Il verbo si è fatto carne

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-18)

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
“Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me”.
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Audio della riflessione

Stiamo celebrando una festa molto legata ai nostri ricordi, molto piena di sentimenti, carica di relazioni che vogliamo sempre mantenere, che ci rimettono in circolo con serenità nel nostro piccolo o grande mondo. I social network ci hanno messo in contatto con amici, collaboratori, parenti. I messaggi imperversano nei nostri cellulari, WhatsApp ci regala immagini, fotografie, dialoghi. Insomma, molti di noi sperimentano di sentirci di qualcuno, di far parte di un tessuto di relazioni vitali. 

 Ebbene questo tessuto c’è perché oggi vi colloca dentro la sua tenda proprio Gesù. Il verbo si è fatto carne e venne ad abitare, a porre la sua tenda, in mezzo a noi; proprio non solo nelle nostre vite personali, ma nel nostro mondo di relazioni, di sofferenze e di gioie, di egoismi e di generosità.  

 Qui oggi facciamo memoria del giorno concreto, datato, inscritto nei nostri calcoli astronomici, in cui Dio si è fatto uomo, in cui la Parola si è fatta carne, in cui tutte le nostre domande, i nostri perché, le nostre ricerche di senso si vedono offrire una proposta concreta, non una semplice risposta, come lo può essere un tappo sulla nostra vita che ci spegne ogni domanda. Cercare, domandarsi, di tendere alla verità deve segnare sempre le nostre vite. Smettiamo di essere persone quando non ci facciamo più domande. Il verbo si è fatto carne, la parola verbo non è quella che ci faceva paura già alle scuole elementari quando ci chiedevano di coniugare i verbi. Qui ha il significato di senso. Il senso della nostra vita, la proposta ai nostri perché è Lui, è Gesù. Non è un ragionamento più raffinato, non è una idea di qualche libro, il senso che cerchiamo è Gesù, la sua vita, il suo essere vangelo, buona notizia, novità definitiva per ogni essere umano. È la Parola di Dio definitiva all’umanità 

Non facciamo fatica poi a capire perché molti lo hanno ignorato, i suoi lo hanno crocifisso, perché da molti è stato ed è ancora rifiutato. Noi cerchiamo il senso della vita, ma molti non lo cercano, lo costruiscono comodo, pensano di trovarselo in sé stessi, nella propria solitudine, nella propria autorealizzazione, nelle sostanze che lo stordiscono fuori da tutte le possibili relazioni. Lo confondono con il danaro, il potere, il sopruso, la vendetta. Quanti uomini, e tante volte anche noi, mettiamo il senso della nostra vita nelle cose, nella nostra autosufficienza, nel nostro accumulare, nel nostro apparire, nell’effimero, nel crearci nemici, nell’approfittare, nel male. 

 Rifiutiamo Lui, lo mettiamo di nuovo in croce, non abbiamo posto per lui come non ce l’avevano a Betlemme. Non facciamo posto a nessun altro; sfruttiamo il mondo solo per i nostri interessi. Da qui nasce il nostro star male, diciamo la parola precisa: il nostro peccato. Ecco perché abbiamo bisogno di misericordia, di perdono, di ricominciare sempre a giocare la partita della nostra vita. E nello stesso tempo abbiamo bisogno di perdonare gli altri. Anzi la chiave della misericordia Gesù ce l’ha messa nelle mani nostre se accogliamo chi ci ha offeso. Tante nostre situazioni di vita si risolvono solo proprio nel perdono, nel sentircelo donato e nel donarlo. 

Contempliamo oggi in quel bambino il senso della nostra vita, il significato del nostro stare con gli altri, vediamo in quel volto bambino, in quel corpo indifeso chi bussa alle porte della nostra Europa; sentiamo le urla di sconforto delle mamme e dei padri che si vedono i figli ributtati sulla risacca del mare in cui sono annegati.  

Il Natale è sempre la misericordia di Dio per tutti. Se ci confessiamo e comunichiamo in questo periodo natalizio, oggi usciamo da questa nostra bella chiesa rinnovati, purificati, senza i nostri ricorrenti rimorsi, ma con nel cuore un seme di bontà che dà sicuramente frutti. 

 Diceva papa Francesco che è stato più facile a Mosè togliere il popolo di Israele dall’Egitto, che togliere l’Egitto dal cuore degli ebrei. È più facile che Dio ci liberi dal peccato che il peccato si senta rifiutato da noi, perché la nostra fragilità la riteniamo più grande spesso della sua bontà. E Lui con ogni Natale ci fa dono della misericordia, della sua tenerezza, che va diritta alla nostra coscienza e ci dà libertà dal male, e abbraccio di bontà, decisiva e sicura. 

25 Dicembre – S.Messa del giorno di Natale
+Domenico

Siamo testardi: non ci toccate il presepio!

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,1-14)

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Audio della riflessione

Tanto è piena di tensioni, di apprensioni, talora di paure l’attesa di un bimbo, tanto, e molto di più, è piena di gioia la sua nascita. Anche Maria ha provato questa decisiva esperienza della maternità e ora l’attenzione va sul bambino. Dopo i primi complimenti alla mamma l’attenzione va su di Lui. Partorì, lo fasciò, lo sdraiò. E Lui, ora c’è, si fa sentire, si presenta, attira l’attenzione, si crea il suo spazio. Ha sempre bisogno dell’amore di tutti, dei suoi genitori soprattutto, ma ora è una nuova vita. E Gesù è la nuova vita per noi. Il vangelo di Giovanni userà parole più severe: il verbo si è fatto carne, ma tutti gli evangelisti dicono e tentano di farci capire la grandezza di quello che una scena così umana ci permette di contemplare.  

A noi oggi non basta lasciarci commuovere da un bambino che nasce; ci serve anche la commozione, ma la nostra fede vuole che andiamo oltre, che vediamo in trasparenza la nostra storia, la storia dell’uomo, la storia del mondo. Non siamo soli. Dio è con Noi. Questo bambino è il figlio di Dio, è la pienezza cui aspira da sempre la nostra vita. È una speranza nuova, è il seme di una umanità che si può riscattare, è il principio e la fine, è il Signore dei signori, è il creatore. 

 Potremmo sembrare pazzi, ingenui a caricare una scena così idilliaca di questi numerosi significati; infatti, la cultura occidentale si sta stancando del Natale, della grotta, del bambinello, preferisce non fare menzione di nessuna nascita, le basta un albero, un vecchio vestito di rosso; presepio è parola ormai non politicamente corretta.  

Intanto storicamente è assodato da tutti che Gesù Cristo è nato vissuto e morto ingiustamente, senza aver fatto se non del bene a tutti, la nostra cultura è legata a lui e noi come cittadini ne possiamo ricordare la persona e l’importanza nella nostra cultura. E noi cristiani inoltre siamo testardi, non ci interessa niente delle mode, non ci dispiace scandalizzare, passare per ritardati, vogliamo guardare a quel bambino, e vedervi il sorriso di Dio, leggergli sulle labbra le parole dell’amore di Dio. Noi credenti in questo bambino adoriamo il nostro creatore, sappiamo di stare a cuore a Dio, sappiamo che la nostra storia, non è una accozzaglia di avvenimenti, ma è un tessuto di relazioni d’amore.  

E non siamo senza ragione, perché la vera ragione si è fatta carne, contro tutte le semplificazioni della ragione umana che non riesce più a parlare di Dio, dell’eternità, della morte, perché parla solo di quello che vede e tocca. Ma quello che è più importante nella vita degli uomini è sempre invisibile agli occhi.  

E l’invisibile s’è fatto uno di noi, perché Dio non ci abbandona mai. 

25 Dicembre – S.Messa della notte di Natale
+Domenico

Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Audio della riflessione

Il nostro modo di pensare di gente concreta, fatto di sogni e di progetti, ma soprattutto di realizzazioni concrete, di laboriosità contrasta un poco con il mondo della fede. Non è che chi crede debba essere un fatalista, uno che sta con le mani in mano a vedere se la vita cambia da sola, a starsene beatamente nell’inerzia più assoluta, ma sicuramente chi crede in Dio deve sicuramente mettere Dio al centro della sua esistenza e lasciarsi condurre da lui, dalla sua parola, lasciarsi convertire al suo piano e entrare nell’idea che è Dio che ha in mano le sorti del mondo e della vita e che noi spesso siamo solo di ostacolo, perché agiamo di testa nostra. Il male che c’è nel mondo è frutto di una nostra soggettività giocata male, del nostro esserci messi al posto di Lui.  

Non così, ma esattamente il contrario è stata la decisione di Maria di mettersi nelle mani di Dio. Quando l’angelo andò da lei per chiederle a nome di Dio se volesse diventare la madre di Gesù, ella si offrì completamente. Aveva progettato nella sua vita di essere vergine e a Dio si offre così. La sua verginità indica che ciò che nasce da lei è puro dono, il futuro che inizia con lei è grazia e dono di Dio. Nelle coppie sterili dell’Antico Testamento Dio dà successo a una azione umana senza successo, qui invece Maria rinuncia ad agire, offre la sua verginità, una passività e una povertà totale che rinuncia ad agire proprio per lasciare il posto a Dio. È la fede. Questo vuoto assoluto è l’unica capacità in grado di contenere l’Assoluto. 

E Maria diventa la figura del credente, l’immagine della Chiesa, di chi nella fede concepisce l’inconcepibile: Dio stesso. Le domande che Maria fa sono nella direzione non di una volontà di agire e ancor meno di opporsi, ma nella direzione di una disponibilità massima di corpo e di spirito, di pensieri e di progetti. 

Maria realizza il mistero della fede. Quando siamo proprio decisi a lasciarci fare da Dio, a mettere in animo il suo disegno, il suo modo di vedere la realtà, Dio si fa presente. È la fede pura che attira in noi il Salvatore. La fede rompe i limiti di ogni incapacità umana per renderci capaci di Dio. 

E Dio quando coglie la nostra disponibilità decide di stare con noi di diventare l’Emmanuele, il Dio che non ci abbandona mai. 

24 Dicembre
+Domenico

Ma che vuole Dio da noi?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,57-66)

In quei giorni, per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Audio della riflessione

Quando vivi degli avvenimenti intensi sembra che il tempo si fermi, l’attesa si fa spasmodica, conti i giorni, le ore, i minuti, poi ti guardi un attimo indietro e vedi che il tempo è passato, che gli avvenimenti procedono con una certa inesorabilità; la vita che è iniziata si radica, continua, ha i suoi ritmi che paiono lenti, ma che procedono inesorabili. E così avvenne anche per Elisabetta: la sorpresa, la vergogna di vedersi incinta alla sua età, la consolazione di avere Maria a farle compagnia, il grande evento che in Lei si sta compiendo…  

Tutto continua e nessuno più ferma la nuova storia e viene il giorno in cui questo Giovanni nasce; le meraviglie, le incredulità, la sorpresa che pure ciascuno viveva nella sua interiorità prendono fuoco, perché ora Giovanni è lì, il suo pianto è vero, il suo corpo se lo coccola sua madre, se lo mangiano con gli occhi tutti. Zaccaria è muto, è un padre ancora senza parole, gli ripassa nella mente tutta la sequenza del Tempio, della promessa, tutte le attenzioni di questi nove mesi. Elisabetta si fa aiutare, Maria dopo tre mesi ritorna a casa sua. Ora la storia di Dio continua in Lei, anch’essa ha bisogno di rientrare nella sua intimità a custodire il futuro dell’umanità.  

Il bambino di Elisabetta è nato e arriva anche il giorno della Legge, il giorno della circoncisione. Questo figlio fa parte di un popolo, non nasce in un deserto di relazioni e di storia, è dentro un nobile casato sia per parte di Zaccaria che di Elisabetta. Di nomi da ereditare ce n’è tanti e tutti nobili, tutti capaci di rievocare gesta, ruoli elevati, funzioni eminenti. A cominciare dai capostipiti Abia, per Zaccaria e Aronne per Elisabetta. Ma il bambino è destinato a far scoppiare il futuro, non a clonare il passato.  

“Chiedevano con cenni a suo padre” … i muti ora sono tutti, come si fa di solito con chi non parla, con chi deve esprimersi a cenni. Pensano forse che Zaccaria sia sordo e lo seppelliscono nell’isolamento, lo privano di qualsiasi normalità. Zaccaria esprime ancora per l’ultima volta la sua tensione di non essere capace di dire e scrive: Giovanni sarà il suo nome. Lui deve annunciare la novità assoluta, definitiva per l’umanità, non sarà cultore del tempio, non si metterà in fila come tutti a ripetere un passato anche glorioso, non farà come suo padre i turni settimanali dell’offerta dell’incenso, intuirà invece e indicherà con forza la venuta del Salvatore, brucerà di ardore per l’attesa del compimento. 

Zaccaria torna a parlare e la gente, noi, a riflettere a domandarci: ma Dio che vuole da noi? Che vuole da noi Lui che non ci abbandona mai? 

23 Dicembre
+Domenico

Un canto di lode

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,46-55)

In quel tempo, Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno
beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Audio della riflessione

Cantare è sciogliere il nostro spirito nella libertà, uscire dalla solitudine, offrire a tutti la serenità del cuore, creare un clima di distensione. Cantare è dire con il cuore e con la vita la speranza e la voglia di vivere, modulare sentimenti che con le parole sarebbero mortificati e incomprensibili. Anche Maria, quando incontra Elisabetta esce in un canto di lode e di gioia, di vita e di speranza.  

L’incontro è tra i più poetici della storia: qui nasce l’Ave Maria e il grande cantico della speranza: il Magnificat. Maria esplode nella lode al Creatore e nell’indicare agli uomini la bontà di Dio, la sua grandezza.  

“Dio è di parola, ci salva, non ci lascia in balia dei potenti, esalta gli umili. Sperare in Lui è la nostra unica forza. Lui è grande ed è grande per noi. Non gli fa paura la nostra povertà, né la strafottenza dei potenti, ci ama e ci apre un futuro di felicità e di gioia. Il tempo della pienezza è venuto. A noi non resta che aprire il cuore e lasciarci inondare da Lui. Dio è sempre più grande di ogni nostra attesa. I potenti sono lasciati a sé stessi, i ricchi troveranno i loro forzieri bucati e vuoti, i superbi che non hanno occhi per nessuno che per sé stessi, che millantano grandezze che sono di altri, che non sanno riconoscere di avere avuto tutto in dono, che si sono fatti un trono di sabbia, resteranno nella palude dei propri inganni, vedranno con verità che Dio è grande.  

I poveri sapranno di poter contare su di Dio come su una roccia incrollabile, avranno in lui la difesa si sentiranno tra le sue braccia; gli umili troveranno il sapore della vita in Lui, come l’ho sempre trovato io. Gli affamati non dovranno più cercare il cibo nei bidoni della spazzatura, ma avranno una mensa imbandita. Il popolo che saprà dare posto nelle sue leggi, nei suoi valori, nei suoi progetti a opere di pace, a solidarietà e misericordia sentiranno sempre il soccorso di Dio.” 

E così Maria fa la cantautrice, se non è irriverente il paragone, e sa scatenare nei giovani la voglia di cose pulite, si fa carico nel suo concerto di tutti quelli che la ammirano, dei nostri sogni, delle nostre speranze; non blandisce, non accontenta, ma apre alla nuova vita, la vita di Dio che va oltre ogni nostra attesa e che non abbandona mai nessuno.

22 Dicembre
+Domenico

Il futuro già lavora anche se non si vede

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,39-45)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Audio della riflessione

Si fa un gran parlare oggi di embrioni, di frutto del concepimento, di vita nata e non completa. Purtroppo, si pratica l’aborto, la soppressione della vita di chi è indifeso e viene visto come un attacco alla vita degli adulti. Esistono sofferenze immani, che vengono spesso solo usate per battaglie ideologiche e per queste sofferenze occorrerebbe avere una possibilità di accoglienza, di comprensione, di aiuto, di non lasciare nella solitudine di decisioni irrevocabili, di rimorsi che poi non riescono più ad essere assorbiti. C’è spesso molta incoscienza e molta faciloneria, un disprezzo della vita e della sofferenza delle persone che non ha eguali in altri campi.  

Ebbene il vangelo ci presenta una bellissima immagine che può aiutarci a guardare alla vita ancora prima del suo nascere con atteggiamenti di stupore e di semplicità, di gioia e di attesa. Ci sono sulla scena da alcuni mesi due madri: Elisabetta e Maria. Elisabetta è anziana, si tiene nascosta, porta in grembo un bimbo che non sperava più, ha vergogna di quel che dice la gente. “Alla tua età, hai ancora queste velleità, non potevi mettere il cuore in pace, non sai quello che rischi?” 

L’altra è Maria, la madre di Gesù. Aveva saputo delle difficoltà della cugina Elisabetta. Anche Lei porta in corpo un segreto, non si vede ancora niente, ma il fuoco che ha dentro la spinge a mettersi a disposizione, porta in grembo l’amore fatto persona e la sua vita comincia a trasformarsi in gesti di amore. E l’incontro è sì fatto dalle parole che le due donne si dicono, ma è condotto dai due concepiti: Giovanni Battista nel seno di Elisabetta scalcia e coglie la presenza di Gesù nel seno di Maria. Sono già due vite, due persone, due progetti, due missioni. Dice il vangelo: Ecco appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”. 

 È esperienza di tutte le madri sentire i propri figli scalciare nel proprio seno. Ed è già la presenza di un altro da sé, non di una appendice del proprio corpo. Ebbene Gesù già si annuncia come il salvatore fino dal seno di sua madre. È proprio una speranza già presente, perché Dio non ci abbandona mai. 

21 Dicembre
+Domenico

Con te Dio c’è da sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Audio della riflessione

Nella vicenda di ogni uomo c’è una figura necessaria che ti determina la vita, te la segna in bene o il male, te la colora di gioia e sempre di tenerezza: la mamma. L’adulto che non ce l’ha più, ogni tanto pensa a lei, le balena davanti in molte situazioni, la vede rimproverarlo o accarezzarlo fosse anche solo con lo sguardo e il sorriso. Un giovane la dà un po’ per scontata, perché è sicuro di poter contare su di lei. La scova ad aspettarlo, se la sente col fiato sul collo a interessarsi troppo di lui, litigano, la manda al diavolo, e non dovrebbe mai di farlo, ma tutto si ricompone nella consapevolezza di poterla avere come punto di riferimento. Quando ti mancherà, ti accorgerai ancora di più che c’era e dovrai fare un salto obbligato nella vita adulta.  

Anche Gesù ha voluto avere bisogno di una mamma, si è inscritto in questo gioco di tenerezze date e ricevute, di accoglienza incondizionata e sforzo di definirsi in libertà, di delicatezza e fortezza. E lei, si chiamava Maria, ha fatto la mamma fino in fondo. Viveva in una cultura in cui la donna era considerata pochissimo nella società che conta, ma determinante per la crescita del figlio. Il carattere di Gesù, la sua fortezza, la sua capacità di dialogo, la sua fiducia estrema in Dio Padre, sono nate sulle ginocchia della madre. Gesù ha cominciato da piccolo a vedere Dio, guardando negli occhi sua madre. Ha maturato la incrollabile fiducia in suo Padre anche nella prova suprema della croce vedendo l’abbandono totale in Dio di sua madre. Ma una cosa tra le tante definisce in modo originale il rapporto tra mamma e figlio in Gesù. Lui ha potuto scegliersi la mamma. Dio non è andato alla banca del seme per vedere se suo figlio poteva nascere biondo, con gli occhi azzurri, slanciato, con il quoziente intellettuale da genio, forme fisiche da dio greco… si è scelto la madre e l’ha voluta senza colpa, senza la minima colpa, non invischiata nella catena del male in cui l’umanità si dibatteva. Il Vangelo usa alcune parole semplicissime: il Signore è con te. Il Signore è la tua pienezza, ti abita completamente, non c’è spazio dato a nessuno al di fuori di Lui.  

Avere una mamma così anche noi, è il regalo più bello che Dio ci ha fatto, Lui che non ci abbandona mai.

20 Dicembre
+Domenico

Non sei mai troppo vecchio per sperare

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,5-25)

Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccarìa, della classe di Abìa, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
Avvenne che, mentre Zaccarìa svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso.
Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. Quando lo vide, Zaccarìa si turbò e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccarìa, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elìa, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».
Zaccarìa disse all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo».
Intanto il popolo stava in attesa di Zaccarìa, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.
Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: «Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini».

Audio della riflessione

Il nostro mondo è sempre tentato di cedere al cosiddetto destino, cioè a una visione del vivere che ritiene essere la fatalità che decide il corso della storia. Il caso poi è legato all’impossibilità di vedere qualche bella novità che cambia il corso degli eventi. Abbiamo una visione piccola della storia e in questa si insinua sempre un abbassamento dell’orizzonte alle nostre piccole vedute, segnati dalle esperienze negative, impossibilitati a colpi d’ala che pure abbiamo talvolta sognato e che alla fine sono diventati un miraggio.  

Era una vita così quella di Zaccaria, quel vecchio prete del tempio, ormai carico di anni, che faceva dell’abitudine quotidiana del servizio del tempio l’unico suo orizzonte, l’unica sua sicurezza. Almeno questa settimana andrò a Gerusalemme e lì farò quel che la mia vita mi ha sempre permesso di fare. Darò lode all’Altissimo, gli brucerò l’incenso delle mie preghiere e quelle del mio popolo, ma sono stanco di aspettare, non c’è niente di nuovo né per me, né per il mio popolo. Non mi aspetto ormai che la morte su questa mia famiglia rimasta senza futuro, senza vita, senza il dono di un figlio. 

Ma proprio in questo estremo sconforto Dio interviene e squarcia l’orizzonte. Zaccaria: “non solo avrai un figlio, nella tua vecchiaia; non solo la tua vita avrà un futuro, ma questo figlio sarà l’inizio di un futuro nuovo per tutto il popolo, per tutta l’umanità. Smettila di lamentarti, buttati nella grandezza del tuo Dio, non credere di essere abbandonato perché Dio è proprio da te che comincia a ridare speranza a tutti”.  

Ma Zaccaria non è allenato alla speranza, è allenato al lamento, si tiene in piedi per il ruolo e non riesce a trapassare il presente, a togliere il velo dell’abitudine. E si attarda a tentare di capacitarsi di quel che gli sta avvenendo, discute, tergiversa, gli viene un sorriso amaro sulla bocca: Che pensieri stanno abitando la mia vecchiaia? Sono degne del Santo dei Santi queste fantasie? Mia moglie, che mi è sempre stata accanto, con cui tante volte abbiamo sospirato e che poi alla fine si è data pace, è ormai vecchia e rinsecchita come me, può offrirsi a Dio per questa nuova storia? 

Non può che restare muto, gli viene meno la parola, alla gente che lo aspetta fuori comunica a gesti, perché non ha saputo ascoltare e accettare l’unica Parola che salva, che ci dà la certezza che Dio non ci abbandona mai. 

19 Dicembre
+Domenico

Giuseppe, l’uomo dei sogni

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1,18-24)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele»,
che significa «Dio con noi».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Audio della riflessione

C’è un misterioso mondo nella vita dell’uomo che è quello dei sogni. Spesso sono strampalati, strani, senza filo logico; ti lasciano sorpreso per le realtà differenti che vi si condensano, ti rievocano fatti impossibili… altre volte invece diventano segnali per la vita, previsioni sconcertanti di episodi, simboli, avvertimenti, rievocazione di persone care… È un mondo misterioso di libertà, senza spazio, senza tempo, senza responsabilità. Sono sogni anche quelli che facciamo ad occhi aperti: la visione di un mondo più bello, più giusto, il desiderio di una vita più felice, di un futuro difficile, ma possibile.  

Nella Bibbia si narra che spesso Dio parla all’uomo nel sogno: usa questa esperienza per collocare il dialogo profondo con Dio. Forse Dio parla all’uomo nel sogno proprio perché lo trova nel massimo della disponibilità, dove è tutto ascolto e tutta creta nelle sue mani. Sogna Abramo, sogna Giacobbe, sognano i grandi, sogna Giuseppe, l’ultimo figlio di Giacobbe, tanto che i suoi fratelli lo tirano in giro, sogna Giuseppe lo sposo di Maria.  

È turbato; gli stanno crollando tutti i suoi progetti a lungo meditati e preparati, ha immaginato il suo futuro con Maria, vuole costruirsi una famiglia, una casa, vuole affrontare la vita nella dolce compagnia di una donna, nella dimensione d’amore che lo porta a scrivere l’amore di Dio nei suoi gesti quotidiani, nei suoi sentimenti, nelle sue aspirazioni. Ha capito che la sua vita può essere felice solo se la fa diventare un dono senza condizioni a Maria. Ma non sa che Maria è sempre stata pensata da Dio, come Madre del Salvatore, che è l’Immacolata, che in lei è scritto un disegno grandioso, unico. Non sa ancora che il Signore onnipotente ha chiesto anche a lei sconvolgendole i piani, un dono assoluto; non sa che Maria proprio a lui, a Giuseppe, alle loro promesse vicendevoli, pensava quando l’angelo le annunciò il grande dono di diventare la madre di Gesù. Lei aveva detto il suo sì.  

Giuseppe è destabilizzato nelle sue sicurezze, ma si fida ciecamente di Maria e si ritrae, si affida alle mani di Dio, sa che Dio è l’amore stesso che gli canta nel cuore e che la sua grandezza abita nelle impossibilità dell’uomo. E a Dio si affida, accoglie Maria e il Figlio Gesù, ne sarà ogni giorno il custode, il padre, la sicurezza, la forza per crescerlo in età, sapienza e grazia. 

Giuseppe sa che Dio non abbandona mai nessuno. 

18 Dicembre
+Domenico

Io sono solo una voce, lui è la Parola

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,6-8.19-28)

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Audio della riflessione

Viene prima o poi per tutti nella vita il tempo in cui devi decidere se vuoi stare al centro tu di tutto quello che ti circonda o se ti metti a disposizione di una causa più grande di te o vuoi fare della tua vita un dono per qualcuno. La tendenza istintiva che giustamente abbiamo forte in noi è quella di portare tutto a noi; comincia il bambino a portare alla bocca tutto quello che afferra, quando inizia a parlare dice subito: questo è mio, quando è un po’ più grande fa capricci per ottenere. È sopravvivenza è conservazione, è identità. Ma per tutti pure scoppia prima o poi la stagione dell’amore che ti butta fuori di te, ti fa vedere che la tua felicità non sei tu, ma un’altra persona, e anche qui prima la tratti come un possesso e poi lentamente ti devi fare dono.   

Giovanni il Battista ha fatto la cura del deserto proprio per proiettare la vita non su di sé, ma sul Messia. Non ha portato nel deserto gente per fondare un movimento spirituale, come era anche naturale in quei tempi. Non è un profeta che voleva affermare una corrente di radicalità religiosa pure nobile e utile per il popolo, ma ha voluto solo fare da guida, da freccia che indica la direzione,  

Io sono qui per preparare una strada; è lui che deve d’ora in poi fare da perno attorno a cui il popolo di Israele costruirà la sua nuova vita. È Gesù l’atteso. Io sono pane e acqua, rispetto al vino della festa che è lui. Io ho continuato a tenervi sulla corda perché voi vi siete stancati presto di aspettare, ho dovuto continuare a distaccarvi dai vostri idoli. Ora, non fate di me un idolo che fa prurito ai vostri orecchi, ma orientate la vostra vita a Lui. Io sono una voce, lui è la parola di vita. Stesse in me avrei già bruciato tutto il marcio in cui siamo sepolti, perché ci impedisce di fare chiarezza, Lui invece è la luce vera, non ha bisogno di fuoco per distruggere, ma di accoglienza per illuminare. 

Io utilizzo simboli per farvi capire, lui vi dà lo Spirito per farvi nuovi; io faccio le impalcature, lui costruisce la dimora di Dio tra gli uomini. Io faccio da mediano, si diceva un volto nel calcio, lui fa il goal. 

Io lavoro per immagini per farvi intuire la bellezza di cui siamo in attesa, lui è la bellezza in persona. Io avverto che la promessa si compie, lui è il Dio che non ci abbandona mai. 

17 Dicembre
+Domenico