La vita va rinnovata, non continuamente riempita di pezze

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 18-22)

In quel tempo, i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da Gesù e gli dissero: “Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?”. Gesù disse loro: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno.
Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!”.

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Le strade ad ogni cambio di stagione, soprattutto da quella delle piogge a quella della siccitá, devono venir rattoppate: piove, si apre una buca, la si copre, se ne apre un’altra, ripiove…. le elezioni sono ancora purtroppo molto distanti… si passa allora a riempire le buche, a mettere pezze all’asfalto … sono fatte ad arte, sono anche decorative, ma sempre pezze sono.

In casa piove ogni volta che fa cattivo tempo e si sale sui tetti a spostare tegole, a mettere pezze: la prossima volta pioverà da qualche altra parte e si tornerà a metterne un’altra. Ieri ogni casalinga andava a scuola da qualche sarta per imparare a mettere le pezze nei pantaloni: era un’arte molto apprezzata.

Nelle nostre vite spesso sregolate ogni tanto abbiamo il coraggio di mettere qualche pezza per non far vedere i buchi che hanno: è l’arte dell’adattamento, del non decidersi mai a cambiare, a progettare, a prendersi con coraggio in mano una situazione e impostare tutto secondo un piano, a cambiare radicalmente.

Gesù ha in mente questo continuo mettere pezze alla vita e dice “non si mettono pezze nuove su un vestito vecchio o vino nuovo in otri vecchi!”; occorre un vestito nuovo, una botte nuova; altrimenti il poco di nuovo che siamo riusciti a mettere assieme nella vita andrà a male.

Noi siamo specializzati nell’arte di “mettere le pezze”, di continuare a turare i buchi, di stendere veline su voragini di umanità, su ogni buca una botola, pur sapendo che le buche si spostano come quelle delle talpe nei prati: mettiamo pezze dappertutto per poter vivere una vita decente; non si tratta di restauro, ma di adattamento al ribasso!

Certo quando si fa una casa nuova o la si rimette a nuovo bisogna affrontare spese, preoccupazioni, fastidi: occorre entrare in una nuova mentalità, distaccarsi dalla assoluta necessità dei tuoi angolini in cui hai ammassato tutti i tuoi ricordi che sono diventati una zavorra da cui non ti vuoi staccare, osare qualche soluzione diversa… è sempre più facile rabberciare! Adesso poi che c’è il 110 % è ancora meglio …

Ci vuole un 110% anche per la nostra vita spirituale: Gesù ci dice che in essa occorre avere il coraggio di cambiare, di fare un salto di qualità. Può essere la vita di famiglia, la vita affettiva, l’atteggiamento di rapporto con i compagni di scuola o di lavoro … novità di vita è la parola d’ordine.

Gesù questa speranza la dava ai suoi ascoltatori e oggi la da anche a noi: anche a noi da la forza di farci nuovi, non mette le pezze su nessuna nostra vita, ma con i suoi sacramenti ci fa sempre nuovi. E’ la storia della nostra quotidiana celebrazione liturgica, del nostro essere presbiteri, noi preti del tempio, della chiamata alla santità. E’ la domanda che sale ogni giorno dalla gente, dalle sue innumerevoli sofferenze che si accumulano quasi fossero una condanna e la loro capacità di reggere la croce con tenacia.

Siamo spesso come smarriti rispetto a quanta fede hanno tanti cristiani nelle loro vicende familiari.

Sant’Antonio abate, che oggi ricordiamo, aveva deciso così nella sua giovinezza: lasciare tutto e dedicarsi solo a Dio e al prossimo.

17 Gennaio 2022
+Domenico

Mangia con i peccatori

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2,13-17)

In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Udito questo, Gesù disse loro: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.

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Abbiamo tutti bisogno di un soffio rigeneratore di vita, che ci rinnova dentro fin dalla radice: abbiamo bisogno di sentirci addosso, dentro la grazia, la misericordia, l’amore di Dio, perché siamo abitati da un non essere, da una prigionia impossibile da vincere senza l’aiuto di Dio.

Sappiamo che solo Dio dà libertà ai prigionieri, salute agli ammalati, speranza si disperati, gioia agli afflitti, e perdono ai peccatori: questo nostro Dio ha un volto umano, non si nasconde nei cieli, ha il volto di Gesù.

Ecco perché Gesù, dopo aver chiamato dalla sua poltrona di banchiere, dove sta facendo soldi a palate, non sempre onesto e pulito, dopo averlo raddrizzato in piedi di fronte alla vita vera che gli propone, dopo averlo tolto dalla alienazione non solo nel suo avere, ma specialmente nel suo essere, non solo nel suo aspetto esteriore, ma soprattutto nel suo intimo e cioè nel suo essere persona e nella sua libertà, è felice di poter partecipare al banchetto che Matteo Levi imbandisce con tutti gli amici della sua risma, con tutte quelle persone che con lui hanno goduto dell’ingiustizia e si sono affogati l’anima nei soldi sottratti alla povera gente.

“Pubblicani” li chiama la gente e Gesù rischia di passare, per la povera gente, ma prima ancora per i farisei che ci tengono a difendere il volto di Dio nella sua rispettabilità, addirittura – teme di passare, rischia di passare – addirittura come complice e sostenitore di queste prevaricazioni, di queste facce di disprezzo dei poveri che si guadagnano la vita col sudore della fronte e ne sono privati dall’astuzia e dalla protervia dei potenti.

Ma Gesù è il volto di Dio e si mette a tavola coi peccatori: è Dio stesso il medico che risana, è lo sposo del suo popolo che ammette alla sua intimità l’uomo. Mangiare assieme è un atto di intimità, di pace, e di letizia, è come stare in famiglia. A ragione la gente  lo chiama amico dei pubblicani e dei peccatori, ma Gesù è proprio così che mostra l’amore e la pazienza con cui Dio cerca la pecorella smarrita, spazza la casa per trovare la moneta perduta, strappa dalle spine l’uomo aggrovigliato nel peccato.

Il suo comportamento traduce l’amore di Dio per i peccatori, quali che essi siano … e i peccatori come Levi Matteo, abbandonano tutto e lo seguono all’istante … anzi riconoscono il loro peccato e restituiscono il quadruplo, cioè cambiano i loro strumenti di arricchimento in carità abbondante e  riparatrice.

Questo è anche un invito per le nostre comunità cristiane: siamo tutti membri peccatori che sediamo spesso a mensa con Dio  e lo seguiamo zoppicando. Non possiamo affrettare nessun giudizio o condanna: è tra di noi anche che si nasconde e trova fiato, tra di noi, il pubblicano della vita, e possiamo anche ammettere che ciò che non si può raggiungere volando, lo si raggiunge zoppicando, basta che teniamo sempre presente su di noi lo sguardo misericordioso di Dio e con la nostra vita lo facciamo vedere a tutti.

15 Gennaio 2022
+Domenico

Immobile, ma rialzato nella sua dignità e riempito di vita nuova

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 1-12)

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figlio, ti sono perdonati i peccati”. Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”. E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: “Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua”.
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”.

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Lui era ammalato e immobilizzato; la malattia da un po’ di tempo lo teneva incollato al letto paralizzato: lo chiamavano “il paralitico”. Era disperato, la sua vita era segnata per sempre, ma aveva quattro amici: aveva otto gambe, otto braccia, quattro cuori che facevano il tifo per lui …”Fatti coraggio, ci siamo noi ad aiutarti; per quel che ti serve conta su di noi. Abbiamo sempre lavorato assieme, ci siamo divertiti, ci si è spezzato il cuore quando ti abbiamo dovuto ricuperare senza più forze per sempre, ma non ti possiamo abbandonare!”.

Ed è questa amicizia che scatena il miracolo, la fede, la salvezza: “Ti abbiamo sempre aiutato, vuoi che ora non ti portiamo da Gesù? Di Lui dicono tutti che ha un cuore tenerissimo. Lui ha guarito dalla lebbra; ti ricordi quel cieco che ogni tanto urlava la sua rabbia e la sua fame? Ebbene oggi ci vede e non sta nella pelle dalla gioia. E tu? Da Gesù ti portiamo noi!”.

Ve li  immaginate questi amici con la solidarietà che hanno in corpo se stanno a far la fila, a ritirare lo scontrino che fissa la precedenza, a recedere perché l’ambulatorio è chiuso o perché non c’è più spazio? “Ti caliamo dal tetto, proprio davanti a Gesù. Tanto a Pietro glielo rifaremo nuovo e per fortuna che è un poveraccio come noi e non ha fatto né soletta, né soffitto né controsoffitto”.

“Scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava”, dice il Vangelo.

Gesù si vede calare davanti agli occhi il dolore fatto persona, un corpo paralizzato, una vita imprigionata … gli taglia la parola che stava annunziando, gli interrompe l’omelia, gli nasconde l’uditorio, gli stizzisce gli scribi che erano riusciti a segregarlo per un seminario di studi sulla Torah, o su qualche iota o apice della legge.

Come fa Gesù a non rispondere alla provocazione di questa fede, di questa solidarietà, alla pressione incontenibile di questa domanda, all’invocazione di questa vita?

“Ma Voi pensate che io sia un guaritore da 4 soldi, che sia uno sciamano che ha ereditato a Nazareth un po’ di magia? Figlio ti sono rimessi i tuoi peccati: è questo male profondo che io sono venuto a sradicare dal cuore, non sono specializzato in neurologia o in traumatologia, nemmeno mi scambiate per un ipnotizzatore. Prendi il tuo letto e cammina, la tua vita è diversa, e per significarti che sei cambiato dentro ti riconsegno ai tuoi quattro amici, con una vita piena, una salvezza che non potrà non contagiare quelli che incontrerai, ti tolgo il male più profondo che si porta dentro l’uomo, a cui non bada nemmeno più: il peccato”.

Gli è arrivata la salvezza vera, non solo un corpo sano, ma anche un’anima nella gioia del Signore … e noi non abbiamo forse bisogno di una guarigione più profonda della nostra irriducibile pandemia? Abbiamo bisogno solo di vaccini, che ci siamo fatti puntualmente o ci serve una vita interiore nuova senza peccato, senza odio verso nessuno, senza violenza, piena dell’amore di Dio?

Che Dio, con la salute, ce la conceda.

14 Gennaio 2022
+Domenico

I pilastri della vita cristiana sono esperienze di pienezza di vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 23-28)

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Avrai anche ragione a dire che la vita cristiana è una vita di gioia e di serenità, ma ci sono dentro tanti elementi o obblighi che stridono con la nostra felicità, per esempio al Messa della domenica: ho solo un  giorno libero a settimana, finalmente posso fare di testa mia, posso stare un poco di più in famiglia, devo sgranchirmi un po’ il mio corpo con dello sport, devo incontrarmi con i miei amici, sperando che questa pandemia finisca e non ci torturi ancora con questa distanza fisica e le mascherine, e la Messa dove la metto?

Gli ebrei a Gesù ponevano altre domande, forse contrarie alle nostre, ma “dello stesso tipo”: Il sabato era una giornata di assoluto riposo, ne venivano contati anche il numero dei passi che si potevano fare, senza offendere Dio l’Altissimo, le azioni anche semplici da evitare, le lodi a Dio da “esternare” …I discepoli di Gesù a questa pratica del sabato, presi dall’entusiasmo di vivere con Lui, lo sposo con cui vivere felici, si permettevano nella loro vita di pellegrini per le strade della Palestina con Gesù, di cogliere qualche spiga di grano nei campi di sabato e farsi passare la fame.

Ciò creava scandalo tra i farisei: “Come? tu Gesù sei venuto a richiamarci a una vita religiosa nuova e non fai osservare quello che per noi è un assoluto, il sabato?”

Chi era qui l’assoluto? Una legge o la persona?

Gesù quindi dice non è che Dio imprigioni l’uomo nel sabato, ma è il sabato che deve essere per l’uomo: non c’è contrasto tra un sabato da donare a Dio o all’uomo, mettendoli in contrasto perchè Gesù è l’uomo-Dio, dopo l’incarnazione non si può fare questa contrapposizione.

Non è la legge del sabato che dà lode a Dio, ma lo spirito di chi lo vive, spirito che sta nella dignità della persona umana, che lo apprezza e lo offre al Signore. Il sabato era diventato una gabbia che non poteva sempre tenere in conto la vita della persona.  

Non è certo così il nostro caso quando ci disinteressiamo della domenica come giorno del Signore, perché ne abbiamo cancellato il Signore e al centro ci siamo messi noi.

Non pensiamo nemmeno lontanamente di contestare una precettistica umiliante, noi contestiamo lo stesso Signore, la dimensione spirituale della nostra esistenza che ha bisogno di esprimersi anche attraverso dei segni, degli spazi che dedichiamo a Lui con i nostri fratelli e non disinteressandoci mai dei loro bisogni vitali, che hanno sempre se non la precedenza, almeno la coscienza in noi di amare Dio nella risposta ai loro bisogni … ma abbiamo bisogno di dare del tempo al Signore, per renderlo evidente nella nostra vita!

19 Gennaio 2021
+Domenico

Si può essere cristiani convinti e vivere felici?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2,18-22)

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Si sta radicando sempre di più sia nel mondo giovanile, che in quello un poco più adulto l’idea che essere cristiani significhi soprattutto non poter godere le gioie della vita, dell’amore, della compagnia, del divertimento, della spensieratezza, della felicità.

Ci si continua a dire, in questa pandemia, che quando sarà passata dovremo prendere la vita in maniera più seria, non tornare a ripetere gli errori che ci hanno portato a queste mascherine, a queste chiusure, a questi cambi di colore incombenti.

Io dico che ci farebbe bene diventare o ridiventare cristiani convinti se avessimo cessato di esserlo: l’attenzione agli altri, la generosità, il rispetto e la cura del creato non sono solo virtù cristiane, ma stili di vita per tutti, e noi cristiani dobbiamo essere convinti di questi cambiamenti.

Vivendo così ci mancherà la gioia? Sarà una sorta di digiuno che dovremo fare?

Al tempo di Gesù c’era stato un grande cambiamento, che la gente che aveva seguito Giovanni il Battista aveva notato in Gesù e in quelli che lo seguivano: “Questi – dicevano – non fanno digiuno come noi, vivono contenti, gioiosi, felici. Si può sapere perché?”

Gesù interviene con una delle sue risposte inaspettate: “quando voi partecipate alle nozze di qualche vostro amico, vi preoccupate più del digiuno o della condivisione della sua festa al meglio possibile, così da fare con lui una bella esperienza di gioia? Se poi fosse non solo un amico, ma la persona che dà senso alla vostra vita, lo stesso Signore, state a fare digiuno di gioia, di sorrisi, di felicità? Qui i miei seguaci hanno capito che c’è lo sposo, sono Io lo sposo della nuova vita che Dio ha voluto iniziare con me, col messia che tanto avete aspettato; c’è da cambiare stile di vita, c’è una novità assoluta nel mondo. Occorre lasciarsi trascinare dallo sposo dentro questa nuova visione  del mondo e della vita. Verranno sicuramente tempi in cui la mia presenza non ci sarà più e allora dovrete affrontare l’esistenza nel digiuno, ma non sarà una sofferenza senza speranza, sarà solo un passaggio”, una preparazione.

La convinzione che con Gesù non si trattava di aggiustare la vita con delle pezze, o mettere il vino della gioia di vivere mescolandolo alle lagne di lamento e di tristezza precedenti, non era ancora chiara per la gente.

Si deve partire da una concezione radicale della vita e della gioia di Gesù, del Vangelo, dell’essere cristiani: non si potrà riparare lo squarcio della croce con delle “pezze di felicità,” ma sarà la felicità piena lo sbocco della crocifissione e morte, sarà la risurrezione, e già ora noi cristiani dobbiamo anticipare nella nostra coscienza esistenziale, nella nostra vita quotidiana la gioia che ci ha portato Gesù e testimoniarla, affascinando ogni persona che si farà le nostre stesse domande.

La vita non è sforzo titanico di  superamento di sé, ma è contemplazione: essere felici in compagnia dello sposo, il Signore Gesù, che già sta nella nostra vita!

Difficile? Ricordate tutti quanto era felice ed entusiasta del signore il beato Carlo Acutis …

18 Gennaio 2021
+Domenico

Lo sai già: si può sempre rispondere a una nuova chiamata di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 13-17)

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Di questi tempi sta diventando ancora più difficile soprattutto per il mondo giovanile, ma anche per chi, sposato, si è fatto una famiglia e vede che la pandemia gli ha sconvolto l’esistenza, tolto la sicurezza, spinto a una ricerca spesso affannosa di nuove possibilità di lavoro e di vita sociale, trovare soluzione alla propria ricerca, alle sue necessità e a una urgente riprogettazione della sua esistenza.

Qualcuno invece non si pone tanti problemi di scelta. Ha trovato due o tre occasioni, le ha seguite, una gli sembra buona e se ne sta tranquillo a vivere di rendita: è una vita senza lode e senza infamia come tutte del resto … “Non faccio niente di speciale, ma sto bene, ho amici, ho fascino, ho soldi, che vuoi di più? Mi tengo pure sempre la mascherina, non vado a nessuna movida …”

A un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella sua esistenza, oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità che gli fa cambiare radicalmente strada: gli si aprono gli occhi, percepisce dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo.

Levi (Matteo) era uno di questi: pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, a spostare danaro, a fare “bonifici”; aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro. Della rispettabilità non gli interessa, tanto per i soldi tutti si creano una maschera e fanno tacere a pagamento se fosse possibile anche la coscienza.

Un giorno però gli capita al banco, dove sta contando euro a non finire, Gesù: e Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice “Seguimi!”

E’ un fascio di luce, un dito puntato, uno stupore, una sorpresa: ti serve qualche donazione per i quattro straccioni che ti seguono dovunque vai? Hai progetti ambiziosi che ti posso finanziare? Ma Gesù non è venuto a chiedere le sue cose, ma la sua stessa vita, l’ardore del suo lavoro, l’intelligenza dei suoi pensieri da applicare al suo Regno non a quello di mammona.

E Levi capisce: proprio me chiami? È me che vuoi? Con tutti i banchieri che ci sono ti rivolgi proprio a me? E alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, provocata da questo invito a risorgere, lo seguì.

Gli è andato dietro, lo ha messo davanti a se come una meta, una forza irresistibile, una luce abbagliante, un calore confortante ed è diventato apostolo, mandato ad annunciare, non più seduto a contare.

Ha una sua vita di relazione, i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; sta di fatto che vuole che Gesù incontri questa sua potente fasciatura, cioè tutto il mondo di pubblicani che lo accerchia.

E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a sradicare certezze e a portare la sua speranza. Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità. Li vede spaesati, ma lui li aiuta a alzare lo sguardo al cielo: è venuto per loro, non per stare nelle sacrestie del tempio a morire di fumo di animali bruciati!

Questo Gesù passa ancora per banche e agenzie, per fabbriche e uffici, per borse valori e università, per corsie d’ospedale e pronto soccorso e punta il dito e dice “seguimi”.

Se lo ascolti avrai trovato la strada della felicità.

16 Gennaio 2021
+Domenico

C’è un posto davanti a Gesù per ogni paralisi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 1-12)

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Lui era ammalato e immobilizzato, la malattia da un po’ di tempo lo teneva incollato al letto paralizzato, lo chiamavano “il paralitico”; era disperato, la sua vita era segnata per sempre, ma aveva quattro amici, aveva 8 gambe, 8 braccia, quattro cuori che facevano il tifo per lui: “Fatti coraggio, ci siamo noi ad aiutarti, per quel che ti serve conta su di noi! Abbiamo sempre lavorato assieme, ci siamo divertiti, ci si è spezzato il cuore quando ti abbiamo dovuto ricuperare senza più forze per sempre, ma non ti possiamo abbandonare.”

Ed è questa amicizia che scatena il miracolo, la fede, la salvezza!

“Ti abbiamo sempre aiutato, vuoi che ora non ti portiamo da Gesù? Di Lui dicono tutti che ha un cuore tenerissimo. Lui ha guarito dalla lebbra … ti ricordi quel cieco che ogni tanto urlava la sua rabbia e la sua fame? Ebbene oggi ci vede e non sta nella pelle dalla gioia … e tu? Da Gesù ti portiamo noi.”

Ve li immaginate questi amici, con la solidarietà che hanno in corpo, se stanno a far la fila, a ritirare lo scontrino che fissa la precedenza, a recedere perché l’ambulatorio è chiuso o perché non c’è più spazio?

“Ti caliamo dal tetto, proprio davanti a Gesù. Tanto a Pietro glielo rifaremo nuovo e per fortuna che è un poveraccio come noi e non ha fatto né soletta, né soffitto né controsoffitto” … «Scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava».

Gesù si vede calare davanti agli occhi il dolore fatto persona, un corpo paralizzato, una vita imprigionata che gli taglia la parola che stava annunziando, gli “interrompe l’omelia”, gli nasconde l’uditorio, gli stizzisce gli scribi che erano riusciti a segregarlo per un seminario di studi sulla Torah, o su qualche iota o apice della legge.

Come fa Gesù a non rispondere alla provocazione di questa fede, di questa solidarietà, alla pressione incontenibile di questa domanda, all’invocazione di questa vita?

“Voi pensate che io sia un guaritore da 4 soldi, che sia uno sciamano che ha ereditato a Nazareth un po’ di magia? Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati: è questo male profondo che io sono venuto a sradicare dal cuore, non sono specializzato in neurologia o in traumatologia, non mi scambiate per un ipnotizzatore. Ora la tua vita è diversa, e per significarti che sei cambiato dentro prendi il tuo letto e cammina ti riconsegno ai tuoi quattro amici, con una vita piena, una salvezza che non potrà non contagiare quelli che incontrerai.”

Il tam tam della salvezza ha cominciato a diffondersi attraverso questo paralizzato con il letto a traino, con una vita nuova fuori e soprattutto dentro.

Il male più grande è il peccato: è aver reciso la vita dalla fede, per noi adulti di oggi avere abbandonato Gesù e averlo ridotto a un nome, a una religione come le altre, a una pia tradizione, è una cosa importante sapere cosa è il peccato.

Questo Gesù è un fatto, non è una idea, non è una pia sollevazione del sentimento, ma una presenza datata e senza fine, definita e aperta a tutte le espressioni del vivere, chiara e scritta nel mistero: è sempre quel Gesù che sa togliere le paralisi della vita, del pensiero, della cultura, della società …

“Alzati e cammina” è l’invito a ogni persona, a ciascuno di noi se cerchiamo di dare alla nostra vita un nuovo centro … aveva, per questo, trovato amici che non lasciavano solo nessuno.

Essere comunità cristiana significa moltiplicare le braccia per portare a Gesù tutti gli afflitti da paralisi del nostro mondo violento, il mondo dei pestaggi o delle polizie di stati violenti che torturano, delle rivoluzioni dei kamikaze, che nella ricerca dissennata di un cambiamento lasciano sul campo paralitici di ogni tipo e tolgono dal cuore del mondo e della cultura Gesù, il Signore della storia.

Che Dio ci conceda che ci sia sempre in prima linea, soprattutto in questa pandemia, qualcuno a scoperchiare tetti, a togliere fasciature, coperture “comode”, per mettere davanti a Gesù l’uomo desideroso di una parola decisiva e definitiva: “alzati e cammina. Io sono con te, io vivo dentro il tessuto dei tuoi rapporti. Non mi cercare altrove, anzi scrivi tu la mia presenza con la tua nuova esistenza dovunque porterai il tuo ingegno, la tua passione, la tua vita in nome mio.”

15 Gennaio 2021
+Domenico