La vita in sé stessa si porta dentro il suo futuro  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,31-35)

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Audio della riflessione

La vita in sé stessa si porta dentro il suo futuro, la sua pienezza, la sua meraviglia, lo stupore e la gioia piena. È tutto lì in un piccolo seme, in un ovulo e uno spermatozoo, con una forza incoercibile seppur fragile; tutti la possono cancellare, distruggere sfruttare per altro. La vita però vince, ha dentro la forza di Dio. Attorno a questo granello ci stiamo noi, ci sta la nostra voglia di vivere, ci stanno tante persone, una cultura, un orizzonte, un amore tenace, un papà e una mamma, un amico, un prete, una religiosa. Questo piccolo seme si trova al crocevia delle autostrade dell’esistenza. All’inizio è puro dono, pura gratuità, invocazione, attesa poi un po’ alla volta ha dentro di sé capacità di decisione, di risposta, di accoglienza, di affidamento. A chi affidiamo la nostra vita? In che mani la mettiamo ogni giorno che comincia?  

Questo seme però, proprio perché è vita, ha dentro una legge di crescita assolutamente strana: si sviluppa, cresce, diventa albero se si dona, se si apre, se si decentra da sé, se è capace di spendersi, non di trattenere, di accogliere non di confiscare. Per chi vogliamo spenderla? Di chi diventa casa, rifugio, ristoro, consolazione? 

Gesù la sua vita l’ha vissuta così: piccolissima, nella provincia più fastidiosa e improbabile dell’impero; in un paese da cui far uscire qualcosa di buono era una pietosa bugia; in una vita del tutto misurata da quotidianità ripetitiva. Coltivava dentro di sé una tensione costante, aveva attorno gente di fede, abbandonata alla grandezza di Dio e ai suoi sogni, non certo attaccata ai suoi progetti che pure occorre avere. Maria e Giuseppe custodivano questo piccolo seme, ignari del suo futuro, ma sicuri di avere tra le mani la grandezza di una vita, che è sempre il respiro di Dio. 

Il regno dei cieli, il meglio della vita, il suo segreto, la sua grandezza è un lievito, è un disturbo alla statica, alla consumazione degli equilibri, all’adattamento; è una forza interiore che solleva, alza, allarga; è un vento che gonfia le vele della vita e la fa correre per il mondo. È sempre soprattutto una forza interiore. 

Lavorare per l’interiorità è lavorare per la vera forza, il vero cambiamento, l’energia necessaria. La mia mente ritorna a quel ragazzo di cui ho commemorato la morte proprio nel luogo dei suoi ultimi momenti di vita, in cui ha lanciato a tutto il suo piccolo mondo il suo dono: offro la mia vita per l’AC e per l’Italia: viva Cristo Re. Era un ragazzo di venti anni Gino Pistoni. Una persona non si attarda a scrivere con il suo sangue sul sacco dei viveri questa decisione se non l’ha maturata nella sua vita ogni giorno, se non ha lievitato in lui il soffio dello Spirito. Una crescita così non è mai a caso, ma è sempre un dono da custodire e coltivare. In questa estate i giovani alla GMG di Lisbona si stanno dicendo una regola, uno stile; lo esige il regno dei cieli, lo esige il piccolo seme che sono e il tocco di lievito che si portano dentro; altrimenti perdono vita e forza, grinta e decisione, abbandono e speranza. 

E chi partecipa alla GMG non è piccolo seme frustrato in attesa di esplodere; il regno dei cieli è sempre seme e lievito. Il mondo, la realtà diventerà grande, ma noi vogliamo fare da seme e lievito, essere pronti a realizzare quello che Dio vorrà.

31 Luglio
+Domenico

Il fascino del Regno di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44-52

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Audio della riflessione

Il miraggio di un colpo di fortuna, dell’affare straordinario, colpisce sicuramente tutti una volta o l’altra nella vita. È il turista sprovveduto che nelle aree di servizio dell’autostrada si fa rifilare un mattone ben confezionato dopo che gli hanno presentato in tutti i particolari una cinepresa o videocamera a prezzi stracciati. Oppure è l’agricoltore che viene abbindolato a impegnare tutti i suoi soldi sul valore straordinario di un francobollo o di un quadro falsificato alla perfezione. Fa parte della nostra vita, è scritta nel suo DNA l’attrazione irresistibile verso qualcosa o qualcuno che si intuisce fonte di gioia, capace di appagare desideri e di liberare felicità.  

È l’esperienza cui si rifà Gesù per spiegare il fascino del regno di Dio e i dinamismi che deve scatenare nella nostra vita. Un uomo ha trovato, in un campo che non è suo, un tesoro e un mercante è riuscito a mettere gli occhi su una perla di inestimabile valore. Non stanno più fermi, non si danno pace finché non possono mettere le mani su tesoro e perla. Hanno una gioia nel cuore, una attrazione fatale, mi viene da dire, che riempie la loro vita. Vendono tutto con la caratteristica dell’urgenza e dell’immediatezza, si distaccano da quello che prima era la loro comoda tranquillità, routine, abitudine, spesso noia di un’attesa disperata, rischiano il tutto per tutto e comperano campo e perla.  

Il solito sognatore tu, gli avrà detto la moglie, ti lasci sempre prendere dalla novità. Ma sta un po’ tranquillo! Che cosa vuoi di più dalla vita? Accontentiamoci. Non siamo nemmeno mediocri.  

Di là però c’è il tesoro e là ci va ormai il cuore. Questo è il regno di Dio: è aver scoperto la pienezza della vita, provare gioia e non badare a spese per raggiungerlo. Trovano, vanno, sono pieni di gioia, vendono e comprano.  

Sono i verbi della vita di Gesù. È afferrato dalla bellezza del Regno del Padre, pianta tutto e parte: ci sarà la croce, ma la gioia dell’abbraccio del Padre, del suo disegno di amore sconfinato è più grande. Noi, i cristiani, non siamo gente che sta a penare, sempre nel dubbio, perché deve vendere e lasciare, ma persone entusiaste, che non stanno nella pelle perché si sono lasciati affascinare da Gesù. La radicalità del distacco da tutto il superficiale è solo il risvolto della appartenenza gioiosa a Gesù. In molti di noi hanno sperimentato che ne vale proprio la pena e lo vogliamo far sapere a tutti. 

30 Luglio
+Domenico

La nostra vita non si fa da sola, viene sempre da una grande semina

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 13,18-23

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Audio della riflessione

La vita è sempre una grande semina: ogni persona è un grande campo nel quale tutti seminano, tutti depositano qualcosa, tutti lasciano un ricordo, un segno, un’onda, un’increspatura, un messaggio. Già lo stesso nostro corpo è trapassato da milioni di particelle siderali. Molte di queste presenze lasciano un segno e noi possiamo ritenerci frutto di moltissimi elementi, di una miriade di provocazioni, che sono alla fine vocazioni, chiamate che attendono la nostra risposta creativa.  

La nostra vita non si fa da sola, tutti possono tentare di scriverci la propria impronta, ma siamo noi con la nostra libertà che la accogliamo o rifiutiamo, la coloriamo con la nostra originalità. È il mistero della libertà. Tanti ti possono aiutare e costruire, ma non senza di te. 

Così di fronte al seme possiamo essere terreno sassoso che non permette radici; quante parole cariche di futuro sono state dette invano su di noi, perché non abbiamo permesso loro di diventare vita! Sono stati i nostri genitori, i nostri preti, i nostri insegnanti, gli stessi amici che ci volevano bene. Non sapevano che eravamo sassi, pietre senza vita e abbiamo buttato tutto al vento.  

Altre volte abbiamo pure ascoltato, ma eravamo troppo preoccupati di noi, avevamo in cuore troppe passioni che ci hanno soffocato in gola un grido di libertà o nello stesso cuore un sentimento pulito. Deboli e distratti, incostanti e superficiali.  

E invece grazie a Dio siamo anche stati capaci di ascolto, di accoglienza, di desiderio di bene. Abbiamo accolto i doni di Dio, ci siamo lasciati condurre, abbiamo dato ascolto a insegnamenti, sempre giocando la nostra libertà. La vita non è mai solo una scelta tra il bene e il male, quasi che una volta fatta sia automatica la crescita, è sempre scegliere il meglio.  

La Parola di Dio accolta può produrre il 30, il 60, il cento per uno; qui si gioca ogni giorno l’intensità del nostro amore, la pienezza dei nostri desideri, la libertà dell’ascolto e del dono. Solo così manteniamo la bellezza della nostra dignità umana che non è mai riducibile a pacchetti, a misure standard e tiene viva la speranza di una vita piena in Dio.

28 Luglio
+Domenico

Occorre scomodare la nostra autosufficienza 

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 13,10-17)

In quel tempo, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?».
Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!».

Audio della riflessione

Vedere e sentire è un dono assolutamente necessario per avere una qualità di vita buona. Gli occhi oggi sono tutto. Il mondo della comunicazione è fatto tutto di immagini, di fotografie; mai come oggi per sapere occorre vedere, guardare, applicarsi alle immagini. Il mondo ci viene raccontato da video, agli amici parliamo mandando fotografie. Ma le relazioni sono fatte anche di parole, di suoni, di ritmi, di musiche. L’ascolto della radio è diventato spesso più intenso dell’uso della televisione. Vedere e sentire è uscire da sé stessi, è aprire l’anima agli altri, al mondo, è darsi la possibilità di comunicare. Se non comunichiamo rischiamo di non esistere.  Ma vedere e ascoltare non è un automatismo, è una scelta da orientare continuamente.  

Dice Gesù: beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono… vedono e sentono la presenza di Dio, la sua Parola, i suoi gesti di amore, sono pieni dei suoi insegnamenti, sanno aprirsi sulla bontà di Dio verso gli uomini. Vedono storpi camminare, malati guarire, peccatori cambiare vita, percepiscono che nel mondo sta avvenendo qualcosa di grande, di assolutamente nuovo e possono entrare in questo regno di giustizia, di pace, di bontà, in un rapporto filiale con Dio. Possono dare alla loro vita la prospettiva di una comunione e solidarietà con tutti. 

I contemporanei i Gesù però non sembrano darsi troppo da fare per cambiare la loro mentalità gretta ed egoistica. Il nuovo passa loro davanti come l’acqua sulla pietra. Nessuno li scomoda dalla propria autosufficienza, il male è talmente radicato che toglie vista e udito, vedono solo quello che hanno deciso di vedere, ascoltano solo ciò che vorrebbero sentirsi dire. A tante altre persone basterebbe neanche la metà di quello che loro vedono per cambiare vita, per sperimentare gioia, per buttarsi a lavorare nella vigna del Signore.  

È l’impietosa immagine di tanti di noi cristiani, che crediamo di aver in mano Dio, ma non lo ascoltiamo più, non sappiamo vedere i segni della sua presenza e stiamo comodi nelle nostre abitudini, nella nostra infedeltà. Siamo diventati ciechi e sordi perché ci guardiamo solo addosso e pieni di noi non capiamo che Dio ci chiama a convertirci. Ma lui non ci abbandona mai e aspetta sempre la nostra risposta. 

27 Luglio
+Domenico

Il seminatore è tenace, generoso, e fiducioso.  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-9)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Audio della riflessione

Siamo aiutati a leggere il vangelo a partire dal punto di vista che ci offre la vita di due santi molto conosciuti perché sono i nonni di Gesù. Il papà e la mamma di Maria Gioacchino e Anna.  La vicenda terrena dei genitori straordinari di Maria, la madre di Gesù, è insieme delicata e illuminante. Volendo ben riflettere, essi sono quasi il simbolo della vecchia umanità che sa aprirsi alla fecondità della grazia, il simbolo di un vecchio tronco sul quale Dio andava innestando i germogli della fede e della santità cristiana.  

Gesù usa spesso le parabole per aiutarci ad entrare nei suoi pensieri carichi delle espressioni della nostra esistenza. Infatti, nelle parabole si parla di seme, lampada, granellino di senape, sale, etc. Sono cose che esistono nella vita di ogni giorno. Così dalla nostra concreta esperienza siamo facilitati a scoprire la presenza del mistero di Dio nelle nostre vite. Parlare in parabole vuol dire rivelare il mistero del Regno presente nella vita. 

Gesù va a sedersi in riva al lago e parla semplicemente con la gente che si fa sempre più numerosa per cui è costretto, per farsi sentire da tutti, a salire su una barca che si stacca poco dalla riva e dalla barca insegna senza sosta. Gesù per loro era ancora uno sconosciuto, agricoltore ed artigiano insieme. Senza chiedere permesso alle autorità religiose ha iniziato ad insegnare alla gente e a rivelare il mistero del Regno di Dio presente in mezzo alla gente e nell’attività di Gesù. Il centro della parabola è un contadino, né scoraggiato, né pensoso, ma tenace e cocciuto nello spargere e buttare il seme dovunque, anche se il terreno non è tra i migliori; è pieno di pietre. Poca pioggia, molto sole, spini e sterpaglie. Gesù si serve esattamente di queste cose conosciute dalla gente per spiegare il mistero del Regno. “Seme nel terreno, sappiamo che cosa vuol dire! Ma Gesù dice che ciò ha a che vedere con il Regno di Dio. Cosa sarà?”  

Intanto si portano a casa che il seminatore è generoso, non centellina i suoi semi, inonda tutto, rischia di andare a male per tante situazioni; Gesù dice che il Regno non fa scelte a priori, ma si definisce su ogni terreno che abbia attenzione al seme. Regno di Dio è che ciascuno deve porre la sua attenzione a partire da qualsiasi situazione di vita stia sperimentando. Con la semina nasce la speranza, anche se una parte della semente va perduta, A dispetto di tutto l’agricoltore rischia e sa attendere. Gesù richiama l’attenzione non sul seme che si perde, ma sul grande raccolto che si ottiene e che supera ogni possibile previsione. La stessa cosa avviene per il Regno di Dio.  

I suoi inizi non sono incoraggianti, ma poiché si tratta di un seme divino si otterrà un raccolto abbondante. Il regno di Dio si stabilisce sulla terra con un risultato sproporzionato ai suoi inizi umili e contrastati. Nell’apparente insuccesso del regno, della predicazione e del messaggio cristiano, Dio farà che la speranza del seminatore sia appagata da un abbondante raccolto. Questo dipenderà dalle disposizioni degli ascoltatori della Parola. I santi nonni di Gesù aiutino tutti i nonni a far crescere la speranza di un mondo sempre migliore, che essi non vedranno, ma di cui hanno posto spesso le basi solide della Parola di Dio.

26 Luglio
+Domenico

L’insospettata forza di un seme e la grande pervasività del lievito

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,24-43)

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?. Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo!. E i servi gli dissero: Vuoi che andiamo a raccoglierla?. No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Audio della riflessione.

Non è solo dei nostri giorni il fascino che viene esercitato dal dispiegamento della forza di una organizzazione, dalla potenza di uno Stato, dalla grandezza di una costruzione, dallo splendore di un apparato. Con un cumulo di energie così puoi fare ogni cosa. Ieri erano le corti, lo sono stati gli eserciti; oggi è il denaro, il mercato, il capitale, il partito; lo sono le percentuali, le masse mobilitate, le feste, i concerti, i campionati. Potenza, forza, splendore, visibilità: è questo che conta. È orgoglio? è desiderio di pienezza? è bisogno di avere o possedere? è il prevalere della materialità sulla spiritualità? Forse un po’ tutti assieme.  

Sta di fatto che Gesù legge queste tentazioni anche nel suo gruppo sparuto di seguaci che ha scelto a uno a uno. Percorre tutte le strade della Palestina, smuove coscienze, aggrega folle; comincia ad aver seguito.  

La gente si senta amata, interpellata e accorre a Lui. Gli apostoli cominciano a fare progetti, a dividersi i ministeri: gli esteri, gli interni, il tesoro soprattutto. Il fascino della grandezza, del potere, della imponenza colpisce ancora. Ma non è questo il sogno di Gesù, il suo regno è un piccolo seme.  

Si, ma diventerà sicuramente un grande albero, dispiegherà la sua potenza, darà ragione di tutte le frustrazioni dell’attesa. Si tratta solo di aspettare, di rimandare i sogni e la loro realizzazione. Ci sono momenti, di povertà, di fallimento, di nascondimento, ma è tutto in funzione del prestigio, del potere, del numero che si manifesterà. 

Il regno di Dio invece sta nel valore decisivo del seme, delle occasioni, normali, umili, quotidiane della vita. C’è una semplicità e quotidianità nella nostra esistenza che racchiude la potenza del mistero; nel gesto più semplice e meno televisivo c’è la forza irresistibile dell’amore; nello sguardo rassicurante e fugace del papà o della mamma c’è la forza per continuare a resistere; nella carezza del medico sbilanciata sul sentimento c’è la decisione di continuare a lottare contro il male; nella preghiera sussurrata a fior di labbra c’è la potenza di un affidamento totale.  

Il regno di Dio è l’insospettata forza di un seme, di un pizzico di lievito, che fermenta una grande massa di farina. Nessuno andrà mai a fotografare un seme che marcisce o un pugno di lievito che si scioglie, non ne vedrebbe la forza e la potenzialità. Il cristiano nel mondo può essere poca cosa, ma ha il segreto per cambiare il mondo, ha l’inaspettata forza di renderlo buono.

23 Luglio
+Domenico

Tante sementi, ma la Parola è una sola

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-23)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Audio della riflessione.

La semina è sempre un fatto importante, carico di futuro, di attese, di pretese talvolta, di aspettative, di sogni e di desideri. Spesso si devono fare i conti con la scarsezza del seme, con la qualità, con i semi parassiti, che possono rovinare tutto. Oggi abbiamo motorizzato tutto, calcolato all’unghia come deve essere immesso nella terra, a che profondità, con che grado di umidità, con quale densità di semi per ogni unità di terreno. È giusto perché se si tratta di grandi estensioni un errore anche piccolo porta un danno consistente e irreparabile. Si trasmetterebbe per tutta l’estensione del terreno.  

Gesù utilizza questa immagine in termini molto più umani e meno industriali, come del resto capita nella vita di ciascuno di noi. Lo immaginiamo a piedi con la sacca delle sementi a tracolla e una mano che ritmicamente sparge il seme sul terreno che calpesta, dovunque. La sua semina è abbondante; la sparge anche dove nessuno pensa che possa nascerne qualcosa; ha fiducia di ogni terreno.  

Noi siamo un terreno che viene riempito di ogni tipo di semente: affettiva, culturale, relazionale. La nostra esistenza può ben essere paragonata a un grande campo in cui viene a realizzarsi una abbondante semina.  

Fin da quando siamo piccoli, seminano i genitori, i nonni, seminano gli amici, semina la scuola, la parrocchia, la TV, la strada, gli eventi. Ciascuno lancia il suo seme. La maggioranza è costituita da semi di bontà, molta è zizzania, è gramigna, è veleno. Il nostro campo deve convivere con tutto, la nostra esistenza si attrezza per difendersi, ma il buon seme, il buon grano c’è.  

Dice la parabola del Vangelo che questo seme della vita è la Parola di Dio, una parola che è anche la vita. Scritta a metà nel libro sacro e a metà negli avvenimenti quotidiani. Dice il Vangelo che il terreno in cui cade è spesso più duro dell’asfalto, è impermeabile non ne vuol sapere, si sente completo in sé, non ha bisogno di nessun seme e resterà nella sua aridità; il terreno, questa nostra vita, altre volte è sassosa: si ascolta bene, mi fa anche piacere qualche volta ragionare di Dio, cercare il senso della vita, ascoltare una parola buona, andare a messa, ma non le permetto mai di radicarsi.  

Ancora: talvolta, mi faccio prendere dalle preoccupazioni; lavoro, soldi, amici, avventure, posizione, cose, ferie, automobili; dice il Vangelo le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la Parola, ti spengono la vita. 

16 Luglio
+Domenico

Gesù, conosciuto come il figlio del carpentiere: san Giuseppe

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,54-58)

Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?”. Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”. E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Audio della riflessione

Per valutare una persona abbiamo sempre bisogno purtroppo di attribuirgli qualche miracolo, qualche notorietà, abbiamo deciso che il bene sta sempre lontano da noi. È irraggiungibile, lo portano solo i personaggi straordinari. Abbiamo un papà e una mamma che sono la fine del mondo, ma abbiamo occhi e orecchie solo per i santoni, teniamo un prete in parrocchia che è pieno di grazia di Dio, e andiamo a far chilometri per accontentare il nostro palato, abbiamo un compagno di lavoro abilissimo, ma dobbiamo imparare solo da qualche estraneo.  

Una volta si diceva molto banalmente che la minestra della zia è sempre più buona di quella della mamma. Nessuno è profeta in patria. Gesù era tutto d’un pezzo, era la Parola di Dio viva, efficace, piena di misericordia e invece i suoi compaesani dicevano: ma questo che vuole? Non è il figlio del carpentiere? Non sappiamo già tutto quello che può dire? Che novità ci sarebbero nella sua vita che noi già non conosciamo? 

Oggi diamo importanza a questo cenno fugace, che spesso noi non teniamo in conto. Davano Gesù per scontato, come noi diamo sempre per scontate le persone con cui viviamo. Siamo stati talmente tante volte assieme che pensiamo di possederle. Abbiamo fatto un cassetto, uno schema in cui incasellarle. Fanno così i genitori coi figli, i figli coi genitori, i maestri con gli alunni, tutti. Questo carpentiere è san Giuseppe ed è giusto che oggi a partire dal suo lavoro per mantenere la famiglia con Maria e Gesù abbiamo a meditare sulla sua figura. 

Un carpentiere che è stato coinvolto nella storia più grande e importante del mondo che è la vita di Gesù. Era innamorato perso di Maria, la voleva sposare; lei gli confida di essere incinta. Gli crolla il mondo addosso. Non dubita minimamente di Maria, ma si affanna, si addolora e pensa, tanto le vuol bene di caricarsi lui di questo difficile momento. Dio gli parla in sogno e gli confida il suo progetto e gli chiede: Vuoi far parte di questa nuova famiglia come padre, come responsabile primo della vita di Maria e di Gesù che viene da lontano, dalla nostra vita trinitaria a farsi uomo in Maria? 

Giuseppe dice sì e salva Maria nella sua dignità di donna e di madre, salva Gesù dalla cattiveria di Erode, fa l’emigrante per le strade del deserto; ritorna al suo paesello e lavora ogni giorno e alleva, custodisce, educa, insegna a Gesù a vivere e a lavorare, mantiene la famiglia di Dio. Resta sempre nell’ombra lui, il carpentiere che scrive con Dio la nuova storia del mondo. E noi desideriamo solo metterci sotto alla sua cura come Gesù. 

01 Maggio
+ Domenico

Trarre dal tesoro della vita la sapienza di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 47-52)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.

Audio della riflessione

La rete raccoglie pesci buoni e pesci cattivi. La rete è una icona del Regno di Dio. Il regno aggrega tutti senza discriminazione. La chiesa non sceglie chi è bravo, chi è bello, chi è buono. Non nega la fraternità a nessuno. La chiesa non è una setta di puri. Il male è nella nostra stessa vita, non nella vita di quello che abita a due isolati, non al di là del muro, non in oriente, se noi siamo a occidente, non nei Sud del mondo, se noi siamo al Nord, viene nel nostro mondo, nella nostra interiorità, nella nostra famiglia, nella nostra comunità.  

Non è la spietatezza, né l’accondiscendenza che risolve i problemi della compresenza costante di bene e male, ma la capacità enorme che Dio ha dato all’uomo di vincere il male con il bene, perché la presenza del male accanto al bene, rende più vero il bene, più cosciente l’uomo di aver bisogno di Dio, più convinto che è solo con l’aiuto di Dio che possiamo vivere una vita bella, beata e felice. Se Dio ha fatto il mondo bello, il male è l’occasione per renderlo migliore.

Dio non interviene con ira, non spezza la canna incrinata, non spegne il lucignolo fumigante. Non tocca all’uomo giudicare, ma solo a Dio. E’ per questo che solo alla fine si potrà fare la cernita tra i pesci buoni e quelli cattivi: lo deciderà lui, non l’uomo. Nessuno ha il diritto di dire: basta! Non c’è nessuna persona di cui ci si può liberare una volta per tutte, non c’è nessuno da buttare fuori. Per il Signore tutti si debbono sentire di qualcuno, di Lui sicuramente sempre. Il presente è sempre il tempo della pazienza.

La comunità cristiana non è una setta di puri, ma nemmeno una banda di malfattori. La misericordia è verso l’altro. Verso di noi ci vuole vigilanza e discernimento, sforzo continuo di fedeltà alla parola e disponibilità a fare la volontà di Dio. La misericordia non è da imputare a se stessi per vivere nella dissolutezza, per garantirci la nostra impunità nel male. Anche questo convivere con il male è il prezzo della libertà che Dio vuol assolutamente garantire ad ogni persona.

I santi questo lo vivevano a fondo. Sapevano bene che occorreva ricuperare valore all’umanità, alla ragione, alle grandi qualità che Dio ho scritto in ogni vita umana. Con le ragioni della fede non sbaragliavano nessun nemico, si mettevano maggiormente in umiltà. La luce della fede è luce di Dio, non tua, per te è debolezza, è accoglienza, è fiducia, è abbandono.

Ti sconvolge la vita e ti costringe a non esserne più tu il padrone, ma gli altri. E nello stesso tempo ti dà un punto di vista superiore che ti permette di superare il male, di cavare bene anche dal male, ma soprattutto di trarre dal tesoro della vita la sapienza che Dio vi ha immessa e dare contributi alla formulazione di nuovi approdi, di nuove sintesi, di nuove espressioni di umanità.

28 Luglio 2022
+Domenico

Si può davvero trovare non un tesoro, ma IL tesoro?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44) dal Vangelo del giorno (Mt 13,44-46)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo…».

Audio della riflessione

Avevo un bel ragazzo, ho puntato tutto su di lui e poi mi ha lasciato come si abbandona uno straccio in lavanderia: Avevo in mente di diventare qualcuno: studia, stringi i pugni, non cedere, ho rinunciato a tutto e poi mi sono trovato con un pezzo di carta in mano di cui ridono tutti: il secchione senza un soldo e i navigatori a vista pieni di grana. Mi sono messo pure di impegno, quando ho trovato l’anima gemella, mi sembrava di aver toccato il cielo col dito, ma non ero troppo sicuro. Ci mettiamo a vivere assieme qualche anno per provare se siamo un tesoro l’una per l’altra. E’ come se fossimo andati dal gioielliere a presentare le nostre pepite. Erano verissime! Ci siamo sposati: durante il viaggio di nozze abbiamo cominciato a separarci. Mi sono stufato di tutto.

Un giorno trovo una amica che mi dice di aver trovato la risposta vera della vita. Dilla anche a me. E’ cominciata una ricerca seria. Mi par di aver trovato qualcosa di autentico: la fede. Ma mi nasce ancora un dubbio. E’ un abbaglio anche la fede o è un vero tesoro? Sono disposto a vendere tutto, perché sono stufo marcio di non credere in niente. Sono incapace di amare, di vivere, di pensare: tutti mi morsicano un pezzo di vita, mi par di essere un torsolo di mela. C’è qualcuno cui sto a cuore?

La fede è un tesoro, ma ti deve dare felicità, altrimenti è un’altra fuga, un altro inganno, un tesoro falso. Il vangelo dice che quel fortunato cercatore di tesori, dopo averlo trovato, se ne va pieno di gioia a vendere tutto. Capisci? trova la gioia nel puntare tutto sul tesoro, nell’investire, nel tagliarsi i ponti dietro le spalle, nel pensare a una vita senza ritorno. Pazzo! Che aveva intuito di così grande? Che tipo di tesoro era? Che vita di fame devastante aveva alle spalle? Che intuizione gli era folgorata nel cervello? Che voragini aveva sperimentato dentro di sé per trovare non una botola che metteva a tacere tutto, ma una pienezza che rilanciava la sua vita? Che sguardo aveva incrociato per decidersi così?

Aveva trovato Gesù! Non aveva trovato un equilibrio, ma un fuoco; non aveva incontrato un placebo o una medicina, ma una forza risolutiva; non aveva individuato l’ultima spiaggia per disperazione, ma la provocazione a scegliere nel massimo della libertà. E ha scelto con gioia. Gesù così si propone ai suoi discepoli, perché anche Lui aveva lasciato tutto con gioia per buttarsi nell’avventura del Regno del Padre.

Gli apostoli stanno ancora a tergiversare, a misurare col bilancino, a calcolare vantaggi e fatiche. Ma Lui spara a tutti le sue raffiche di verbi: va, vendi, regala, vieni e seguimi; taglia, butta in mare, cava ‘sto occhio che ti intorbida la vita. Chi l’ha fatto non è rimasto né zoppo, né cieco, ma è diventato gioia incontenibile per tutti.

27 Luglio 2022
+Domenico