Gesù parla in parabole

 Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,10-17)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!».

Audio della riflessione

Quando ascoltiamo un brano di Vangelo e lo facciamo tutti i giorni, sappiamo di metterci in contatto con il Signore, la sua parola, un suo dono incalcolabile.

Dio non è astratto, inventato da noi, ma è il Creatore, il padre di Gesù e ci dà luce con la sua parola per vivere.

Noi diamo per scontato questo fatto, ma è la nostra gioia assoluta! Ci sono già attorno a Gesù, i suoi discepoli, gli apostoli, sua madre Maria, alcune donne.

Lo ascoltano volentieri e gli fanno un giorno questa domanda: Perché parli in parabole? Loro sono quelli che si avvicinano a  Gesù, ma non lo seguono, non gli parlano, non ne ascoltano le risposte.

Il Signore non ha predestinato alcuni alla comprensione, altri al rifiuto: vuole che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità!

Chi non lo accetta non è condannato per sempre: per lui la parola è in parabole! Queste sono come il seme che germinerà quando chi non vuol capire, si accorgerà almeno di non capire e sarà disposto a mettersi in questione.

La parabola è come un pacco chiuso: presto o tardi uno lo aprirà, se non altro perché ne è rimasto incuriosito!

Gesù vuol spiegare ai discepoli la parabola del seminatore e prima della spiegazione vuole indicare il passaggio che bisogna fare perché la parabola non resti enigmatica, incomprensibile … e cioè  occorre aprire il cuore, gli orecchi e gli occhi al Signore, avvicinarsi a Lui e ascoltarlo, pronti a riconoscere la durezza del proprio cuore.

I discepoli hanno fatto questo primo passaggio: hanno la beatitudine di ascoltare Gesù!

La Chiesa ha la beatitudine di ascoltare Gesù e vederlo nella misura in cui si avvicina a Lui, parla con Lui e lo ascolta riconosce le proprie durezze di cuore, la propria “sordità”, la cocciutaggine dello stare attaccata ai propri modi di vedere, alle proprie comodità pure, alla propria sicumera e indolenza e ne chiede al Signore la guarigione. Se non fa questo, se noi cristiani non facciamo questo restiamo fuori da questo dono senza fine! L’unica misura del suo dono smisurato è l’apertura del nostro desiderio.

Abbiamo sempre, di fronte al Vangelo, questo atteggiamento?

L’occhio è per la luce, l’orecchio per la Parola, il cuore per il desiderio … ma un cuore chiuso non desidera è sordo e cieco vede solo la proiezione delle sue paure, diffidenze e del suo superbio disprezzo.

Il Signore invece vuole guarirci aspetta solo che glielo chiediamo: si apra il nostro cuore, la nostra volontà alla sua parola, che è Lui stesso, l’unica grande Parola di Dio.

21 Luglio 2022
+Domenico

Non solo parabola, ma il mistero stesso della vita di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-9)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Audio della riflessione

Il fatto più sconvolgente che la comunità dei credenti in Cristo professa è che Dio ha parlato agli uomini, che Dio è uscito dai nostri pensieri, dalle nostre congetture, dalle nostre pur intelligenti e appassionate ricerche intellettuali, filosofiche, scientifiche e si è messo in dialogo con gli uomini. L’uomo l’ha cercato, ma Dio lo ha preceduto,  ha voluto stabilire una relazione personale, non solo, ma  nella pienezza dei tempi dopo aver inventato tutte le forme più belle di dialogo, dopo aver cercato tutte le parole possibili per dirsi agli uomini, alla fine ha detto la parola definitiva, che sta al centro di tutto e che è Gesù Cristo. Questa è la Parola che forma la chiesa, che la configura nella sua essenza, che la fa essere, che è convocazione santa, che è dono di Dio e sposa di Cristo. Sono tutte parabole di discernimento, che rivelano il modo con cui Dio legge la realtà; ci danno luce su quello che avviene in questo nostro tempo pieno di contraddizioni. Il Regno c’è, ma non è ancora compiuto, siamo alla fatica della semina e della pesca, non ancora nella gioia del banchetto.

Lui prima di tutto è quel seme caduto in terra per la generosità senza misura del seminatore e che per rispettare la nostra libertà si sente soffocare tra le spine o tra le pietre delle nostre vite, nella nostra indifferenza o nella nostra sete vera di ascolto di accoglienza. E’ Lui che prova i nostri cuori e li vaglia, che stana dalle nostre pigrizie le percentuali del frutto, dandoci un cuore buono e perfetto e la perseveranza.

Per questo la chiesa sempre ritorna alla Parola se vuol rinnovarsi, se vuol ricomprendere a che cosa Dio la chiama e che cosa vuole da Lei per la storia degli uomini. Gesù il Cristo è sempre  al centro della vita della chiesa, Lui come figlio di Dio e come Parola definitiva; per questo le scritture devono essere sempre alla portata di ogni gesto della chiesa, dei suoi riti e sacramenti, delle sue assemblee e liturgie, della vita quotidiana dei fedeli, del loro cammino di crescita spirituale.

Ogni giorno della nostra vita ha bisogno della sua Parola, ogni nostra situazione ha sete dei suoi pensieri, ogni tenebra che ci avvolge, perché spesso non riusciamo a capire che cosa ci capita nella nostra vita, invoca la sua luce. Ogni nostro dolore ha desiderio di essere consolato dalla sua parola e ogni nostra speranza attende sempre un seme nuovo di vita, un cielo che possa aprirsi sempre su di noi e sulle nostre fatiche.

20 Luglio 2022
+Domenico

La debolezza di Dio (Gorfigliano)

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,54-58)

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

L’esperienza nella fede in Gesù deve sempre sentirsi provocata al cambiamento: ti credi di essere riuscito a inquadrare la figura di Gesù nel tuo corretto modo di pensare, in uno schema di comprensione, che a tutti è necessario per capire la realtà, e invece ti sei fatto un’immagine tutta tua, comoda, in difesa, acquietante …

I concittadini di Gesù – gli abitanti di Nazareth – vivono questa provocazione: hanno sentito che Gesù sta spopolando nelle contrade vicine, è partito dal loro paese con una decisione radicale, si è spostato sulle vie del lago dove la gente sviluppa i suoi affari, la sua vita sociale, i suoi lavori artigianali … ha predicato, ha fatto miracoli, ha trascinato nella sua avventura gente matura, giovani, persone per bene … Ora ritorna a Nazareth …

“Ma … non è il carpentiere? non è il figlio di Maria? la sua famiglia non è quella che incrociamo tutti i giorni in sinagoga, per la spesa, o al mercato? Non è quello che sta fuori alla sera con i nostri figli?”

… e si scandalizzavano di lui, dice il Vangelo: la sua umanità, la sua popolarità, la sua quotidianità era un ostacolo per vederci dentro la presenza di Dio.

C’era in lui una sapienza, una forza, una consuetudine al meraviglioso che è tipico di Dio; c’era in lui l’evocazione di una speranza che richiamava invocazioni profonde verso l’Altissimo, ma … era un comunissimo giovane di cui si sapeva tutto, completamente posseduto da sguardi, informazioni, relazioni quotidiane.

“Se Dio si deve manifestare non sarà certo in questa normalità e debolezza.”

Come sempre, come anche per noi, Dio, pur immaginato come indicibile, sorprendente, ed è inscatolato nei nostri schemi … ma la cosa che sorprende ancor di più è la umanissima sorta di “crisi” che  assale Gesù: si meravigliava della loro incredulità, della loro incapacità a forare la crosta dell’umano, del quotidiano per vederci spiragli di infinito … e Gesù è di fronte al mistero della libertà dell’uomo.

Il messaggio del Vangelo non si impone, ma si offre: non può penetrare là dove viene radicalmente rifiutato, neppure Dio può far violenza alla libertà dell’uomo!

Questa meraviglia di Gesù è espressione della logica di Dio che si abbassa al livello dell’uomo, la logica di un Dio “debole” che deve diventare la logica della Chiesa e di ogni credente.

Dirà San Paolo: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza.”

Che parte ha avuto Maria in questa vita di Gesù? Ieri abbiamo visto la sua grande disponibilità a diventarne la mamma: a 12 anni le era capitato durante il pellegrinaggio a Gerusalemme di averlo smarrito … immaginate il dolore e la tensione di Maria e Giuseppe. 

Gesù era rimasto a Gerusalemme: un modo di dire così indica che Gesù è deciso a fare di Gerusalemme il vertice della sua missione.

Gesù compie il pellegrinaggio con un anno di anticipo sul suo essere adulto, anticipa con questo pellegrinaggio il desiderio che lo spingerà a Gerusalemme per mangiare la sua Pasqua.

Il ritrovamento è immagine precisa della scoperta di lui risorto: infatti, lo trovano seduto, un verbo che, mentre fotografa una posizione fisica, definisce una funzione che gli spetta dopo la morte e la risurrezione; si siederà alla destra di Dio. È nell’atto di insegnare come spetta al Signore del cielo e della terra, è lui la sapienza, lui la riposta, lui ancora che spiega le scritture in virtù della sua consacrazione nella morte e risurrezione.

Qui tra i dottori anticipa il suo stato futuro … e Maria quando lo vede gli racconta tutta la sua ansia, la sua ricerca, il suo affanno, il suo non capire, proprio come i discepoli di Emmaus … e tra le prime parole di Gesù che ci sono riferite nei vangeli appare la bellissima parola: padre, abbà … è venuto al mondo per questo, per dirci che Dio è Padre. 

Il quadro allora si ricompone: lo smarrimento e il ritrovamento sono figura di una morte e una risurrezione, di un futuro certo. 

Maria non ha capito ancora tutto il futuro di Gesù: come è difficile per noi entrare nel suo ordine nuovo di idee, di sentimenti, di slanci e di azioni, ma ci indica la strada da percorrere.

Sta con Gesù, e custodisce ogni parola come un seme: è quel seme che viene gettato “larghissimamente” dal seminatore e che trova nel cuore di Maria, come nel cuore di ogni uomo, la possibilità di svilupparsi.

In Maria si è sviluppato al cento per cento, ora lei scompare nella vita quotidiana della santa famiglia: lì il Signore ha imparato ad essere abbracciato e baciato, allattato e amato, a toccare e parlare, giocare, camminare e lavorare, a condividere i minuti, le ore, le notti e i giorni, le feste, le stagioni, gli anni, le attese, le fatiche e l’amore dell’uomo; lì ha ascoltato le parole della Torah, della legge, le preghiere a Dio, di cui non si poteva pronunciare il nome e che lui sentiva come papà. 

Dal padre Giuseppe ha imparato a progettare la sua vita, a lavorare per avere un futuro, a relazionarsi con tutti per dare il suo contributo alla società: cresceva in età sapienza e grazia, dice il Vangelo, sviluppava la sua vita, dava risposte alle sue domande di significato e accoglieva i doni di Dio in un ascolto profondo … quello che ogni uomo ha il diritto di costruire in un clima di comunione e di partecipazione, senza accampare diritti o esigere doveri, ma solo vivendo la forza dell’amore.

La famiglia di Nazaret può ben essere una speranza per le nostre fragili famiglie, alle quali purtroppo ogni potere politico che si avvicenda in Italia non è capace di dare serenità e speranza civile; andiamo ancora verso famiglie di figli unici o si può sperare ancora di avere dei fratelli, delle sorelle, avere qualche comodità di meno, ma un amore più largo, qualche promessa politica inutile e un investimento invece sulla famiglia?!

Una famiglia così ce l’auguriamo tutti, e la invochiamo da Dio per tutti i nostri ragazzi, i nostri giovani, che non devono essere costretti a cercare nella droga la risposta alla carenza della figura del padre o della madre, del clima d’amore di una famiglia.

Gorfigliano 30 Luglio 2021
+Domenico

La debolezza di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,54-58)

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Audio della riflessione

L’esperienza nella fede in Gesù deve sempre sentirsi provocata al cambiamento: ti credi di essere riuscito a inquadrare la figura di Gesù nel tuo corretto modo di pensare, in uno schema di comprensione, che a tutti è necessario per capire la realtà, e invece ti sei fatto un’immagine tutta tua, comoda, in difesa, acquietante …

I concittadini di Gesù – gli abitanti di Nazareth – vivono questa provocazione: hanno sentito che Gesù sta spopolando nelle contrade vicine, è partito dal loro paese con una decisione radicale, si è spostato sulle vie del lago dove la gente sviluppa i suoi affari, la sua vita sociale, i suoi lavori artigianali … ha predicato, ha fatto miracoli, ha trascinato nella sua avventura gente matura, giovani, persone per bene … Ora ritorna a Nazareth …

“Ma … non è il carpentiere? non è il figlio di Maria? la sua famiglia non è quella che incrociamo tutti i giorni in sinagoga, per la spesa, o al mercato? Non è quello che sta fuori alla sera con i nostri figli?”

… e si scandalizzavano di lui, dice il Vangelo: la sua umanità, la sua popolarità, la sua quotidianità era un ostacolo per vederci dentro la presenza di Dio.

C’era in lui una sapienza, una forza, una consuetudine al meraviglioso che è tipico di Dio; c’era in lui l’evocazione di una speranza che richiamava invocazioni profonde verso l’Altissimo, ma … era un comunissimo giovane di cui si sapeva tutto, completamente posseduto da sguardi, informazioni, relazioni quotidiane.

“Se Dio si deve manifestare non sarà certo in questa normalità e debolezza.”

Come sempre, come anche per noi, Dio, pur immaginato come indicibile, sorprendente, ed è inscatolato nei nostri schemi … ma la cosa che sorprende ancor di più è la umanissima sorta di “crisi” che  assale Gesù: si meravigliava della loro incredulità, della loro incapacità a forare la crosta dell’umano, del quotidiano per vederci spiragli di infinito … e Gesù è di fronte al mistero della libertà dell’uomo.

Il messaggio del Vangelo non si impone, ma si offre: non può penetrare là dove viene radicalmente rifiutato, neppure Dio può far violenza alla libertà dell’uomo!

Questa meraviglia di Gesù è espressione della logica di Dio che si abbassa al livello dell’uomo, la logica di un Dio “debole” che deve diventare la logica della Chiesa e di ogni credente.

Dirà San Paolo: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza.”

30 Luglio 2021
+Domenico

Cercatori di Dio, mai tombaroli

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44-46)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

Audio della riflessione

Scoprire qualcosa per cui valga la pena di vivere è la cosa più bella che può capitare a un persona, ed è la cosa necessaria che dà a tutti la forza per affrontare il rischioso mestiere di vivere.

Tante vite sono annoiate perché godono di un massimo di possibilità da realizzare, ma non hanno una molla interiore per decidersi … e questa scatta nell’uomo quando è folgorato dalla verità

Il problema non è solo essere liberi, ma essere veri, cioè essere posseduti da uno sguardo bello sulla vita da far scattare dedizione assoluta a una causa e in questa incanalare tutte le energie possibili, comprese quelle nuove che si innescano proprio per la soddisfazione di aver trovato qualcosa di bello che ti incanta: è così dello sportivo, del ricercatore, dell’innamorato.

Gesù è stato così nella sua vita: è stato un uomo in cui sono letteralmente scoppiati ideali alti e per questi ha dato la sua vita … e paragona l’uomo a un cercatore di tesori, a un appassionato di cose belle, sorprendenti, capaci di creare felicità.

Non smettere mai di cercare nella vita! Devi stanare da essa i tesori che Dio ci ha messo dentro: solo così sarai felice!

I primi cristiani hanno dato la vita per la fede che avevano trovato e che aveva riempito la loro esistenza.

Quando il cercatore di tesori, non il classico tombarolo – come capita da noi – intuisce che in un luogo c’è qualcosa di grande valore, fa di tutto per venirne in possesso.

Il vangelo dice “vende tutto quel che ha e compra il campo in cui sa di trovare il tesoro” e questo lo fa non con tensione, con avidità, con la furbizia dell’inganno, ma pieno di gioia.

La bellezza per cui siamo creati ha una forza di attrazione incoercibile in noi, e ci provoca la vera gioia!

Di queste esperienze di assoluta dedizione nella gioia è fatto il Regno di Dio: la vita cristiana non è la concentrazione degli scontenti, dei musoni, degli arrabbiati o dei delusi della vita, ma è un popolo gioioso che sa di avere davanti grandi mete capaci di dare felicità e …

  • a queste orienta tutta la sua esistenza
  • in essa pone i suoi pensieri
  • per essa costruisce nuove relazioni

non si stanca di comunicare quel che ha trovato, di coinvolgere ogni persona che incontra, e condivide con lui passione per il Regno di Dio, e chiama tutti a fare festa, questa grande festa, quella vera del regno dei cieli, del regno di Dio, che è la festa della vita.

28 Luglio 2021
+Domenico

Dio offre sempre conversione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 41-43) dal Vangelo del giorno (Mt 13, 36-43)

Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Audio della riflessione

L’esperienza di dover convivere nel mondo con molte impostazioni di vita diverse è un dato di fatto comune ai più piccoli centri, come alle grandi città: la mescolanza di popoli ci ha abituato a vedere modi diversi di vivere, di credere, di fare famiglia, di educare, di pregare …

C’è però da sempre un’altra convivenza che non solo sta all’esterno di noi, ma si colloca pure nella coscienza: la compresenza del bene e del male, di buoni e cattivi, di gente che si comporta onestamente e di gente che offende, estorce, danneggia, fa il male.

Non si tratta di giudicare le persone, ma di fotografare la grande pervasività del male nel mondo! 

Zizzania, la chiama Gesù Cristo nelle sue parabole: è talmente radicata nella vita che se la togli, ti strappa via anche il bene; l’estirpazione è una operazione talmente difficile e delicata che non ti permette di avere attenzione a tutto il bene che c’è attorno.

Quanti di noi proprio a contatto con il male hanno imparato a cambiare il proprio comportamento, a diventare più decisi nel bene; quante persone accostate con pazienza e cuore fermo nella verità, hanno trovato la strada della conversione.

E’ solo lui, Gesù, il giudice che premia e castiga: a noi compete aspettare, lasciare fare a lui, il che non significa che ci va bene tutto, che dobbiamo soccombere ai malvagi, agli ingiusti, ma che dobbiamo tenere talmente alta la nostra giustizia e la nostra bontà, da sconfiggere solo così il male.

Dio offre conversione attraverso la sopportazione e il comportamento dei buoni, attraverso la loro coscienza retta e l’aiuto a tutti per vedere dove sta il bene.

Occorre lasciare tempo perché il mondo riesca a decidersi di cambiare … anche in casa capita spesso così con i figli, con il marito o la moglie: ne guadagna al bene di più la comprensione, la dolcezza, la pazienza che l’urlo, il castigo, la piazzata.

Non è così purtroppo nei rapporti pubblici o politici, dove segnare a dito, gridare allo scandalo, sembra sempre più giusto che aiutare a cambiare.

Essere misericordiosi con i cattivi è collaborare al lavoro di Dio nel mondo; alla fine due grandi fuochi illumineranno la scena: quello che brucia il male e quello che farà risplendere il bene … e sicuramente sarà sempre più grande quello del bene, perché Dio non ci abbandona, non vuol fallire con il creato che ha costruito, con gli uomini che ha messo al mondo.

27 Luglio 2021
+Domenico

Dio è il Dio dei deboli, non degli indifferenti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 31-35)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Audio della riflessione

La nostra società è tentata sempre di cose grandi e di sentimenti forti. Una grande riunione di massa, uno stadio pieno, una vittoria al mondiale, un dramma coinvolgente, sentimenti violenti e inaspettati, successi chiari e senza dubbi. Invece la nostra vita quotidiana si svolge tra una sequenza che ci sembra interminabile di ore normali, di gesti semplici ripetuti fino alla noia, di abitudini, di andate e ritorni, di levate mattutine e di rientri notturni. Ogni giorno occorre preparare il pranzo, rigovernare la casa, aprire e chiudere il cantiere, sistemare il negozio, far uscire e rientrare l’automobile… Per fortuna che tante cose le facciamo senza pensarci altrimenti ci assalirebbe una noia mortale. Ma è tutta qui la nostra vita?

Gesù dice che il regno dei cieli, il meglio della vita, il suo segreto, la sua grandezza, sta in un piccolo seme, gettato in un campo. E’ qualcosa che nessuno nota, che spunta indifeso, che rischia di essere calpestato da tutti, ma che ha in se una forza e una destinazione incoercibile. Diventa albero contro tutte le apparenze.

Il regno dei cieli è come un pizzico di lievito, qualcosa di invisibile, ma che movimenta tutta la pasta. Nella nostra realtà quotidiana Gesù ha messo tutta la forza per farla diventare la nostra felicità. Occorre guardarci dentro, non lasciarci trarre in inganno dalle cose grandi, chiassose, forti e violente. Dio agisce nella storia quotidiana, nasconde nei nostri passi giornalieri la sua forza e costruisce il mondo con la nostra povera, piccola, tenue, debole vita. E’ interessante vedere come da piccoli paesi, da borgate disperse sulla montagna senza orizzonte o nelle pianure senza confini, nascono persone che cambiano il mondo, uomini e donne che lievitano la realtà e la portano a pienezza. Dietro questi personaggi, ci sono stati una mamma, un papà, un prete, un insegnante, un nonno, una zia, che hanno amato nel silenzio, hanno voluto bene, si sono sacrificati, hanno scritto nella vita quotidiana un amore, tenace e pieno. Non hanno bisogno di apparire, basta loro essere se stessi.

Ecco, la speranza del mondo di Dio sta  nella semplicità di un seme che si porta dentro la forza incoercibile di Dio, e Dio si trova meglio a lavorare con la nostra debolezza, non con la nostra indifferenza.

I santi Gioacchino ed Anna, nonni di Gesù ci riportano a quella che da quest’anno si celebra alla festa dei nonni. Papa Francesco ci ripete spesso che la saggezza dei nonni è assolutamente necessaria per dare sale e sapore ad ogni esistenza e una solidarietà nonni e giovani aiuta a non pensare mai nessuno come scarto

26 Luglio 2021
+Domenico

La pazienza è figlia della fede e sorella della speranza

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 24-30)

Un’altra parabola espose loro così: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio».

Audio della riflessione

La parabola della zizzania ci aiuta a capire il perché della compresenza nel regno di Dio annunciato da Gesù, di semi di bontà autentica, ma anche di semi di realtà decisamente cattive. La domanda che ci facciamo …. sempre è “se Dio è buono perché c’è ancora tanto male nel mondo?”

Se poi guardiamo anche alla chiesa la domanda diventa “Perché proprio tra quelli che tu hai incaricato di annunciare il tuo regno, di vivere il vangelo, di guidare la Chiesa c’è ancora tanto male, tanti scandali, e i cristiani si nascondono dietro un dito con le loro malvagità?”

L’aspettativa è che alla venuta di Gesù, questo mondo avrebbe dovuto cambiare … invece ci troviamo a fare i conti con tutte le possibili malizie che l’uomo inventa, le sue brutture, la sua incorreggibilità forse.

Gesù dovrebbe aver fatto subito piazza pulita: mettere a posto le cose sbagliate e  più evidenti, e invece tutto è come prima.

I primi ad accorgersi sono i discepoli di Giovanni il Battista, che non era stato tenero contro l’ipocrisia, contro i comportamenti errati di tante persone, di categorie diverse: parlava di vento che spazza l’aia dalla pula e di fuoco che la brucerà…

L’atteggiamento di Gesù invece è di non dividere i buoni dai cattivi, i giusti dagli ingiusti, ma di proporre un atteggiamento nuovo: non abbandonare i peccatori e far sperimentare loro la grande misericordia di Dio.

Qualcuno potrà dire che Dio è l’autore della presenza del male, e … se non lo è, sicuramente è impotente e toglierlo … e invece, buon per coloro che sono più cattolici del papa, che Gesù abbia detto che il seme cattivo l’ha deposto il nemico, altrimenti metterebbero anche Dio alla sbarra.

Ma come possiamo vincere questa zizzania? Una risposta lapidaria a questo nostro smarrimento è la pazienza, virtù delicata, difficile e molto assente ai nostri tempi: non è l’indifferenza di fronte al male, nessuna confusione tra bene e male, nessuna rassegnazione se il male continua ad avanzare, non è uguale il carnefice e la vittima … e per noi, nessun dichiararci buoni e tacciare soltanto gli altri come cattivi.  

Occorre avere pazienza! Intanto guardiamo quanto bene c’è e perdura nonostante tutto: se perdiamo questo modo di vedere tra noi, sicuramente il male lo vediamo tutto dall’altra parte e diveniamo intolleranti.

La pazienza è figlia della fede e sorella della speranza: chi perde la pazienza si crede di essere lui solo che risolve i problemi, invece dobbiamo avere l’umiltà di affidarci a Dio, di porre la nostra speranza in Lui. Il male nel mondo è dato dal cattivo uso della nostra libertà, dalla nostra debolezza che non sa orientarsi al bene.

La nostra vita è un grande campo di grano in cui attecchisce anche l’erba cattiva che prende linfa nei nostri cuori.

Dio è pieno di misericordia: “Lascia che crescano assieme! Diamo un’altra possibilità di cambiare, di orientarsi alla bontà! Solo alla fine si farà il giudizio, e allora Dio interverrà.”

Per ora dobbiamo convivere con il peccatore, pure dentro di noi, anche se prendiamo tutte le distanze dal peccato.

24 Luglio 2021
+Domenico

Si meravigliava della loro incredulità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,53-58)

Audio della riflessione

L’esperienza nella fede in Gesù deve sempre sentirsi provocata al cambiamento. Ti credi di essere riuscito a inquadrare la figura di Gesù nel tuo corretto modo di pensare, in uno schema di comprensione che a tutti è necessario per capire la realtà e invece ti sei fatto un’immagine tutta tua, comoda, in difesa, acquietante.

I concittadini di Gesù, gli abitanti di Nazareth vivono questa provocazione. Hanno sentito che Gesù sta spopolando nelle contrade vicine. È partito dal loro paese con una decisione radicale, si è spostato sulle vie del lago dove la gente sviluppa i suoi affari, la sua vita sociale, i suoi lavori artigianali. Ha predicato, ha fatto miracoli, ha trascinato nella sua avventura gente matura, giovani, persone per bene. Ora ritorna a Nazareth. Se fosse uno che ha studiato o praticato una vita di preghiera di penitenza, di controllo su di sé, una sorta di santone, avrebbe le carte in regola perchè potessero  interessarsi di lui. Ma come può Dio manifestarsi in questo uomo, normale e ordinario?!

 Noi vorremmo essere simili a Dio, come lo immaginiamo noi; ma non accettiamo Dio che si fa simile a noi. Vorremmo Lui e noi diversi da quello che siamo. Questo non è accettare la realtà; che è proprio l’origine del male. Accettare o meno la sua umanità è accogliere o non accogliere il dono di Dio. In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. Ma la cosa che sorprende ancor di più è la umanissima sorta di “crisi” che  assale Gesù: si meravigliava della loro incredulità, della loro incapacità a forare la crosta dell’umano, del quotidiano per vederci spiragli di infinito. Gesù è di fronte al mistero della libertà dell’uomo. Il messaggio del Vangelo non si impone, ma si offre; Dio non vuole far violenza alla libertà dell’uomo. Questa meraviglia di Gesù è espressione della logica di Dio che si abbassa al livello dell’uomo. La logica di un Dio “debole” che deve diventare la logica della Chiesa e di ogni credente.. E Gesù non cede col metodo  tutto miserevolmente umano che piacerebbe a noi di fare, cioè usare i miracoli per costringerli a credere. I suoi  miracoli sono sempre un premio a chi si affida, a chi fa almeno un passo nel rischio di credere, che è anche un passo che ci auguriamo tutti di fare nel nostro rischioso mestiere di vivere.

31 Luglio 2020
+Domenico

Un cuore umano per il discernimento del bene e del male

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 47-53)

Audio della riflessione

La rete raccoglie pesci buoni e pesci cattivi: la rete è una icona del Regno di Dio.

Il regno aggrega tutti senza discriminazione: la chiesa, che ne è una immagine, non sceglie chi è bravo, chi è bello, chi è buono, non nega la fraternità a nessuno.

Nella nostra stessa interiorità  ci troviamo a dover fare i conti con una serie di doppi pensieri, di cui ci vergogniamo e che ci vengono alla coscienza non si sa da quale sorgente: nella  nostra famiglia convivono bene e male, nella  nostra comunità cristiana ci sta il buon seme e il seme cattivo.

La tentazione da affrontare immediatamente è quella dello sradicare il male, per poter avere omogeneità di vite, di pensieri, di tensioni: occorre sradicare, purificare, togliere le mele marce, distruggere, fare piazza pulita, bruciare la terra sotto i piedi al nemico.

Spesso ci assale un santo zelo di purificazione, di pulizia interiore, di ordine esteriore, di cose al loro posto, e vorremmo che la famiglia, la comunità cristiana fosse pura, senza difetti, ma i maggiori disastri derivano proprio dal tentativo di eliminare le persone ritenute cattive: è la teoria della violenza sacra che “a fin di bene” compie somme ingiustizie, perché la chiesa non dev’essere una setta di puri.

Il male è nella nostra stessa vita, non nella vita di quello che abita a due isolati, non al di là del muro, non in oriente, se noi siamo a occidente, non nei Sud del mondo, se noi siamo al Nord, viene nel nostro mondo, nella nostra interiorità, nella nostra famiglia, nella nostra comunità.

Non siamo nati oggi, abbiamo alle spalle i tanti disastri che si sono compiuti nella storia dell’uomo con questo sacro furore, irresponsabile, esteriore dell’andiamo a strappare.

Le radici del male sono troppo forti, sono troppo intrecciate con il bene, con la vita;  per cui devi inventare non un sacro furore, ma mettere in atto la misericordia: non è la spietatezza, né l’accondiscendenza che risolve i problemi della compresenza costante di bene e male, ma la capacità enorme che Dio ha dato all’uomo di vincere il male con il bene, perché la presenza del male accanto al bene, rende più vero il bene, più cosciente l’uomo di aver bisogno di Dio, più convinto che è solo con l’aiuto di Dio che possiamo vivere una vita bella, beata e felice.

Se Dio ha fatto il mondo bello, il male è l’occasione per renderlo migliore, il presente è sempre il tempo della pazienza, che – ricordo sempre – essere figlia della fede e sorella della speranza: nasce dalla fede e si accompagna familiarmente alla speranza.

La comunità cristiana – dico sempre – non è una setta di puri, ma nemmeno una banda di malfattori: la misericordia è verso l’altro, verso di noi ci vuole vigilanza e discernimento, sforzo continuo di fedeltà alla parola e disponibilità a fare la volontà di Dio. La misericordia non è da imputare a se stessi per vivere nelle dissolutezza, per garantirci la nostra impunità nel male. Anche questo convivere con il male è il prezzo della libertà che Dio vuole assolutamente garantire ad ogni persona.

30 Luglio 2020
+Domenico