Siamo spesso per strada, oggi papa Francesco ci invita a sceglierne una, quella che Gesù ci indica

Riflessione sul Vangelo del giorno (Gv 1,43-51)

In quel tempo, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro.
Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Audio della riflessione

Se hai deciso di intraprendere una strada, non puoi restare solo. Se ti si è fatta chiara una missione hai bisogno di condividerla, se hai trovato quello che da una vita cercavi per lo meno lo dici agli amici, non vuoi far perdere loro l’occasione di fare una esperienza che tu hai vissuto e che ti ha dato felicità. Così è stato delle prime persone che Gesù ha scelto. Lui, da un po’ di tempo gira avanti e indietro per il lago, vede la vita tenace e impegnata della gente, tutti i giorni a faticare per vivere, a lavorare sodo per darsi una minima possibilità di vita, ha ascoltato le parole le conversazioni della gente, ha visto la forza che ci mettevano nel perseguire i loro interessi. Tante volte li ha squadrati.

Chi mi potrà dare  una mano ad annunciare il vangelo, chi di questi saprà scaldarsi per il mio Regno, chi avrà forza e disponibilità a seguire una vita ardua e difficile? Occorrerà prima o poi scegliere. Ma sono loro gli abitanti delle rive del lago che si incuriosiscono di lui, che vogliono sapere che fa, che pensa, di che cosa vive, quali segreti ha in cuore. Infatti, erano incantati da lui. Alcuni erano stati con Giovanni il battezzatore, ma nel sentire Gesù si apriva ancora di più il loro cuore vedevano che proprio di Lui avevano bisogno.  Poi finalmente comincia a scegliere. Tu, Filippo seguimi, vienimi dietro. E Filippo non può tenere per sé la gioia che prova a stare con Lui, a condividere la sua passione per la vita di tutti a partire dalla intimità con Dio Padre. Si fa in quattro per coinvolgere altri. Lo dice a Natanaele, che lo gela con una battuta quasi insolente, se non fosse preziosa per la sincerità e la voglia di cose grandi che si porta dentro. Ma che vuoi che venga fuori di buono da un paesetto sperduto, fatto di montanari come Nazareth? Lui però conosce bene le scritture e quando Gesù gli dice che su di lui scenderanno e saliranno gli angeli, ne coglie il significato profondo di una investitura di Dio su Gesù e per questo si affida a Gesù, lo segue.

Ma anche Natanaele di fronte a Gesù crolla. È schietto, non ha maschere e Gesù non ha paura di chi dice come la pensa. Non gli piacciono quelli che continuano a tergiversare, a mettere davanti scuse a una decisone urgente. Più tardi alcuni gli diranno di volerlo seguire, ma accamperanno tutte le scuse possibili, compresi i contratti di compravendita, compresi i tranelli affettivi. Alla loro età, alcuni hanno risposto: lo vado a chiedere a mio papà. Ma prenditi in mano a vita finalmente, non nasconderti dietro scuse che non portano a niente; la vita non ti salta addosso,  tante volte ti schiva e ti lascia a far niente e a consumare l’esistenza nell’inedia.

E hanno il coraggio di guardare in cielo, non lo trovano vuoto, ma pieno dell’amore di Dio.

05 Gennaio
+Domenico

Siamo stati scelti liberamente da Gesù per seguirlo

Riflessione sul Vangelo del giorno (Gv 1,35-42)

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì  – che tradotto, significa maestro – dove dimori?».
Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Audio della riflessione

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì  – che tradotto, significa maestro – dove dimori?».
Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

04 Gennaio
+Domenico

L’ho trovato e te lo indico

Riflessione sul Vangelo del giorno (Gv 1,29-34)

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Audio della riflessione

La nostra esistenza è sempre una continua ridefinizione delle nostre persone, una ricerca di nuovi contatti e nuovi accordi, di contratti, di relazioni affettive, sociali, di lavoro. La famiglia ne è un tessuto continuo, perché ogni persona ha i suoi progetti che deve far convivere e condividere con quelli degli altri. Le soluzioni delle difficoltà non sono sempre a portata di mano, ti vengono dalla pazienza e dall’esperienza. Qualche volta, se trovi la persona esperta, capace, saggia che ti dà un consiglio, che ti aiuta a collocare il problema sotto un’altra luce di par di rivivere, di riprendere carica. E quando hai trovato una persona che ti ha aiutato a ritrovare coraggio, che ti ha dato forza per uscire dalle tue paranoie, allora lo suggerisci anche ad altri che stanno cercando come te. Qualche volta è un amico o un’amica, altre volte è un prete o un religioso.  

Giovanni il battista, aveva consumato la sua esistenza per riuscire finalmente a trovare in Gesù questa persona straordinaria, definitiva, che offriva gambe ai sogni, che sapeva dare forza interiore alla vita, che era capace di andare oltre le piccole speranze di ogni giorno. Lui, Giovanni, predicava nel deserto, era riuscito a richiamare la gente in un luogo che ti costringe a staccare la spina, ma la vita non poteva sempre continuare nel deserto, occorreva dare energia, forza di cambiamento alla vita di tutti i giorni, come si sta facendo in questo momento alla fine del periodo natalizio. Non è sufficiente trovarci dei bei momenti di silenzio, occorre aver dentro un fuoco, un ideale, una scossa di vita diversa, una forza che travolge e che soltanto Dio può dare. Giovanni questa forza l’aveva intuita prima e poi servita in Gesù. Per Lui stava vivendo, a Lui allora ha orientato senza riserve tutta la gente. Aveva provocato una sete ed era giusto che al momento opportuno ne indicasse la sorgente.  

Ecco, disse, l’agnello di Dio, è lui quella persona che stavamo aspettando, colui che senti già di amare senza aver visto, è Lui. È Lui che ti scava nel cuore voglia di bontà, desiderio di vita pulita. Quando ti nasce dentro una nostalgia di bene, è Lui che stai cercando. Quando senti di essere stato una carogna con i tuoi amici, con i tuoi fedeli, con tua moglie o con tuo marito o con i figli o con i genitori, è il suo perdono che stai cercando, non è solo buona educazione o cortesia. Va’ più in profondità e troverai Lui. Ciascuno di noi ha bisogno di un tessuto di relazioni per vivere, per orientarsi nelle scelte, per crescere, per dare alla sua esistenza una direzione, per sentirsi pienamente persona. Abbiamo una forte identità, ma la costruiamo nel confronto, nel dialogo, nello scambio di sentimenti, nel coinvolgimento con altri. Soprattutto poi se si tratta di portare avanti progetti, lanciare messaggi, convincere, abbiamo bisogno di fare squadra.  

Gesù si trova lanciato sulla scena della vita del popolo di Israele con questo perentorio: Ecco l’agnello di Dio, che viene perpetuato da allora in un gesto liturgico quotidiano. Gesù non si trattiene dall’offrirsi come la forza che cerchiamo. A noi non trattenerci dall’incontrarlo perché non ci va di andare a messa, o di celebrarla o di vederla come l’appuntamento necessario della nostra vocazione di cristiani. Lui ti viene incontro anche prima a darci certezza nuova di vita. 

03 Gennaio Santissimo Nome di Gesù
+Domenico

Gesù è nato tra noi per dirci la buona novella

Riflessione sul Vangelo del giorno (Gv 1,19-28)

Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elìa?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elìa, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Audio della riflessione

Ci può meravigliare riascoltare questo brano di vangelo che abbiamo meditato anche durante l’Avvento. Ma la venuta di Gesù in terra tra di noi è certo iniziate con il Natale, ma la sua presenza attiva, il suo vangelo, la buona novella sono diventate pubbliche, conosciute, attive quando Giovanni il Battista cominciò a predicare la venuta di Gesù nel deserto. Non ci attardiamo ai sentimenti tenui del Natale, ma vediamo già Gesù proiettato ad annunciare a tutti il suo vangelo e noi  a testimoniarlo 

Se vogliamo usare un linguaggio duro diciamo che i farisei avevano sequestrato Dio per metterlo a sostegno del loro potere. Erano a migliaia nel tempio a vivere dell’affare “Dio”; come sono a migliaia oggi i venditori di sacro, i maghi, i veggenti, gli speculatori sulle sofferenze umane. Avevano preso Dio e lo avevano imprigionato, separato lontano dalla vita e loro si davano da fare per venderlo a pezzettini, per controllarne le dosi. 

E intanto loro crescevano, loro dominavano, s’allargava il regno sulle coscienze, non il regno delle coscienze. Una speranza te la vendiamo, una prescrizione facile che può camuffare la tua sete di Dio, uno sguardo alla sfera di vetro per predirti altri inganni non è difficile fartelo passare come sollievo alle tue paure. C’è sempre qualcuno che sfrutta le attese, che tenta di spegnere la sete di Dio imprigionandola nel ritualismo o nella magia. 

 Ma Giovanni si scrolla di dosso tutto. Lascia il tempio, va nel deserto, si mette con la gente umile, si pone in ascolto di Dio. Lui era figlio di un sacerdote del tempio, il suo futuro doveva essere là a continuare il sequestro. Invece prende le distanze dal tempio perché intuisce che è imminente un cambiamento radicale, un colpo d’ala; la speranza alimentata da secoli diventa realtà; Dio sconvolge gli equilibri consolidati dei mestieri religiosi, rompe le nostre sfere di cristallo e si presenta vivo. “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. Non fermate lo sguardo a me, non fissate gli occhi sul mio dito puntato, ma seguite la direzione. Io sono una voce che una volta giunta alle orecchie e scesa nel cuore dopo qualche rimbalzo nell’aria tra le rocce scompare e vive solo se ha suscitato vita ed è vita vostra non più mia. 

È così la vita di ogni cristiano: un dito puntato: esiste solo per indicare a tutti la strada, per andare oltre. Siamo tutti e sempre dei segni. È così l’amore di papà e mamma per i figli, che è vero se non riporta a sé, ma a costruire altro amore in una  nuova famiglia.  

È così il maestro e l’educatore che realizza il massimo della sua missione quando si rende inutile facendo camminare i giovani con le loro gambe; è così il prete della nuova alleanza che non sequestra Dio, ma ne diventa solo una voce, un dito puntato verso i segni del pane e del vino, del suo Corpo e il suo Sangue dono fino alla fine dei secoli. 

02 Gennaio
+Domenico

La pace va cercata con le unghie e con i denti, ma soprattutto con la preghiera  

Riflessione sul Vangelo del giorno (Lc 2,16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Audio della riflessione

Ci ricordiamo sicuramente quel raggelante racconto di Leopardi del venditore di almanacchi. Lui ad ogni inizio di anno fa la sua attività straordinaria, vende gli almanacchi dell’anno nuovo, calendari da appendere al muro, ma con qualche promessa nuova di felicità. Come sarà l’anno nuovo? Meglio di quello appena passato, deve dire per vendere; ma se questo l’hai desiderato e promesso anche l’anno scorso e non è stato vero, perché lo dovrebbe essere il nuovo anno? Il venditore non demorde, continua la sua filastrocca: almanacchi! Almanacchi! Noi all’inizio di un anno non ci vendiamo più gli almanacchi, non abbocchiamo più a tutti gli oroscopi che costellano la nostra vita in tutte le ore del giorno e della notte, ma un desiderio continuamente esprimiamo: la pace.  

Chiudiamo l’anno con una marcia della pace, apriamo il nuovo con una festa della pace, ci facciamo auguri di pace. Vogliamo sperare che il nuovo anno non veda più guerre. Ce l’eravamo augurati accoratamente durante il giubileo, all’inizio del 2000 eravamo molto caricati. Dicevamo: il nuovo secolo non sarà sicuramente come il ventesimo, che, da poco cominciato, ha mandato a morire generazioni di giovani sui fronti dell’Europa. Abbiamo dovuto presto ricrederci: non era ancora finito l’anno che l’11 settembre ci cacciava in una nuova spirale di guerre.  

Oggi non stiamo certo molto meglio: Dopo il massacro di 1200 persone fatto da Hamas, Netanyahu per vendicarsi ne ha uccise ad oggi quasi 20 volte di più (sono già più di 20.000). Non solo con l’esercito, ma anche con i coloni in abitazioni costruite non sul suo suolo, ma su quello palestinese. La guerra s’è fatta preventiva per essere più persuasiva. Ci sarà mai pace sulla terra? Finiranno le guerre? Quando capiterà davvero che si forgeranno le spade in vomeri e le lance in falci e non ci eserciteremo mai più nell’arte della guerra?  

Assistiamo piuttosto a un grande fatalismo al riguardo: si ipotizza con riflessioni, che sembrano profonde, che la guerra fa parte della natura dell’uomo e che quindi ci sarà sempre, che le armi sono nel DNA della vita umana e che quindi occorre sempre progettarne di migliori, che è impossibile disarmarsi, saresti subito sopraffatto, che la pace è proprio salvaguardata dagli eserciti, che ormai si chiamano tutti eserciti di pace…  

Potremmo continuare, ma non vale la pena di buttare benzina sul fuoco. Noi crediamo in un Dio che ci ha promesso la pace, che ci ha dato la pace, che è la pace. Significa che nella nostra natura umana c’è lo spazio e la possibilità di viverla, di accoglierla e di goderla. Bisogna crederci con tutto noi stessi. Finché non sarà estirpata da ogni modo di pensare umano, sarà sempre vista come plausibile, come utile. Oggi non c’è più nella testa di nessuno che un uomo può vivere da schiavo di un suo simile. Esistono varie forme di schiavitù che vanno sempre debellate, ma la schiavitù come stato civile di normalità tra gli uomini non esiste più; è stata cacciata da ogni testa, da ogni forma di pensiero. E ci sono voluti secoli per affrancare gli uomini dalla schiavitù. Perché questo non potrebbe essere vero anche per la guerra? 

 Sarà distrutta quando nella testa di ciascun uomo sarà rifiutata come incompatibile con la nostra umanità. È un lavoro tosto che parte dalla cultura di ciascuno, dai torti subiti di ciascuno, dai desideri di vendetta, dalle nostre stesse reazioni omicide e rabbiose davanti alla TV contro tutti quelli che ci dipingono come o terroristi o talebani o delinquenti. C’è una consapevolezza da ricostruire nella nostra coscienza cioè che solo il Signore ci può donare la pace. E allora la nostra preghiera si deve fare intensa, prendere il posto di ogni nostro essere di parte, convincerci che non siamo solo noi i buoni e gli altri tutti da distruggere, ma che dobbiamo convertirci tutti al Signore. C’è una purificazione del nostro cuore e dei nostri pensieri e atteggiamenti giustizialisti da premettere a tutto il resto e un perdono da supplicare; poi la pace abiterà veramente la nostra terra, perché nessuna parola di Dio torna a Lui senza aver creato ciò per cui è stata mandata.

01 Gennaio – Solennità di Maria Santissima Madre di Dio
+Domenico

Fuga, emigrazione, violenza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione

La nascita è stata una gioia per tutti, la fine di una attesa misurata, talvolta preoccupata ma sempre piena di speranza; i dolori del parto da dimenticare, ma ora lui o lei c’è. È già stato tutto preparato, il lettino, la cameretta, i vestitini, tutti si sono concentrati su questa nuova creatura, voluta, desiderata, progettata. Fossero tutte così le nascite dei figli, fossero tutti così i genitori che esprimono il massimo del loro amore nel farlo diventare nuova vita. Sappiamo purtroppo che spesso non è così, che per molti la vita nuova è un incidente o un sopruso o un intruso.  

Ma per questa povera, debole creatura l’amore di una mamma non deve mancare, il dono di una famiglia è un bene da conservare e su cui piegare ogni sana comunità umana, ogni civiltà, ogni stato, ogni globalizzazione. Ogni bambino che nasce a questo mondo deve avere il bene assolutamente gratuito che abbiamo avuto noi: un papà e una mamma, un nido d’amore accogliente. 

 Nelle migliaia di campi profughi non c’è cameretta, né vestitini, ma spesso solo paura del futuro e fame e guerra sempre all’orizzonte. Abbiamo visto tante fotografie delle guerre in Africa, in Medio Oriente: quanti bambini, sono vittime di una guerra, come tutte senza senso, quanti volti di genitori disperati, quanti corpi feriti e i bambini, grazie a Dio sono ancora capaci di sorridere. 

Anche se il nido preparato è fragile e subito o troppo presto si rompe. Il presepio dura poco, la vita di famiglia entra in crisi, le difficoltà aumentano e come se non bastassero le tensioni quotidiane ci si mettono anche le condizioni sociali incapaci di costruirsi a misura di famiglia.  

Anche Giuseppe e Maria hanno dovuto fare i conti con le avversità, la fuga, l’emigrazione, la violenza. C’è però ancor un quadro che il Vangelo ci fa contemplare e che chiude il tempo natalizio. Giuseppe e Maria vanno al tempio, vanno in Chiesa diremmo noi, e presentano a Dio questo dono sorprendente che hanno gelosamente da custodire. Lì c’è un vegliardo Simeone e una donna anziana, Anna.  

A me fanno tanto pensare ai nonni, a quella stagione della vita in cui ti sembra che tutto sia passato, che il declino abbia il sopravvento e invece la nascita del nipotino ritorna a farti vivere, a darti speranza: “i miei occhi hanno visto la salvezza”, la vita continua, occorre tornare con entusiasmo a servirla, senza potere,  senza rabbia, con la consapevolezza del limite e della pace.  

E questi due nonni sono là a ricordarti, a ricordare a Maria e Giuseppe che la vita sarà sempre in salita, “una spada trafiggerà la vostra anima”; non sono uccelli del malaugurio, ma la forza nella prova immancabile. Te li ricorderai sempre perché ti hanno aiutato a vivere. 

E Maria e Giuseppe contemplano stupiti questo Gesù, che pur essendo Dio, impara a vivere da uomo, a camminare e a crescere in una famiglia. Credevano di essere soli con la loro fragile creatura, ancora frastornati di quello che stava capitando attorno a questo bel bambino; invece continuavano a poter dire il loro sì a Dio che li aveva chiamati a dare il loro contributo al suo grande sogno, grande progetto: il cambiamento in bontà della cattiveria umana.  

In questo non si sono mai sentiti e mai lasciati soli. Sarà Gesù a compiere con la sua vita, la sua croce tutto questo grande progetto di Dio. E noi oggi ne facciamo memoria e decidiamo di non lasciare solo Gesù.

31 Dicembre
+Domenico

La profetessa Anna, vecchia, ma non di spirito

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,36-40)

[Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.] C’era una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione

Capita a tutti di incrociare in luoghi di grande afflusso di persone, mercati, piazze, santuari, cattedrali, delle nonnine rattrappite, con a seguito borse, pacchi, stracci e carrelli dove si tengono tutto il necessario e il superfluo che fa la loro vita. Le vedi vagare, parlare tra sé, ogni tanto imprecare contro cose o persone e alla fine acquietarsi, senza badare a niente e a nessuno, nemmeno a chiedere qualche spicciolo per vivere. Doveva fare questa impressione la vecchia profetessa Anna di cui parla il vangelo di Luca. Era proprio vecchia: ottantaquattro anni di allora sono come più di 100 nel terzo millennio. La sua età però non ha spento l’attesa. La vera vecchiaia è non aspettare più niente, vivere ogni giorno senza speranza, credere che tutto sia deciso e che inesorabilmente venga avviato verso un fantomatico destino su un nastro trasportatore. Puoi essere vecchio anche da giovane, quando ti assale la noia, quando stai ai bordi dell’esistenza a fumarti la vita, la salute e le energie, quando ti affidi alle sostanze perché non senti più il sapore dell’esistenza, quando senza accorgerti cominci a dire ormai o, peggio ancora, “ai miei tempi”.  

Anna invece non s’allontanava mai dal tempio. Non era una chiesa qualunque, un luogo di funzioni religiose, era il cuore di un popolo, era il punto di arrivo di ogni attesa, aspirazione, provocazione e ricerca. Se il Signore, benedetto sia il suo nome, manda il salvatore è da qui che deve passare, è da questo luogo di preghiera, è da questa rete di scambi, di aspettative che si consumano ogni giorno.  

Lei aveva in cuore una certezza: Dio avrebbe risposto a questa sete di salvezza e bisognava prepararsi, allenare il cuore a percepire la venuta del Salvatore. Lui non lo si aspetta nei bagordi, nelle piazze, nelle caserme, nei palazzi dei re: Lui è re, ma si lascia accogliere nei cuori puliti, e digiunava, non dava al corpo tutto il cibo di cui sentiva il bisogno per tenere il cuore desto. A noi invece hanno sempre insegnato che se senti un istinto, devi seguirlo. Che c’è di male nel mangiare e nel bere? Perché devo andare contro la natura se questa è stata così ben fatta da Dio? Lei invece coglieva che il corpo si intorpidisce se non lo tieni allenato alla ricerca; lei sapeva ciò che ogni sportivo conosce, che se hai una meta davanti devi prepararti tutto: cuore, spirito e corpo a perseguirla. Non sei un masochista, ma un atleta che fa convergere tutto alla competizione, allo scopo della sua attesa. Se accontenti sempre il corpo, l’anima s’addormenta, se hai il coraggio di tenerlo in tensione la vita si arricchisce, la vista si pulisce e il cuore si allarga. 

Quando Anna vede il bambino non le par vero di poter dire a tutti. Tanto lo aveva immaginato che la vita, il futuro di questo bambino le era davanti agli occhi come una certezza. Questo bambino che abbiamo atteso a lungo, che io nella mia lunga vita ho sempre pensato e immaginato, che nelle mie preghiere mi era dato di sentire, che i nostri avi hanno da sempre previsto, che molti si sono stancati di aspettare, è qui. La vita ora è diversa. Sono vecchia da buttare, ma sono contenta di aver dato a voi questo segnale di speranza. Ora lo affido a voi, non me lo trattate male, perché chi vi ha preceduto lo ha aspettato per millenni. Lui è il punto di arrivo del nostro popolo, non aspettate altri. Non fu così: la malvagità umana anche oggi lo continua a inchiodare in croce, ma Anna lo gode risorto e definitivo con i suoi padri. 

30 Dicembre
+Domenico

Il vecchio Simeone, una sentinella anche a ottant’anni

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-35)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Audio della riflessione

È bello essere giovani, avere un’età che ti permette di essere al massimo della salute, al massimo della voglia di vivere, al massimo dei sogni. Scoprire sempre qualcosa di nuovo dentro di te e nel mondo, non avere ricordi che ti pesano, tendere la vita come un arco verso il futuro. E un vecchio? È da buttare? Non ha più niente per cui vivere? Aspetta solo la morte?

C’era un vecchio un giorno nel grande Tempio di Gerusalemme. Si aggirava tra i candelabri, conosceva tutti gli orari delle preghiere, teneva dietro a tutti i cortei della gente che portava offerte. Soprattutto da un po’ lo incuriosiva quella piccola processione di genitori che portavano davanti all’Altissimo il loro primogenito. Vedere un bambino, un nuovo ebreo gli ridava fiducia. Il Signore continua a benedire il suo popolo. Ma lui aspettava qualcuno; gliene dava sentore il sangue, glielo aveva fatto capire la vita, la sua saggezza; gliene davano sentore i tempi in cui viveva: il popolo senza capo, senza gloria, adattato al ribasso. Non può più tardare chi darà una svolta a questo popolo seduto e ingessato. Dio l’onnipotente non può averci dimenticato. Leggeva con attenzione i segni della vita, posava l’orecchio sulla terra e ne intuiva i dolori del parto.

Un sussurro gli era arrivato da Betlemme. E lo Spirito gliene aveva dato la certezza: non sarebbe morto prima di vedere il messia. E ogni giorno come una sentinella che annuncia l’aurora la sua vita era tesa come l’arco da cui scocca una freccia. A qualcuno avrà certo fatto compassione. Eccolo qui il vecchio pazzo che aspetta ancora il messia. Non s’accorge che i Romani ci hanno tolto tutto, non capisce che Erode vede nemici dappertutto e fa trucidare anche i suoi figli pur di stare a galla. Non importa più niente a nessuno di noi. Siamo stati abbandonati. Se Dio una volta c’è stato ora non c’è più. Si è stancato pure Lui di questa Palestina. È una storia che si ripete sempre. La sentinella è beffata, chi sogna il futuro è ritenuto illuso, prevalgono le speranze spente dell’adattamento e le consolazioni del sentirci tutti nella fogna. Invece di puntellare chi potrebbe uscire dalla fossa, chi ha la vista più lunga lo si scoraggia e deprime. La stagione del tenere i piedi per terra non finisce mai, la speranza è al massimo una previsione. Ma lui il vecchio Simeone ogni giorno anche zoppicando va all’appuntamento con la speranza. Qualcuno che apprezza le sentinelle c’è sempre.

In quel tempio, davanti a quel vecchio molti si facevano domande, ricordavano le cose imparate in sinagoga, ripensavano alle profezie, rinasceva nel loro cuore la speranza. Era un piccolo resto, ma chi ha detto che le cose belle della vita sono solo quelle che hanno uno share televisivo alto? E finalmente l’attesa si compie; è un batuffolo di carne, un bambino, per di più povero; la processione che lo accompagna è misera: la mamma e il papà, due giovani di campagna, con due piccioni e lui, il re l’onnipotente con loro.

Simeone ha la vista lunga: vede la salvezza, vede la luce che illumina le genti, vede la gloria del popolo d’Israele. Vede un seme, ma gli si staglia davanti già la pianta. Intuisce anche la pianta del dolore perché a sua mamma non fa troppi complimenti. Dolore e fatica saranno compagnia del messia, ma la salvezza è qui. Ora posso morire in pace. Tu Signore sii benedetto perché l’attesa è giunta a compimento. Avessimo tutti nella vita un vecchio che ci tiene aperta la speranza, che non smette di alzarci lo sguardo troppo ripiegato sul presente! 

29 Dicembre
+Domenico

Purtroppo, continua sempre la strage degli innocenti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 2,13-18)

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».

Audio della riflessione

Innocenti sono i bambini che non fanno del male a nessuno, indifesi, bisognosi di tutto e di tutti. Ti si affidano ingenuamente, ti fanno sorrisi che conquistano anche i cuori più duri, ti parlano col pianto che devi interpretare, ti si attaccano al petto per poter vivere, ti succhiano col latte la vita, il tempo, il cuore. Ma sono deboli, mai come oggi devono sopportare gli attacchi degli adulti. Li ammazziamo ancora prima di nascere, perché sono scomodi, perché li abbiamo fatti venire al mondo senza pensarci, perché servono a pezzi, a cellule, a organi.  

A Betlemme nell’anno della nascita di Gesù, all’anagrafe sono andati tanti altri papà e mamme, la vita continuava a esplodere, il mondo di quella sperduta provincia romana si perpetuava nelle nuove generazioni, ma Erode non voleva farsi soppiantare. Il suo trono traballava e la colpa era di questo piccolo, innocente bambino, nato in una grotta, ma occorreva ucciderli tutti perché nessuno scampasse a insidiare il suo futuro.  

La storia oggi si ripete, nelle guerre tra etnie non solo di distruggono case e beni, ma anche vite innocenti, per estirpare un popolo. Come avviene delle nostre società occidentali; le chiamano interruzioni di gravidanza, ma sono la lenta inesorabile decadenza di un popolo. È la strage degli innocenti che si perpetua di nuovo. Gesù si è affidato nella sua potenza alla debolezza dell’amore di un uomo e di una donna. San Giuseppe entra in scena con grande dignità, coraggio e decisione. Chi ama la vita sa sempre leggerne i percorsi e le risorse. Fugge, prende una carretta del mare di sabbia che è il deserto e porta in salvo il figlio di Dio; già il suo popolo aveva fatto questa scelta per sopravvivere a carestie, guerre e fame.  

Durante la pandemia ci siamo pure permessi di dare indicazioni perché ogni donna si arrangi a farsi il suo aborto con due pastiglie, a casa sua, anche dopo due mesi dal concepimento, dopo tante battaglie per toglierlo dalle mammane che l’aborto lo facevano già in casa. 

Oggi il figlio di Dio è una icona delle storie di tutti i popoli che devono fuggire per vivere, di tutti i bambini indifesi e innocenti che non possono difendersi dagli adulti ingordi e dissennati. E’ l’immagine dei bambini di strada, dei bambini che non vengono fatti nascere, dei bambini che vengono usati come cavie, degli innocenti che vengono sfruttati commercialmente per saziare le voglie innominabili di tanti adulti, dei figli non amati e violentati in casa, dei bambini vittime della tratta dei migranti e del lasciarli morire in mare per difendere i nostri confini italiani ed europei, per non dire delle crescenti condanne che ci vengono dalle istituzioni internazionali, non dalle politiche di altri paesi Europa compresa per il non rispetto dei diritti dei minori. Occorre in ogni luogo un san Giuseppe che protegge, aiuta, porta con sé, difende, sostiene. Lo possiamo essere ciascuno di noi. Dio lo è per tutti, perché non ci abbandona mai. 

28 Dicembre
+Domenico

Giovanni, si firma folgorato dalla Risurrezione 

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario –  che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

Audio della riflessione

Ci raccontavano i nostri papà e i nostri nonni l’emozione intensa quando   scoppia una notizia spesso desiderata, ma mai ammessa come possibile, capace di cambiare la vita di porre fine a tanti pericoli, paure e ansie. Era stata per esempio vissuta così la notizia della fine della II guerra mondiale: gli orecchi incollati alle radio, tesi nell’intercettare ogni segnale nuovo, gli occhi aperti sulla realtà per non farsi ingannare. I tedeschi non ci sono più. La guerra è finita, non dobbiamo più oscurare le nostre piccole luci, né temere di essere presi a caso per qualche vendetta, siamo liberi. Prima che scoppiasse la gioia c’era quell’atmosfera di attesa, di dubbio, di coraggio nell’esporsi, di cuore in ansia che scoppia.  

Erano così Pietro e Giovanni, il vecchio e il giovane. Avevano intercettato “radio scarpa” diremmo noi, le voci dei vicoli di Gerusalemme: hai sentito? non hanno più trovato il cadavere di Gesù. È un tam-tam tra le stradine strette, tra i giri di scale, tra le donne che stanno a fare un grande bucato come dopo ogni festa; la voce scende la collina, passa nel suk. In questo giorno in cui comincia la vita, in cui tutti sono pieni di sonno, ma anche di decisione di ricominciare pur con qualche fatica di più, devono fare i conti con una notizia nuova. La gente ne avrà da parlare per settimane. Qualcuno scuote la testa, le solite pazzie, le solite donne… e si avvia al suo lavoro quotidiano. 

Non così invece Pietro e Giovanni che col cuore in gola vogliono vedere con i loro occhi. Nella corsa gli si rivolta la coscienza, vengono in mente le parole finora incomprensibili di Gesù. Risorgerò, dopo tre giorni risorgerò. Lo capisci Pietro? Oppure non riesci a immaginare nient’latro che questa vita? Giovanni sei convinto che il dolore non sarà l’ultima parola, ma l’inizio della gioia di una vita piena? Tu che sei giovane non cogli in questa risurrezione la risposta più piena alla tua voglia di vivere? 

 Ne aveva speso di tempo Gesù per convincerli. Li aveva preparati a questo salto di qualità, ma non è facile, come non lo è per nessuno di noi credere nell’impossibile. Ma per Dio tutto è possibile. A Gerusalemme avevano parlato i fatti. La speranza ha vinto. Non è un fantasma, una sorta di presenza da x-file. Non è la forza del ricordo. Non è un morto ritornato in vita. Lazzaro ci ha sorpreso, ma ha spostato solo la data della sua morte. 

Gesù c’è ed è in vita, una vita nuova piena, inedita: quella di prima tutta in carne pelle ossa, corpo e sentimenti, sguardi e affetti, ma radicalmente nuova, inserita in una esplosiva novità. È un modello nuovo di vivente, l’apice cui doveva giungere la vita, da quando Dio l’aveva creata. Ed è vita definitiva per tutti noi. 

Non c’era brano di vangelo migliore per celebrare la festa di san Giovanni Evangelista, non c’era altra sua firma forte, intensa, definitiva come queste due ultime parole: vide e credette, che dice e scrive di sé stesso.  

27 Dicembre
+Domenico