Una vita fatta di pezze non è più sopportabile

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 2,18-22)

In quel tempo, i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno.
Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».

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Le strade in ogni scorcio di inverno ogni tanto devono venir rattoppate; piove, nevica, ghiaccia, si apre una buca, se ne apre un’altra, ripiove…. le elezioni sono ancora distanti… si passa allora a riempire le buche, a mettere pezze all’asfalto. Sono fatte ad arte, sono anche decorative, ma sempre pezze sono. In casa piove ogni volta che fa cattivo tempo e si sale sui tetti a spostare tegole, a mettere pezze. La prossima volta pioverà da qualche altra parte e si tornerà a metterne un’altra. Ieri ogni casalinga andava a scuola da qualche sarta per imparare a mettere le pezze nei pantaloni: era un’arte molto apprezzata. Nelle nostre vite spesso sregolate ogni tanto abbiamo il coraggio di mettere qualche pezza per non far vedere i buchi che hanno. E’ l’arte dell’adattamento, del non decidersi mai a cambiare, a progettare, a prendersi con coraggio in mano una situazione e impostare tutto secondo un piano, a cambiare radicalmente.

Gesù ha in mente questo continuo mettere pezze alla vita e dice: non si mettono pezze nuove su un vestito vecchio o vino nuovo in otri vecchi: occorre un vestito nuovo, una botte nuova; altrimenti il poco di nuovo che siamo riusciti a mettere assieme nella vita andrà a male.

Noi siamo specializzati nell’arte di mettere le pezze, di continuare a turare i buchi, di stendere veline su voragini di umanità, su ogni buca una botola, pur sapendo che le buche si spostano come quelle delle talpe nei prati. Mettiamo pezze dappertutto per poter vivere una vita decente. Non si tratta di restauro, ma di adattamento al ribasso.

Certo quando si fa una casa nuova o la si rimette a nuovo bisogna affrontare spese, preoccupazioni, fastidi. Occorre entrare in una nuova mentalità, distaccarsi dalla assoluta necessità dei tuoi angolini in cui hai ammassato tutti i tuoi ricordi che sono diventati una zavorra da cui non ti vuoi staccare, osare qualche soluzione diversa… è sempre più facile rabberciare. Nella vita spirituale Gesù ci dice che occorre avere il coraggio di cambiare, di fare un salto di qualità. Può essere la vita di famiglia, la vita affettiva, l’atteggiamento di rapporto con i compagni di scuola o di lavoro. Novità di vita è la parola d’ordine. Gesù questa speranza la dava ai suoi ascoltatori.

E io oggi questa speranza la trovo nella Parola di Dio incarnata nella vita quotidiana, la percepisco in chi soffre con coraggio per gli altri e ne attende la salvezza, in chi ha il coraggio del perdono dopo offese brucianti, in chi accetta di perdere, per conquistare il dono della misericordia e del saper perdonare sempre.

15 Gennaio
+Domenico

Chiamati a fare squadra con Gesù

Riflessione sul Vangelo del giorno (Gv 1,35-42)

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

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Ogni persona ha una sua forte identità, ma la costruiamo nel confronto, nel dialogo, nello scambio di sentimenti, nel coinvolgimento con altri. Ciascuno di noi ha bisogno di un tessuto di relazioni per vivere, per orientarsi nelle scelte, per crescere, per dare alla sua esistenza una direzione, per sentirsi pienamente persona. Soprattutto poi se si tratta di portare avanti progetti, lanciare messaggi, convincere, abbiamo bisogno di fare squadra.

Gesù si trova lanciato sulla scena della vita del popolo di Israele con un perentorio: Ecco l’agnello di Dio, che a noi ricorda un gesto liturgico quotidiano, ma che alla gente radunata sulle rive del Giordano da Giovanni è apparso come la fine di una attesa forse un po’ confusa. Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro? Eccolo colui che stiamo aspettando. Io ho finito la mia parte, il futuro è dalla sua.

E i discepoli di Giovanni si fanno discepoli di Gesù: lo seguono, cambiano guida, prima da curiosi, poi da veri appassionati: Dove abiti? Che fai? Che vita vivi? Possiamo condividere con te il nostro tempo, la nostra ansia, le nostre aspettative? Hai per noi una risposta alle molte domande che ci facciamo? Abbiamo deciso col Battista che non si può stare inerti ad aspettare, ora che la nostra attesa sembra approdare a te, vogliamo stare con te.

E Gesù con un venite e vedete, comincia a formare la sua squadra, comincia a chiamare esplicitamente a far parte del suo regno, inizia a formare i nuovi ministri. Quelli del tempio sono stati molto utili e necessari fino ad oggi, ma ora vi chiamo io, vi scelgo io, vi voglio stare cuore a cuore per prepararvi a donare il mistero della salvezza, per farvi entrare in comunione con il Padre, che è Dio l’altissimo.

E’ un bellissimo incontro tra la volontà dell’uomo e la chiamata di Dio. Gli uomini, in questo caso gli apostoli con un tam tam inarrestabile si passano la parola, si comunicano la gioia di una amicizia cercata a lungo e trovata; e Gesù trasforma la curiosità, la generosità, la voglia di avventura in una chiamata esplicita, in una missione che diventa concreta anche a partire dal cambiamento di nome; tu ti chiamerai Pietro, non più Simone.

E’ il mistero di ogni vita: cercatori e chiamati, liberi e convocati, spontanei e orientati, affascinati e impegnati esplicitamente. Spesso ci domandiamo chi essere nella vita, come posso capire a che cosa sono stato chiamato, quale è la mia vocazione? È una ricerca delicata perché la chiamata di Dio si sposa sempre con la ricerca dell’uomo, con la sua intelligenza nel capire i segni che Dio ci lascia e che ci testimoniano che non ci abbandona nemmeno nella scelta del nostro futuro.

14 Gennaio
+Domenico

Ciascuno di noi è chiamato da Dio a fare una scelta di fondo per la nostra vita e per la vita del mondo.

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 2,13-17)

In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Audio della riflessione

Qual è la vera strada della mia vita? C’è qualcuno che mi aiuta a trovare la strada giusta? C’è un satellitare infallibile?

Spesso, forse, stiamo in attesa che sia qualcun altro a decidere per noi per non caricarci della responsabilità della scelta e così scaricare su altri i nostri fallimenti… Qualcun altro, invece, non si pone tanti problemi di scelta: ha trovato due o tre occasioni, le ha seguite; una gli sembra buona e se ne sta tranquillo a vivere di rendita. E’ una vita “senza infamia e senza lode”, come tutte del resto: “non faccio niente di male, niente di speciale, ma io sto bene: ho amici, ho fascino, ho soldi, che vuoi di più?”

A un certo punto però si accorge che c’é qualcosa che non quadra nella sua esistenza, oppure viene posto con evidenza di fronte a una “luce”, a un’intuizione, a una verità, che gli fa cambiare radicalmente strada. Gli si aprono gli occhi, percepisce dentro una voce, una spinta, che non lo lascia tranquillo. Levi, era uno di questi: pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, a spostare denaro, a fare bonifici, aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva – per forza di cose – con i Romani che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro. Della rispettabilità non gli importa, tanto per soldi tutti si creano una maschera e fatto tacere a pagamento – se fosse possibile – anche la coscienza.

Ma un giorno, al banco dove sta contando euro a non finire, gli capita Gesù che punta su di lui il suo sguardo, il dito, la sua Persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino, e gli dice: “Seguimi!”.

E’ un fascio di Luce, un dito puntato, uno stupore, una sorpresa… “Ti serve qualche donazione per i quattro straccioni che ti seguono dovunque vai? Hai progetti ambiziosi che ti posso finanziare?”

Ma Gesù non è venuto a chiedere le sue cose, ma la sua stessa vita! L’ardore del suo lavoro, l’intelligenza dei suoi pensieri da applicare al suo Regno, non a quello di “Mammona”, o dei soldi…

E Levi, capisce: “proprio me chiami? E’ me che vuoi? Con tutti i banchieri che ci sono, ti rivolgi proprio a me?” E alzatosi, messosi diritto davanti a Gesù, davanti alla Vita, davanti ad un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità provocata a risorgere da questo invito, lo seguì.

Gli è andato dietro: lo ha messo davanti a sé come una mèta, una forza irresistibile, una luce abbagliante, un calore confortante, ed è diventato Apostolo mandato ad annunciare, non più seduto a contare. Continua ancora la sua vita di relazione, ha ancora i suoi amici e sicuramente deve giustificare con loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro ad un predicatore che non si sa quanto sia raccomandabile… sta di fatto che vuole che Gesù incontri questa sua potente fasciatura, tutto il mondo di pubblicani che lo accerchia. E Gesù va’, con grande scandalo dei ben-pensanti, a sradicare certezze e a portare la sua speranza.

Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti e non ha paura! Vuole solo la nostra felicità: vi vede spaesati, ma Lui vi aiuta ad alzare lo sguardo al Cielo. E’ venuto per loro, non per stare nelle sacrestie del tempio a morire di fumo di animali bruciati.
Questo Gesù passa ancora per banche e agenzie, per fabbriche e uffici, per borse-valori e università, e punta il dito e ci dice “Seguimi!”

Se lo ascolti, avrai trovato la strada della felicità!

13 Gennaio
+Domenico

Solidarietà, convinzione, fratellanza.

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 2,1-12)

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». 
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Audio della riflessione

Lui era ammalato ed immobilizzato: la malattia, da un po’ di tempo, lo teneva incollato al letto, paralizzato. Lo chiamavano “il paralitico”. Era disperato, la sua vita era segnata per sempre, ma aveva quattro amici, otto gambe, otto braccia e quattro cuori che facevano il tifo per lui!

“Fatti coraggio, ci siamo noi ad aiutarti; per quel che ti serve, conta pure su di noi. Abbiamo lavorato insieme, ci siamo divertiti, e ci si è spezzato il cuore quando abbiamo dovuto recuperarti, senza più forze per sempre, ma non ti possiamo abbandonare”.

Ed è questa amicizia che scatena il miracolo, la fede, la salvezza.

“Ti abbiamo sempre aiutato, vuoi che ora non ti portiamo da Gesù? Di lui tutti dicono che ha un cuore tenerissimo, ha guarito dalla lebbra e ti ricordi poi quel cieco che ogni tanto urlava la sua rabbia e la sua fame? Ebbene, oggi ci vede e non sta nella pelle dalla gioia! E tu, da Gesù, ti portiamo noi”

Ve l’immaginate questi amici, con la solidarietà che hanno in corpo, se stanno a far la fila, a ritirare lo scontrino che fissa la precedenza, a recedere perché l’ambulatorio è chiuso o non ha più spazio?

“Ti caliamo dal tetto, proprio davanti a Gesù! Tanto a Pietro glie lo rifaremo nuovo e per fortuna che è un poveraccio come noi e non ha fatto la soletta, né il soffitto, né il controsoffitto”.

Scoperchiarono il tetto nel punto dove Egli si trovava, dice il Vangelo.

Gesù si vede calare davanti agli occhi il dolore fatto persona, un corpo paralizzato, una vita imprigionata che gli taglia la Parola che stava annunciando – gli interrompe l’omelia, diremmo noi – gli nasconde l’uditorio e stizzisce gli Scribi che erano riusciti a segregarlo per un seminario di studi sulla Torah o su qualche iota o apice della Legge.

Coma fa Gesù a non rispondere alla provocazione di questa fede, di questa solidarietà; alla pressione incontenibile di questa domanda e all’invocazione di questa vita?

“Ma voi pensate che io sia un guaritore da quattro soldi? Che sia uno sciamano che a Nazaret ha ereditato un po’ di magia?”

“Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”. E’ questo male profondo che io sono venuto a sradicare dal cuore; non sono specializzato in neurologia o traumatologia; non mi scambiate per un ipnotizzatore. “Prendi il tuo letto e cammina: la tua vita è diversa!”. E per significarti che sei cambiato dentro, ti riconsegno ai tuoi quattro amici con una vita piena, una salvezza che non potrà non contagiare quelli che incontrerai.

E il tam-tam della salvezza ha cominciato a diffondersi attraverso questo paralizzato con il letto a traino, con una vita nuova fuori e soprattutto dentro.

Il male più grande è il peccato, è aver reciso la vita dalla fede. Per noi adulti di oggi è aver ridotto Gesù Cristo a un nome, a una religione come le altre, a una pia tradizione.

12 Gennaio
+Domenico

Non siamo lebbrosi, ma poco ci manca alla lebbra spirituale

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 1,40-45)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Audio della riflessione

Ci sono delle persone che hanno un coraggio indomabile di fronte a tutte le avversità, altri si adattano e non reagiscono. Capita così anche nella malattia. Vedi subito se uno ha voglia di vivere o no, se vuol combattere o ha perso omai ogni energia. Qualcuno si lascia morire altri invece hanno voglia di vita da vendere e reagiscono. Spesso questa è la forza necessaria per continuare a vivere, è una forza che compie miracoli. La vita anziché essere una fatalità è sempre una scelta, o meglio, un dono da accogliere e se non lo vuoi, nessuno te lo può imporre, prima o poi se ne va.

Era attaccato alla vita quel lebbroso che è corso ai piedi di Gesù: ha saltato tutte le regole che imponevano ai malati di lebbra l’isolamento e si è portato davanti a Gesù.

Ormai sei condannato, stattene tranquillo dove sei, la vita è un colpo di fortuna, tu sei sfortunato, adattati alla tua situazione!

Invece lui balza nella vita e supplica: se vuoi, se mi dai ascolto, se guardi alle mie privazioni, a quel che mi manca per essere un uomo, tu puoi ridarmi tutto quello che hai dato ad ogni creatura. Perché io dovrei rimanerne privo? Puoi guarirmi. E’ una preghiera semplice, ma decisa, sa quel che chiede e sa a chi chiede. Gesù di fronte a questa fede risponde subito:  lo voglio. E’ animato da compassione, da attenzione profonda alla sofferenza.

E lui, il lebbroso diventa il primo annunciatore della grandezza di Gesù, lo va a dire a tutti, non lo tiene più fermo nessuno; ha riottenuto la gioia di vivere e la canta più che può. E annuncia non solo e soprattutto il fatto, ma la parola, il logos, se vogliamo stare alle parola greca che Marco usa. Annuncia qualcosa di più di un miracolo, di un aspetto meraviglioso, che ha dell’incredibile, ma annuncia la parola di salvezza.

Nella guarigione della lebbra è significata ogni altra guarigione. Anche noi siamo quel lebbroso, anche a noi cade la vita a pezzi, perdiamo la freschezza e l’innocenza. Anche a noi le mani anziché essere tese all’abbraccio diventano moncherini mortificati, le nostre labbra anziché essere aperte a parole d’amore, sono disfatte dalla maldicenza; anche i nostri piedi anziché essere portatori di gioia, di vangelo sono paralizzati nella nostra solitudine. Una lebbra ce la portiamo dentro tutti, un principio che smonta la nostra vita pezzo a pezzo e ce ne fa perdere la bellezza la proviamo tutti. E’ lebbra il peccato, è lebbra lo scoraggiamento, è lebbra la paura. Abbiamo bisogno di gridare anche noi: se vuoi, puoi guarirmi, certi che Dio non ci abbandona mai.

Ma noi siamo due ragazzi che ci siamo da poco fidanzati, non siamo lebbrosi. Certo, siamo qui a chiedere a Dio che vi risparmi dal vedere il vostro amore cadere a pezzi come la carne del lebbroso, vi mantenga sempre la freschezza e un po’ di ingenuità sulla vita che oggi ancora avete. Il vostro amore fresco è come la pelle del lebbroso che Dio ha rifatto; per questo lo ringrazierete ogni giorno.

11 Gennaio
+Domenico

Le sofferenze, le disperazioni chiamano in causa sempre Gesù

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 1,29-39)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Audio della riflessione

Ogni uomo che viene al mondo deve portare il suo carico di dolore, di pena, di male. Non è una fatalità, ma un dato di fatto. Resti spesso sconcertato quando fai il conto di tutto il male che esiste nel mondo, ti senti schiacciato quando ne devi portare una parte. Ti tocca perché sei papà o mamma e spesso ti sembra di non farcela a sostenere il dolore che ti accumula la vita di famiglia; ti tocca per la tua stessa vita, per le vicende che ti capitano, che qualche volta hai provocato tu con la tua insipienza o che spesso ti vengono caricate sulle spalle senza tua colpa: è un incidente, è una malattia, è una ingiustizia, sono le disonestà, le cattiverie, i delitti di chi non ha rispetto di nessuno.

La TV e la stampa ogni giorno ci mettono davanti le sofferenze dell’umanità. Se poi hai avuto occasione di visitare direttamente qualche popolo del cosiddetto terzo mondo ti senti sicuramente in colpa. Ma perché tutto questo macigno straziante di male? C’è qualcuno o qualcosa o qualche prospettiva che ci permetta di vincerlo, non solo di sfuggirlo; di superarlo non tanto di scaricarlo sulle spalle di altri.

A Gesù, al tramonto del sole di quella prima giornata di Cafarnao, passata amichevolmente nella casa di Pietro, si presenta una massa di ammalati e di indemoniati. Si è diffuso un rapidissimo tam-tam tra tutti i disperati; la notizia della sua presenza è passata di tugurio in tugurio, di disperazione in disperazione e ciascuno ha trovato, la forza di portare alla luce i suoi mali, i suoi malati, i reclusi del dolore. C’è Gesù. Lui ha detto che il Regno sta scoppiando, Lui comanda ai demoni; Lui è capace di portare tutto il male del mondo e se ne sente quasi schiacciato.

Ha bisogno di fissare il suo sguardo gravato dalle scene del dolore negli occhi del Padre e di buon mattino si ritira in un luogo deserto a pregare: Non è una fuga, al “tutti ti cercano” che Pietro gli grida non oppone rifiuto, ma allarga ancora più l’orizzonte a tutti i villaggi vicini.

È Lui l’agnello che si carica il male del mondo. Non siamo più soli a portarlo. Lui è la chiave di volta sotto cui il peso della vita non potrà mai schiacciarci. Gesù non ci lascia soli. Il male del mondo è tanto, siamo tentati di dire che è troppo, ma bisogna cercare Gesù per avere la certezza di vincerlo. Se la terra è spaesata, il cielo non è vuoto. Papa Francesco ci dice sempre che la chiesa deve uscire e accogliere tutti. Gli siamo obbedienti oppure ci fermiamo a guardarci negli occhi? Noi i bravi, i garantiti, quelli che dicono di avere bisogno di nessuno e magari non aiutano nessuno? Tutti cercano solidarietà, compagnia, amore. La chiesa è in uscita sempre anche per questo.

10 Gennaio
+Domenico

Gesù stana tutte le nostre miserie e ce ne guarisce

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 1,21b-28)

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafarnao,] insegnava. Ed erano stupìti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Audio della riflessione

Siamo veramente immersi in un mare di sofferenze. Spesso non ce ne accorgiamo o facciamo finta che non esistano, le nascondiamo per pudore, ce le teniamo nel segreto delle nostre vite, per vergogna, per evitare commiserazioni inutili.

Tanto i giornali sono pieni di notizie negative per fare colpo, tanto gli intrattenimenti televisivi invece nascondono le sofferenze umane. Molte famiglie si tengono in casa il loro malato, il loro handicappato, il figlio o la figlia incapace di autonomia o soggetto a crisi depressive, a schizofrenia.

Spesso ci si mette anche il demonio a distruggere la vita di una persona proprio con la sua possessione. Se ne raccontano più di quelle che esistono, ma non c’è dubbio che il demonio ci sia e sia operativo. E queste malattie escono alla ribalta appena si sente un segnale di aiuto, appena si sente dire che c’è qualcuno capace di dare pace, di guarire, di offrire per lo meno speranza.

Capitò così anche a Gesù: quando transitava per un paese, stanava tutte le miserie che c’erano; le mamme si facevano coraggio e mettevano in pubblico le loro sofferenze, i malati che potevano si portavano sulla piazza per incrociare Gesù, chi vi era impossibilitato trovava qualche amico che lo aiutava.

E Gesù dimostrava di comandare anche agli spiriti del male: Taci, esci, te lo comando. Qui c’è il Figlio di Dio e non ci può essere nessuna zona umana posseduta dal male. Gesù è l’unica potente salvezza. E’ giusto che ricorriamo alle medicine e alle scoperte scientifiche, ma ci sono dei mali che si superano solo nella preghiera, solo affidandoci a Lui. Non c’è nessuna pastiglia che scaccia il male, il demonio, non ci sono sostanze chimiche che possono scacciare dalla vita lo spirito del male. Occorre molta preghiera, una esposizione costante alla Parola di Dio.

Chi è mai Gesù? Certo non è riducibile a una persona politicamente corretta, tutta dimostrabile, ben comprensibile. E’ finito il tempo in cui per accettare criticamente Gesù dovevamo sempre dire che i miracoli che compiva e di cui ci parla il vangelo fossero frutto di visioni distorte o di racconti edificanti senza nessuna base reale. Gesù è colui che parla con autorità e che compie segni che lo dimostrano figlio di Dio, che lo accreditano a noi come il Signore che non ci abbandona mai.

09 Gennaio
+Domenico

Una squadra di lavoro, appassionata di vangelo

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 1,14-20)

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. Subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Audio della riflessione

Sono finite le feste, le vacanze, le variazioni di orario di vita, di percorsi di incontri. La ripresa del lavoro, della scuola, dello studio è sempre faticosa, ma necessaria. La vita è fatta di poche feste e di tanti giorni feriali; la quotidianità è la legge, la festa è l’eccezione, anche se le feste danno sapore ai giorni normali perchè te ne fanno intravvedere e gustare il significato. La legge di inerzia dello spirito è ancora più difficile da vincere di quella degli oggetti. Esige grinta interiore, forza di volontà, soprattutto motivazioni: un papà o una mamma hanno davanti una famiglia, un lavoro, un adulto punta di più sull’abitudine, un giovane sulla spontaneità, ma la cosa più utile è avere degli amici, essere in squadra per potersi aiutare l’un l’altro a trovare motivi, mettendo assieme il poco di tutti per fare una forza imbattibile.

Gesù era partito deciso, aveva lasciato il suo bel paesello, aveva voltato pagina. La prima cosa che fa è di mettere assieme una squadra che, come Lui, si mette a condividere passione per la sua causa e li chiama. Aveva visto non poco volte questi giovani, questi uomini rotti dalla fatica, attaccati al loro lavoro, decisi a non lasciarsi sopraffare dalle condizioni avverse. Li ha pensati tante volte a impiegare la loro grinta nella sua missione di annunciatore del vangelo, anziché nel tentare di riuscire nella pesca, nel loro lavoro.

Andrea, Simone, Giacomo, Giovanni ci state a vivere con me, a predicare speranza a questo nostro mondo che è continuamente tentato di vivere alla giornata? Ci state a costruire un cenacolo di persone che si misurano sul futuro di Dio? Ci state a mettere tutte le vostre forze nell’aiutare gli uomini a decidersi per il Regno di Dio? Vi sta a cuore la bontà, la giustizia, l’amore vicendevole, il perdono, la lode a Dio? Riuscite a cogliere che il tempo è maturo perché Dio si riveli padre misericordioso? Volete condividere con me i momenti intimi di una crescita e di un confronto, di una compagnia e di una missione?

Un avverbio caratterizza la loro risposta: subito. Anche loro era da tempo che ascoltavano Gesù e le speranze che aveva fatto nascere nel loro cuore li avevano proprio affascinati. E si misero con Gesù, decisi. E’ sempre importante cominciare decisi, avere in cuore un ideale alto. Ogni giorno è abitato da una Parola, da un brano di vangelo, da un messaggio di speranza; di questa speranza devo vivere e devo portare agli altri, al mondo.

08 Gennaio
+Domenico

Con Gesù nella fila del Battesimo

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 1,7-11)

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti un ricordo lieto e triste di una prima volta. Il primo giorno di scuola, il primo giorno di naia, il primo giorno di matrimonio, il primo figlio, il primo bacio, il primo volo, il battesimo dell’aria.

È stato qualcosa che ci ha iniziato alla vita, che le ha dato un nuovo colore, che ha coronato una lunga preparazione o attesa, che ci è capitato improvviso e che ci ha fatto scoprire qualità impensate. Spesso è stata una investitura. “Adesso sei grande, tocca a te, non ti tirare indietro; sei su un trapezio, non ci sono più reti di protezione”. Un misto di brivido, di paura, di orgoglio ci ha fatto decidere.

Non so se Gesù provasse qualcuno di questi sentimenti, là al Giordano in quella fila di peccatori. Era stato attratto da Giovanni, sentiva che suo Padre non era ingessato nei ritualismi o imprigionato nel tempio, ma era là nell’attesa della povera gente, povera di speranza soprattutto, una povertà che attraversa ricchi e poveri, stolti e intelligenti, uomini di potere e servi inutili.

E qui al Giordano il Padre, che Lui chiamerà sempre papà (solo sulla croce lo chiama Dio quando ripete le parole del salmo; Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato, ma le sue ultime parole saranno ancora: papà nelle tue mani mi abbandono), ebbene qui al Giordano è ancora suo Papà che lo offre a noi a mani spiegate, lo manda, lo accredita, lo spinge sul trapezio dell’annuncio e del dono fino alla morte, senza rete. L’unica rete sono le sue braccia. Con questa consapevolezza Gesù guarderà in faccia la morte, supererà le tentazioni, non soffrirà la solitudine.

Sei mio figlio, oggi ti ho generato; sei il prediletto, sei l’agapetos, Agapito (mi richiama il martire patrono della mia diocesi di Palestrina, in cui sono ancora incardinato), non ho altro bene fuori di te, ti affido all’ascolto di tutti, ti mando il mio Spirito; il nostro Spirito è la tua compagnia, la tua consolazione, la tua forza. Oggi lo Spirito aleggia su queste acque come spirò sulle acque del caos primitivo, è una nuova creazione che cammina con te.

Sono disposto a perderti purché questa fila di peccatori, che sta con  te nell’acqua del Giordano diventi una fila di santi, di giusti, di uomini e donne nuovi. Anche tutti noi oggi siamo in questa fila, che Gesù ci immerga nella  sua santità.

07 Gennaio – Festa del Battesimo del Signore
+Domenico

Qual è la stella della nostra vita, della mia, della tua?

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 2,1-12)

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Audio della riflessione

Ieri sera prima di andare a dormire o questa notte abbiamo completato il presepio. Erano forse già collocati in vista questi tre personaggi stravaganti nei vestiti, nei regali, nel seguito, e oggi sono stati avvicinati alla capanna di Betlemme. Sono i famosi “Re Magi”; si conclude qui l’elenco degli invitati.

La tradizione vuole che fossero tre anche se nessuno nella bibbia l’ha mai detto; ma quello che ci interessa è che cosa e chi cercano e perché sono tanto considerati nella nostra tradizione. Sono l’immagine della ricerca anche pensosa di Dio, della vocazione dell’umanità, che noi ancora ci incaponiamo a chiamare destino, del punto di arrivo di ogni ricerca umana.

Cercare è non sentirsi soddisfatto di quello che si ha e osare di volere la luna

Cercare è farsi domande profonde:  chi sono? dove vado? perché esisto? che senso ha la mia vita?

Cercare è lasciare la certezza per sperimentare la sorpresa,

Cercare è rispondere all’impulso interiore della libertà.

Cercare è non lasciarsi fasciare da nessuna comodità

Cercare è rincorrere Dio che non si lascia mai prendere

Cercare è lasciare alla speranza di essere il motore della vita.

Cercare è tendere l’orecchio a chi ti può chiamare

Cercare è ascoltare una parola che ti provoca a camminare

Cercare è togliersi le cuffie per lasciarsi destabilizzare dalle relazioni vere

Cercare non è fuggire nel virtuale, ma forare la realtà per seguirne le tracce

Cercare è lasciarsi incontrare

Cercare è spesso solo tenere aperti gli occhi sulla vita, sulle persone, sugli altri.

Cercare è inseguire l’orizzonte che s’allarga all’infinito

Cercare è vivere da innamorati, innamorati di Gesù e del suo mondo di pace.

L’Oriente è sempre stato visto come la terra degli scienziati, dei saggi, dei cercatori di ragioni per vivere, di mondi eterei, dedicati al sapere, alla ricerca della felicità non da quattro soldi. Loro scrutavano il cielo, ne leggevano continuamente i messaggi, non erano dediti alle guerre, non dedicavano la loro vita a costruire armi, a fare battaglia, a seminare terrore. Hanno visto una stella curiosa, strana, ne hanno letto l’indicazione: nasce il messia. Linguaggio figurato fin che vogliamo, ma capace di dirci che ci sono da cercare continuamente ragioni di vita e di speranza.

Cercare ragioni di vita, vuol dire che non ne abbiamo abbastanza di quelle che ci presentano  i talk show o le stars del rock o gli eroi dello sport: vogliamo qualcosa di più. Non ti riempiono la vita nemmeno le belle e buone amicizie, il successo nel lavoro, una buona vita di famiglia. L’uomo è fatto per qualcosa di più grande; c’è un inquietudine sempre che affiora e che non si deve seppellire.

E una volta trovatolo, dice il vangelo, lo adorarono.

Adorare Dio oggi è impegnativo: vuol dire che riconosci al di fuori di te le ragioni del tuo essere, mentre sei circondato da gente e da insegnamenti che ti dicono che sei autosufficiente, salvo poi a darti alla droga o all’alcol o ai maghi per trovare ragioni per una vita decente.

Adorare Dio significa che hai pure un corpo bello, lo puoi continuamente perfezionare, curare con ore di esposizione a tutti gli specchi possibili e a tutte le creme più sofisticate, ma alla fine c’hai un’anima da mettere al centro, hai un cuore da servire, un amore da sprigionare e un Dio che ti insegna la vera arte di amare.

In questa ricerca si collocano coloro che si donano a Dio, si sono collocati coloro che si sono fatti preti o suore. Hanno seguito una stella, si sono domandati tante volte dove sta la felicità. Hanno lasciato casa, amici, superficialità, i progetti di tutti. Hanno investito in una direzione come i cercatori d’oro, hanno setacciato il fiume della vita per cercare le famose pepite. In questa ricerca come tutti i giovani erano guidati da un istinto infallibile: l’amore. A chi darò la mia vita? Chi mi merita? Chi potrà sentirsi felice con me? A chi potrò dedicare la mia vita perché ne nasca felicità per me e per tutti.

Sono le domande che ogni giovane si fa nella sua esperienza d’amore. Non si domanda solo qual è la ragazza più bella? Che figurone faccio se riesco a scarrozzarla e a farla vedere a tutti nei luoghi della movida? Una ragazza non si accontenta di sentire qualche fischio quando passa o qualche complimento, sempre più pesante e volgare in questo nostro mondo materiale, ma vuole sapere con chi può costruire felicità per se e per tutti.

La ricerca dei magi è arrivata a Dio e oggi ci dicono che lui, il Signore della vita e della storia è la loro felicità. Ed è una felicità vera, che non finisce mai. Oggi ci aiutano a togliere il vetro all’orologio e buttare via le lancette o resettano sul digitale il programma per far sparire i numeri e far comparire la parola “sempre”

 Vogliono dire anche a noi che è bello seguire Gesù, che essere poveri non è una condanna, ma una libertà, di fronte a tutte le ingessature dei soldi. Ci ricordano che la vita è bella se il centro è Gesù, che il nostro amore umano, l’amore di coppia, l’amore dei genitori, l’amore tra amici deve sempre avere come riferimento Gesù.

Ma torniamo al presepio.

Nei pressi, e in qualche presepio se ne fa vedere l’artiglio, sta appostato Erode, l’avvoltoio che cala sulle nostre ingenue aperture all’infinito. Ha molti volti: tutti i nostri quando non sanno apprezzare il bene che faticosamente altri, i nostri genitori, gli amici, i nonni hanno da donarci. Ha il volto dell’egoismo, il volto dell’indifferenza, della paranoia, della vergogna cui soccombiamo di fronte agli amici quando si tratta di essere cristiani convinti; ha il volto del vizio. Per mantenere la speranza intuita occorre passare sempre da un’altra strada per evitarlo. E tornarono da un’altra strada. Qualche strada bisogna cambiarla se vogliamo mantenerci puliti e belli dentro e fuori.

06 Gennaio – Epifania del Signore
+Domenico