Ci aprisse qualcuno le orecchie per ascoltare?  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,31-37)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Audio della riflessione.

Essere sordi è proprio un bel guaio perché ti senti isolato dal mondo che ti circonda, vorresti sentire, capire quello che gli altri dicono, vorresti partecipare con loro a un dialogo che ti toglie dal tuo isolamento e invece non puoi. Diventi anche sospettoso perché spesso non riesci a decifrare nel volto, nei sorrisi o nei disappunti le reazioni di chi ti si rivolge. Ma ci sono molte altre sordità nella nostra vita: c’è un non voler ascoltare che è peggio dell’essere sordi. È la decisione di non permettere a nessuno di entrare nella nostra vita. Bastiamo a noi stessi e non vogliamo che nessuno ci disturbi. Invece la vita è proprio fatta di dialogo: di gente che sa ascoltare e di gente che parla, che apre la sua vita e di gente che ascolta, che offre il suo sostegno. Non possiamo passare la vita a fare i sordi e a fingere di essere muti.  

Gesù incontra un giorno un sordo muto, una persona che non può comunicare, che è costretta a vivere nel suo isolamento, in grandi difficoltà per comunicare; parla con gli occhi, ma non sempre c’è gente che lo sta a guardare e soprattutto lui non può dire pienamente la pienezza dei suoi sentimenti e del suo cuore. E Gesù gli grida quel perentorio “apriti”, toccandogli labbra e orecchie con la sua saliva. Per Gesù è sempre bello toccare, avere un contatto fisico con le persone, far loro sentire che si immedesima, si mescola, si accomuna, che è uomo fino in fondo come noi.  

È un gesto che fa sempre ogni prete quando battezza; apriti! gli comanda, la tua vita ora è nuova, c’è una parola da ascoltare che ti indica le strade vere della vita è la Parola di Dio e c’è una parola che devi far sgorgare dalla tua vita che è la lode di Dio. Quando ti alzi al mattino non cominciare a maledire la giornata e magari anche Dio, ringrazialo. C’è gente che si aspetta da te anche solo una parola e tu non rispondere con due grugniti o con qualche monosillabo. Ascolta e parla, mettiti a disposizione e offriti. Questo è il segreto della vita di tutti. Gesù questo lo sa fare sa far parlare i muti e udire i sordi, sa togliere tutte le nostre chiusure egoistiche per ascoltare e offrire speranza a tutti. Se ti chiudi in te stesso non solo muori tu, ma privi il mondo della tua persona, dei doni che Dio ti ha dato; sbarri la porta alle tante domande che molti ti possono fare per avere il tuo aiuto. La felicità la trovi solo se ne sai donare una briciola a qualcuno. 

09 Febbraio
+Domenico

I figli di Dio, e lo siamo tutti, possono disporre del pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,24-30

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto.
Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia.
Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia».
Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Audio della riflessione.

A chi crede in Dio non può mai mancare niente, non manca la sua Parola per illuminare la vita, non mancano i sacramenti per sostenere il cammino quotidiano, non manca una comunità che ti accoglie, non manca l’Eucaristia come cibo che rinforza, non manca la speranza che nasce dalla fede, non manca una visione positiva della vita che ti permette di affrontare con serenità il tuo futuro. Tutto questo il vangelo lo chiama il pane dei figli, per significare che se viviamo da figli di Dio possiamo contare su di lui in ogni momento, in ogni prova della vita.  

Molti invece sono senza niente; hanno domande profonde, ma sbagliano le risposte, hanno sete di Dio, ma vanno alla sorgente sbagliata per trovare ristoro; hanno desiderio di felicità e credono che si trovi nella droga o nell’alcool; desiderano amore e invece si adattano a comperarlo.  Forse era questa la situazione di quella donna greca, quindi non ritenuta nel numero dei figli d’Israele e quindi tagliata fuori dalla fede e dalla religione ebraica, che si gettò ai piedi di Gesù, disperata per la possessione demoniaca della figlia. Lei non aveva diritto al pane dei figli e Gesù per provarla glielo ricorda. 

La parola del Signore sembra dura. Forse intende mettere alla prova la fede, l’umiltà e la tenacia della donna. Ma questa donna ha grande desiderio di avere questo pane, e non si scoraggia, non discute una discriminazione quasi offensiva, ma perfeziona ancora di più la sua domanda che è più profonda della petulanza che avrebbe potuto esprimere: a me ne bastano alcune briciole, dice a Gesù. A lei che non fa parte del popolo eletto, ma che ha capito che è lì, in Gesù, che sta la salvezza, ha dentro una certezza: ha capito che i limiti che l’uomo pone, le ingessature, che si fanno di Dio per comodità, devono saltare! È tanto il bisogno suo, che nell’esprimerlo con insistenza si fa interprete dell’umanità che ha bisogno di una persona come Gesù. Nessuno può privatizzare la bontà di Dio, nemmeno l’appartenenza al popolo eletto. E Gesù che l’ha provocata le concede il miracolo, proprio perché ne ha visto la fede e la lucidità con cui la vive. 

  Nessuno oggi pensa che il vangelo sia eredità di alcuni pochi privilegiati, ma spesso il modo di costruire relazioni nella chiesa, tra i cristiani, il modo di accostarsi alla fede da parte di molti di noi è diventata una abitudine che non ci fa percepire che abbiamo sempre a disposizione il pane dei figli. Ci serve qualcuno che vive di briciole per capire quanto amati siamo e quanto il Signore voglia la nostra felicità.

08 Febbraio
+Domenico

La nostra voglia di vivere non va mai affidata alla routine  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,14-23)

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Audio della riflessione.

È uno sconfortante destino di tutte le religioni, quello di far crescere una serie di cultori del formalismo che ogni tanto hanno il sopravvento e ingessano l’esperienza religiosa autentica. È stato così sicuramente per la religione ebraica al tempo di Gesù. Ma anche prima: questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me… trascurate il comandamento di Dio e osservate le tradizioni degli uomini. 

È così anche del nostro vivere la fede nella Chiesa cattolica. Mi rendo conto quanto allora spesso, soprattutto i giovani, si decidano per dei loro spazi informali di vita, di ritrovo, di dialogo e anche di espressione religiosa. La domanda religiosa è alta, ma ha dentro sempre un desiderio di purezza, di autenticità, di creatività e originalità nell’esprimere la sete di Dio, il desiderio di una verità e di un coinvolgimento non di facciata, ma profondamente radicato nel tessuto delle relazioni umane; c’è la voglia di vivere anche la religione in diretta.  

Che cosa sono queste distinzioni tra sacro e profano? C’è forse qualcosa a questo mondo che è stato fatto sbagliato dal creatore? C’è qualche cibo, qualche elemento materiale che entrando nell’uomo gli può contaminare lo spirito? o non è dal cuore dell’uomo che nascono tutte le storture che ci sono in questo mondo! Non bisogna forse riportare al centro la dignità e responsabilità dell’uomo? 

Sono le domande stesse che si fa Gesù, le domande che pone a ciascuno di noi. È sempre in agguato anche per noi una sorta di formalismo religioso, di tradizionalismo ottuso e miope, una difesa di noi stessi, delle nostre abitudini spesso comode, scambiata per difesa della fede. È per comodità che affidiamo alla routine la mancanza di entusiasmo e la voglia di vivere, è per una inerzia colpevole che non ci lasciamo più interrogare dalla vita che cresce, che si trasforma, che si fa sempre nuova, dallo Spirito che continuamente ci sorprende. 

Noi cristiani di oggi saremo santi, se sappiamo essere uomini e donne di oggi, se sappiamo offrire alla Parola di Dio la nostra vita di oggi come carne in cui essa prende corpo. I santi di ieri ci indicano solo e bene la strada, le tradizioni sono indicazioni di direzione, ma vanno sempre rinnovate e la fede oggi è vera se si incarna nella vita di oggi. 

Due domande occorre sempre farsi per vincere il formalismo, l’adattamento, l’ingessatura nella fede. Che cosa regala la nostra vita alla Parola di Dio oggi? E l’altra: Che cosa regala la Parola di Dio alla nostra vita? Solo questo incontro operato dallo Spirito mantiene la fede viva per ogni uomo e donna, giovani compresi.

07 Febbraio
+Domenico

La fede si svuota con i nostri comodi formalismi  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,1-13)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Audio della riflessione.

Non è raro purtroppo rendersi conto che nella vita e nelle pratiche religiose spesso si insinui un ben camuffato tradimento. Gesù espone con forza richiamandosi alla grande tradizione dei Profeti quale è la vera religione e il vero culto: è interiore, espressione profonda della vita intima della persona; è vicinanza del cuore a Dio, un rapporto cuore a cuore con il Signore, con Dio Padre e lo sarà poi per sempre anche con Gesù stesso;  è osservanza del suo comandamento, che è sempre l’amore; è realizzazione autentica della sua parola; la parola di Gesù è la stessa sua carne, perché Lui è la Parola fatta carne. Subito si capisce, quanto è distante dalla vera religione qualsiasi formalismo, qualsiasi assolutizzazione di comportamenti di sola esteriorità senza anima. 

Gesù collega strettamente fra loro religione e amore, comandamento esterno e obbligo interiore. Non si può “annullare la parola di Dio con la tradizione” dice il vangelo. Lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II si riferisce a questo passo evangelico per denunciare “uno dei più gravi errori del nostro tempo” e cioè il distacco che si constata in molti di noi, tra la fede che professiamo e la nostra vita quotidiana. Contro questo scandalo già i profeti non risparmiavano rimproveri, avvertimenti, condanne, inviti a conversione, e ancora di più Gesù Cristo stesso con le sue parole e la sua stessa vita.  

Ne deriva che occorre una continua vigilanza per impedire che lo zelo per l’osservanza esteriore della legge dia l’avvallo a un certo tipo di persone, che si qualificano come religiose e che, proprio per questa osservanza esteriore, si considerano migliori degli altri, mancando nell’amore del prossimo e diventando duri e orgogliosi. È una vera tragedia umana, non solo contro-testimonianza, che gente simile ambisca a presentarsi come esempio di religiosità, tradendo così la bella e serena, pacifica e dolce comunione di Gesù con il Padre. 

Che Dio ci aiuti a non separare mai religione e vita, ma che la fede guidi tutte le decisioni e le riflessioni della nostra esistenza come aiuto infallibile per rendere trasparente e convincente la vita cristiana. 

06 Febbraio
+Domenico

Devo toccarlo a tutti i costi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,53-56

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Audio della riflessione.

È abbastanza innato per noi persone fatte di carne e ossa che i nostri incontri abbiano sempre bisogno di una concretezza, di un contatto. Il contatto concreto non solo da smartphone, ma nella nostra corporeità è ancora più desiderato oggi, che possiamo tenerci in contatto 24 ore su 24 con il mondo virtuale.  

Il dire io c’ero, non stavo solo a distanza a vedere su un monitor, è la festa dell’esserci, del toccare con mano luoghi, persone, suoni e panorami. Ancora di più è importante il contatto fisico se si tratta di un amico, di un medico, di un taumaturgo e, per i ragazzi e i giovani, di un idolo del calcio o della TV, di una persona sempre vista, ma mai incontrata. Ho un selfie con lui, ho una sua firma sulla mia T-shirt, un suo autografo sul libro che ha scritto in cui io mi riconosco.  

Gesù nei suoi giorni di predicazione, di incontro con la gente sulle rive del lago, sa che la gente non solo lo vuol ascoltare, ma anche vedere e toccare, soprattutto se sono malati. È la festa della corporeità ferita, dell’aver raggiunto una meta, una possibilità di salute e salvezza come molti capiranno, oltre la salute fisica.  

Per Gesù è anche la possibilità di un contatto personale, per Lui ciascuno è una originalità, non sono mai massa, né gente anonima, ma persone con una storia, con una sete, con una vita spirituale assetata di pienezza.  

Noi questa consolazione di sentirci amati personalmente da Lui, la vogliamo provare, sentire, accogliere. Non essere solo un numero soprattutto quando il cuore canta a mille e la vita ha bisogno di sentirsi accolta, di travasare dentro di sé un amore unico, un momento per me.  

Diceva san Giovanni Paolo II: Voi siete un pensiero di Dio, un palpito del suo cuore. Ebbene Gesù era il tocco del Padre di ognuno, era il contatto col mantello, cioè il trapasso nella vita di chi lo toccava della sua forza d’amore, del suo slancio di offerta, del suo sguardo negli occhi del Padre. 

Noi oggi questo tocco personale, questa udienza privata e comunitaria l’abbiamo ogni giorno nell’Eucaristia: un mistero grande, ma che ci riporta sempre a quel pane che Gesù si è mostrato di essere anche ai suoi discepoli sempre scoraggiati.

05 Febbraio
+Domenico

Il tam-tam tra tutti i disperati: c’è Gesù  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,29-39)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, andò subito nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Audio della riflessione.

Ogni uomo che viene al mondo deve portare il suo carico di dolore, di pena, di male. Non è una fatalità, ma un dato di fatto.  Resti spesso sconcertato quando fai il conto di tutto il male che esiste nel mondo, ti senti schiacciato quando ne devi portare una parte. Ti tocca perché sei papà o mamma e spesso ti sembra di non farcela a sostenere il dolore che ti accumula la vita di famiglia; ti tocca per la tua stessa vita, per le vicende che ti capitano, che qualche volta hai provocato tu con la tua insipienza o che spesso ti vengono caricate sulle spalle senza tua colpa: è un incidente, è una malattia, è una ingiustizia, sono le disonestà, le cattiverie, i delitti di chi non ha rispetto di nessuno. 

 La TV e la stampa ogni giorno ci mettono davanti le sofferenze dell’umanità. Se poi hai avuto occasione di visitare direttamente qualche popolo del cosiddetto terzo mondo ti senti sicuramente in colpa. Ma perché tutto questo macigno straziante di male? C’è qualcuno o qualcosa o qualche prospettiva che ci permetta di vincerlo, non solo di sfuggirlo; di superarlo non tanto di scaricarlo sulle spalle di altri. 

A Gesù, al tramonto del sole di quella prima giornata di Cafarnao, passata amichevolmente nella casa di Pietro, si presenta una massa di ammalati e di indemoniati. Si è diffuso un rapidissimo tam-tam tra tutti i disperati; la notizia della sua presenza è passata di tugurio in tugurio, di disperazione in disperazione e ciascuno ha trovato, la forza di portare alla luce i suoi mali, i suoi malati, i reclusi del dolore. C’è Lui. Lui ha detto che il Regno sta scoppiando, Lui comanda ai demoni; Lui è capace di portare tutto il male del mondo e se ne sente quasi schiacciato.  

Ha bisogno di fissare il suo sguardo gravato dalle scene del dolore negli occhi del Padre e di buon mattino si ritira in un luogo deserto a pregare: Non è una fuga, al “tutti ti cercano” che Pietro gli grida non oppone rifiuto, ma allarga ancora più l’orizzonte a tutti i villaggi vicini. 

È Lui l’agnello che si carica il male del mondo. Non siamo più soli a portarlo. Lui è la chiave di volta sotto cui il peso della vita non potrà mai schiacciarci. Non ci lascia soli. Il male del mondo è tanto, siamo tentati di dire che è troppo, ma bisogna cercare Lui per avere la certezza di vincerlo. Se la terra è spaesata, il cielo non è vuoto. 

Papa Francesco ci dice sempre che la chiesa deve uscire e accogliere tutti. Gli siamo obbedienti oppure ci fermiamo a guardarci negli occhi? Noi i bravi, i garantiti, quelli che dicono di avere bisogno di nessuno e magari non aiutano nessuno? Tutti cercano solidarietà, compagnia, amore. La chiesa è in uscita sempre per questo. 

04 Febbraio
+Domenico

Con Gesù in preghiera  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,30-34)

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Audio della riflessione.

In ogni nostra vita ci sono decisioni importanti da prendere, progetti di vita da attuare, ideali forti da seguire e diventa necessario darsi una calmata, trovare tempo e spazio adatti per decidersi più concretamente, impostare un cammino deciso e riportare alla luce della coscienza il significato profondo per sé e per gli altri della posta in gioco. Gesù dopo aver accolto i discepoli che tornavano dalle prime missioni cui li aveva mandati, sente la necessità di aiutarli a riflettere sulla loro missione a confronto esplicito con la sua.  

Li aveva scelti per farne una squadra di annunciatori della buona novella e ora si iniziava ad entrare nel vivo della missione. Propone loro quindi un retroterra di riflessione, di contemplazione, di preghiera che dia all’attività missionaria tono e carica. Questo, Gesù, propone alla gente che gli sta attorno, che ha pure scelto a uno a uno e che comincia ad affiatarsi, a raccontare le proprie esperienze di impatto con la gente. E a noi oggi che cosa propone, che cosa ci insegna per le nostre vite distratte, segnate dalla sindrome dell’agenda, da molteplici impegni, mangiati dalle cose da fare, senza tempo per riflettere e ricentrare sempre sulla sua persona la nostra sequela?  

Certo noi ci siamo fatti regole di programmazione, facciamo sedute di consultazione e di confronto, valutiamo i risultati e ipotizziamo nuove missioni. Abbiamo però una necessità assoluta di stabilire un esplicito e diretto riferimento a Dio per tutto quello che facciamo e vogliamo essere. Che cosa meglio della preghiera ci può aiutare a questo? Gesù lo faceva sempre, noi ci stiamo facendo pensate strane sulla preghiera.  

Pensiamo sempre che il luogo della preghiera è la vita stessa, dentro il tessuto di relazioni, dentro i nostri impegni: lavorare è pregare diciamo, predicare è pregare, fare il proprio dovere è pregare, cucinare è pregare… 

Ma la preghiera è anche l’esercizio del dialogo con Dio che diventa la fonte della nostra libertà, perché in essa avviene l’incontro con la libertà divina che rende possibile la libertà umana. Ognuno di noi si sente chiamato a divenire persona responsabile, cioè capace di rispondere. Così nasce e si sviluppa una bella relazione tra due libertà: Dio davanti all’uomo come uno che gli parla, lo chiama, lo attira a sé e l’uomo davanti a Dio come uno che si consegna e si affida a lui. 

Per vivere questo occorre il silenzio delle cose e degli uomini, una dimensione interiore che chiamiamo deserto, che non è alienazione, ma spazio di dialogo intenzionale e di intimità non distratta da preoccupazioni distorcenti. 

Altrimenti come faranno i discepoli e come potremo sentirci noi quando Gesù ci metterà davanti la sua croce, il dolore, la sofferenza necessaria per esprimere il massimo dell’amore per ogni nostra crescita umana e spirituale?

03 Febbraio
+Domenico

Presentazione del Signore al tempio  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore –  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare,
o Signore, che il tuo servo vada in pace,
secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione.

Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Perché viviamo? Riusciremo a realizzare quei quattro sogni che abbiamo nel cassetto? La nostra vita è una continua ricerca che ci lascia sempre insoddisfatti o c’è un momento in cui possiamo dire di aver raggiunto con soddisfazione ciò che cercavamo? 

Nel Vangelo è descritta l’insana soddisfazione di un uomo che ha lottato tutta la vita per farsi un nome, per costruire un’azienda, per alzare il fatturato, per imporsi sul mercato. Un uomo riuscito che si è allargato sempre di più e che ha il dono di sedersi a contemplare e a sentirsi soddisfatto. Ebbene quest’uomo si siede, contempla e pone la sua fiducia in quello che ha. 

Invece c’è un altro uomo, carico di anni, saggio, con occhio da sentinella, che sta aspettando da sempre nella sua lunga vita non qualcosa, ma qualcuno: è Simeone; nella sua lunga esistenza non ha mai smesso di aspettare: “Il Signore è fedele alle sue promesse, la sua parola è per sempre. Ci ha promesso un Salvatore e ce lo darà. Se è Dio non ci può abbandonare”. Quanti suoi amici gli avevano detto: “ecco l’irriducibile, quello che continua ad aspettarsi qualcosa di nuovo da questa vita monotona e annoiata che ci troviamo a vivere. Ecco Simeone, il vecchio sognatore, che non smette di giocare all’adolescente! Dove è il tuo Dio se i pagani, i romani, ci opprimono e bestemmiano ogni giorno il suo nome con i loro riti peccaminosi?”. 

Quel giorno nel tempio però appare un bambino: è povero, non può essere riscattato che da due piccioni; ma è la promessa di Dio. Maria e Giuseppe restano meravigliati delle esclamazioni di questo vecchio Simeone: ora Signore muoio in pace perché l’attesa della mia vita è compiuta. È arrivata quella luce a lungo sognata per dissipare le nostre tenebre. Non aspettava di aumentare i suoi guadagni, ma solo di cambiare la sua attesa in presenza, il suo cercare in un trovare. Si avverava una speranza nel vedere Gesù, non ne registrava un possesso; si apriva a un dono, non si stringeva al petto un oggetto. 

Quanto bisogno c’è che nella nostra esistenza ci siano anziani che non si divertono a scoraggiare i giovani con i loro lamenti, Dio non voglia che si rovinino con le loro passioni, ma che siano capaci di tenere sempre viva la speranza! Di incoraggiare ad attendere, di tenere sempre fermo lo sguardo su un futuro diverso come Dio ci ha promesso e manterrà! È necessario uno sforzo continuo di vita dedicata, di preghiera incessante, di gesti di fede, di amore a tutti.  

I nostri giovani devono sentire che ci sono persone innamorate di Dio, instancabili nell’intercessione, capaci di vivere stili di vita povera e sobria, disincantati dalle cose e dal denaro, che si dedicano a loro, che escono dai loro calcoli e li orientano alla sorgente della vita, al Signore della vita. 

Molta gente perde la speranza, fa fatica a cambiare stile. Ha bisogno di riscoprire il dono della solidarietà attraverso la nostra stessa solidarietà, ha bisogno soprattutto della nostra compagnia, di pregare con noi per trovare fiducia in Dio, in sé stessi e nella propria umanità che ha sempre da Dio risorse per superare le difficoltà della vita. C’è sempre una spada che trapassa l’anima, ma c’è sempre Dio che ne ferma il dolore e lo cambia in speranza.

02 Febbraio
+Domenico

La povertà è sacramento della fede  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,7-13)

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Audio della riflessione

Chi ha dimestichezza con le vite dei Santi sa che alla base della loro opera, che spesso è di grande portata, di grande impegno anche organizzativo, c’è sempre una assoluta fiducia in Dio, che chiamano Provvidenza. Soprattutto quando si interessano dei poveri riescono a portare avanti opere di assistenza grandiose solo con l’aiuto di Dio.  

C’è un’altra opera nel mondo che è altrettanto importante come le opere di carità, perché ne sta alla sorgente: è l’opera di evangelizzazione, cioè l’impegno di far giungere a tutti la Parola di Dio, la conoscenza di Lui, il Vangelo, la speranza. Per questa opera di annuncio, di far conoscere Gesù, come per la carità, l’amore concreto ai poveri, ogni cristiano si deve mettere a disposizione.  

Nel vangelo si racconta di Gesù che dà mandato ai suoi discepoli di mettersi in viaggio per questa opera di sensibilizzazione della gente nei confronti della buona novella: li mandò a due a due. I suoi apostoli, il suo gruppo, la sua squadra doveva cominciare ad affrontare direttamente, e non stando sempre coperti dall’ombra del maestro, il compito dell’annuncio. Loro sono i primi missionari, i primi mandati, i primi continuatori del suo compito nel mondo. E vanno, ma con alcune indicazioni precise.  

La potenza salvatrice della sua Parola di salvezza non è legata all’apparato degli strumenti, alla potenza dei mezzi, ma si basa solo sul potente aiuto di Dio. Chi va ad annunciare il vangelo, deve fare un atto di fede in Dio, deve sapersi abbandonare in lui, deve trovare la sua forza solo nella grazia di Dio. Bisaccia, denaro, borsa, sandali appesantiscono solo il cammino.  

La povertà è segno efficace della fede in Dio. Senza povertà non c’è fede, se non a parole. Noi non riusciamo mai a fare un salto di qualità nella vita di fede proprio perché siamo troppo attaccati a noi, non siamo disposti ad abbandonarci totalmente a Dio. 

Di fatto, dopo la morte di Gesù, Pietro e Giovanni sapranno offrire l’aiuto di Dio al povero storpio che incontrano ogni giorno alla porta bella del tempio. cui si sono quasi abituati coloro che frequentano il Tempio, dicendo semplicemente appunto: oro e argento non ho, ma quello che ho te lo do: nel nome di Dio alzati e cammina. 

È Dio che salva, è Lui la nostra felicità, non sono i nostri accomodamenti o le nostre parole, i nostri apparati. Le opere più grandi la chiesa le ha fatte quando era povera, ma ricca solo di Dio. Lui ci ha promesso che non ci abbandona mai.

01 Febbraio
+Domenico