Gesù è sempre al nostro banco di lavoro

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,9-13)

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Audio della riflessione.

Faceva il bancario, probabilmente il banchiere. Aveva messo assieme una buona squadra di riciclatori di danaro. La sua vita era l’esatto contrario di un timorato di Dio. Dove passava, dove metteva mano, sporcava, rendeva impuro, rovinava la limpidezza della vita. Se fossi entrato nel suo giro avresti finito di essere a posto. Ce n’è anche oggi di gente così; da quando ti sei messo a frequentarla hai perso la pace in famiglia, ti è calata la stima degli amici, stai alla larga dalla polizia, non ti fai più vedere in Chiesa. 

Gente così sarebbe proprio da allontanare. Pubblicani, li chiamavano gli ebrei; Matteo era il nome di uno di questi. Ma da questa banca o da questa bisca un giorno passa Gesù. “Matteo che stai a fare dietro questo tavolo a consumare la vita a far bonifici, a giocare in borsa, a riciclare soldi sporchi, a finanziare armamenti, a sostenere terroristi o a commerciare droga? Non hai idea di quanto può essere più bella e più piena la vita che ti presento io! Seguimi”. È una parola magica: indica urgenza, distacco, decisione, cambiamento. Matteo è innamorato perso, cambia vita. D’ora in poi è Gesù il suo banco dei pegni; si dedicherà alle persone non più agli euro. 

Ma Gesù non ha ancora finito di fare un regalo a Matteo: si vuol mescolare con la sua compagnia di gente persa. Non è vero che si onora Dio separandosi dai peccatori. Che teologia è questa? Chi va col lupo impara a ululare! Sì, ma solo se non sa cantare. Se hai in cuore quello che ha Gesù, i lupi diventano agnelli. Gesù siede a mensa con questi fondi di galera, compie quel gesto, delicatissimo, intimo, che farà soltanto più con i suoi discepoli più cari. Nessuno è fuori dal regno di Dio. Non c’è peccato, carognata, assurdità, malvagità che tenga. 

Gesù, il Vangelo, non è un premio per i buoni, ma una offerta per tutti. Con la scusa di difenderlo, noi cristiani spesso abbiamo chiuso il Vangelo in sacrestia. Invece è vita per tutti. Infatti, alla fine dove è morto Gesù Cristo? Tra due peccatori e ritenuto peccatore lui stesso. E ogni giorno questo Gesù ci fa il regalo più bello che possiamo immaginare: stare con noi come fuoco che brucia, come gioia che consola, come felicità che pervade. È lo Spirito Santo dono di Dio definitivo all’umanità. 

07 Luglio
+Domenico

Siamo paralizzati dal male nello spirito, non solo nel corpo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,1-8)

In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico –, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua.
Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Audio della riflessione.

Paralizzato. Un ictus, un incidente d’auto, un sabato notte di follia, una pasticca di troppo, un incosciente che ti taglia la strada perché è ubriaco e una sedia a rotelle per tutta la vita. Non puoi più essere indipendente, hai bisogno di tutti, ma soprattutto ti muore dentro la voglia di vivere. Gli amici ti stanno vicini per un po’, i parenti ti aiutano, ma poi ti devi prendere la badante.  

Era così quell’uomo che aveva finito di sperare, di lottare per la riabilitazione, di immaginare un futuro diverso. Con in cuore forse un’ultima speranza, tanto le aveva tentate tutte, si fa portare da Gesù e Gesù lo guarisce. Quante volte ci siamo letti questo episodio del vangelo, quante volte lo abbiamo augurato a noi se siamo ammalati o lo abbiamo invocato per gli amici. Gesù sa togliere ogni paralisi, ogni blocco nella nostra esistenza.  

Ma il blocco più grande è dentro di noi, la vera grande paralisi è la noia, la sfiducia nella vita, l’adattamento, il lasciarsi andare. Conosco tanti ammalati spenti, ma anche tanti paralizzati attivi, decisi a non cedere, a trovare sempre interessi nuovi, a inventare vita per sé e per gli altri, a non morire dentro. Dietro a questi però c’è sempre un amore, una persona che dà fiducia, anche solo un materasso che sa attutire depressioni, un cuore disponibile che sa incoraggiare, una spalla su cui piangere.  

È così anche nella vita spirituale. Molti siamo paralizzati dal male che abbiamo fatto, dall’odio che portiamo nel cuore e che non ci permette di togliere dalla testa il torto subito. È paralisi completa il desiderio di vendetta. È paralisi il male che progettiamo per gli altri. Sono paralizzanti i nostri vizi che ci portano sempre a compiere malvagità, a privare gli innocenti della loro purezza. È paralisi la droga, l’alcool, la ricchezza quando ti fascia il cuore. 

Anche questa paralisi, soprattutto questa, dice Gesù nel vangelo, sono venuto a togliere a sciogliere. Il paralitico si mette a camminare, prende il suo letto e torna a casa. Questo Gesù è veramente il sapore della vita, la forza contro ogni adattamento al ribasso. Lui è capace di ridare speranza a chiunque, di mettere il motore alle rotelle soprattutto perché sa far cantare il cuore, Lui è un Dio che non ci abbandona mai. 

06 Luglio
+Domenico

I pochi operai della messe, non sono i preti, ma ogni credente

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 9,36-10,8)

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù invò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Audio della riflessione.

La nostra vita cristiana spesso si sviluppa solo entro gli angusti confini delle nostre strutture ecclesiastiche. La sete di Dio oggi abita nelle coscienze di molte persone, ma noi cristiani spesso stiamo abbarbicati nei nostri comodi e pacifici spazi.  

L’abitudine a isolare il cristianesimo o alla coscienza privata o alle nostre sacrestie è un insulto al vangelo, è una ingiustizia nei confronti dei tanti che hanno bisogno di Dio, hanno sete di lui e se lo vedono sottrarre dai nostri comodi loculi.   

Il mondo non è una sterpaglia, dice Gesù, non è una landa di ululati solitari, non è un groviglio di domande assurde, non è una accozzaglia di casualità senza senso: il mondo è una messe; è un terreno fertile, in esso è già maturato da sempre un desiderio, è saturo della attesa di uno sbocco, aspetta solo che qualcuno dia inizio a una mietitura.  

Gesù dice che il mondo è una messe che ha bisogno di operai che la raccolgono. Ci viene offerta su un piatto d’oro una sete e noi, che custodiamo la sorgente, non la mettiamo a disposizione; ci viene offerto un campo maturo e noi non siamo capaci di raccogliere i frutti.   

Credere è anche accorgersi della sete di Dio che c’è nel mondo e offrire la sorgente; è portare a compimento una attesa con il dono della sua Parola. Il mondo è pieno di gente che ha sete di Dio e non c’è nessuno che l’aiuta a spegnere la sete a una sorgente; c’è tanta gente che spera in una salvezza e deve fare la fila dai maghi; molti sentono il bisogno di avere certezze e si rivolgono agli oroscopi; molti giovani hanno domanda di Dio e gli rifilano la droga; tanti uomini e donne desiderano il perdono, la pace interiore, e si devono accontentare dei calmanti. Tutti cerchiamo un senso alla nostra vita, una risposta alle nostre domande più profonde e spesso siamo costretti a vivere alla giornata.  

Oggi c’è molta più domanda di Dio di quante siano le possibilità di trovare risposta. C’è domanda di spiritualità, di preghiera, di al di là, di trascendente, di certezza, di direzione vera da prendere nella vita e non c’è chi ci aiuta a trovare la strada. Oppure c’è, ma la direzione di chi cerca non incontra la direzione di chi offre. Gesù aveva intercettato tutte queste domande e le aveva esaudite, ma sentiva ancora più a fondo questa sete incoercibile; la gente che incontrava gli faceva compassione, gli strappava il cuore.  

Gesù ha compassione della gente stanca, sfinita e sbandata. Sono tre aggettivi che possono ben fotografare noi uomini e donne di oggi, giovani inesperti e in balia di tutte le possibili novità e adulti disorientati a guardare continuamente indietro e a sperare di riportare il mondo come era prima.  

Per questo ha preparato quel suo gruppo sparuto di pescatori, di gente semplice. Andate, non vi preoccupate, non v’organizzate con soldi o previdenze. È troppa l’urgenza: parlate, condividete, guarite, alleviate sofferenze, date segni della salvezza che vivete e fate tutto gratuitamente. C’è ancora qualche cristiano che percepisce questa sete, che è disposto a lavorare in questa messe? O facciamo finta di niente? Gesù quando ha detto questo non era in cerca di preti, ma di cristiani.

18 Giugno
+Domenico

Gesù, ci fai felici perché ci sei tu!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-15)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Audio della riflessione

È bello essere invitati a nozze di un amico o di una amica, con cui hai condiviso tanti momenti della vita, con cui spesso ti confidavi, che vedevi ogni giorno entusiasmarsi mentre ti raccontava i suoi sogni. È ancor più bello se le nozze non sono quel supplizio infinito di un pranzo da nababbi, o quel ricevimento formale che ti mette in imbarazzo con gente estranea o, ancor peggio, se partecipare alle nozze non consiste nella preoccupazione, che sovrasta ogni sentimento, di fare un regalo vistoso, calcolato, che ti lega nella catena perversa del do-ut-des, ti faccio il regalo oggi perché tu e gli altri me lo facciano domani, dove l’invito è solo calcolo e la spontaneità diventa obbligo.  

L’invito che fa Gesù è un invito a nozze per godere di Lui. Quando ci sono io non fate piagnistei, non lesinate in allegria, non state a controllarvi la dieta, soprattutto non siate tristi. Vi voglio entusiasti dell’essere miei amici, contenti di avermi seguito. Fatelo sapere a tutti che con me state bene. Nella vita c’è anche un tempo per il digiuno, per il controllo sulla gestione della propria interiorità e della propria disponibilità e allenamento alle difficoltà; ma non è questo il momento. Se ci sono io voglio che scoppi la festa, la gioia, sono venuto perché si possa godere di una vita piena. Il mio regno è un regno di felicità, di gioia, di scatto verso la bontà. 

Purtroppo, spesso noi cristiani non facciamo capire a tutti che seguire Gesù è una felicità, che aver trovato lui, il suo vangelo è una profonda pace che scende nella vita, che seguire i suoi passi anche faticosi è come quando fatichi a scalare una montagna, ma vieni appagato dalla gioia della conquista, della vetta, della visione di un nuovo panorama che ti si apre davanti. Essere cristiani è essere felici.  

Non rimpiangiamo nessuna libertà persa, perché stare con Gesù è trovare quella vera. La quaresima non è luogo di tristezza, ma di una gioia serena, di una consolazione profonda, perché stiamo in compagnia di Gesù, ne ascoltiamo ogni giorno la parola, facciamo i passi della vita anche faticosa, ma con lui, diamo a ogni giornata una nuova speranza di poter guardare a quel cielo abitato da Dio che rende la terra meno spaesata. 

24 Febbraio
+Domenico

Sta scoppiando il futuro: che fai?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 5-7)

Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani;  rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele.  E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.

Audio della riflessione

In un mondo di assicurazioni e di avvocati, di garanzie e di voglia di sicurezza, di previsioni e di prevenzioni c’è il rischio di sedersi. Dopo aver tanto lottato finalmente sono tranquillo: ho previsto tutto, ho messo da parte un buon gruzzolo, la mia vita è stata dura, ma mi hanno insegnato bene i miei genitori a mettere da parte.

Sicuri, sistemati, tranquilli lo sono anche due sposini, innamorati, persi, dopo tante fatiche a mettere su casa. Li vedevi sembravano proprio come due rondini che ogni giorno portavano a casa qualcosa: un vestito, un tavolo, un’automobile, qualche mobile, la lavastoviglie, il bagno super accessoriato. E’ stata una fatica, ma finalmente ci siamo. E si siedono.

È sicuro anche il calciatore che è riuscito a scalare tutta la serie; ha avuto fortuna, soprattutto tenacia e c’è arrivato e si siede.

Non occorre fare l’uccello del malaugurio, prevedere qualche disgrazia o qualche malattia o qualche dissesto finanziario per minare alla radice queste sicurezze. Certo possono capitare sempre. La vita non l’abbiamo in mano noi. Ma la prima mina vagante che ci destabilizza è smettere di sognare, è non aspettarsi più niente, è adattarsi, è spegnere ogni attesa.

Noi cristiani abbiamo apposta un periodo del nostro anno che vuol tenere desta questa attesa. I mussulmani hanno il famoso ramadan, un tempo speciale e tutti ci accorgiamo di come la maggioranza ci tiene. Ricordo due ragazzine in oratorio al momento in cui tutti gli amichetti facevano merenda, loro tranquille in disparte a dire agli amici: per noi è ramadan. E tutti grande rispetto.

 Noi cristiani in questo mese siamo in attesa. Che aspettiamo? Ci stiamo a vivere un periodo di illusioni? Vogliamo fingere di aspettarci sorprese per vincere la noia? O vogliamo passare un mese a sognare una umanità piena, una pace impossibile, un mondo nuovo, un amore sempre fresco, vogliamo lasciarci incantare da una promessa il regno di Dio è qui, è imminente.

Non vi ho abbandonati al caso. Il vostro amore può tornare nuovo, nel vostro dolore si può sentire dentro una speranza. Tenete desta la vita, non vi adattate. E’ più quel che deve venire di quello che già avete; c’è più futuro che passato. E il futuro è da inventare e accogliere con speranza. E questa speranza ti aiuta a viverla la Parola di Dio

3 Dicembre 2022
+Domenico

Gli occhi sono sempre una finestra dell’anima e per l’anima

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 28-29) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 27-31)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!».
Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede».

Audio della riflessione

Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.

Nella vita siamo tutti un po’ ciechi: arrivano momenti in cui non vedi più chiaro … ti eri messo su una strada, avevi investito tutto quel che eri e di colpo non riesci più a capire dove sei finito; sembrava tutto filasse liscio e di colpo il tuo legame d’amore è finito. Riprendi con la memoria tutto il tuo passato, ti sembra di essere sempre stato corretto, ma non ti accorgi di come lentamente avevi chiuso gli occhi e li avevi concentrati tutti sullo specchio a guardare te, a vivere in funzione di te, a mettere al centro te. Vedevi l’altra persona che viveva con te, ma l’avevi fatta diventare la tua proiezione, la tua controfigura. Lo si dice anche comunemente: avevi occhi solo per te!

Si può anche essere ciechi perché non vogliamo vedere le sofferenze degli altri o perché abbiamo gli occhi iniettati di vendetta, di ritorsione, di dispetto: per questa cecità non c’è collirio che tenga, ti puoi anche far operare alle cataratte, ma non ci vedrai mai.

E il Signore un giorno passa per un villaggio, sta tornando a casa, si deve essere diffusa la voce del suo imminente ritorno e due ciechi ne avvertono la presenza: non ci vedono ma i loro sensi sviluppatissimi e soprattutto la loro certezza, fiducia, tenacia li lanciano all’inseguimento di Gesù! Inciampano, sbattono contro tutto quello che li separa da Gesù, ma non possono lasciarselo scappare! Non ce la fanno più a rimanere nel buio! Non può essere sempre così spenta la loro luce, e gridano: “Abbi pietà di noi! Ti chiediamo di ridare ai nostri occhi la capacità di vedere perché le cose assumano i loro contorni veri, perché il mondo che ci sta attorno non sia fatto di corpi in cui inciampare, ma di meraviglie da contemplare e persone da amare!”.

E Gesù: “Ma … voi credete che io abbia questo potere per voi? Siete sicuri che la vostra vista abbia da me una possibilità di riaccendersi? Vi fidate di me?”

Non avevano che lui: che cosa gli potevano rispondere se non un sì, un amore, una ulteriore supplica … e Gesù toccò quegli occhi, ridiede la vista, proprio tutta quanta ne desideravano, ne imploravano, ed erano sicuri di ottenere con la loro fede.

Abbiamo anche noi una vista da chiedere: vogliamo vedere noi stessi, gli altri, il mondo con occhi diversi; vorremmo vedere oltre le immagini virtuali che ci incantano, vorremmo la realtà, le persone con i loro sguardi.

Vogliamo poterci guardare negli occhi senza occhiali senza difenderci e senza nasconderci, e Gesù per questo è sempre la nostra unica speranza!

2 Dicembre 2022
+Domenico

Gesù chiama, sconvolge, scandalizza, ma non impone e insegna sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 9-13)

In quel tempo, mentre andava via, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Audio della riflessione

Come sempre una chiamata personale, proprio a te, ti destabilizza, ti sorprende, ti spinge a pensare, a prevedere nuovi scenari per la tua esistenza, a calcolare le tue forze, a misurarti con te stesso, a cercare di capire il perché proprio te hanno chiamato… penso ai giocatori per una squadra importante, a un giovane che ha fatto richiesta di lavoro, a una proposta di amicizia, soprattutto a una richiesta di matrimonio già nell’aria, ma mai confermata… insomma venire chiamato per essere coinvolto è qualcosa che tutti ci aspettiamo nella vita.

Gesù fa così con ciascuna creatura e  ha fatto così con l’apostolo Matteo: era un pubblicano, che per gli ebrei era sinonimo di peccatore, proscritto dalla società giudaica come una delle persone che si erano “vendute a Roma”, un collaborazionista, segnato a dito quando passava per le strade, da non frequentare affatto! Un peccatore pubblico riconosciuto come tale dal popolo.  

Sicuramente senza i presupposti psicologici sui quali noi insistiamo tanto, aveva anzi i presupposti contrari! Si vede ancora di più la ragione determinante sempre di Dio quando chiama, quando fa l’elezione, le scelte dello stesso suo popolo e anche di tante persone destinate ad assumere una particolare missione: nella Bibbia è sempre così! E’ la legge dell’amore che comanda, senza meriti precedenti che la possano giustificare … e la risposta viene data nella piena libertà e ubbidienza che diventa l’ubbidienza della fede.

Ecco del perché dello scandalo dei farisei, quando videro Gesù seduto a mensa in mezzo a loro: che credenziali poteva avere Gesù di fronte al popolino, con queste frequentazioni? Soltanto le nuove credenziali dell’amore di Dio! Dio, come Gesù si dà pensiero del peccatore più che del giusto, e noi siamo tutti peccatori.

Qui non c’è un inno al peccato né una giustificazione del peccatore: Gesù vuole liberare e perdonare il peccatore,  non considerarlo come un nemico, come facevano i teologi del tempo.

Gesù chiama nella massima libertà di Dio, e l’uomo – in questo caso Matteo – risponde liberamente nella profondità della sua umanità.

21 Settembre 2022
+Domenico

Una passione e una compassione per l’umanità, quella sempre di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 32-38)

In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni». Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».

Audio della riflessione

La vita, pure cristiana, di molti credenti spesso si sviluppa solo entro gli angusti confini delle nostre realtà ecclesiastiche, mentre  la sete di Dio da sempre abita nelle coscienze di molte persone; tante volte è una domanda esplicita, spesso è domanda interiore che non ha chiara la meta e noi cristiani spesso stiamo abbarbicati nei nostri comodi e pacifici spazi.

Gesù invece ha uno sguardo pieno di attenzione, di interesse per queste persone, anzi gli si muovono le viscere, ha compassione, ne intuisce le domande interiori, ne coglie la stanchezza e l’oppressione perché avvertono che  loro mancano persone dedicate alla loro vita e soprattutto alla loro ricerca. Noi cristiani dobbiamo sentirci operai di una messe che si espande sempre nell’umanità che ha sete di Dio, anche se non lo avverte e lo conosce.

 Uscite dal tempio e andate per le strade. Oggi la Parola di Dio deve risuonare ovunque. L’abitudine a isolare il cristianesimo o alla coscienza privata o alle nostre sacrestie è un insulto al vangelo, è una ingiustizia nei confronti dei tanti che hanno bisogno di Dio, hanno sete di lui e se lo vedono sottrarre dai nostri comodi loculi. 

Il mondo non è una sterpaglia, dice Gesù, non è una landa di ululati solitari, non è un groviglio di domande assurde, non è una accozzaglia di casualità senza senso: il mondo è una messe; è un terreno fertile, in esso è già maturato da sempre un desiderio, è saturo della attesa di uno sbocco, aspetta solo che qualcuno dia inizio a una mietitura.

Invece la nostra visione di mondo è sempre la fotografia, di ostilità, di mali, di lontananza da Dio. Gesù dice invece che è una messe che ha bisogno di operai che la raccolgono. Ci viene offerta su un piatto d’oro una sete e noi, che custodiamo la sorgente, non la mettiamo a disposizione; ci viene offerto un campo maturo e noi non siamo capaci di raccogliere i frutti. 

Ritorniamo sempre a quella parola precisa, che definisce la sollecitudine di Gesù: compassione, Gesù ha compassione della gente stanca, sfinita e sbandata. Sono tre aggettivi che  possono ben fotografare noi uomini e le donne di oggi, giovani inesperti e in balia di tutte le possibili novità e adulti disorientati a guardare continuamente indietro e a sperare di riportare il mondo come era prima.

Ma il futuro è sempre davanti, è sempre Gesù, è sempre scritto nella nostra decisione di offrire gratuitamente il vangelo, gratuitamente perché è dono di Dio che non si può tenere tra le mani, ma che si deve continuamente mettere a disposizione di tutti.

5 Luglio 2022
+Domenico

La nostra morte, la nostra fede e poter toccare Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 18-26)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata. Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

Audio della riflessione

C’è una esperienza che tutti ci prende e che dobbiamo affrontare … la nostra morte: è l’esperienza che nascondiamo di più a noi stessi, ma che non si può evitare!

La nostra fede ha sicuramente qualcosa da dirci … il Vangelo ci riporta due miracoli: una donna lo tocca e viene guarita e subito dopo Lui stesso tocca una fanciulla e la risuscita;

la donna ci dice che cosa è la fede: toccare Gesù,
e il racconto della fanciulla morta e risorta ci dice che cosa dà la fede: fa passare da morte a vita!

Toccare, prima di essere un contatto è una forma di conoscere: è andare oltre il proprio limite, entrare in comunione e in uno scambio con l’altro.

La fede è toccare il Signore della vita e quando lui ci tocca, il suo tocco è il dono stesso della vita.

La morte non possiamo evitarla, siamo tutti mortali, ma proprio dentro la morte, quando Gesù ci tocca, quando siamo presi per mano da Lui, ci risveglia alla vita.

Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me anche se muore vivrà, chiunque vive e crede in me non morirà in eterno, dice il vangelo di Giovanni.

Ora, nella nostra vita, come queste due donne, tutti noi siamo invitati ad esperimentare il tocco di Gesù, il tocco dello Spirito, il famoso “dito di Dio” che scrive nelle nostre esistenze e nel nostro cuore il suo amore: ci fa vivere in comunione con Lui sia che viviamo sia che moriamo.

Il Signore che sta con noi sulla barca, dove dormiva, si è svegliato: placa il mare delle nostre esistenze, ci toglie la paura di andare a fondo … con Lui risorto liberati dai nostri peccati, sciolti dai legacci del male, siamo chiamati a toccarlo e a vivere con il suo tocco.

E qui si snoda tutto il racconto di Matteo, che diventa la storia di ogni nostra vita: c’è un padre affranto per la morte della figlia. Gesù lo ascolta e va a casa sua. Nel frattempo una donna riesce a toccarlo, ad entrare in comunicazione con Lui, il lembo del mantello è la sua Parola che salva. Figlia la tua fede ti ha salvato.

Gesù entra nella casa nel dileggio sempre dei ben pensanti, la presenza di Gesù scaccia il lutto e il lamento, prende per mano la ragazza come lo sposo prende per mano la sposa e la risuscita: la unisce a Lui in un amore più forte della morte.

4 Luglio 2022
+Domenico

Non ci sono solo novità, ma  irrompe il nuovo: Gesù !

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-17)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».

Audio della riflessione

E’ esperienza di tutti i giorni quella di fare i conti con l’invecchiamento di tutto. Ti pare di avere appena costruito la casa, che ti tocca mettere mano ai tetti: non ti sei accorto, ma gli anni sono passati. Hai appena cambiato i mobili in casa e già devi pensare di cambiare la cucina o il frigorifero. Il cambiamento è una parte normale della nostra vita. Lo è ancora di più se si pensa al proprio mestiere. Se lavori in proprio devi pensarne una nuova tutti i giorni, devi specializzarti, devi rispondere con competenza a tutte le nuove esigenze. E’ così ancora di più nella vita spirituale. I nostri comportamenti subiscono una usura fortissima, perché è sempre presente la tendenza ad accomodarsi, a fermarsi, a vivere di ricordi, a continuare a guardare indietro. Non per niente tutti gli adulti dicono: ai miei tempi.

Lo spirito invece ha bisogno sempre di stare vigile, di rinnovarsi, di vincere l’inerzia dell’abitudine, che smorza ogni slancio e ogni generosità. Il pericolo però è quello di fare sempre e solo ritocchi. La cosa è ancora più evidente nel confronto anche piuttosto non programmato dei discepoli di Giovanni che vengono dal deserto, da un periodo di purificazione e di allenamento all’attesa del nuovo e l’irrompere della assoluta novità di Gesù. E’ la differenza tra una attesa sofferta e piena di incognite e l’esplosione della novità di Gesù. Lui è lo sposo e con lo sposo non si digiuna. E’ tale la sua novità che ogni correzione piccola o grande è sempre una pezza che stona.

. Il cambiamento, il rinnovamento deve essere sempre una operazione di conversione, non di aggiustamento. E’ il cuore che ha bisogno di rinnovamento e quando è il motore che cambia, tutto il corpo lo deve seguire.

Invece la nostra arte è quella dell’adattamento, del muro di gomma, del lasciar perdere che tanto non cambia niente, dello stare in una zona grigia, né calda né fredda. Non ti scomodare, lascia perdere, metti a posto solo la facciata, aspetta che il vento cambi, abbiamo sempre fatto così, non fare il fanatico, vediamo: se son rose fioriranno. Sono le frasi che uccidono ogni volontà di crescita, di proposte nuove.

Gesù era di un’altra idea: non si possono mescolare luce e tenebre, notte e giorno, vita e morte, amore e egoismo. Il cambiamento deve essere totale. Questo vino nuovo di cui parla Gesù è lui stesso, il vino della vita, lui è il vino della festa; quando c’è Lui siamo in presenza della pienezza e bisogna fargli tutto il posto possibile. Niente della nostra esistenza deve starsene fuori. Lui cambia tutto e noi ci lasciamo trasformare da lui nei gesti, nel cuore, nelle abitudini, nei progetti.