Non solo previsioni, ma speranze

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 54-59)

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Dove stiamo andando, che direzione prende la nostra vita, i giovani che futuro potranno godere, che cosa capiterà nei prossimi anni al nostro modo di vivere? Sono domande che ogni tanto mettono ansia a un papà e a una mamma di famiglia che pensa ai suoi figli, o a qualsiasi persona che vuol sentirsi responsabile della sua vita.

Se guardiamo indietro agli anni che ci hanno preceduto e li confrontiamo con l’oggi registriamo cambiamenti impensabili del nostro modo di vivere. Penso alla rivoluzione nelle comunicazioni, nel lavoro, nella vita di famiglia, nella immigrazione. E siamo spesso impreparati ad affrontare i problemi. Gesù nel vangelo ci dice che dobbiamo scrutare con più attenzione i segni dei tempi. Purtroppo, dice,  tutta la vostra intelligenza la mettete nel fare previsioni. Utili anche quelle. Avessimo potuto prevenire gli tsunami o i terremoti! Potessimo prevedere le bombe d’acqua, le inondazioni, gli incendi devastanti e implacabili  

C’è anche da avere una capacità di cogliere la presenza di Dio nella storia e i segnali di conversione che ci manda. Il futuro non sta nelle previsioni, ma nella speranza e occorre soprattutto in questi tempi leggere i segni di speranza che nascono nel mondo per accoglierli, svilupparli, orientare il mondo alla sua naturale direzione che è il Regno di Dio. Anche la pandemia ci costringe a cambiare progetti, previsioni anche accurate. Il Concilio Ecumenico vaticano II ci aveva aiutati a questo esercizio di lettura dei segni dei tempi, dei luoghi, cioè, in cui si manifesta maggiormente la presenza di Dio, la sua storia di salvezza. Sono indicazioni di apertura a nuovi fatti che caratterizzano il cammino della nostra storia e in essi il cristiano deve seminare la Parola di Dio, li deve orientare nella direzione giusta.

Esistono oggi tanti segni di speranza che vanno sviluppati: la valorizzazione della persona concreta, l’apprezzare le differenze, l’originalità, il pluralismo, la tol­leranza, il crescente e diffuso interesse per la creatività, il simbolo, i riti, la dimensione estetica del­la vita; la particolare e generalizzata sensibilità al­la festa e al­la componente ludica del vivere umano; l’attenzione al­la vita quotidiana, intesa come spazio minimo vitale che consente al­le persone di costruire concretamente la propria esistenza; la nuova sensibilità verso la pace, una certa nostalgia del sacro…

Non c’è che da farsi prendere da questa speranza che sale dalla vita.

23 Ottobre 2020
+Domenico

Avere l’ardore del fuoco

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 49-53)

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C’è un modello di vita, oggi imperante, che è quello di accontentarsi dell’acqua tiepida: né calda, né fredda. Ha il sopravvento – insomma – la mediocrità, l’adattamento al ribasso, la comodità del proprio status, il non muovere niente “perché si è sempre fatto così”.

La vita in questo modo viene a mancare di grinta, di nerbo, di appello alla generosità, al dono, alla radicalità … e Gesù conosce queste tentazioni della nostra umanità, ma non vuole così i suoi discepoli!

“Sono venuto a portare un fuoco sulla terra” … è stato il grido del vecchio papa Giovanni Paolo II, mutuato da una donna fragile nel corpo, ma ardente nello spirito, Caterina da Siena,  davanti ai due milioni di giovani nel 2000: “Se metterete fuoco sulla terra…”

Essere cristiani deve avere l’ardore del fuoco!

Nel petto dei due discepoli di Emmaus il giorno di Pasqua, di fronte alle parole appassionate del finto pellegrino, sotto le cui sembianze si era fatto vedere Gesù, ardeva il cuore, era incontenibile la gioia e la passione.

A San Filippo Neri si erano deformate le costole per l’ardore d’amore verso Gesù Cristo che spingeva il suo cuore a dilatarsi.

Un fuoco che brucia il male, che toglie di mezzo le sterpaglie della vita, che purifica come in un crogiolo i nostri pensieri, che dà calore alla vita contro il freddo calcolo dell’egoismo: deve così diventare la vita cristiana!

Certo non è questa l’immagine più normale delle nostre comunità cristiane, delle nostre parrocchie, di tanti fedeli che “mal sopportano” di dover partecipare alla messa domenicale! Non è questa l’immagine anche di noi tutti che prima di compiere un passo decisivo nella conversione moriamo di calcoli, di se e di ma.

La fede ha la forza di un fuoco, il suo calore e la sua luce, trova nel Signore l’alimento, nella contemplazione di Lui la sorgente! Il fuoco può far male, perché costringe a concentrarsi sull’essenziale, perché ci stana dai nostri nascondigli, ci priva di inutili appoggi, ci purifica.

Gesù nella sua vita è stato questo fuoco: nella sua peregrinazione per le strade della Palestina, si accorge che non riesce a smuovere niente, ha di fronte un muro di gomma che respinge ogni desiderio di cambiamento ed esclama “come vorrei che questo fuoco fosse già acceso!”

E’ la testimonianza della sua passione incontenibile per il Regno e per la salvezza di tutti noi uomini e donne: per Gesù tutto deve essere orientato alla volontà del Padre, che è la nostra vita piena, per ottenerci la quale non ci abbandona mai.

Ora comprendiamo perché Gesù ci ha detto di non temere o preoccuparci: Egli stesso il Figlio è venuto a visitarci da parte del Padre in ogni nostra angoscia, perché noi potessimo esserne sempre liberi.

22 Ottobre 2020
+Domenico

L’uomo non è un possidente, ma un economo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12,39-48)

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Chi fa dipendere la vita da ciò che ha, vive la morte come un ladro che ruba tutto. Chi attende il Signore, sa che la venuta di questo ladro in realtà è l’incontro desiderato, è aprire a colui che bussa  per entrare in comunione con lui.

Gesù non teme di paragonarsi a un ladro che giunge all’improvviso e che ci sorprende a svendere la nostra vita: è talmente coinvolgente il rapporto con lui, è così prezioso il tesoro di bontà che rappresenta per noi, che per il regno di Dio occorre sempre massima allerta: o meglio, il regno di Dio è una dimensione che sta in ogni istante della vita, è un bene che sta nella tua coscienza, è come l’aria che respiri, è una vita attaccata alla tua pelle.

Ti puoi godere il riposo, sei più disteso: non farti rubare il meglio di te, ma dagli fondamenta ancora più sincere, trovagli una roccia su cui poggiare! Allora capiterà qualcosa di straordinario mai avvenuto: “se ti trovo sempre sveglio sarò Io che mi metterò a servirti, Io, il tuo Signore e Dio, ti domanderò che cosa ti serve e farò di tutto per colmare i tuoi sogni, i tuoi desideri, la tua sete di felicità.”

Non si è, ma si diventa “preparati”, tutta la vita è preparazione all’incontro.

Certo, il momento della fine ci resta ignoto, però sappiamo però che segna l’incontro tra il Figlio dell’uomo che viene e sappiamo che tutta la vita è un cammino verso Lui.

La nostra attesa di Dio non è di un padrone che punisce, che sta dietro la curva per darti la multa, ma di un Dio che ti viene a servire: sta in mezzo a noi come uno che serve.

L’uomo poi non è un possidente, è un economo, che amministra beni non propri: Tutto ciò che è ed ha non è suo, è dono di Dio e deve restare tale per essere quello che è.

Tutti abbiamo ricevuto un grande dono, dovremmo fare qualche volta l’elenco di questi doni: la vita, la gioia, l’intelligenza, la sessualità, l’amore … ci sarà quindi chiesto molto, esattamente quanto fu donato, però tutto accresciuto dal frutto di un buon investimento, perchè il dono è fecondo come l’amore.

21 Ottobre 2020
+Domenico

Attesa operosa e piena di speranza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 35-38)

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E’ esperienza tipica della nostra umanità: uomini, donne, ragazzi giovani, adulti e anziani, quella di vivere in attesa. Ci aspettiamo sempre tutti qualcosa o qualcuno.

Il nostro essere desidera, aspetta, si protende verso; non è possibile non aspettarsi niente dalla vita.

L’esperienza credente è una esperienza di attesa: è attesa l’esperienza dell’amore, la tensione verso la propria realizzazione, l’attesa di una nascita, di un traguardo di vita, dello stesso futuro.

Ebbene l’attesa ha la possibilità di definire anche la persona che attende: l’uomo, la donna è ciò che attende. Chi attende la morte, diventa suo figlio e produce morte; chi attende il Signore Gesù, ha la sua stessa vita di Figlio di Dio. L’esperienza cristiana è attesa di colui che deve tornare: lo sposo – dice il Vangelo.

Il tempo dell’attesa però non è vuoto: è il tempo della salvezza, in cui noi chiesa dobbiamo testimoniare il nostro Signore davanti a tutto il mondo. Quella salvezza che ci attendiamo da Lui è affidata alla responsabilità dei credenti.

La storia allora è per tutti noi luogo della decisione e della conversione, della vigilanza e della certezza della sua venuta. Le famose dieci vergini che erano in attesa dello sposo si sono subito divise in due gruppi: chi sapeva attendere e ne era sicura e si era preparata con saggezza e chi, invece, “tirava a campare” e si è lasciata chiudere fuori perché all’appello non c’era, stava cercando scuse per la sua svogliatezza, la sua assenza di tensione verso lo sposo.

Ci è chiesta vigilanza che non è mai uno scrutare nel buio, ma tenere accesa davanti al mondo la luce del Signore, quel che Lui dice e fa, la sua tenerezza, il suo amore senza confini. Quando camminiamo come lui ha camminato, prestiamo i piedi al suo ritorno, di cui nessuno conosce né tempi, né modi, ma gli deve restare in cuore la certezza della sua venuta. Se vogliamo essere suoi discepoli sappiamo che Il Signore è la nostra vita, per noi si fa riposo, cibo e bevanda, gioia e forza. Il Signore si cinge per servirci, noi suoi servi, si mette in mezzo a noi come colui che serve. Non è forse questo il senso dell’Eucaristia, lo spazio dell’attesa e della condivisione della cena della vita, del suo corpo e del suo sangue, il servizio inimmaginabile per ogni uomo e donna che gli si affida?

20 Ottobre 2020
+Domenico

Chi ha in mano la nostra vita?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12,13-21)

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Chi può dire di stare tranquillo perché lui è prudente, scaltro, ha fatto le cose bene e dopo un po’ di fatica può finalmente vivere soddisfatto senza problemi? Il ricco? Forse, ma oggi ci sono troppe tasse, troppi ladri … pure coi guanti bianchi.

Il povero? Non ha preoccupazioni, non ha paura dei ladri, ma c’è sempre qualcuno che lo vende per un paio di sandali.

Forse l’asceta che si è staccato da tutte le preoccupazioni materiali? Ha anche lui le sue crisi, e puntualmente si sente inutile.

Il “verde”? Lui ha creato attorno a sé un’isola di benessere, di natura, di aria pura … ma l’aria e l’acqua qualcuno gliel’avvelena sempre.

Forse il “regolare?” Io ho sempre fatto il mio dovere, non ho mai mentito a nessuno, ho sempre fatto l’onesto … ma hai attorno gente che non bada a niente, ti ammazza per quei quattro soldi che ti trovi in tasca.

Ma allora chi ha in mano la mia vita? Avere in mano la vita non significa poter conquistare benessere: le cose, i soldi, gli affetti, le ideologie, gli amici, la casa non sono una assicurazione.

Se fai dipendere la tua vita da ciò che hai, distruggi ciò che sei: Ciò che credevi essere sicurezza di vita, dissemina ovunque uova di morte. Ciò che hai e che possiedi, ti dà morte se lo consideri come fine invece che come mezzo.

E’ solo Dio che ha in mano la vita!

Stolto, stanotte, dopo il consiglio di amministrazione in cui hai spostato capitali, hai investito in nuovi mondi, hai contrattato compere fortunate, hai comperato appoggi politici … questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita.

Devi lasciare tutto, resti nudo con te stesso, con la tua anima, senza portafoglio, senza libretto degli assegni: ogni bancomat è scaduto, le carte di credito annullate, cento sono già pronti ad occupare il tuo posto, a recitare la commedia dell’immenso dolore, ad affrettare un nuovo assetto, a criticare quel che sei stato.

La tua vita riprende il senso definitivo che ha cercato di costruire, se l’ha costruito bene … altrimenti resta vuota! Resta la tua coscienza ricca di quei momenti di forza che si è data in quel dialogo personalissimo con Dio, lontano da ogni telecamera che giorno per giorno ti sei mantenuto.

Quel Dio della cui presenza ogni giorno vivevi e a cui facevi posto nella tua vita, che sapevi incontrare nel volto dei poveri che, petulanti, ti chiedevano e tu con pazienza ascoltavi e aiutavi: ecco questo Dio te lo ritrovi in pienezza.

19 Ottobre 2020
+Domenico

Il timor di Dio, il suo amore per noi eccessivo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 8-12)

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Si parla spesso nei nostri linguaggi ecclesiastici di timor di Dio: è uno dei sette doni dello Spirito Santo; i ragazzi che fanno la Cresima lo sanno bene, e non pensano come la maggioranza di noi che di Dio si deve avere paura.

Timore di Dio non è paura di Dio: temere Dio significa tener conto guardando bene dentro la nostra vita che Dio è Dio – e solo Lui! – e non volerlo perdere perché è Lui la vita. L’uomo non può non desiderare Dio perché è creatura, e quindi noi persone, creature, siamo essenzialmente bisogno, non solo abbiamo bisogno, quasi che ci sia qualcosa che ci può soddisfare, ma siamo costituzionalmente bisogno di Dio che ci ha fatti, ci ha forgiati, ci ha costruiti a sua immagine, ci ha dato il suo “imprinting”, siamo fatti a sua immagine!

Siccome ciò che noi uomini temiamo diventa il nostro dio e signore della nostra vita, se non vogliamo fare della morte, che temiamo proprio, il nostro dio e il nostro signore, dobbiamo temere solo Dio come Signore unico della nostra esistenza: il timore di Dio rende ognuno di noi uomini liberi, capaci di discernimento, di scelte vere e giuste.

Il timore deriva dalla coscienza della nostra piccolezza e del nostro poco valore. Il Vangelo parla di cinque passeri che valgono due spiccioli. Ma Dio è amore, e l’amore si prende cura di ogni piccolezza: in proporzione proprio del fatto che siamo insignificanti di fronte a Lui, possiamo avere grande fiducia in Lui.

Gesù ci dice di non dimenticare mai in concreto che Dio ci ama: la sua tenerezza si espande su tutte le creature. I capelli che possono essere tagliati e ricrescono sono poco importanti; Dio invece, colui che di tutto si prende cura, tutto conosce, perfino i nostri capelli e li conta come le stelle del cielo.

Il nostro valore è in realtà infinito come il suo amore per noi: Valiamo più della vita del suo figlio, valiamo il sangue di Cristo. Il timore di Dio allora si fonda su questo amore eccessivo che Dio ha per noi ed è una vibrazione del nostro cuore di fronte al suo cuore. E’ principio di sapienza perchè ci fa conoscere la nostra verità, ce la mette davanti evidente, e ci libera da ogni paura.

Il timor di Dio allora non è assolutamente paura di Lui, ma è accovacciarsi – direi – nel suo grande amore, sentirsi sicuri dentro la sua paternità, sapere di essere venuti da questa sorgente e far parte di questa sorgente.

17 Ottobre 2020
+Domenico

Gesù guarisce dall’ipocrisia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 1-7)

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Si fa tanto parlare oggi di privacy, di intercettazioni telefoniche: ti capita di vederti scritto sui giornali quello che hai detto in confidenza agli amici, le parolacce e le volgarità a cui ti lasci andare quando sei arrabbiato o quando non hai più nessun ritegno nei confronti di qualche odio che covi nel cuore.

Il cellulare svela spesso i sentimenti del cuore, le tue trame, i tuoi tradimenti, la tua vera faccia: dietro persone che passano per essere perbene “a plomb”, sempre sorridenti, emergono caratteri irascibili, egoismi inconfessati, anime malate; non c’è più spazio per l’ipocrisia, o meglio, viene fotografata e messa in piazza l’ipocrisia delle persone, la doppiezza della vita, viene tolta la maschera al benpensante che resta nudo di fronte a tutti con i suoi sentimenti veri.

La legge sicuramente interviene per salvare la privacy, ma la correttezza morale delle persone non cambierà perché c’è una legge che giustamente impedisce di mettere in piazza le cose personali: le volgarità che dice, l’animo cattivo che nutre, le trame distruttrici velate da sorrisi e compiacenze, i tradimenti dell’onore camuffati da regali, le dichiarazioni di principio inflessibili e i comportamenti delinquenziali nascono dal cuore e se questo non cambia abbiamo solo riportato l’ipocrita alla sua solitudine e alla sua gabbia di menzogna.

E’ la coscienza sempre il grande centro cui occorre portare ogni cosa: non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto, dice il Vangelo: ogni uomo è chiamato a fare i conti con la verità e la verità abita nella coscienza.

Puoi ingannare tutti, non il profondo di te stesso in cui abita Dio: qui incontri la verità di te e qui vieni visto da Dio e illuminato dalla sua Parola.

Oggi occorre ritornare ad essere autentici, a far corrispondere alle parole la vita, al volto l’anima: questo dà serenità interiore e apre gli uomini alla speranza di un rapporto di pace e di collaborazione.

Non passi la vita a studiare inganni, non perdi il tuo tempo a coprire, non ti dai da fare a non far conoscere, non dedichi la vita a costruirti maschere, ma vuoi continuamente allargarla alla comunione nella verità, e la verità spesso costa: costa la perdita di tanti privilegi, costa la perdita dei tuoi sogni perchè li hai fatti male questi sogni, li hai basati sulla menzogna.

16 Ottobre 2020
+Domenico