Tra le braccia del Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 22-30)

Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Audio della riflessione.

Non avete mai avuto la sensazione di essere continuamente scippati nella vita? Non sto parlando dei borseggiatori che acuiscono sempre più l’impegno per coglierci nella nostra ingenuità e sfilarci il portafoglio o l’autoradio o il telefonino o la carta di credito, ma dello scippo della vita. 

Fai di tutto per far del bene a qualcuno e quello ne approfitta; ti sembra di aver capito dopo non poche resistenze che devi metterti a disposizione nel bene comune ed è il bello che qualcuno ti aggira. Fai l’onesto nel pagare tutte le tasse e te ne trovano una che ti sei dimenticato e che ti mette a terra. Ti sforzi per costruire un futuro ai tuoi figli, dai fiducia, ti spendi per loro e ti trovi defraudato anche dell’onore. 

Ma siamo figli di qualcuno? Possiamo sperare di non essere continuamente ingannati? C’è qualcuno che ci ama gratis? Da cui non devo difendermi, che mi vuole bene oltre ogni mio merito e precisione? Queste sono tipiche domande religiose: il desiderio di non essere scippati nella vita, l’aspirazione a sentirsi invadere da gratuità è domanda di Dio, è invocazione di un oltre. 

Purtroppo, spesso ci facciamo scippare anche in quelle, ci fermiamo a risposte banali, l’oroscopo per esempio. Di fronte a una previsione di continue banalità e di monotonia o di cose che non si riescono a meritare vogliamo sentirci qualcosa che ci viene incontro gratuitamente, che va oltre le nostre previsioni un regalo immediato come lo è la vita. È molta gente si sbizzarrisce a costruirci illusioni. Sei dei gemelli? Domani tieni aperti bene gli occhi perché non potrai più chiuderli dalle bellezze che incontrerai! Sei del cancro? Domani hai finito di soffrire. Nessuno ci crede, ma ci fa piacere. Gesù invece dice: io ti do una vita piena! 

Mio padre è più grande di tutti non ti scippa mai di niente e nessuno ti può strappare dalle sue mani. Dietro l’oroscopo c’è un inganno benevolo che consapevolmente accettiamo per darci una spinta, dietro le parole di Gesù c’è la sua vita, c’è una storia di persone che ti possono testimoniare vita piena, una fila di peccatori, come me, come molti che possono dimostrare di non essere mai caduti fuori dalle sue braccia anche a volerlo. 

Per Gesù, che credevano tutti fosse stato maledetto anche da Dio su quella croce, invece l’alba della Risurrezione ha posto fine a quel salto nel vuoto della morte, proprio tra le braccia del Padre. Queste braccia mi interessano.

23 Aprile
+Domenico

Si può sempre essere o pastori o ladri

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

In quel tempo, disse Gesù: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita a l’abbiano in abbondanza».

Audio della riflessione.

Mi capita spesso in campagna, soprattutto a fine inverno inizio primavera, di vedere un gruppo foltissimo di pecore, un gregge, che ti blocca la strada, mentre alcuni cani e un pastore li fanno passare da un campo all’altro. Il pastore sa il fatto suo, il suo cane continua a serrare le fila, a orientare verso il campo, e poi così farà verso i recinti, a tenerle unite. Basta un richiamo del pastore, un battere del bastone che le pecore si dispongono e si orientano. Da sole si disperderebbero, il pastore le sa tenere assieme e orientare. Gesù si presenta come pastore, come colui che si dedica al suo gregge, non in forma impersonale, ma accostandole ad una ad una. Di ciascuna conosce il belato e ciascuna conosce la sua voce. Difatti racconterà più tardi di quella pecora sbadata o cocciuta che lascia il gregge e che lui con pazienza, anche se stanco dopo il lavoro della giornata va a cercare e a ricondurre a casa. 

Un occhio diverso per le pecore ha invece il ladro: quello le vuol solo ammazzare, se ne vuole solo impadronire, ne vuol fare carne da macello, guadagno sicuro. C’è tanta gente che si interessa degli uomini solo per approfittarne; non sempre si tratta di violenze eclatanti; si può far morire anche con i guanti bianchi, anche con il sorriso dell’inganno sulla bocca. Molti, dice Gesù, sono lupi rapaci, vogliono solo soddisfare i propri interessi, i propri istinti di potere nei confronti degli altri. Promettono vita invece offrono solo morte. 

La nostra storia è piena di profittatori, di uomini che hanno promesso felicità e hanno portato solo distruzione, dittatori che hanno ingannato con promesse e hanno portato fame e guerre, schiavitù e desolazione. Ma ne è piena anche la nostra storia personale, di singole persone attirate nella rete del male, della delinquenza da promesse allettanti. 

Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano nella pienezza. Basterebbe credere in questo per dare un orientamento definitivo alla nostra esistenza, Credere che la vita sta da questa parte, dalla parte di Gesù, la vera vita è Lui. Spesso ci lasciamo ingannare dalle sirene, a volte vogliamo fare solo di testa nostra, ma in verità stiamo seguendo ladri anziché il pastore e non ce ne accorgiamo. La nostra speranza è sempre e solo Lui, il buon pastore.

22 Aprile
+Domenico

Il pastore e la porta

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 11-18)

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Audio della riflessione.

Nel descrivere il rapporto tra pastore e gregge, Gesù introduce una assoluta novità. Non tutti i pastori danno la vita per le pecore e nemmeno sono obbligati a farlo; on lo fanno nemmeno i guardiani del gregge. Al primo posto c’è la vita del pastore, che sicuramente si dà da fare per tenere bene il suo gregge che per lui e la sua famiglia è fonte di sostentamento. 

Nemmeno è giusto che si introducano pecore che non sono sue. Ma qui il pastore si identifica anche con la porta; si afferma cioè che Cristo, il Signore non è solo chi dà la vita, ma anche la via e il mezzo per entrare nella vita. 

Questa è una novità importante perché il gregge tanto per l’antico testamento, quanto per i Vangeli sinottici è la casa di Israele, l’antico popolo di Dio. Ma qui Giovanni dice che appartengono al gregge tutte le pecore che ascoltano la voce del pastore, che nello stesso tempo è pure unito al Padre e così lo sono pure tutte le pecore che lo ascoltano. 

Il che in altre parole vuol dire che a questa unione e comunione con Gesù e Dio Padre devono partecipare non solo coloro che sono nati in Israele, cioè i membri del popolo ebreo, ma anche i pagani, tutto il nuovo popolo dei credenti in Gesù che possono venire da tutto il mondo. Gesù parla del nuovo popolo di Israele che non dovrà avere confini, ma tutte le provenienze possibili. E Gesù poi conclude assicurando che questo dono volontario della sua vita al gregge è proprio la causa per cui il Padre lo ama. In pratica le pecore appartengono al Padre e non deve fare meraviglia che colui che espone la sua vita per il gregge sia amato dal vero padrone del gregge. 

La morte e la risurrezione di Gesù furono sempre viste dai credenti come una accettazione incondizionata della volontà del Padre da parte di Gesù, cioè del progetto trinitario di Dio nei confronti dell’umanità, tramite l’offerta della vita, della morte e della risurrezione vissuta da Gesù nel farsi uomo. Lui che in Dio è l’autore della vita e ha il potere di darla e riprenderla: la morte e la risurrezione, appunto.

21 Aprile
+Domenico

Una lapidazione è pronta per tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,31-42

In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. 
Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

Audio della riflessione.

Purtroppo, qualche volta sentiamo cronache di mondi antichi che parlano di lapidazione; ancora ci sono persone che vengono uccise da questo selvaggio scatenarsi di cattiveria. Ciascuno si arma della sua pietra, la sceglie più acuminata e pesante possibile, prende la mira e si convince che giustizia sarà fatta se il suo colpo sarà determinante. Giustizia sommaria o esecuzione calcolata, ma sicuramente scatenamento di violenza e assassinio nel nome forse di Dio.  

Al tempo di Gesù era una pratica consolidata e frequente. Stavano lapidando l’adultera e Gesù li ha fermati, ora vogliono lapidare anche Lui, anche Lui deve essere fatto tacere per sempre perché la sua parola è insopportabile e altamente corrosiva delle convinzioni religiose del popolo. Lui si fa Dio, bestemmia, deve essere lapidato. Non c’è da ragionare, non c’è da capire, c’è solo da sopprimere. 

Vi ho fatto vedere molte opere buone per quale di esse mi volete lapidare? Le opere riconoscono anche loro che sono ben fatte, vedono che Gesù sta ridando speranza a chi l’ha persa, dona vita, apre il cuore alla bontà, svela i pensieri malvagi del male, libera dalla schiavitù del demonio, sta dando vita a un nuovo modo di aspettare il messia, il Signore. 

Ma chi detiene il potere si sente destabilizzato, gli viene sottratto dalle mani il controllo delle coscienze, che non è mai stato un compito di nessuna religione, tanto meno di quella ebraica. Il Regno che porta Gesù non è un regno sulle coscienze, ma un regno delle coscienze. Credere in Lui è aprire la coscienza al massimo di libertà, al massimo di promozione della vita delle persone, a un modello di società che fa crescere l’uomo e non lo soffoca o domina. 

Chi porta libertà e chi tenta di scoprire il vero volto di Dio, va lapidato. Ci costringe a cambiare dentro e noi non vogliamo, ci mette in discussione, ma si dice che il popolo ha bisogno di principi indiscutibili. Oggi come ieri qualcuno prenderebbe in mano volentieri delle pietre per fermare la bontà, per non sentirsi mai costretto a rivedere la sua vita. 

Gesù va accolto per quello che è e le sue opere sono sempre il segno che Dio non ci abbandona mai. 

22 Marzo
+Domenico

La famiglia di Dio che conduce Gesù è il suo gregge  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,22-30)

Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Audio della riflessione

Anche se non ci capita se non raramente di incontrare lungo le nostre valli dei greggi di pecore che seguono un pastore, l’immagine evangelica di Gesù come pastore ci è familiare e la sappiamo togliere dall’immaginario piuttosto dolciastro e scontato per capirne il significato profondo che a Gesù è costato anche la sua morte, perché l’immagine di pastore e gregge di Gesù si contrappone alla visione farisaica della religione del Tempio, fatta di precetti e ingiunzioni, di durezza e assenza di misericordia.  

Significativo per la nostra vita di fede quella sorta di linguaggio comune tra pastore e pecore, le stesse abitudini, gli stessi percorsi, gli stessi orari, le stesse consuetudini, e sopra tutte le vicende la voce che chiama, richiama, orienta, dirige, rimprovera, avverte, sferza, sospinge. Una immagine dolce di una vita dura; un quadretto forse troppo bucolico, ma denso di significato. Gesù nel vangelo spesso usa questa immagine per indicare l’amore che ha per gli uomini e la sua cura per aiutarci a trovare la strada della vita.  

Lui si spende per noi; vive la nostra stessa vita, ritma i suoi tempi sui nostri, ha cura di ciascuno e ci spinge a stare assieme, conosce i nostri passi e i nostri pericoli, prevede le nostre deviazioni e ci avverte; ci chiama, ci orienta. Il dono che ci pone davanti, la meta cui ci orienta è la pienezza della vita. La nostra vita se non raggiunge la sua pienezza, tutta la sua capacità di espressione, tutta le possibilità di esprimersi non è degna di essere vissuta. È come se fossimo in una gara faticosa, esaltante e ci accontentassimo di giocare, senza l’ambizione non solo di giocare bene, ma anche di vincere.  

Chi sta con lui non ci sta solo per comodità, per essere garantito, per sicurezza gratuita, ma per la pienezza di quello che Gesù propone. È ancora vero che la vita cristiana o è bella, da santi o non val la pena di viverla. 

Entro questo stile, questa prospettiva, questo desiderio e questa certezza che Gesù ci dà vita piena, abbiamo da Dio una promessa: nessuno rapirà dalla mia mano le pecore che ascoltano la mia voce e che io conosco. Spesso crediamo di essere sopraffatti dal male, dallo stesso male che nasce dentro di noi; abbiamo tante volte la sensazione che ci possa essere qualche giorno in cui per pazzia abbandoniamo la via della vita che Dio ci ha insegnato.  

Troppe volte sentiamo di amici che hanno deciso di mollare. Erano sempre stati dedicati alla famiglia e la abbandonano per una stupida avventura, avevano sempre avuto corretta generosità e ora sono sfruttatori, coltivavano la vita interiore e ora sono solo dediti ai soldi. Ma Gesù è sempre il nostro pastore e non ci abbandona se ascoltiamo la sua voce.

02 Maggio
+Domenico

Il gregge di cui facciamo parte è la famiglia di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Audio della riflessione

Nella nostra intimità di persone ci sperimentiamo come esseri che hanno bisogno di amare e di essere amati nello stesso tempo. È la definizione della nostra condizione umana, la nostra condizione di fondo in cui si inseriscono e si qualificano tutte le esperienze di amore. Abbiamo un padre e una madre, abbiamo anche fratelli, siamo vissuti tutti in una famiglia o la auguriamo a tutti. I sentimenti che ci hanno definito e costituito come uomini e donne sono soprattutto riconducibile all’amore. E Gesù si presenta a noi entro questa condizione umana.  

Nel vangelo lo fa anche con energia stigmatizzando il comportamento dei farisei il cui Dio non aveva a che fare con questo volto segreto dell’uomo, dell’umanità, che rimaneva come un volto di orfano. Il loro cielo era quello della giustizia, i loro contatti erano quelli della legge, della sanzione. Era una giustizia costruita sulla propria misura, per legittimare la propria onestà, che loro credevano di vivere, e per colpire con un medesimo segno di condanna, i peccatori, i pagani, e soprattutto i più bisognosi di misericordia.  

Con Dio si comportavano con precetti e imposizioni ben calcolate e dominavano gli uomini e le donne con il criterio di questo loro Dio che si erano costruito per soggiogarli alle proprie leggi con la paura; incapaci di concepire Dio come amore e quindi incapaci di accogliere e offrire alla gente amore. Si erano costruiti un Dio a loro immagine e ne restavano prigionieri.  

Questo modo di pensare doveva per forza arrivare a uccidere Gesù; il suo processo e la sua condanna alla croce non è stata un incidente giudiziario, ma lo scontro tra una istituzione, quella dei farisei, la cui logica era l’uccisione dell’uomo e la presenza di Gesù che riconduceva al vero Dio dei profeti, con amore verso i poveri, liberarli dalla paura di un Dio vendicativo, che invece è soprattutto Padre.  

L’immagine del buon pastore, che per noi è difficile immaginare nel suo vero significato, perché le greggi di pecore più non le vediamo, non deve trarci in inganno quasi che la vita del pastore e del suo gregge sia un quadretto idilliaco, poetico, facile. Gesù è stato proprio sacrificato come un agnello del gregge. Lui è l’unica porta che ci permette di far parte del popolo di Dio Padre, il vero gregge dell’amore e della misericordia. “Io metto la mia vita per le pecore e la consegno di mia volontà.” Io sono venuto perché voi oggi e sempre, voi uomini e donne di ogni tempo e di questo vostro tempo, difficile, complesso, che sembra allontanarsi sempre di più da Dio, mio Padre abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza. 

E noi questo pastore, questo Gesù, questo Padre e il suo Spirito volgiamo seguire.

30 Aprile
+Domenico

Vuoi liquidare la coscienza? Fatti una mentalità da lapidazione

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 10,31-42)

In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. 
Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

Audio della riflessione

Purtroppo, qualche volta sentiamo cronache di mondi antichi che parlano di lapidazione; ancora ci sono persone che vengono uccise da questo selvaggio scatenarsi di cattiveria. Ciascuno si arma della sua pietra, la sceglie più acuminata e pesante possibile, prende la mira e si convince che giustizia sarà fatta se il suo colpo sarà determinante. Giustizia sommaria o esecuzione calcolata, ma sicuramente scatenamento di violenza e assassinio nel nome forse di Dio.  
Al tempo di Gesù era una pratica consolidata e frequente. Stavano lapidando l’adultera e Gesù li ha fermati, ora vogliono lapidare anche Lui, anche Lui deve essere fatto tacere per sempre perché la sua parola è insopportabile e altamente corrosiva delle convinzioni religiose del popolo. Lui si fa Dio, bestemmia, deve essere lapidato. Non c’è da ragionare, non c’è da capire, c’è solo da sopprimere. 
Vi ho fatto vedere molte opere buone per quale di esse mi volete lapidare? Riconoscono anche loro che le opere sono ben fatte, vedono che Gesù sta ridando speranza a chi l’ha persa, dona vita, apre il cuore alla bontà, svela i pensieri malvagi del male, libera dalla schiavitù del demonio, sta dando vita a un nuovo modo di aspettare il messia, il Signore. 
Ma chi detiene il potere si sente destabilizzato, gli viene sottratto dalle mani il controllo delle coscienze, che non è mai stato un compito di nessuna religione, tanto meno di quella ebraica. Il Regno che porta Gesù non è un regno sulle coscienze, ma un regno delle coscienze. Credere in Lui è aprire la coscienza al massimo di libertà, al massimo di promozione della vita delle persone, a un modello di società che fa crescere l’uomo e non lo soffoca o domina. 
Chi porta libertà e chi tenta di scoprire il vero volto di Dio, va lapidato. Ci costringe a cambiare dentro e noi non vogliamo, ci mette in discussione, ma si dice che il popolo ha bisogno di principi indiscutibili. Oggi come ieri qualcuno prenderebbe in mano volentieri delle pietre per fermare la bontà, per non sentirsi mai costretto a rivedere la sua vita. 
Gesù va accolto per quello che è e le sue opere sono sempre il segno che Dio non ci lascia mai soli.

31 Marzo
+Domenico

L’umanità deve essere sempre la culla della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: “In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”.
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Audio della riflessione

La vita è quella parola magica che ci riempie sempre di mistero. È la somma di tutti i beni che desideriamo e nello stesso tempo è vita tutto ciò che li rende possibili. È un insieme di promesse affascinanti e di incognite oscure. È tutto quel che possiamo avere e nello stesso tempo amare, tutto da riempire e godere. Il mondo, l’universo è il regno della vita. È il bene massimo per me, ma nello stesso tempo è il bene massimo per tutti. Ebbene, dice il Vangelo, la vita è popolata di ladri che non vengono se non per rubare uccidere, distruggere.

      C’è tanta  gente che vuole solo succhiarti e rubarti la vita. È il potente che ti avvelena anche l’aria che respiri, è l’ingannatore che a poco a poco, te la sottrae fino a farti schiavo, è chi te la usa per i suoi vantaggi e crede di pagartela con qualche spicciolo; è chi la uccide per mestiere perché fabbrica solo armi: ha già deciso che qualcuno dovrà togliere la vita a qualcun altro; ma ci siamo anche noi che la buttiamo per leggerezza, la soffochiamo in noi e negli altri per egoismo, per vizio; la facciamo nascere senza saperlo e la rinneghiamo e cancelliamo come se fosse un pezzo delle cose che abbiamo.

Però c’è anche chi la dona, chi la cura, chi la fa crescere. L’umanità è la culla della vita. Accanto a tanti che la rubano, uccidono e distruggono ci sono molti papà e mamme che la coltivano con assoluta dedizione, che non calcolano sacrifici per farla crescere. Dove trovano questa forza, questa convinzione, questa decisione che non ha bisogno di tante prove razionali? Tutti, anche senza esserne coscienti, l’hanno presa da Gesù.

Dice Gesù: Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. È la pienezza della vita scritta dentro i nostri giorni, nelle nostre coscienze, nel nostro DNA. Hanno tentato in tutti i modi di ucciderla, rubarla, distruggerla ma Lui, la vita, non l’hanno potuta scalfire. Ci avevano messo sopra una pietra credendo di averla cancellata, ma la pietra è saltata. La vita è Lui; l’universo è imparentato con Lui; dove c’è vita, c’è invocazione e segno della sua presenza.

E Lui ha il segreto della pienezza per ogni vita, anche per la mia.

Per capire questo segreto occorre un miracolo, occorre una forza di Dio: lo Spirito Santo, colui che aspettiamo, che già abita in noi e che celebreremo a Pentecoste.

9 Maggio 2022
+Domenico

Molti credettero in Lui

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,40-42) dal Vangelo del giorno (Gv 10, 31-42)

Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da Lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in Lui.

La nostra società farebbe volentieri a meno della religione. Noi stessi, tante volte, con tutti i nostri impegni, facciamo fatica a vedere nella religione un’esperienza esaltante, perché ci complica la vita, perché dobbiamo portare i figli all’allenamento, alla palestra e per giunta al catechismo. Possiamo eliminarla, così si risparmia pure.

Poi, però, si vede che la vita ha domande forti, non è fatta solo di impegni e di corse a destra e a manca, è fatta di interiorità, di gioia di vivere, di serenità, di motivazioni, di amore, di ideali che sono quelli che sostengono tutti i nostri affanni, il nostro spenderci. Spesso ci sentiamo svuotati dall’interno e la molla degli interessi materiali non è sufficiente a farci alzare al mattino per un’altra giornata di lavoro, a impegnarci a combattere la malattia che ci fa soffrire, ad affrontare le contrarietà dell’esistenza, a darci voglia di vivere.

 Gesù è immerso in grandi contrapposizioni con l’intellighenzia del tempo, con i farisei che sono esigenti verso le sue affermazioni su Dio. Prima dello scontro finale che lo porterà davanti al sinedrio per essere giudicato e punito, riparte per il deserto. Va alle sorgenti della sua vocazione di profeta. Là, presso il Giordano, aveva imparato a fare chiarezza nella sua vocazione, si era sentito chiamato dal Padre e presentato a tutti come il Figlio amatissimo di Dio, là aveva seguito Giovanni che con grande nettezza l’aveva indicato a tutti i seguaci. Là ricostruisce nella sequela della gente che lo segue la forza della fede. Ritorna al di là del Giordano e qui si ferma.

Questo stare di Gesù, alla vigilia degli eventi definitivi, è la decisione di ricollocarsi con decisione nell’incandescenza delle sue scelte, nella radicalità del suo compito, nella ricerca della verità. La gente si accorge che tutto quello che Giovanni aveva detto stava diventando realtà. Lui, Gesù, stava veramente vivendo la parte dell’Agnello di Dio, lui stava distaccando la gente dal peccato, glielo stava togliendo dalle spalle per caricarselo sulle sue. La gente intuisce che Gesù è veramente colui che aspettavano da secoli, e di nuovo il Vangelo ridice: molti credettero in lui. Molti, e noi vorremmo essere tra quelli che hanno rivisto il cielo aperto, abitato da Dio e capace di cambiare le nostre strade di delusione e di adattamento.

Venerdì 8 Aprile 2022
+Domenico

La voce è proprio la sua

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 27-28) dal Vangelo del giorno (Gv 10, 22-30)

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano».

Incontrare anche talvolta sulle stesse nostre strade asfaltate file di pecore … ti fanno perdere la pazienza, perché noi abbiamo calcolato tutto e compiangiamo quel pastore preoccupato che le fa spostare, aiutato da un cane … loro, seguono il pastore.

Ai tempi di Gesù la scena era del tutto normale per le valli e per i campi … si stabiliva una sorta di linguaggio comune tra pastore e pecore: le stesse abitudini, gli stessi percorsi, gli stessi orari, le stesse consuetudini, e … sopra tutte le faccende e tutto quello che capita … la voce che chiama, richiama, orienta, dirige, rimprovera, avverte, sferza, sospinge.

Una immagine dolce, ma di una vita dura; un quadretto forse troppo bucolico, ma denso di significato.

Gesù nel Vangelo spesso usa questa immagine per indicare l’amore che ha per le persone e la sua cura per aiutarci a trovare la strada della vita: Lui si spende per noi, vive la nostra stessa vita, ritma i suoi tempi sui nostri, ha cura di ciascuno e ci spinge a stare assieme, conosce i nostri passi e i nostri pericoli, prevede le nostre deviazioni e ci avverte; ci chiama, ci orienta.

Il dono che ci pone davanti, la meta cui ci orienta è la pienezza della vita: la nostra vita se non raggiunge la sua pienezza, tutta la sua capacità di espressione, tutta le possibilità di esprimersi non è degna di essere vissuta! E’ come se fossimo in una gara faticosa, esaltante e ci accontentassimo di giocare, senza l’ambizione non solo di giocare bene, ma anche di vincere.

Chi sta con Lui non ci sta solo per comodità, per essere garantito, per sicurezza gratuita, ma per la pienezza di quello che Gesù propone: è ancora vero che la vita cristiana o è bella, da santi o non val la pena di viverla.

Dentro questo stile, questa prospettiva, questo desiderio e questa certezza che Gesù ci dà vita piena, abbiamo dallo stesso Gesù una promessa: “nessuno rapirà dalla mia mano le pecore che ascoltano la mia voce e che io conosco”.

Spesso crediamo di essere sopraffatti dal male, dallo stesso male che nasce dentro di noi; abbiamo tante volte la sensazione che ci possa essere qualche giorno in cui per pazzia abbandoniamo la via della vita che Dio ci ha insegnato.

Troppe volte sentiamo di amici che hanno deciso di mollare: erano sempre stati dedicati alla famiglia e la abbandonano per una stupida avventura; avevano sempre avuto corretta generosità e ora sono sfruttatori; coltivavano la vita interiore e ora sono solo dediti ai soldi.

Ma Dio non ci abbandona, se noi ascoltiamo la sua voce.

27 Aprile 2021
+Domenico