Gesù chiama il peccatore a seguirlo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 9-13)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Audio della riflessione

La legge denuncia il peccato e punisce il peccatore, mentre Gesù rimette il peccato e accoglie il peccatore. Ancora voglio sottolineare che Dio non è legge, ma amore; non è sanzione e punizione, ma accoglienza, perdono e medicina. Come il malato più è grave, più ha diritto al medico e maggiori sono i doveri di questo nei suoi confronti, così il peccatore più è lontano più ha bisogno di misericordia. Il suo peccato non gli impedisce l’esperienza di Dio, anzi proprio in essa lo chiama per il suo vero nome che è Gesù, cioè Dio salva.

Siamo sempre incantati della chiamata che Gesù fa a Matteo, ci aiuta anche il Caravaggio con quello sguardo di Gesù a Matteo, un vero pubblicano, peccatore, immischiato con i nemici del giudaismo, perché collabora e fa soldi con i romani, è uno sguardo che fende le tenebre, si volge al peccatore avvolto in un’ombra di morte e diventa un fascio di luce, che alza di sorpresa Matteo, sollevandolo dal tavolo dove sta contando soldi a palate.

Nel brano di vangelo che precede questo, il centro è un paralitico, cui vengono perdonati i peccati; in questo brano di oggi c’è un peccatore che è invitato a cambiare vita e perdonato alla grande, diventerà poi un apostolo. Noi siamo sempre rivolti a questo grande e bel esito della chiamata di Gesù; mettiamo in conto però che la prima cosa che fa Gesù è di perdonargli il suo grave peccato personale e sociale. Esercita la qualità tipica di Dio che è di perdonare.

Segue poi una bella cena, scandalosa per i cosiddetti “giusti” che vedono Gesù aver confidenza con i peccatori. Difficile per il Signore non è convertire quelli di Ninive alla penitenza, ma Giona il giusto ad andare a predicare loro il perdono. Dio è amore e grazia. Il peccatore lo riconosce facilmente, perché ne ha bisogno, noi invece che ci riteniamo giusti invece ci opponiamo a Lui con tutte le nostre forze. Dobbiamo prima accettare il peccatore come nostro fratello, nostro gemello, anzi come fosse noi stessi, anzi come il nostro Signore che si è fatto peccato per noi. Solo allora riusciamo a conoscere Dio e ci convertiamo a una giustizia superiore, quella del Dio misericordioso, di grande amore, clemente, di larghe vedute, che si lascia impietosire. Se noi escludiamo dai nostri banchetti il peccatore, escludiamo il Signore stesso che banchetta con i peccatori.

Gesù chiama tutti e va a cena anche con i peccatori, non solo convertiti come Matteo, ma anche con gli altri. Matteo non fu chiamato perché convertito, ma si convertì perché chiamato. Noi cristiani non viviamo della nostra giustizia, ma della sua grazia. Graziati dal Signore dobbiamo usare grazia gli uni verso gli altri.

Matteo poi con il suo Vangelo, come questo che stiamo leggendo in questi giorni, ce ne ha donato di grazia e di insegnamenti!

E gli siamo ancora più grati!

1 Luglio 2022
+Domenico

Legge, colpa e pena non sono il ritratto del nostro di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,1-8)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati». Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico –, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua. Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Audio della riflessione

I  nostri peccati – di cui molti non vogliono più sentire nemmeno  la parola – sono i nostri fallimenti nella vita: sono sempre tanti e ci avviluppano come in un bozzolo che alla fine ci sigilla come mummie.

Quando pensiamo a Dio pensiamo subito a una legge che giudica e punisce il male … la legge ci convinciamo di doverla osservare, la colpa vogliamo trasgredirla e la pena sentiamo la necessità di espiarla.

Dovere, colpa, pena sono caratteristici di ogni re-ligione, nella cui parola si condensa un legame, che lega e rilega l’uomo in un eterno destino.

Riusciremo una buona volta, quando parliamo di religione, a toglierci questa autentica bestemmia, che fa di Dio soprattutto e sempre “legge”, “padrone” verso cui siamo indebitati, “regolatore” di conti, “vendicatore”, “giustiziere” …

Dio non è legge: non abbiamo debiti con Lui … è Lui che si colloca in posizione di sentirsi debitore con noi! Ci ha fatti per amore, ogni nostro male è un “suo” fallimento, di cui soffre, come fa un buon genitore con i figli! Lui si mette in questione se noi stiamo male o sbagliamo.

L’amore riconosce i bisogni di colui che ha deciso di amare, dell’amato: li legge come diritti di lui e Dio vi si sente in dovere di esaudirli.

Hanno deciso che Gesù deve dare la vita per questo mondo di peccato, rimetterlo in dialogo d’amore con suo Padre … e quando Gesù dice che perdona i peccati, osa dire che si fa uguale a Dio perché li perdona.

Lui fa quello che solo Dio può fare: non ci perdona perché ci siamo convertiti, ma perché ci possiamo convertire a Lui, ed è Lui che si converte a noi, anzi con una mitezza che non ha eguali, si addossa la colpa di averci abbandonati e ci chiede venia!

Insomma, Gesù …

  • invece di giudicare, assolve;
  • invece di condannare, perdona;
  • invece di punire, è Lui che espia!

… per questo sarà giudicato, condannato e alla fine giustiziato in croce e da lì assolve, perdona e libera tutti: questo è il potere che Dio si “arroga” sulla terra!

Ma se è così che giustizia c’è? Il Vangelo ci presenta una giustizia superiore che è quella del Padre che fa piovere la sua luce e la sua benedizione su tutti i suoi figli, cattivi o buoni che siano.

Perdonare è  miracolo più grande che risuscitare un morto , come Lazzaro che una volta risuscitato morirà ancora: perdonare invece è nascere e far nascere a vita immortale, la stessa di Dio che è amore ricevuto e accordato senza condizioni … rivela l’identità di Dio che ama senza misura e quella dell’uomo suo figlio, sempre e comunque amato.

Nella parabola del paralitico guarito ci siamo sempre troppo fermati sulla bontà di questo aver ridato movimento, indipendenza a un infermo, ma l’intento di Gesù era di far sapere che lui rimetteva i peccati, quindi si poneva sul piano di Dio suo Padre … “Perché sappiate che Io rimetto i peccati, dico a te alzati e cammina” … questo sicuramente faceva fastidio ai farisei che non riuscivano a mettersi sull’onda nuova della presenza di Dio in Gesù!

30 Giugno 2022
+Domenico

Siamo felici perché ci sei tu

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-15)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Audie della riflessione

È bello essere invitati a nozze di un amico o di un’amica, con cui hai condiviso tanti momenti della vita, con cui spesso magari ti confidavi, che vedevi ogni giorno entusiasmarsi mentre ti raccontava i suoi sogni … è ancor più bello se le nozze non sono quel supplizio infinito di un pranzo da nababbi, o quel ricevimento formale che ti mette in imbarazzo con gente estranea o, ancor peggio, se partecipare alle nozze non consiste nella preoccupazione, che sovrasta ogni sentimento, di fare un regalo vistoso, calcolato, che ti lega nella catena perversa del “do ut des” (ti do perché tu mi dai), “ti faccio il regalo oggi perché tu e gli altri me lo facciate domani”, dove l’invito è soltanto calcolo e la spontaneità diventa obbligo … e per “cortesia” ti danno pure l’IBAN.

L’invito che fa Gesù è un invito a nozze per godere di Lui: “Quando ci sono Io non fate piagnistei, non lesinate in allegria, non state a controllarvi la dieta, soprattutto non siate tristi! Vi voglio entusiasti dell’essere miei amici, contenti di avermi conosciuto e seguito: fatelo sapere a tutti che con me state bene!”.

Nella vita c’è anche un tempo per il digiuno, per il controllo sulla gestione della propria interiorità e della propria “disponibilità” e allenamento alle difficoltà … ma non è questo il momento: “Se ci sono io voglio che scoppi la festa, la gioia! Sono venuto perché si possa godere di una vita piena: il mio regno è un regno di felicità, di gioia, di scatto verso la bontà!”.

Purtroppo spesso noi cristiani non facciamo capire a tutti che seguire Gesù è una felicità, che aver trovato lui, il suo Vangelo è una profonda pace che scende nella vita, che seguire i suoi passi anche faticosi è come quando fatichi a scalare una montagna, ma vieni appagato dalla gioia della conquista, della vetta, della visione di un nuovo panorama che ti si apre davanti.

Essere cristiani è essere felici! Non rimpiangiamo nessuna libertà persa, perché stare con Gesù è trovare quella vera di Liberta! La Quaresima non è luogo di tristezza, ma di una gioia serena, di una consolazione profonda, perché stiamo in compagnia di Gesù, ne ascoltiamo ogni giorno la parola, facciamo i passi della vita anche faticosa, ma li facciamo con Lui! Diamo a ogni giornata una nuova speranza di poter guardare a quel cielo abitato da Dio che rende la terra molto meno “spaesata”.

4 Marzo 2022
+Domenico

Signore, c’è troppo buio!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,28-29) dal Vangelo del giorno (Mt 9,27-31)

«Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!».
Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede».

Audio della riflessione

Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.

Nella vita siamo tutti un po’ ciechi: arrivano momenti in cui non vedi più chiaro … ti eri messo su una strada, avevi investito tutto quel che eri e di colpo non riesci più a capire dove sei finito. Sembrava che tutto filasse liscio e di colpo il tuo legame d’amore è finito. Riprendi con la memoria tutto il tuo passato, ti sembra di es­sere sempre stato … sempre corretto, ma non ti accorgi di come lentamente avevi chiuso gli occhi e li avevi concentrati tutti sullo specchio a guardare te, a vivere in funzione di te, a mettere al centro te. Vedevi l’altra persona che viveva con te, ma l’avevi fatta diventare la tua proiezione, la tua controfigura. Lo si dice anche comunemente: avevi occhi solo per te.

Si può anche essere ciechi perché non vogliamo vedere le sofferenze degli altri o perché abbiamo gli occhi iniettati di vendetta, di ritorsione, di dispetto: per questa cecità non c’è collirio che tenga, ti puoi anche far operare alle cataratte, ma non ci vedrai mai.

Il Signore un giorno passa per un villaggio, sta tornando a casa, si deve essere diffusa la voce del suo imminente ritorno e due ciechi ne avver­tono la presenza. Non ci vedono, ma i loro sensi sviluppatissimi e soprattutto la loro certezza, fiducia, tenacia li lanciano all’inseguimento di Gesù. Inciampano, sbattono contro tutto quello che li separa da Gesù, ma non possono lasciar­selo scappare. Non ce la fanno più a rimanere nel buio. Non può essere sempre così spenta la loro luce … e gridano “abbi pietà di noi. Ti chie­diamo di ridare ai nostri occhi la capacità di vedere perché le cose assumano i loro contorni veri, perché il mondo che ci sta attorno non sia fatto di corpi in cui inciampare, ma di meraviglie da contemplare”.

E Gesù: “ma voi credete che io abbia questo potere per voi? Siete sicuri che la vostra vista abbia da me una possibilità di riaccendersi? Vi fidate di me”? Non avevano che lui: che cosa gli potevano rispondere se non un sì, un amore, una ulteriore supplica … e Gesù toccò quegli occhi, ridiede la vista, proprio tutta quanta ne desideravano, ne imploravano, ed erano sicuri di ottenere con la loro fede.

Abbiamo anche noi una vista da chiedere: vo­gliamo vedere noi stessi, gli altri, il mondo con occhi diversi, vorremmo vedere oltre le immagini virtuali che ci incantano, la realtà, le persone con i loro sguardi.

Desideriamo avere occhi di pasqua, di risurrezione, di nuova vita, di vita senza fine. Vogliamo poterci guardare negli occhi con questi nuovi occhi, senza occhiali, senza difenderci e senza nasconderci.

Gesù sei ancora la nostra unica speranza!

3 Dicembre 2021
+Domenico

Una chiamata che ci rivoluziona la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 9-13)

Audio della riflessione

Molti di noi hanno sentito nella vita una chiamata che li ha messi in  discussione, in moto, in cammino verso mete impensate: era una momento in cui abbiamo visto davanti a noi una strada … da sperimentare almeno, perché qualcuno ce ne ha entusiasmato … e Matteo, l’apostolo, stava seduto al banco delle imposte,e dava quasi l’idea di uno che non si muove … è come il paralitico del fatto appena raccontato ai versetti precedenti nel Vangelo: Là c’era il paralitico che non si poteva muovere, fissato nel suo male, là c’erano seduti gli scribi e i farisei che criticavano Gesù, qui ci siamo noi forse sempre seduti, statici, adattati, senza grinta, senza speranza, intenti a farci i fatti nostri, a vivere di virtuale, di smartphone, di fiction

Per Matteo era lo spazio di un mestiere di collaborazionista dov’era seduto, con l’occupazione romana, quindi inviso alla gente e irreligioso rispetto al  modello di stato ieratico che esisteva in Israele: era un mestiere facilmente orientato a soprusi e ingiustizie.

Su questa staticità, “stava”, irrompe un verbo perentorio di Gesù: “seguimi!”.

E’ un imperativo risuonato nella vita di tutti i discepoli: “Vienimi dietro, vieni con me, molla tutto e sta con me; ti indico io la strada della vita! La tua ricerca ha un approdo sicuro”.

E’ una parola creatrice che restituisce Matteo a se stesso, restituisce ciascuno di noi alla nostra responsabilità.

Perché chiama? Che possibilità ha? che titoli gli danno questa possibilità? Lui è la via, la verità e la vita!

Questo imperativo deciso e perentorio indica come il seguire Gesù non è una nostra iniziativa, non è un cammino dell’uomo, ma di Dio tra gli uomini, di Dio che ci guarda e chiama, è una risposta a un  invito di Gesù.

Seguire Gesù è vivere secondo i suoi criteri, è smettere di andare per strade di morte e avere sempre davanti Lui, sapere che Lui è una guida sicura: in Lui troviamo le risposte alle domande profonde dell’esistenza, sulla felicità, sul futuro, sul senso della vita.

I pubblicani – peccatori – ai tempi di Gesù, nella sua terra erano esattori di tasse, e non si detesta qualcuno soltanto perché lavora all’Intendenza di finanza, ma gli ebrei, all’epoca, non pagavano le tasse a un loro Stato sovrano e libero, bensì agli occupanti Romani; devono finanziare chi li opprime, e guardano all’esattore come a un detestabile collaborazionista. 

Matteo fa questo mestiere in Cafarnao di Galilea: col suo banco lì ben in vista, con qualche intensa sciabolata di luce che lo mostra ai passanti … Gesù lo vede poco dopo aver guarito un paralitico, lo chiama.

Lui si alza di colpo, lascia tutto e lo segue.

Da quel momento cessano di esistere i tributi, le finanze, i Romani … Tutto cancellato da quella parola di Gesù: “Seguimi”.  E lui alzatosi lo seguì: è il verbo stesso che indica la risurrezione; è la posizione superata, il modo di essere nuovo di una vita, di un uomo piegato in due dal peccato, dalla disgrazia o dalla disperazione, senza dignità.

Questo banchiere, chiamato da Gesù, si erge nella sua pienezza, nella sua pienezza di vita, che il fascino di Gesù gli fa intuire.

Ci facciamo una domanda? Noi, siamo gente in piedi o seduta? Siamo capaci di camminare eretti o siamo piegati in due dalle nostre miserie, i nostri peccati, le nostre difficoltà o malizie o paranoie? Oppure siamo “spaparanzati” nelle nostre noie, nella assenza di grinta, nell’adattamento al ribasso, nel lasciarci vivere da altri?

Seguire Gesù non è tenere il piede in due scarpe, ma deciderci per Lui, così risuonano tutte le risposte alla chiamata di Gesù. Decidendo di seguire Gesù, non dovrà più stare seduto, piegarsi su di sé, ma stare in piedi nella sua dignità riconquistata, regalata e uscire sempre come Gesù.

21 Settembre 2021
+Domenico

Dio non lascia soli nessuno, nemmeno un assassino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 36-37) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 32-38)

Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!».

Audio della riflessione

E’ brutta la sensazione di non sentirti di nessuno, di cercare indicazioni e non trovarle. Abbiamo provato tante volte nonostante i satellitari a sentirci soli in una grande città, poi però qualcuno cui chiedere lo incontri e si riesce a trovare la strada. Nella vita invece è più difficile perché sperimentiamo spesso che nessuno ti aiuta a vivere, ad avere indicazioni di rotta da seguire, non abbiamo princìpi cui ancorarci.

Si crede che navigare a vista sia meglio, ma si incappa in tante delusioni e errori, e ne basta uno da cui non puoi tornare indietro per segnarti tutta la vita. Molti giovani si trovano così per il matrimonio, molti per la scelta degli studi, altri per il modo di divertirsi. Hai sempre e solo attorno o giudizi che non ti rispettano o compiacimenti che ti deresponsabilizzano.

Gesù prova una grande compassione per la tanta gente che vede sola e abbandonata dalla vita, stanca e sfinita, pecore senza pastore abbandonate in balia del primo che capita. Questa impressione te la danno spesso i giovani: carichi di energie, pieni di vitalità, desiderosi di bene, pieni di sogni e di attese e purtroppo sbandati e sballati. Liberi, ma senza meta, intelligenti, ma annoiati. C’è qualcuno che si mette a disposizione di tutte le domande di vita, di pienezza, di verità che salgono dalle coscienze degli uomini? Certo ci sono tanti placebo, tante false risposte, ma soprattutto tanti assopimenti di coscienze. Si può dire che l’arte principale dell’uomo è di far tacere tutto quello che lo rende vivo e attivo per poterlo dominare, per incanalare le energie nel consumo e non nel dono.

Occorrono invece operai che vedono persone mature di fronte alla vita,  gente che è capace di cogliere il sussurro che sale, interpretarlo e offrire accoglienza e proposta. La vita degli uomini non è un abbandono al niente, non è indifferenza, ma è una messe pronta per essere colta e offerta al Signore della vita. Annunciatori della sua Parola, testimoni della sua forza, raggi della sua luce, ascoltatori dei desideri di eternità lo devono essere tutti i cristiani.

Se qualcuno poi vuole imitare Gesù anche nel fare da guida, da pastore, da prete oltre che da operaio in questa bella ricerca di comunione, si compie il disegno di Dio sul mondo e abbiamo ancora di più la certezza che Dio sta sempre con noi.

Oggi veneriamo santa Maria Goretti, una ragazza ammazzata crudelmente per difendere il suo corpo, la sua verginità, l’integrità della sua vita e della sua fede. L’assassino aveva abitato per qualche tempo nella diocesi di Palestrina, come lei e aveva migrato senza pace come lei in cerca di lavoro. Il datore di lavoro assicurava loro nell’ultima migrazione fatta da Maria Goretti nelle paludi pontine: il chinino di stato, farina per il pane e una bara. La prima bara servì al papà, la sua difesa autorevole. Il suo assassino la uccise, ma Maria gli perdonò e si diede con lui appuntamento in cielo. Alla fine si convertì, si pentì e sicuramente Dio ascoltò il candore di Marietta come dono di vita eterna  per l’assassino.

6 Luglio 2021
+Domenico

Le mani di Gesù salvano, il suo tocco guarisce

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 18-26)

Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli. Ed ecco una donna, che soffriva d’emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell’istante la donna guarì. Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E se ne sparse la fama in tutta quella regione.

Audio della riflessione

Le mani che Dio ci ha dato sono per aiutare, per lavorare, per chiamare, per gestire la nostra corporeità, ma soprattutto per stringere quelle degli altri e per accettare il loro aiuto. Se cadi in acqua, dice un vecchio guru, non puoi uscirne con le tue mani, stringendotele attorno ai fianchi per tirarti fuori, ma hai bisogno che qualcuno ti prenda per mano e ti tiri fuori.

Molte volte Gesù prende per mano le persone che incontra: prende per mano il cieco di Betsaida e lo conduce fuori, prende per mano i bambini, che vuole lascino liberi di stare con lui, prende per mano una ragazza dodicenne, distesa cadavere, pronta per la sepoltura nel dolore disperato di una madre: la prese per mano e le disse: ragazza, alzati. La stretta di mano di Gesù non è mai un rito convenzionale, ma la chiamata a vivere

La mano potente di Gesù è la salvezza dell’umanità. Lui ci prende per mano, lui sa far passare la forza della vita nel corpo di quella ragazza tramite la sua mano. Anche noi abbiamo bisogno che Gesù ci prenda per mano,  che ci faccia passare dalle nostre morti quotidiane alla vita, che solo lui ci può donare.

Questo fatto, che all’inizio crea derisione, poi crea scalpore nella gente, il rischio, che lo scambino per un guaritore e che non ne vedano invece l’intenzione profonda di guarire l’anima, sempre si annida sul suo cammino. Per questo spesso si ritira in disparte a pregare. Vuole ritrovare la dolce intimità con Dio Padre, vuol scrivere nei suoi occhi il suo amore e la sua fiducia.

Ma l’insegnamento di Gesù non si ferma qui; se fa risorgere è perché ci decidiamo per la vera fede, perché teniamo alto lo sguardo su ciò che avverrà, quando tutti lo piangeranno cadavere e solo alcuni pochi crederanno e lo vedranno risorto.

Il capo della sinagoga, che era papà di questa ragazzina, avrà lodato Dio anche per questo dono, immeritato, ma dolcemente orientato. Gesù compie spesso segni e prodigi; sono tutti annuncio di quello che sta avvenendo, cioè che Dio inaugura il suo regno che è vita e pace e sta sempre con noi.

5 Luglio 2021
+Domenico

Seguimi, pianta tutto e stammi dietro

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 9,9-13)

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Audio della riflessione

Che fatica decidersi nella vita. Che faccio? Dove vado? Che studio? Ci sarà uno sbocco positivo a questa strada? Sono padre o madre di famiglia, le scelte giuste le ho fatte a suo tempo e ne ringrazio Dio. Ma non riesco a capire bene che scelte fare in questi tempi difficili, dove tutto cambia e mi sembra di dover reimpostare tutto. Spesso forse siamo in attesa che sia qualcun altro che decide per noi, per non caricarci della responsabilità della scelta, e così scaricare su altri i nostri fallimenti.

Qualcuno invece sembra abbia deciso bene, se ne sta tranquillo a fare i fatti suoi, a un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella vita oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità che gli fa cambiare radicalmente strada, gli si aprono gli occhi,  percepisce dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo. E’ stato a Medjugorie e niente è stato più come prima e ha cambiato vita.

Matteo era uno di questi. Pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro.

Faceva il bancario, probabilmente il banchiere. Aveva messo assieme una buona squadra di riciclatori di danaro. La sua vita era l’esatto contrario di un timorato di Dio. Dove passava, dove metteva mano, sporcava, rendeva impuro, rovinava la limpidezza della vita. Se entravi nel suo giro avevi finito di essere a posto. Ce n’è anche oggi di gente così; da quando ti sei messo a frequentarla hai perso la pace in famiglia, ti è calata la stima degli amici, stai alla larga dalla polizia, non ti fai più vedere in Chiesa.

Ma un giorno gli capita al banco, dove sta facendo mazzette di tagli considerevoli di  euro, Gesù. E Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: “Matteo che stai a fare dietro questo tavolo a consumare la vita a far bonifici, a giocare in borsa, a riciclare soldi sporchi, a finanziare armamenti, a sostenere terroristi o a commerciare droga? Non hai idea di quanto può essere più bella e più piena la vita che ti presento io! Seguimi”. È una parola magica: indica urgenza, distacco, decisione, cambiamento. Matteo si trova coinvolto alla grande, cambia vita. E, alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì.

Continua ancora la sua vita di relazione, ha ancora i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; prepara una grande cena e vi invita Gesù.

E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a portare la sua speranza. Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità. Gesù siede a mensa con questi fondi di galera, compie quel gesto, delicatissimo, intimo, che farà soltanto con i suoi discepoli più cari. Nessuno è fuori dal regno di Dio. Non c’è peccato, carognata, assurdità, malvagità che tenga.

Gesù, il Vangelo, non è un premio per i buoni, ma una offerta per tutti. Con la scusa di difenderlo, noi cristiani spesso abbiamo chiuso il Vangelo in sacrestia. Invece è vita per tutti. Dove è morto alla fine Cristo? Tra due peccatori e ritenuto peccatore lui stesso.

2 Luglio 2021
+Domenico

Il paralitico riceve in regalo il massimo della vita, il perdono … e noi ci fermiamo al segno

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 9,1-8)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati». Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico –, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua. Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Audio della riflessione

Che la nostra vita sia piena di sofferenze, di malanni, di offese e delitti a persone innocenti, di malattie invalidanti una vita per sempre e che spera solo di poter esistere in una normalità, è esperienza quotidiana e che ciascun ammalato desideri la guarigione è pure normale.

Gesù ha incontrato e risanato tante persone, quasi sembrava alla gente che questo fosse il compito più grande che Dio gli aveva dato. Ma con questo paralitico che vede immobile, un poco più fortunato di altri che vivono la sofferenza nella solitudine, perché ha quattro amici che lo portano da Gesù, sembra non guardi la malattia di un corpo paralizzato e va subito in profondità. Lui, Gesù ha una vocazione più importante che alleviare sofferenze fisiche: perdonare i peccati.

Quando noi pensiamo a Dio subito pensiamo a una legge che giudica e punisce e definiamo una terna che caratterizza ogni religione: dovere di osservare la legge, colpa nel disobbedirle e necessità di espiarne la colpa. Ma il Dio di Gesù Cristo non è legge e noi non siamo debitori con Lui, anzi è Lui che ha debiti con noi. Ci ha fatti per amore e ogni nostro male è un suo fallimento; si mette in questione se stiamo male come suoi figli, come fa ogni papà. L’amore non accampa mai diritti, riconosce i bisogni dei figli suoi, come bisogni propri. Gesù, il Figlio che è intimo con il Padre sente di dover dare la vita per questo mondo di peccato ed è venuto a portare sulla terra il perdono di suo Padre per tutti.

Chi lo sente lo accusa subito di bestemmia, proprio perché si fa uguale a Dio, l’unico che può perdonare. E per di più lo fa senza condizioni. Non ci perdona perché ci siamo convertiti, ma perché ci possiamo convertire a Lui, che per primo si converte a noi. Gesù il Figlio dell’uomo invece di giudicare ci assolve, invece di condannare perdona, invece di punire espia per tutti. Perdonare è un miracolo più grande che risuscitare un morto, che poi è ancora destinato a morire. Perdonare è invece nascere e far nascere a vita immortale quella dello stesso Dio, che è amore dato e ricevuto senza condizioni. Il perdono è proprio l’esperienza di un amore più grande di ogni altro male, ci rivela l’identità di Dio che ama senza misura e quella dell’uomo, suo figlio, sempre e comunque amato. Gesù è venuto sulla terra a portare la giustizia di Dio, il suo potere di legiferare, di giudicare. E fa tutto questo nel perdono.

Il cuore della vita cristiana è questo: una bestemmia forse che sblocca l’uomo dalla sua paralisi e che inchioderà il Figlio dell’uomo alla Croce. Grande, bello, regalo inestimabile per il paralitico prendersi il suo lettuccio e tornare a casa, ma immensamente più profondo, denso di futuro, di eternità il perdono. E la chiesa c’è solo per vivere da perdonati e fare gli ambasciatori del perdono per tutti.

1 Luglio 2021
+Domenico

Quaresima è fare festa allo sposo Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 14) dal Vangelo del Giorno (Mt 9, 14-15) nel Venerdì dopo le Ceneri

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».

Audio della riflessione

In verità quando si fa quaresima non ci si accorge molto: non è che vedi in giro meno cristiani a divertirsi, a mangiare di tutto e di più. In un qualsiasi autogrill, al venerdì fai fatica a trovare di magro da mangiare, le stesse pensioni religiose si dimenticano di qualsiasi attenzione al digiuno …

Ci si accorge di più quando i mussulmani fanno Ramadan … ricordo due ragazzine in un oratorio in mezzo a tanti bambini alla merenda del doposcuola: tutti si abbuffavano e loro tranquille sedute in disparte a guardare. Gli amici le invitano e loro senza scomporsi “… ma noi facciamo ramadan”. Nessuno ha avuto niente da dire, anzi si sono fatti più di una domanda.

A noi il nostro fondatore Gesù, ha detto di non far vedere a nessuno che facciamo penitenza, ma di farla seriamente però, di pregare non in piazza, ma nel segreto della nostra casa; di non coprirci di sacco e cenere ma di profumarci mentre facciamo digiuno … solo che noi all’italiana abbiamo preso per buono solo la prima parte; non ci facciamo vedere a fare penitenza perché non la facciamo proprio!

Gesù ancora di più ci dice che la vita del cristiano non è una penitenza, un digiuno, ma una festa, perché possiamo sempre stare con Lui: Lui è lo sposo che vive nozze eterne con noi, lui si fa presente e sparge gioia attorno a sé … ma la sua gioia è vera, non è sballo, non è crapula, non è egoismo.

Per Gesù la festa è mettersi tutto su una bancarella di mercato e dire “eccomi, sono qui, sono a disposizione, a qualcuno interessa avere quello che Io ho da donare?”

Se trovi qualcuno che ti ascolta è una gioia, come sempre ce n’è nel dare: è cantare a chi ti ha dato la vita la gioia di essere vivi! Nella felicità, nella gratuità, nel dono si scopre che la vita è bella: abbiamo trovato un grande “baobab” da cui si coglie la gioia di essere vivi al di sopra di ogni tristezza!

Allora lo sguardo si alza al creatore e la vita lo canta: spesso durante la festa ci si trova a canticchiare, a “zufolare” con le mani in tasca … probabilmente è la percezione inconfessata di una “serenata” al creatore.

Avere questi sentimenti non è contrario alla penitenza che Dio ci chiede, ma ne è l’anima: il cristiano non ama soffrire, ma è capace di soffrire per far felici gli altri, a cercare e offrire speranza.

Ma questa speranza dove la trovo?

19 Febbraio 2021
+Domenico