne una strada sicura di vita, ha scritto nelle sue membra questa croce e questa gioia che ne deriva e fu sepolto vicino alla culla di Gesù, alla sua incarnazione vera nella vita dell’umanità.

30 Settembre
+Domenico

Gesù lo vogliamo vedere tutti e Lui si incarna in ogni persona

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,7-9)

In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». 
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

Audio della riflessione.

Quando qualche amico ci parla di una persona in maniera interessante e di lui ci vengono dette cose belle, idee entusiasmanti, fatti sorprendenti, caratteristiche che ci incuriosiscono, la prima cosa che ci viene in mente è quella di poterlo incontrare. Lo vogliamo conoscere, gli vogliamo parlare, ne desideriamo sentire le opinioni, sentiamo insomma che potrebbe essere nostro amico e confidente, magari vorremmo apprendere ancor meglio la sua visione di vita e imitarlo pure. 

Così era capitato alla gente che aveva sentito parlare di Gesù e di rivolgersi agli apostoli perché lo potessero vedere. E gli apostoli lo fecero incontrare. Alcuni di essi non erano ebrei; già allora la stessa Palestina era molto mescolata, anche se oggi facciamo ancora fatica a accogliere chi non è italiano. Anche questi sentivano importante confrontarsi con la visione di vita di Gesù. Questa voglia di incontrare Gesù fu anche quella di Erode. Già questo nome, che fa parte della nostra memoria cristiana, lo sentiamo con sospetto. Certo, conoscendo tutta la dinastia da cui veniva, non c’era che da temere le intenzioni che poteva avere Erode per questa sua volontà decisa. Non era certo per un tentativo di rinsavimento nel suo modo di governare ereditato da chi l’aveva preceduto e nemmeno pura curiosità. Erode temeva sempre che il suo potere gli venisse sottratto e per evitarlo era pronto a tutto. Farà un altro tentativo con Gesù incatenato, durante lo sballottamento da Pilato, da Anna, da Caifa e pure a Erode per farsi qualche dispetto tra le varie cancellerie; ma non gli verrà data soddisfazione di sentire una parola da Gesù. 

E noi vogliamo vedere Gesù, ci nasce in cuore la voglia di incontrarlo, di sentirlo, di metterci in contatto con Lui? Perché lo cercheremmo? Vorremmo toccarlo, vederlo, parlargli, dirgli il nostro amore o avere ancora una qualche dimostrazione razionale della sua esistenza e della sua personalità? Sappiamo che il suo volto sta nel povero che incontriamo, che la sua parola sta nel vangelo, che la sua forza ci viene offerta nei sacramenti. Del resto dirà Gesù a Tommaso: beati quelli che crederanno senza aver visto. 

La sua vita, la sua forza ci è mostrata dal coraggio dei martiri anche di questi ultimi tempi in ogni parte del mondo. Non abbiamo nessuna curiosità o mala intenzione come quella di Erode e allora scrutiamo e vediamo Gesù in ogni suo volto che Lui stesso ci fa incontrare nella vita quotidiana.

28 Settembre
+Domenico