Un canto di lode

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,46-55)

In quel tempo, Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno
beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Audio della riflessione

Cantare è sciogliere il nostro spirito nella libertà, uscire dalla solitudine, offrire a tutti la serenità del cuore, creare un clima di distensione. Cantare è dire con il cuore e con la vita la speranza e la voglia di vivere, modulare sentimenti che con le parole sarebbero mortificati e incomprensibili. Anche Maria, quando incontra Elisabetta esce in un canto di lode e di gioia, di vita e di speranza.  

L’incontro è tra i più poetici della storia: qui nasce l’Ave Maria e il grande cantico della speranza: il Magnificat. Maria esplode nella lode al Creatore e nell’indicare agli uomini la bontà di Dio, la sua grandezza.  

“Dio è di parola, ci salva, non ci lascia in balia dei potenti, esalta gli umili. Sperare in Lui è la nostra unica forza. Lui è grande ed è grande per noi. Non gli fa paura la nostra povertà, né la strafottenza dei potenti, ci ama e ci apre un futuro di felicità e di gioia. Il tempo della pienezza è venuto. A noi non resta che aprire il cuore e lasciarci inondare da Lui. Dio è sempre più grande di ogni nostra attesa. I potenti sono lasciati a sé stessi, i ricchi troveranno i loro forzieri bucati e vuoti, i superbi che non hanno occhi per nessuno che per sé stessi, che millantano grandezze che sono di altri, che non sanno riconoscere di avere avuto tutto in dono, che si sono fatti un trono di sabbia, resteranno nella palude dei propri inganni, vedranno con verità che Dio è grande.  

I poveri sapranno di poter contare su di Dio come su una roccia incrollabile, avranno in lui la difesa si sentiranno tra le sue braccia; gli umili troveranno il sapore della vita in Lui, come l’ho sempre trovato io. Gli affamati non dovranno più cercare il cibo nei bidoni della spazzatura, ma avranno una mensa imbandita. Il popolo che saprà dare posto nelle sue leggi, nei suoi valori, nei suoi progetti a opere di pace, a solidarietà e misericordia sentiranno sempre il soccorso di Dio.” 

E così Maria fa la cantautrice, se non è irriverente il paragone, e sa scatenare nei giovani la voglia di cose pulite, si fa carico nel suo concerto di tutti quelli che la ammirano, dei nostri sogni, delle nostre speranze; non blandisce, non accontenta, ma apre alla nuova vita, la vita di Dio che va oltre ogni nostra attesa e che non abbandona mai nessuno.

22 Dicembre
+Domenico

Il futuro già lavora anche se non si vede

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,39-45)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Audio della riflessione

Si fa un gran parlare oggi di embrioni, di frutto del concepimento, di vita nata e non completa. Purtroppo, si pratica l’aborto, la soppressione della vita di chi è indifeso e viene visto come un attacco alla vita degli adulti. Esistono sofferenze immani, che vengono spesso solo usate per battaglie ideologiche e per queste sofferenze occorrerebbe avere una possibilità di accoglienza, di comprensione, di aiuto, di non lasciare nella solitudine di decisioni irrevocabili, di rimorsi che poi non riescono più ad essere assorbiti. C’è spesso molta incoscienza e molta faciloneria, un disprezzo della vita e della sofferenza delle persone che non ha eguali in altri campi.  

Ebbene il vangelo ci presenta una bellissima immagine che può aiutarci a guardare alla vita ancora prima del suo nascere con atteggiamenti di stupore e di semplicità, di gioia e di attesa. Ci sono sulla scena da alcuni mesi due madri: Elisabetta e Maria. Elisabetta è anziana, si tiene nascosta, porta in grembo un bimbo che non sperava più, ha vergogna di quel che dice la gente. “Alla tua età, hai ancora queste velleità, non potevi mettere il cuore in pace, non sai quello che rischi?” 

L’altra è Maria, la madre di Gesù. Aveva saputo delle difficoltà della cugina Elisabetta. Anche Lei porta in corpo un segreto, non si vede ancora niente, ma il fuoco che ha dentro la spinge a mettersi a disposizione, porta in grembo l’amore fatto persona e la sua vita comincia a trasformarsi in gesti di amore. E l’incontro è sì fatto dalle parole che le due donne si dicono, ma è condotto dai due concepiti: Giovanni Battista nel seno di Elisabetta scalcia e coglie la presenza di Gesù nel seno di Maria. Sono già due vite, due persone, due progetti, due missioni. Dice il vangelo: Ecco appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”. 

 È esperienza di tutte le madri sentire i propri figli scalciare nel proprio seno. Ed è già la presenza di un altro da sé, non di una appendice del proprio corpo. Ebbene Gesù già si annuncia come il salvatore fino dal seno di sua madre. È proprio una speranza già presente, perché Dio non ci abbandona mai. 

21 Dicembre
+Domenico

Con te Dio c’è da sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Audio della riflessione

Nella vicenda di ogni uomo c’è una figura necessaria che ti determina la vita, te la segna in bene o il male, te la colora di gioia e sempre di tenerezza: la mamma. L’adulto che non ce l’ha più, ogni tanto pensa a lei, le balena davanti in molte situazioni, la vede rimproverarlo o accarezzarlo fosse anche solo con lo sguardo e il sorriso. Un giovane la dà un po’ per scontata, perché è sicuro di poter contare su di lei. La scova ad aspettarlo, se la sente col fiato sul collo a interessarsi troppo di lui, litigano, la manda al diavolo, e non dovrebbe mai di farlo, ma tutto si ricompone nella consapevolezza di poterla avere come punto di riferimento. Quando ti mancherà, ti accorgerai ancora di più che c’era e dovrai fare un salto obbligato nella vita adulta.  

Anche Gesù ha voluto avere bisogno di una mamma, si è inscritto in questo gioco di tenerezze date e ricevute, di accoglienza incondizionata e sforzo di definirsi in libertà, di delicatezza e fortezza. E lei, si chiamava Maria, ha fatto la mamma fino in fondo. Viveva in una cultura in cui la donna era considerata pochissimo nella società che conta, ma determinante per la crescita del figlio. Il carattere di Gesù, la sua fortezza, la sua capacità di dialogo, la sua fiducia estrema in Dio Padre, sono nate sulle ginocchia della madre. Gesù ha cominciato da piccolo a vedere Dio, guardando negli occhi sua madre. Ha maturato la incrollabile fiducia in suo Padre anche nella prova suprema della croce vedendo l’abbandono totale in Dio di sua madre. Ma una cosa tra le tante definisce in modo originale il rapporto tra mamma e figlio in Gesù. Lui ha potuto scegliersi la mamma. Dio non è andato alla banca del seme per vedere se suo figlio poteva nascere biondo, con gli occhi azzurri, slanciato, con il quoziente intellettuale da genio, forme fisiche da dio greco… si è scelto la madre e l’ha voluta senza colpa, senza la minima colpa, non invischiata nella catena del male in cui l’umanità si dibatteva. Il Vangelo usa alcune parole semplicissime: il Signore è con te. Il Signore è la tua pienezza, ti abita completamente, non c’è spazio dato a nessuno al di fuori di Lui.  

Avere una mamma così anche noi, è il regalo più bello che Dio ci ha fatto, Lui che non ci abbandona mai.

20 Dicembre
+Domenico

Non sei mai troppo vecchio per sperare

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,5-25)

Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccarìa, della classe di Abìa, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
Avvenne che, mentre Zaccarìa svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso.
Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. Quando lo vide, Zaccarìa si turbò e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccarìa, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elìa, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».
Zaccarìa disse all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo».
Intanto il popolo stava in attesa di Zaccarìa, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.
Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: «Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini».

Audio della riflessione

Il nostro mondo è sempre tentato di cedere al cosiddetto destino, cioè a una visione del vivere che ritiene essere la fatalità che decide il corso della storia. Il caso poi è legato all’impossibilità di vedere qualche bella novità che cambia il corso degli eventi. Abbiamo una visione piccola della storia e in questa si insinua sempre un abbassamento dell’orizzonte alle nostre piccole vedute, segnati dalle esperienze negative, impossibilitati a colpi d’ala che pure abbiamo talvolta sognato e che alla fine sono diventati un miraggio.  

Era una vita così quella di Zaccaria, quel vecchio prete del tempio, ormai carico di anni, che faceva dell’abitudine quotidiana del servizio del tempio l’unico suo orizzonte, l’unica sua sicurezza. Almeno questa settimana andrò a Gerusalemme e lì farò quel che la mia vita mi ha sempre permesso di fare. Darò lode all’Altissimo, gli brucerò l’incenso delle mie preghiere e quelle del mio popolo, ma sono stanco di aspettare, non c’è niente di nuovo né per me, né per il mio popolo. Non mi aspetto ormai che la morte su questa mia famiglia rimasta senza futuro, senza vita, senza il dono di un figlio. 

Ma proprio in questo estremo sconforto Dio interviene e squarcia l’orizzonte. Zaccaria: “non solo avrai un figlio, nella tua vecchiaia; non solo la tua vita avrà un futuro, ma questo figlio sarà l’inizio di un futuro nuovo per tutto il popolo, per tutta l’umanità. Smettila di lamentarti, buttati nella grandezza del tuo Dio, non credere di essere abbandonato perché Dio è proprio da te che comincia a ridare speranza a tutti”.  

Ma Zaccaria non è allenato alla speranza, è allenato al lamento, si tiene in piedi per il ruolo e non riesce a trapassare il presente, a togliere il velo dell’abitudine. E si attarda a tentare di capacitarsi di quel che gli sta avvenendo, discute, tergiversa, gli viene un sorriso amaro sulla bocca: Che pensieri stanno abitando la mia vecchiaia? Sono degne del Santo dei Santi queste fantasie? Mia moglie, che mi è sempre stata accanto, con cui tante volte abbiamo sospirato e che poi alla fine si è data pace, è ormai vecchia e rinsecchita come me, può offrirsi a Dio per questa nuova storia? 

Non può che restare muto, gli viene meno la parola, alla gente che lo aspetta fuori comunica a gesti, perché non ha saputo ascoltare e accettare l’unica Parola che salva, che ci dà la certezza che Dio non ci abbandona mai. 

19 Dicembre
+Domenico

Giuseppe, l’uomo dei sogni

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1,18-24)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele»,
che significa «Dio con noi».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Audio della riflessione

C’è un misterioso mondo nella vita dell’uomo che è quello dei sogni. Spesso sono strampalati, strani, senza filo logico; ti lasciano sorpreso per le realtà differenti che vi si condensano, ti rievocano fatti impossibili… altre volte invece diventano segnali per la vita, previsioni sconcertanti di episodi, simboli, avvertimenti, rievocazione di persone care… È un mondo misterioso di libertà, senza spazio, senza tempo, senza responsabilità. Sono sogni anche quelli che facciamo ad occhi aperti: la visione di un mondo più bello, più giusto, il desiderio di una vita più felice, di un futuro difficile, ma possibile.  

Nella Bibbia si narra che spesso Dio parla all’uomo nel sogno: usa questa esperienza per collocare il dialogo profondo con Dio. Forse Dio parla all’uomo nel sogno proprio perché lo trova nel massimo della disponibilità, dove è tutto ascolto e tutta creta nelle sue mani. Sogna Abramo, sogna Giacobbe, sognano i grandi, sogna Giuseppe, l’ultimo figlio di Giacobbe, tanto che i suoi fratelli lo tirano in giro, sogna Giuseppe lo sposo di Maria.  

È turbato; gli stanno crollando tutti i suoi progetti a lungo meditati e preparati, ha immaginato il suo futuro con Maria, vuole costruirsi una famiglia, una casa, vuole affrontare la vita nella dolce compagnia di una donna, nella dimensione d’amore che lo porta a scrivere l’amore di Dio nei suoi gesti quotidiani, nei suoi sentimenti, nelle sue aspirazioni. Ha capito che la sua vita può essere felice solo se la fa diventare un dono senza condizioni a Maria. Ma non sa che Maria è sempre stata pensata da Dio, come Madre del Salvatore, che è l’Immacolata, che in lei è scritto un disegno grandioso, unico. Non sa ancora che il Signore onnipotente ha chiesto anche a lei sconvolgendole i piani, un dono assoluto; non sa che Maria proprio a lui, a Giuseppe, alle loro promesse vicendevoli, pensava quando l’angelo le annunciò il grande dono di diventare la madre di Gesù. Lei aveva detto il suo sì.  

Giuseppe è destabilizzato nelle sue sicurezze, ma si fida ciecamente di Maria e si ritrae, si affida alle mani di Dio, sa che Dio è l’amore stesso che gli canta nel cuore e che la sua grandezza abita nelle impossibilità dell’uomo. E a Dio si affida, accoglie Maria e il Figlio Gesù, ne sarà ogni giorno il custode, il padre, la sicurezza, la forza per crescerlo in età, sapienza e grazia. 

Giuseppe sa che Dio non abbandona mai nessuno. 

18 Dicembre
+Domenico

Io sono solo una voce, lui è la Parola

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,6-8.19-28)

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Audio della riflessione

Viene prima o poi per tutti nella vita il tempo in cui devi decidere se vuoi stare al centro tu di tutto quello che ti circonda o se ti metti a disposizione di una causa più grande di te o vuoi fare della tua vita un dono per qualcuno. La tendenza istintiva che giustamente abbiamo forte in noi è quella di portare tutto a noi; comincia il bambino a portare alla bocca tutto quello che afferra, quando inizia a parlare dice subito: questo è mio, quando è un po’ più grande fa capricci per ottenere. È sopravvivenza è conservazione, è identità. Ma per tutti pure scoppia prima o poi la stagione dell’amore che ti butta fuori di te, ti fa vedere che la tua felicità non sei tu, ma un’altra persona, e anche qui prima la tratti come un possesso e poi lentamente ti devi fare dono.   

Giovanni il Battista ha fatto la cura del deserto proprio per proiettare la vita non su di sé, ma sul Messia. Non ha portato nel deserto gente per fondare un movimento spirituale, come era anche naturale in quei tempi. Non è un profeta che voleva affermare una corrente di radicalità religiosa pure nobile e utile per il popolo, ma ha voluto solo fare da guida, da freccia che indica la direzione,  

Io sono qui per preparare una strada; è lui che deve d’ora in poi fare da perno attorno a cui il popolo di Israele costruirà la sua nuova vita. È Gesù l’atteso. Io sono pane e acqua, rispetto al vino della festa che è lui. Io ho continuato a tenervi sulla corda perché voi vi siete stancati presto di aspettare, ho dovuto continuare a distaccarvi dai vostri idoli. Ora, non fate di me un idolo che fa prurito ai vostri orecchi, ma orientate la vostra vita a Lui. Io sono una voce, lui è la parola di vita. Stesse in me avrei già bruciato tutto il marcio in cui siamo sepolti, perché ci impedisce di fare chiarezza, Lui invece è la luce vera, non ha bisogno di fuoco per distruggere, ma di accoglienza per illuminare. 

Io utilizzo simboli per farvi capire, lui vi dà lo Spirito per farvi nuovi; io faccio le impalcature, lui costruisce la dimora di Dio tra gli uomini. Io faccio da mediano, si diceva un volto nel calcio, lui fa il goal. 

Io lavoro per immagini per farvi intuire la bellezza di cui siamo in attesa, lui è la bellezza in persona. Io avverto che la promessa si compie, lui è il Dio che non ci abbandona mai. 

17 Dicembre
+Domenico

Il dolore è sempre e solo un passaggio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17,10-13)

Mentre scendevano dal monte, i discepoli domandarono a Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?».
Ed egli rispose: «Sì, verrà Elìa e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro».
Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

Audio della riflessione

Ci possiamo ribellare fin che vogliamo, possiamo stare giorni interi a discutere, possiamo mettere in atto tutte le nostre intelligenze e difese, ma con il dolore tutti nella vita dobbiamo fare i conti. È scritto nel nostro DNA. Si chiama fatica, si chiama malattia, si chiama offesa subita, ingiustizia, sopruso, si chiama pena o disagio interiore… può essere causato da noi o subìto da altri: sta di fatto che non lo si può ignorare.  

Anche nella vita di Gesù, nel suo desiderio solo di far del bene a tutti, di spendersi con generosità per la felicità di ogni uomo, di ogni malato o disperato, deve mettere in conto la sofferenza: il figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro.  

Il gruppetto dei discepoli molto presto si accorge che chi sta con lui non avrà vita facile, che chi lo segue si troverà prima o poi a dover affrontare solitudine e disprezzo, ingiuste accuse e patimenti. Non siamo facilmente irenici: tutto sorrisi e emozioni positive. Avvento non significa che stiamo aspettando la soluzione di tutti i problemi, che stiamo dimenticando le nostre pene quotidiane, ma solo che abbiamo una sicura compagnia nel viverle, una forza invincibile nell’affrontarle.  

Avvento significa essere avvertiti del futuro che ci aspetta e aiutati a trapassare con dignità la vita e i dolori nella compagnia dolcissima di Gesù, il figlio di Dio. È certezza che Dio nel suo misterioso disegno non ci lancia una corda o un galleggiante di salvataggio, dall’alto della sua posizione di superiorità e imperturbabilità, ma si immedesima nella nostra vita, ci sta fianco a fianco a costruire un futuro di salvezza e di senso. 

Con Gesù dentro nei meandri della nostra vita possiamo sentire sempre la paternità di Dio, la fratellanza con lui, e possiamo intravedere il vero futuro di beatitudine di questa umanità. Le guerre, le sofferenze, i mali del mondo sono ridotti a brevi periodi se li collochiamo nella storia dell’umanità, a spazi di purificazione, a rinascita di una umanità nuova, cui noi possiamo dare il nostro contributo. È difficile immaginare questo oggi con la tragedia di guerre crudeli, assurde, come tutte, ma ancor più brutali. Ciò ci fa capire come senza Dio possiamo ricadere sempre nella barbarie. Con Gesù la sofferenza non sarà più una condanna, ma una solidarietà e un abbraccio per la vita nuova, perché può contare sempre sulla immedesimazione di Dio nella nostra vita. 

È proprio così che Dio non ci abbandona mai. 

16 Dicembre
+Domenico

Essere veri sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,16-19)

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Audio della riflessione

Lo scopo di ogni religione è di aiutare l’uomo ad alzare lo sguardo al futuro, alla vocazione profonda di ogni creatura, di offrire a tutti orizzonti ampi per la comprensione della vita. La tendenza dell’uomo invece è, una volta intuita qualche bella prospettiva, di imbrigliarla in abitudini ripetitive, in formalismi senza vita, in comportamenti standardizzati, dove a poco a poco la vita viene buttata fuori e ciò per cui si era lavorato, combattuto, sofferto, viene cancellato. È più forte di noi, è la legge di inerzia dell’uomo. Anziché conquistarsi ogni giorno freschezza, amore, giustizia, novità, tende a costruirsi comode abitudini, percorsi securizzanti, automatismi senza anima.  

È la sofferenza dei giovani che vedono spesso nei comportamenti della fede, la morte della fantasia, la stretta entro comportamenti standard, senza vitalità. È diversa la ricerca scientifica, lo sport, la musica, il divertimento, i ritmi della danza, l’arte, il teatro, lo stesso cinema. Ma c’è qualcuno che sarebbe pronto a mettere la mano sul fuoco che in questi campi tutto sia novità freschezza, vitalità? Non ci sono anche musiche ripetitive e ritmi buttati a caso, fatti diventare di moda senza anima? Non ci sono sport che sanno più di commercio che di atletismo? Non ci sono cinema che sono solo per far cassetta e non per dare emozioni vere? Siamo tutti nella stessa barca. Come la religione può diventare una routine, così lo possono diventare tutte le nostre azioni umane 

 Gesù aveva capito molto bene questa tendenza dell’uomo a mettere l’ammortizzatore su ogni slancio, anche sulla religione, anche sul suo dono d’amore. Non abbiamo fatto diventare anche la croce un gingillo da portare o un soprammobile che sta bene solo per la fotografia o il colpo d’occhio?  Così gli ebrei del suo tempo non riuscivano a cogliere la novità di Gesù, lo pensavano dietro il velo del Tempio, nascosto e lontano dagli uomini; invece, Lui si faceva incontrare mentre mangiava e beveva con tutti, peccatori compresi.  

Per cogliere la novità della vita occorre sempre essere veri dentro, non lasciarsi mai andare all’effetto, alla maschera. Essere veri dentro è obiettivo di ogni compositore di musica, di ogni sportivo, di ogni artista. E io dico di ogni credente. È una meta che abbiamo davanti. Non ci dobbiamo adattare alle mode, ma costringerle a dire il vero che Dio ci dona di essere.  

E per fare questo Dio non ci abbandona mai. 

15 Dicembre
+Domenico

La fede in Gesù è un salto di qualità anche nella religione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,11-15)

In quel tempo, Gesù disse alle folle:
«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.
Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elìa che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti dei sentimenti religiosi. Quasi tutte le ricerche sociologiche dicono che la domanda di Dio è dentro la vita di ogni uomo, fa quasi parte del suo statuto antropologico, del suo DNA. Dicono infatti molti scrittori e pensatori, molti uomini di scienza che nell’uomo c’è una inquietudine innata dovuta alla ricerca di un punto di riferimento solido, di un trascendente, che è necessario per capire la vita. Ci occorre salire su un albero per allargare gli orizzonti se vogliamo capire chi siamo e questo albero non è il tifo per la squadra del cuore o l’infatuazione per una star, ma la ricerca di un essere trascendente, cui riuscire a scoprire le carte, o, meglio, il volto.  

La dimensione religiosa insomma è normale. Tanto più che là dove non si cura la dimensione religiosa, questa irrompe nella vita dell’uomo in molteplici forme anche violente. L’uomo è tendenzialmente religioso. Ha bisogno di rapportarsi con Dio.  

La storia dei popoli della terra è tutta una dimostrazione di questo. Il secolo 21esimo che stiamo vivendo sta caratterizzando di religiosità, talora impazzita, le nostre storie quotidiane. Non avremmo pensato dall’alto del nostro positivismo e materialismo viscerale del secolo scorso che ci sarebbe stata una impennata di religiosità. 

Ma la fede in Gesù esige un ulteriore salto di qualità, non è in continuità con i nostri ragionamenti umani, è un fatto del tutto nuovo. Il Dio che la fede in Cristo invoca è un Dio sorprendente, che non sta negli schemi della storia delle religioni. È un Dio Crocifisso, è un amore che si inscrive nella debolezza, è un perdono gratuito, non è una riscossione di meriti, ma una agenda di gratuità, di sovrabbondanza di doni. 

Per questo quando Gesù parla di Giovanni, che è un campione di religiosità, di esperienza di Dio, lo dice grande, ma non tanto come colui che accetterà il dono di un Dio Crocifisso, la grazia della definitiva offerta di Gesù come senso completo della vita. Il più piccolo del regno dei cieli è più grande di Giovanni. Da quando Gesù è entrato nella nostra vita la religione ha fatto un salto di qualità.  Questo è un altro segno che Dio non ci abbandona mai. 

14 Dicembre
+Domenico

La carezza della vita di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,28-30)

In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

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Abbiamo tutti bisogno di essere coccolati. Non è più sufficiente oggi per un bambino vedersi vicini i genitori, saperli sempre attenti alla sua vita, aspetta di venire a contatto fisicamente delle carezze del papà e della mamma. C’è bisogno di un contatto fisico in un mondo fatto di immagini e di disegni, di cartelloni e di proiezioni., di virtuale e di fiction. Può essere anche una necessità imposta dalla moda, ma sicuramente è segno di un desiderio innato di sentirsi di qualcuno, è la dimostrazione che l’uomo senza l’amore non può crescere. Se a un ragazzo, manca l’amore, manca la vita. Tutti i disastri che combinano i giovani hanno spesso solo una motivazione: non sono stati amati abbastanza.  

Gesù sta tentando di tirarsi su dei discepoli, delle persone che stanno con Lui, che condividono con Lui la tensione verso il Regno, che lo seguono nella sua tournée; a loro vuole affidare il compito di continuare la sua missione e li vede spesso smarriti, sconsolati.  

Non sempre le cose vanno bene. Nella vita devi resistere, non mollare perché se aspetti le consolazioni, puoi morire di spasimo. Se non hai una carica interiore, una riserva di forze e di motivazioni, saresti sempre col morale ai tacchi.  

Ebbene Gesù esce con quella bella espressione che vorremmo sentirci dire tutti noi sui nostri tempi di disperazione, sulle nostre povere vite, sui nostri scoraggiamenti, sulle nostre solitudini, sui fallimenti, sulle incomprensioni. Venite a me, che vi consolerò, vi coccolerò, vi ristorerò. Vi darò la carezza della mia vita, vi passerò l’amore infinito che Mio Padre non mi fa mai mancare. Vi metterò a parte della mia intimità con Lui. Voi non sapete che significa avere un Padre così. Io sono qui per darvene una prova. Non immaginate che cosa sarà di voi, di noi tutti quando saremo nelle sue braccia. Intanto riposatevi nelle mie. La via sarà sempre dura, la vita porterà sempre travagli, ma non vi dovete sentire abbandonati. Il peso che vi ho dato, io non ve lo scarico, ma vi do la forza per portarlo con gioia. 

E abbiamo visto quanti santi, quante mamme e papà da una preghiera, da un colloquio così familiare con Dio sono riusciti a conquistarci all’amore, a rendere la nostra vita più piena e felice, a ricuperare forze di bene. Oggi è santa Lucia, la santa siciliana che al Nord Italia è sempre stata vista come la santa dei regali, dei doni tra genitori e figli in famiglia, della sorpresa di mattino presto prima di andare a scuola; ci ha risparmiato sempre dalla figura di babbo Natale e dei suoi regali sotto l’albero, perché non avevamo l’albero in casa, ma sempre il presepio. Che tutti i bambini abbiano ancora la possibilità di doni che li fanno gioire in famiglia. 

Dio non ci abbandona mai. 

13 Dicembre
+Domenico