27 Dicembre: La Più bella Corsa della Storia

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,2-8)

I giovani corrono, i giovani sono scattanti, i giovani si entusiasmano subito, bruciano le tappe, i giovani vogliono spremere il massimo dalla vita, i giovani sono impazienti di sapere e di vedere, di provare e di scoprire. 

Gli adulti invece sono calmi, sono riflessivi, le hanno già provate tutte e procedono con cautela, non abboccano al primo che parla; Gli adulti sono lenti, spesso smorzano tutto, soppesano tutto, ma sanno dare ancora consigli saggi. 

Erano un giovane e un adulto quei due che la mattina di quel famoso primo giorno dopo il sabato si sono incamminati correndo verso un posto già visto per Giovanni, un luogo nuovo per Pietro; il posto era il Golgota nei pressi del quale c’era il sepolcro nuovo in cui era stato ricomposto in fretta il cadavere di Gesù.

Hanno udito notizie sorprendenti, vociare di donne, correre di informazioni, meraviglie, domande, esclamazioni, dubbi.

Nella tomba non c’è più.

Siamo andate di buon mattino perché volevamo imbalsamarlo, ma là il corpo non c’è più.

Erano Giovanni il giovane, quello che aveva assistito fino all’ultimo momento, all’ultimo spasimo, Gesù che moriva, per sostenere sua madre e Pietro, quello che aveva dato il colpo di grazia del tradimento a Gesù, quello che, mentre Gesù veniva sbeffeggiato e insultato da tutti, non aveva avuto il coraggio di stare dalla sua parte.  

Due vite incantate da Gesù, due apostoli, due storie si rimettono in corsa col cuore in gola per poter sperare ancora, per potersi dire che non è vero che tutto è finito, per farsi sorprendere dalla potenza di Dio.

Giovanni è giovane, è innamorato perso e corre di più; Pietro è adulto, si porta dentro anche il peso del tradimento e arranca.

Giovanni lo precede, arriva prima, ma si ferma davanti al sepolcro, aspetta Pietro.

Il giovane è entusiasta, è veloce, ma sa di avere bisogno della saggezza di Pietro.

È sempre così anche nella vita: giovani e adulti stanno bene insieme, hanno bisogno gli uni degli altri. 

La scoperta che assieme fanno è di grande importanza: sarà determinante per i secoli futuri.

Anche loro constatano che Gesù non c’è più, il suo corpo che Giovanni aveva visto esalare l’ultimo respiro non c’è più. E descrivono il lenzuolo, la sindone, le bende che avevano hanno avvolto Gesù afflosciate su di sé, come se da sotto ne fosse sparito il corpo. 

Il Natale che abbiamo appena festeggiato già ci rimanda alla Pasqua: Quel bambino che abbiamo contemplato nella sua nascita è quel Gesù che sarebbe stato ucciso, ma che avrebbe vinto la morte con la risurrezione, dando al mondo una speranza definitiva. 

Ci viene facile pensare a Maria che quei momenti iniziali della vita di Gesù ha vissuto con grande intensità, portandosi dentro tutta la decisione di star fedele a suo figlio fino alla morte.

A quella corsa dei due apostoli Maria partecipava col cuore in gola, era stata tutta per il Signore, la sua fiducia era in Lui, l’aveva dovuto accogliere di nuovo in grembo alla morte ai piedi della croce.

Quanto avrà pensato a quel dolcissimo bambino, ma da lei protetto e ora indifeso a del tutto offerto.

Come le sono risuonate nel cuore le parole del vecchio Simeone: una spada trafiggerà il tuo capo.

Ma la tre giorni più decisiva della storia era scritta nel suo cuore di madre fin da Betlemme, la perdita e il ritrovamento di Gesù a Gerusalemme nel tempio glielo ha ricordato e scritto nei sentimenti, nell’apprensione, nell’anima. 

Ma noi abbiamo la possibilità di vedere quella carezza delicatissima di Gesù il bambino a sua madre, carezza che segna la nostra fede, che vorremmo sentirci sulla nostra vita spesso dispersiva e disperata.

Madre del Buon Consiglio che hai fatto sentire da 650 anni la carezza di Gesù ai padri seguaci di S, Agostino, falla sentire anche a noi, fa che la sua manina benedetta si posi sulle nostre vite e sulle nostre istituzioni, sulle nostre famiglie e sui nostri governi, sul nostro Papa e sui nostri preti, sui giovani e sui malati, su tutti. 

+Domenico

26 Dicembre: Il bianco del Natale, della festa si tinge di rosso

Una riflessione sul Vangelo di Matteo (Mt 10,17-22)

Le feste durano poco, perché sono solo dei segni collocati nella nostra esistenza per darle aperture di infinito, momenti di gioia, di gratuità, di comunione per poter affrontare con determinazione la vita quotidiana.

Le feste sono infusioni di coraggio, finestre aperte sul senso dei nostri giorni, per poterlo sempre avere nel cuore, e determinare i nostri atteggiamenti.

Già il giorno dopo Natale, ci viene posta  davanti la durezza della vita, ci vengono buttati in faccia i colpi di ribellione del principe del male.

Il bianco del natale, i sentimenti e le emozioni si tingono di rosso: è il colore del sangue.  

Gli Atti degli apostoli ci raccontano di un giovane che cade sotto i colpi di una lapidazione: sibilano nell’aria i sassi della cattiveria umana, la lotta disperata del male, che non vuol lasciare il posto al nuovo che sorge.

La scena è tragica: Un giovane pieno di vita, di ardore, di fuoco che annuncia la nuova vita in Gesù da una parte e dall’altra la ribellione, la rabbia, il rifiuto, l’attaccamento al proprio mondo, il non lasciarsi trasformare.

Il cuore si trasforma in pietra e la pietra è lanciata sulla vita fragile di Stefano.  

Aveva detto Simeone, quel vecchio che aveva accolto nel tempio Gesù, che questo bambino sarebbe stato un segno di contraddizione, avrebbe diviso la storia in due, perché con lui è cominciato il tempo definitivo della vita del mondo, ma avrebbe anche fatto chiarezza nel cuore degli uomini: Chi lo segue sa che avrà da avere coraggio.  

Il presepio si smonta presto, sotto ci resta una vita piena, gioiosa, bella, ma dura e da affrontare con coraggio.

All’uomo non fa difficoltà vivere per un ideale: “E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi… sarete odiati a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato”.

Così è la vita dei testimoni del vangelo.

Così è stato san Lorenzo, così san Sebastiano, così tutti gli apostoli, molti santi protettori delle nostre parrocchie: tutti giovani decisi per un ideale, per la vera vita, senza paura. 

Hanno accolto Gesù con un cuore che ama, e nelle loro vite si è sprigionata forza impensabile.

Non si sono smarriti nelle prove della vita, non si sono sentiti soli o abbandonati. 

Potevano contare su Gesù, una presenza intima, forte, sicura. una difesa attiva: “io sarò spirito di fortezza dentro di voi. La vostra bocca esprimerà una sapienza irresistibile, capace di vincere il male.”

Gesù crocifisso, pure contemplato indifeso, mobilita una forza impensabile nella nostra vita: È la forza non della disperazione, ma della speranza. 

Stefano ha dovuto sopportare la morte per lapidazione: una esecuzione efferata entro uno scatenamento collettivo di odio, di vendetta, di cattiveria sobillata, istintiva, disumana. 

“Il fratello darà a morte il fratello ed il padre il figlio…”: Tremende le parole del vangelo.

Quelle pietre che lo hanno ammazzato si portavano dentro l’odio, la cecità, la bestemmia verso un Dio che aveva scelto di farsi uomo, di venire al mondo messia, fuori dagli schemi comodi di chi lo aspettava. 

Tutto questo c’è ancora oggi: è la supponenza culturale che crede che la fede sia una debolezza, una concessione fragile a sentimenti tradizionali, che hanno valore forse la notte di Natale e niente più.

Sì, la fede ti fa vivere dei bei momenti; se il Natale non ci fosse occorrerebbe inventarlo…

… Infatti lo stanno proprio inventando diverso, perché il vero Natale non serve più: è meglio un albero, disegni di luci, un marketing appropriato, è la festa che conta, non il festeggiato.

E di fatto siamo impazziti, ci siamo dovuti fare code interminabili in automobile per la festa, non certo per incontrare il festeggiato. 

Ma la vita è un’altra, le cose serie sono altre; se devo impostare il mio futuro ho bisogno di ragione, di scienza, di economia.

E’ necessario ancora oggi un Salvatore? Se l’è domandato anche Stefano.

Abbiamo bisogno di Gesù, dopo tutto quel poderoso impianto religioso che il popolo di Israele metteva a disposizione per i rapporti con Dio? Se c’era un mondo religioso fin nel midollo era quello ebraico; se c’è un mondo evoluto è proprio il nostro. 

A questa domanda dobbiamo rispondere: sì, abbiamo bisogno di Dio.

Diceva un giovane romanziere: … il mio segreto è che ho bisogno di Dio, che sono stufo marcio e non ce la faccio più ad andare avanti da solo: Ho bisogno di Dio, per aiutarmi a donare, perché sembro diventato incapace di generosità; per aiutarmi a essere gentile, perché sembro ormai incapace di gentilezza; per aiutarmi ad amare, perché sembro aver oltrepassato lo stadio in cui si è capaci di amare..”  

Scegliere Gesù non sarà senza costi: “E sarete odiati da tutti a causa del mio nome”.

Il cristianesimo non è un invito alla vita tranquilla, ma sempre un coinvolgimento impegnativo.

Noi però oggi non siamo odiati o guardati con supponenza, perché siamo troppo cristiani, ma forse perché non lo siamo fino in fondo.

Se vivessimo veramente per lui, Lui all’appuntamento con la nostra decisione radicale di seguirlo si darebbe certamente a vedere.

Ci ha sempre detto di non preoccuparci, di affidarci a Lui: Potremo sperimentare una vera difficoltà, ma non saremo mai abbandonati da Dio. 

La nostra terra è spaesata, vede ogni giorno crescere la violenza, affermarsi ancora il male, ma sarà sempre e solo un colpo di coda di una belva che muore, perché il cielo non è vuoto, Stefano lo vede aperto e  non gli interessano i colpi della morte e il livore dei lapidatori, li perdona, e vede Dio che gli spalanca le braccia per sempre. 

23 Dicembre: Dio fa scoppiare il futuro, non clona il passato!

Luca 1,63-64: <<63 Egli chiese una tavoletta, e scrisse: “Giovanni è il suo nome”. Tutti furono meravigliati. 64 In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.>> 

Quando vivi degli avvenimenti intensi sembra che il tempo si fermi: l’attesa si fa spasmodica, conti i giorni … le ore … i minuti … poi ti guardi un attimo indietro e vedi che il tempo è passato, che gli avvenimenti procedono con una certa inesorabilità.

La vita che è iniziata si radica,  continua, ha i suoi ritmi che paiono lenti, ma che procedono … però … inesorabili.

E così avvenne anche per Elisabetta: la sorpresa, la vergogna di vedersi incinta alla sua età, la consolazione di avere Maria a farle compagnia, il grande evento che in Lei si sta compiendo …  

Tutto continua e nessuno più ferma la nuova storia, e viene il giorno in cui questo Giovanni nasce: le meraviglie, le incredulità, la sorpresa che pure ciascuno viveva nella sua interiorità prendono fuoco, perché ora Giovanni è lì, il suo pianto è vero, il suo corpo se lo coccola sua madre, se lo mangiano con gli occhi tutti!

Zaccaria è muto, è un padre ancora senza parole, gli ripassa nella mente tutta la sequenza del Tempio, della promessa, tutte le attenzioni di questi nove mesi.

Elisabetta si fa aiutare … Maria dopo tre mesi ritorna a casa sua.

Ora la storia di Dio continua in Lei, anch’essa ha bisogno di rientrare nella sua intimità a custodire il futuro dell’umanità.  

Il bambino di Elisabetta è nato e arriva anche il giorno della Legge, il giorno della circoncisione: Questo figlio fa parte di un popolo, non nasce in un deserto di relazioni e di storia, è dentro un nobile casato sia per parte di Zaccaria che di Elisabetta.

Di nomi da ereditare ne ha tanti e tutti nobili, tutti capaci di rievocare gesta, ruoli elevati, funzioni eminenti: A cominciare dai capostipiti, Abia per Zaccaria e Aronne per Elisabetta.

Ma il bambino è destinato a far scoppiare il futuro, non a clonare il passato.  

“Chiedevano con cenni a suo padre”… i muti ora sono tutti, come si fa di solito con chi non parla, con chi deve esprimersi a cenni.

Pensano forse che Zaccaria sia sordo e lo seppelliscono nell’isolamento, lo privano di qualsiasi normalità …

… e Zaccaria esprime ancora per l’ultima volta la sua tensione di non essere capace di dire e scrive: Giovanni sarà il suo nome.

Lui deve annunciare la novità assoluta, definitiva per l’umanità: non sarà cultore del tempio, non si metterà in fila come tutti a ripetere un passato anche glorioso, non farà come suo padre i turni settimanali dell’offerta dell’incenso, intuirà invece e indicherà con forza la venuta del Salvatore, brucerà di ardore per l’attesa del compimento. 

Zaccaria torna a parlare, e la gente, noi, a riflettere; a domandarci:
ma Dio che vuole da noi?
Che vuole da noi Lui, che non ci abbandona mai? 

22 Dicembre (Quarta Domenica di Avvento): San Giuseppe, colui che si prende cura

Matteo 1, 18-24: <<Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
>>

Anche Dio voleva un figlio, voleva che la bella e drammatica vita umana potesse essere vissuta nella grandezza della Trinità, amava tanto l’uomo che non si poteva più accontentare di mandare angeli o di incaricare profeti per dir loro il suo amore appassionato.

Ma Dio non accampa diritti, il suo desiderio di avere un Figlio passa nelle trame delicate dell’amore.  

All’inizio è l’amore trinitario. “Chi manderò io e chi andrà per noi”? E’ la domanda che apre nell’amore assoluto di Dio una risposta di generosità infinita: “Eccomi manda me”, dice il figlio, disponendosi a diventare uomo, desiderando mostrare all’uomo la bontà immensa del Padre, la sua delicatezza infinita per l’umanità, la sua attesa di un compimento della creazione, bloccata dal peccato.

Nella risposta del Figlio comincia a risuonare quell’abbà, papà, che caratterizzerà la vita di Gesù.  

Ma l’amore di Dio ha ancora un altro delicato percorso da fare: Avrebbe a disposizione tutto il creato per realizzare i suoi piani, ma vuol avere bisogno di una madre e si mette nelle mani di una ragazza ebrea.  

Pensata da sempre, pura da sempre, ombra di peccato non ha, non sta invischiata nella fila del contagio del male.

Dio l’ha nella sua mente da sempre, ma l’ha pensata libera: ha la bellezza di un diamante, ma è viva; ha lo splendore di un capolavoro, ma non è una statua, è una persona.

E Dio di fronte alla libertà della persona umana ha un imperativo assoluto: non la tocca, non la toglie, non la riduce, ma la esalta sempre.

Questo grande rispetto della libertà dell’uomo gli costerà la passione e la morte di Gesù, gli costa ogni giorno il cumulo di sofferenze degli uomini, gli odi, le guerre, i terrorismi, le ritorsioni, il male nella sua oscurità.  

Ebbene Dio manda un angelo a Maria: “và e chiedile la libertà massima di diventare Madre di Gesù”. 

E lei dice: eccomi, , con tutta la mia vita. 

E a Giuseppe, lo sposo di Maria, chiede l’impossibile, ma glielo chiede: “Giuseppe, non temere, è da sempre che sto pensando alla tua onestà, alla tua giustizia, alla tua grinta, al dolcissimo amore che ti lega a Maria. Mi hai affascinato e mi ha affascinato la tua delicatissima relazione con Maria. In questo vostro amore meraviglioso, noi, la Trinità, vogliamo deporre Gesù, il Figlio di Dio. Quel bambino è la Parola, che era fin dal principio, è il nostro essere persona umana.” 

Ogni amore umano tra uomo e donna chiama in causa l’amore di Dio, ne è una degna, ma velata immagine. 

E’ Dio che si dà a vedere nell’intensità di amore tra i due.

Per Giuseppe e Maria in questo amore non c’è solo l’immagine, ma compare proprio Lui, la sorgente dell’amore, il suo senso, la completezza, la pienezza … compare proprio Gesù.  

Quel bambino di gesso che depositeremo nel presepio è solo il simbolo di questa storia infinita di amore, questo intreccio di volontà e di attese, di dialoghi e di accoglienza.

… e la nostra vita umana, tutta la nostra biotecnologia, ha continuamente da misurarsi sull’amore, se vuol continuare ad essere vita. 

7 Dicembre: Fuori dalle sacrestie e oltre i Sagrati

La nostra vita cristiana si sviluppa spesso solo entro gli angusti confini delle nostre “strutture” (ecclesiastiche, addirittura).

La sete di Dio oggi abita nelle coscienze di molte persone, ma noi cristiani spesso stiamo abbarbicati nei nostri comodi e pacifici spazi, che diventano lentamente dei “loculi”.

Gesù con i suoi discepoli è perentorio: “rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele!” e “uscite dal tempio e andate per le strade!”

Oggi la parola di Dio deve risuonare ovunque!

L’abitudine a isolare il cristianesimo o alla coscienza privata o alle nostre sacrestie è un insulto al Vangelo è una ingiustizia nei confronti dei tanti che hanno bisogno di Dio, hanno sete di lui e se lo vedono sottrarre dai nostri comodi loculi!

Il mondo non è una sterpaglia, dice Gesù, non è una “landa di ululati solitari”, non è un groviglio di domande assurde, non è un’accozzaglia di casualità senza senso.

Il mondo è una messe: è un terreno fertile in esso è già maturato da sempre un desiderio; è saturo dell’attesa di uno sbocco, aspetta solo che qualcuno dia inizia una mietitura!

Invece la nostra visione di mondo è la sempre la fotografia di ostilità, di mali, di lontananza da Dio …

Gesù dice invece che è una messe che ha bisogno di operai che la raccolgono: ci viene offerta su un piatto d’oro una sete, e noi che custodiamo la sorgente non la mettiamo a disposizione!

Ci viene offerto un campo maturo e noi non siamo capaci di raccoglierne i frutti.

Avvento è anche accorgersi della sete di Dio che c’è nel mondo, è offrire la sorgente ed è portare a compimento un’attesa con il dono della sua Parola.

Torna ancora la parola precisa che definisce la sollecitudine di Gesù: compassione.

Gesù ha compassione della gente stanca, sfinita, sbandata: sono tre aggettivi che possono ben fotografare noi uomini e donne di oggi, giovani inesperti e in balia di tutte le possibili novità, adulti disorientati a guardare continuamente indietro e a sperare di riportare il mondo come era prima.Il futuro è sempre davanti, è sempre Gesù, è sempre scritto nella nostra decisione di offrire gratuitamente il Vangelo: gratuitamente, perché è dono di Dio, che non si può tenere tra le mani ma che si deve continuamente mettere a disposizione di tutti … e anche attraverso questa nostra gratuità Dio non ci abbandona mai.

30 Novembre 2019: VEGLIATE! (Inizio del tempo di Avvento)

L’avvento inizia con un invito perentorio: “Vegliate!”

Esiste un momento del nostro vivere in cui riusciamo a farci un giudizio complessivo sul senso che siamo riusciti a dare alla vita: se in questo istante venisse fissato il significato globale della mia esistenza, come sarebbe?

Una carognata dopo l’altra, verso senza ritorno,

Ne caldo ne freddo?

Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore verrà

Esiste sicuramente un momento in cui potremo prenderci in mano la nostra vita, guardarci dentro … finalmente mettere in fila tutti i gesti che l’hanno composta, l’ingenuità, le innocenti aspirazioni, i sogni, le frustrazioni, le persone che l’hanno popolata, gli affetti ricevuti e donati, i soprusi subiti e inflitti agli altri, il bene e il male tra cui ci siamo continuamente dibattuti: una luce la illuminerà.

Le domande senza risposta che più spesso ci siamo fatte, troveranno sicuramente un perché: sapremo il perché della gioia e del dolore, il perché dell’amore e dell’odio, il perché della vita e della morte, verrà smascherato il profittatore è scoperto il ladro, non servirà assolutamente nascondersi dietro certificati, ne ci saranno immunità parlamentari, il povero e il ricco, l’uomo e la donna, l’adulto e il bambino, il nord e il sud, l’occidente e l’oriente avranno pari opportunità.

Il terrorista verrà colto nel suo gesto folle e non serviranno bombe a grappolo per stanarlo: “forgeranno le spade in vomeri, le lance in falci”, gli si riporteranno fiori.

Non è un sogno hippie, ma la fotografia del mondo futuro che Gesù chiamava “Regno dei Cieli” per non confonderlo con le pubblicità del tempo.

Non siamo buttati su questa Terra a caso.

La nostra vita non è affidata niente.

Siate pronti: il più dell’uomo su questa certezza organizzata la nostra esistenza.

Noi l’attendiamo operosi, “la nostra salvezza è più vicina ora di quando abbiamo cominciato a credere”.

Tutte le luminarie che stanno cominciando a decorare le nostre strade, i negozi, gli alberi, sono soltanto un segno di una nuova luce che deve rischiarare la nostra vita: la luce del Signore

30 Novembre 2019
+Domenico

Non c’è pace senza verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21) – Battesimo di Stefania.

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Audio della riflessione

Il Vangelo che abbiamo appena letto ci riporta a quella notte magica, a quella notte che unisce cielo e terra, la notte degli egoismi e della povertà, la notte in cui Giuseppe e Maria si devono adattare negli anfratti della roccia: c’è un brano del Cantico dei cantici che esalta questa corsa tra le rocce dell’innamorato che cerca la sua innamorata: Ora l’innamorato è Dio e colui che cerca è l’uomo, gli vuol portare il suo amore.

Il suo dono è un tenerissimo bambino, ma è talmente distratta ed egoista la nostra umanità, sono talmente fitte le nostre tenebre che rischiamo di non accogliere il dono di Dio; è la gente semplice che si accorge di Lui, sono i pastori che fanno da primi annunciatori a tutti, che dicono che c’è una speranza che non tramonta mai: Gesù il figlio di Dio, l’Emmanuele, il Dio che sta con noi. 

C’è un altro fatto che viene sottolineato dal Vangelo: la circoncisione di Gesù, un atto solenne col quale Gesù viene a far parte definitivamente del popolo di Israele. Quando Dio aveva stabilito una alleanza col popolo di Israele, quando aveva promesso fedeltà senza pentimenti a un popolo che lo avrebbe sempre tradito, Dio aveva voluto che ci fosse un segno nella carne degli ebrei e questo segno venne inciso anche nelle carni del figlio di Dio.  

Non c’è momento migliore come questa festa per accogliere una nuova cristiana nella nostra comunità, nella Chiesa! In questo modo siamo chiamati a vedere la grande differenza: là Gesù veniva circonciso per indicare di appartenere al popolo dell’alleanza, qui Stefania viene a far parte del popolo della nuova alleanza attraverso l’immersione nella morte e risurrezione di Gesù.

La circoncisione non salva più: ora ciò che salva è la morte e la risurrezione di Cristo, la nuova ed eterna alleanza, come diciamo quando consacriamo il pane e il vino nel momento culminante dell’Eucaristia.

Non è più un solo popolo quello scelto da Dio, ma è la Chiesa che è aperta a tutti i popoli: San Paolo dovrà lottare non poco per far capire che i nuovi convertiti al cristianesimo non dovranno più essere circoncisi! Non era necessario diventare ebrei prima di essere cristiani: questo cambiava radicalmente il concetto di salvezza, di redenzione, lo poneva solo ed esclusivamente nelle mani di Gesù il Figlio di Dio.

E’ in queste braccia che tu Stefania stasera vieni accolta: sono le braccia dell’amore puro, infinito,  gratuito, la gioia senza fine. 

E’ iniziato un nuovo anno, abbiamo già provveduto a sostituire il calendario, ad aprire la prima pagina e la Chiesa la vuol aprire sulla condizione essenziale perché possiamo ogni giorno sfogliare l’agenda, segnare con gioia il tempo che passa: la pace.

E’ il primo dono del bambinello ed è ancora il più disprezzato dagli uomini.

Il disprezzo è innescato dalla menzogna: non siamo troppo giovani per non esserci accorti, che ogni volta che scoppia la guerra siamo pilotati a parteggiare per essa da una campagna di informazioni falsa … occorre sempre prima inventare un nemico: il nemico viene artatamente dipinto come il demonio, e l’unica via possibile per bloccarlo è il ricorso alle armi; salvo poi puntualmente a verificare che le informazioni erano state inventate e che l’opinione pubblica era stata ingannata da notizie false.  

La falsità più pervasiva e più subdola però è l’affermazione che la guerra risolve i problemi per cui la si fa, mentre tutti sappiamo che nessuna guerra ha mai risolto problemi, ma ha creato sempre nuove ingiustizie e miseria.

Papa Benedetto ha preso questo nome anche per rifarsi a Benedetto XV, il papa che un secolo fa diceva a tutti che la guerra è assurda, che con la guerra si perde tutto, che è una carneficina inutile sempre. 

Giovanni Paolo II lo ha sempre detto, lo ha ripetuto inascoltato anche prima di quest’ultima guerra contro l’Iraq: tutto sempre si avvera, ma noi sempre dobbiamo far vedere la nostra inutile cattiveria. 

Il male ha sempre bisogno di camuffarsi, di rivestirsi falsamente di bene per diventare appetibile e al mondo esistono pianificazioni mondiali per fare questa operazione di inganno: come farebbero del resto i costruttori di armi a collocare i loro prodotti di morte? I giornalisti, gli uomini della comunicazione – ed oggi saluto con soddisfazione quel gruppo di giovani giornalisti che hanno dato vita al mensile diocesano “libera mente” – dovrebbero aiutarci a non cadere nell’inganno, ma anch’essi o sono conniventi o non sono competenti, pur sapendo che il loro mestiere è far conoscere la verità.  

Il cristiano deve sbilanciarsi sempre dalla parte della pace, accoglierla dalle mani di Dio, invocarla, attuarla, difenderla, realizzarla. Cominciamo già dal primo giorno dell’anno ad augurarcela e a invocarla. Quel bellissimo quadretto che ci presenta il presepio oggi, quello sguardo compiaciuto di Giuseppe, la maestosa e devota presenza di Maria sono segno di sicura speranza di pace. 

1 Gennaio 2006
+Domenico