Il perdono diventa il primo impatto tra Dio e l’umanità

Una riflessione del Vangelo secondo Marco (Mc 2, 13-17)

La nostra vita è fatta di accoglienza dei doni che Dio ci ha dato: la salute, la gioia di vivere, un lavoro, una famiglia, tanti sogni e desideri, e spesso anche tante difficoltà, tante strade da percorrere e da scegliere.

Non siamo automi, abbiamo una libertà da educare, da difendere e da vivere: Ci si impone spesso una scelta “decisiva”

Qualcuno sembra abbia deciso bene, se ne sta tranquillo a fare i fatti suoi, a un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella vita oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità che gli fa cambiare radicalmente strada, gli si aprono gli occhi,  percepisce dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo.  

Matteo era uno di questi: Pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un “lavoro fisso”, era disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro. 

Ma un giorno gli capita al banco, dove sta contando euro a non finire, Gesù: E Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: Seguimi!

E lui alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì

Continua ancora la sua vita di relazione, ha ancora i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; sta di fatto che vuole che Gesù incontri questa sua potente fasciatura, tutto il mondo di pubblicani che lo accerchia.  

E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a mescolarsi con ogni fondo di galera, va a sradicare certezze e a portare la sua speranza.

Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità: Ci vede spaesati, ma lui ci aiuta ad alzare lo sguardo al cielo. 

Il perdono, l’accoglienza di chi ha sbagliato, di noi che non ce la facciamo a fare della nostra vita un dono, ma spesso operiamo ricatti, se non estorsioni di ogni tipo, di affetto, di danaro, di posizione sociale, di amicizie, di interessi.

Se Dio intuisce, e sappiamo che ci conosce bene, che nel nostro cuore c’è anche una piccola feritoia di pentimento, entra subito e ci porta perdono, amicizia e gioia.  

18 Gennaio 2020
+Domenico

Restiamo tutti paralizzati, se Gesù non ci guarisce

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 1-12)

Paralisi è malattia brutta, è immobilità spesso assoluta; è dipendere in tutto dagli altri; è spesso una disperazione.

Ma la speranza deve essere sempre l’ultima a morire.

Così capitò a quel paralizzato che sapeva di Gesù e che  dovunque andava  spopolava, la gente lo seguiva, lo ascoltava, soprattutto sapeva che lui guariva.

Quando si diffonde una voce del genere, anche ai nostri giorni, si diffonde un tam tam tra i disperati e tutti si va in quel luogo a vedere se c’è una risposta alla nostra sofferenza. 

Certe notizie non arrivano mai, queste le sanno subito tutti

Al passaggio di Gesù tutti tirano fuori dai loro tuguri i malati che hanno sempre nascosto in casa, tutti gli mettono davanti le loro miserie.

Il Vangelo spesso è una fotografia di questa pressione del dolore nei confronti di Gesù.

E c’è anche un uomo paralizzato.: Lui non si può muovere, ma ha quattro amici che gli vogliono bene; non ha gambe buone, ma ne ha otto in prestito, non solo, può contare su quattro teste che hanno chiaro come giungere a Gesù.

Non si scoraggiano, non mollano l’amico davanti alla prima difficoltà, il suo problema lo hanno fatto proprio: Non possono dire al paralizzato: vedi che ressa, vedi anche tu che è impossibile, accontentati, abbiamo fatto di tutto per portarti da Gesù, ma questo muro di gente non cede di un millimetro dalla sua posizione.  

Invece, salgono sul tetto, lo squarciano; si immaginano che il giorno dopo dovranno ricostruirglielo al padrone, ma non conta niente; quando si vuol fare del bene lo si fa fino in fondo.

Non vogliono più portare a casa la solita barella, con dentro sofferente il loro amico.

E lo calano davanti a Gesù: gli interrompono la predica.  

Gesù stava dicendo che c’è un male più grande nel cuore dell’uomo, molto più di ogni malattia.

Per quello Lui era venuto.

E gli calano davanti un volto di dolore, un corpo negato alla sua autonomia, una vita distrutta nelle sua libertà di essere, di muoversi, di gestire le sue relazioni.

E Gesù lo fa camminare diritto.

Un uomo piegato dalla sofferenza torna a camminare diritto nella gioia. Vedete: questo uomo torna a camminare, ma c’è un male più grande nel vostro cuore, che vi distrugge la dignità, che vi tarpa le ali, che vi fa star male tra di voi, che procura all’uomo incalcolabili sofferenze e che voi non riuscite a vincere: è il peccato

Noi uomini moderni lo abbiamo cancellato dai nostri pensieri e progetti, siamo marci dentro, finché non guariamo il cuore non riusciremo a guarire la vita.

Gesù dice alla gente che lo ascolta:  io sono qui perché ho il potere,che nessuno di voi ha, di guarirvi dentro, di togliere l’odio dal vostro cuore, di cambiare il vostro sguardo predatore sull’innocente in sguardo d’amore, di cambiare il vostro attaccamento al denaro in attaccamento al bene, al povero, alla poesia, al sogno. 

Per farvi capire che io posso rimettere i peccati dico a te: alzati e cammina, ma questo alzati lo voglio dire a tutti quelli che razzolano a terra nel vizio, a tutti voi che avete ridotto la religione a potere sui deboli e inganno sui poveri, a tutti voi che mettete speranza solo nei soldi, a tutti voi che non avete paura di rubare e di maltrattare, di togliere affetto a chi ne ha diritto e bisogno, che lasciate i figli nella solitudine, li private del diritto di avere un papà e una mamma,  perché avete deciso che non riuscite più a sopportarvi. 

17 Gennaio 2020
+Domenico

Il vangelo è Gesù, e va annunciato come si ama una persona

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 40-45)

Esistono nella esperienza umana situazioni di grande sofferenza cui siamo chiamati a rispondere con energia e non con la sola compassione che ci fa dire di fronte a una sofferenza ingiusta solo “poverino!” 

Ciò sa molto di adattamento impotente al dolore altrui.

Non era certo così la compassione di Gesù: Era un rivoltarsi delle sue viscere di fronte ai drammi umani.

In questo brano si dice di Gesù che fu mosso a compassione (la traduzione letterale è  “adiratosi “) sia di fronte allo stato di sofferenza del lebbroso perché era isolato da tutti e privato di un minimo di solidarietà, sia di fronte all’indemoniato per definire la sua opposizione senza tentennamenti al demonio che usurpava la vita di una persona. 

L’azione di Gesù è energica e controcorrente, “tocca” il lebbroso e intima al demonio un esci imperativo, senza condizioni.

Il lebbroso esce dalla solitudine forzata cui la malattia l’aveva relegato, era un uomo costretto a vivere ai margini della società, ritenuto un rottame o una larva messo nella pattumiera dei rifiuti e, guarito, si pone al servizio del Vangelo, si mette ad annunciarlo, anche se ciò metterà in difficoltà Gesù, perché l’annuncio del Vangelo non deve correre sull’onda della curiosità o del meraviglioso, del miracolistico.

Il Vangelo è una forza, una novità, che va annunciata, è una apertura della vita al grande amore di Dio, è la rottura di ogni costrizione, una nuova esistenza regalata da Dio in Gesù.

Allora questa ingiunzione di Gesù è rivolta anche a noi e si fa in noi preghiera: 

Spirito di Gesù:  

Liberaci dal vangelo facile e scontato 
Liberaci dal vangelo ovvio e probabile 
Liberaci dal vangelo dei farisei e degli scribi 
Liberaci dal vangelo di chi non ha più né fame, né sete  
Liberaci dal vangelo che ci porta ad essere fanatici e ci fa ritenere giusti 
Liberaci dal vangelo che ci fa ritenere diversi dagli altri 
Liberaci dal vangelo che ci chiude in una razza e si esaurisce in una cultura 
Liberaci dal vangelo che ci impedisce di cercare ancora il vangelo  
Liberaci dal “nostro” vangelo (ce ne siamo fatti un possesso e non un dono) 

Amen!

16 Gennaio 2020
+Domenico

La preghiera della sera di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,29-33)

A tutti capita di arrivare certe giornate a sera dopo innumerevoli attività, incontri con persone,  scontri frontali con qualcuno, dopo aver affrontato difficoltà di ogni specie cercare un luogo di pace in cui prendersi in mano la vita, fotografarla quasi dal di fuori e cercare di capirla e di capire come siamo dentro di essa.

Ancor di più dentro una vita cristiana convinta e impegnata, cercare, dopo il caos di certe giornate, la pace di un dialogo con Dio.

Gesù è alla fine della sua prima giornata faticosa, da vero operaio del Regno di Dio, la sua esplicita vocazione sulla terra, e trova necessario tornare alla sorgente della sua esistenza anche terrena: Dio suo Padre.

Sotto traccia appare la sua vittoria su una prima tentazione, come se ne narrerà di Gesù nel deserto, cioè il non lasciarsi incantare da quello che gli dirà Pietro: tutti ti cercano, quasi a incoraggiarlo a mietere gloria e vantaggi dai miracoli compiuti, la tentazione costante di far prevalere i pensieri dell’uomo contro il pensiero di Dio.  

La preghiera di Gesù deve essere stata un silenzio o un dialogo drammatico con Dio: Si, perché la preghiera è descritta nella Bibbia come una lotta per non fermarsi mai sul cammino per la libertà; avviene dopo una grande giornata di fatica ed esige di saper uscire fuori dalla  stessa fatica.

Il Vangelo dice: uscì in luogo deserto.

Quello di Gesù, quello della sua preghiera è un esodo continuo verso la luce di Dio che illumina ogni notte, che impedisce di cadere nella trappola del pensiero dell’uomo contro il progetto di Dio.  

Bello quel salmo che dice: <<Benedico il Signore che mi ha dato consiglio: nella notte ammonisce il mio cuore. Ho sempre il Signore innanzi ai miei occhi: coì con lui alla mia destra, non cadrò. Mi mostrerai il cammino della vita, la pienezza di gioia del tuo volto, le delizio perpetue della tua presenza (salmo 16..)>>

Le preghiere notturne di Gesù non sono le nostre “avemaria” ai piedi del letto prima di coricarci (fosse vero che tutti le facessimo anche queste).

Sono molto di più!

In Gesù sono esperienza di libertà, di gioia incontenibile che sale dal profondo, una luce e una forza necessaria nell’immersione sempre più decisa nella sua missione, che diventa sempre più chiara, si porta dentro la gioia del futuro che lo attira, perché per questo, dice, sono venuto dal Padre. 

E’ una scuola per tutti noi la preghiera di Gesù, perché ci indica che l’agire è sempre importante (ed ecco la sua giornata piena di lavoro di predicazione e di accoglienza e la cura delle ferite di ogni persona), ma occorre saper uscire nel deserto, perché in esso Dio ci parla e ci rinnova con la sua parola e fa sgorgare da noi una fonte perenne di acqua viva che non stagnerà mai. 

Gesù è l’infaticabile annunciatore della buona novella, va da un villaggio all’altro, guarisce, scaccia demoni, rincuora le persone.

Ma noi sappiamo che il fare ha bisogno di una teoria che lo illumini e lo orienti: Ha bisogno di una carica di speranza indomabile, di una forza superiore che rende possibile anche l’impensato.

Questo rapporto di Gesù col Padre è il cuore e l’anima di tutta la sua vita: Il contatto diretto con il Padre è per Gesù, e lo deve essere sempre anche per noi, il sole che illumina il suo cammino.

Ci domandiamo molto semplicemente, da Cristiani: è questa la nostra preghiera?

È questa paternità di Dio su cui poggiamo tutto il nostro operare?

Dio ce ne faccia dono!

15 Gennaio 2020
+Domenico
 

Gesù ha autorevolezza, e soprattutto è l’autorità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc. 1, 21-28)

Ci capita spesso per risolvere alcuni problemi concreti del nostro vivere di far fatica a trovare qualcuno di cui hai fiducia e che ha competenza e serietà per aiutarti a cavartela bene.

Talvolta manca competenza, ma il più delle volte non trovi la persona adatta che ti rimanda sempre a qualcun altro vai da questo. 

E’ mai possibile poter parlare con chi ha piena competenza o ci si deve adattare sempre al buon senso? Se questo poi capita per la tua salute o per la tua stessa vita, il problema è ancora più serio.

C’è qualcuno che può dire sulla mia vita qualche parola definitiva?  

Capitava così anche ai buoni ebrei.

La religione era arrivata a un punto di non ritorno: I riti erano freddi, la gente andava in sinagoga (in Chiesa, diremmo noi), ascoltava la Parola di Do, ma pareva una parola spenta, ingessata.

Occorreva tornare a sperare e la speranza non poteva nascere dalla routine, dalla ripetitività, dal sentito dire.

Ormai quando parlavano gli scribi davano l’impressione di chi inizia un discorso con “mi dicono di dire”: Gli scribi avevano una sorta di “regia” che dovevano seguire … era la regia del riportare fedelmente i versetti della torah, di chiosarli con i pareri autorevoli della scuola rabbinica da cui provenivano, ne riportavano le flessioni, i punti e le virgole, portavano a conoscenza la sapienza concentrata nei commentari.

Veniva spesso il dubbio che ci credessero, che si battessero per qualcosa di nuovo, di importante, di inedito.

L’elogio migliore che si poteva fare di uno di loro era: “non proferì mai una parola che non avesse imparato dal suo maestro”. Mai una volta “io vi dico che… è stato detto sempre che, ma io

Sicuramente molto fedeli, ma senza autorità.  

Quando si presenta Gesù invece è tutta un’altra cosa.

Lui è diverso: intanto parla in prima persona, non si mette a dire: mi dicono di dirvi… oppure: secondo i pareri più importanti che sono stati espressi su questo argomento sembra utile, tenendo conto delle varie situazioni che … 

Gli va qualcuno a chiedere se c’è una speranza nella vita e lui non dice: vediamo che cosa dicono gli altri. Lui dice: Io sono la via, la verità e la vita; Lui parla in prima persona.

A chi ha terrore della morte Lui dice: Io sono la risurrezione e la vita e lo dimostra con la risurrezione di Lazzaro, del figlio unico di quella mamma vedova, soprattutto lo dimostrerà con la sua risurrezione, con la sua vittoria sulla morte.  

Gesù è l’autorità, la sorgente del suo dire e del suo potere. 

Un giorno gli portano un indemoniato: Gesù non prende il libro degli esorcismi, non moltiplica preghiere formule e scongiuri, non si dilunga in formule interminabili misteriose, spesso di sapore magico, con cui si tentava ai suoi tempi di liberare gli ossessi.

Dice perentorio: taci, esci da quest’uomo! Esci, non ti chiedo per favore: Non ammette discussioni e Satana sopraffatto non osa resistere. Anzi i demoni hanno paura.  

Lui parlava con autorità, non vendeva speranze a buon mercato, ma era lui la speranza; non cercava mediazioni, ma offriva soluzioni. 

Lui era ed è la porta della vita, la parola definitiva, assoluta, potente.

E’ Lui la sorgente del nostro essere e ha in mano tutti i segreti della nostra felicità. 

Per chi cerca ragioni di vita questa è l’unica strada possibile e noi con Gesù la possiamo percorrere. 

14 Gennaio 2020
+Domenico

E’ degno di ogni stima anche il lavoro dell’annuncio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20)

Mai come oggi stiamo pensando al lavoro per tutti.

La nostra costituzione ci garantiva che la nostra patria era fondata sul lavoro e abbiamo sempre fatto di tutto per non farlo mancare a nessuno.

Ci hanno pensato anche con le guerre e le distruzioni e ogni poco ci si doveva impegnare a ricostruire, a lavorare per il bene minimo per tutti.

Lavoro è possibilità di vita, di sviluppo della persona, di creatività, di libertà di decidere di sé, di fatica, ma anche  di progetto, di futuro.

Quando lo perdi vai in crisi nera.

Oggi ti dicono che sei in esubero, che sei in cassa di integrazione, che se si vuole continuare con questo benessere generalizzato, qualcuno deve pagare per gli altri e si riduce il lavoro.  

In certe zone d’Italia puoi stare in area di parcheggio per una vita e spesso sei costretto ad emigrare. 

Proprio entro questa esperienza quotidiana, comune, intensa fa la sua irruzione Gesù: I lavoratori sono pescatori, proprietari e salariati; vita dura, esposta ai capricci della sorte, si può stare tutta notte a raschiare il fondo del lago senza prendere niente, qualche volta ti sorprende la burrasca e rischi la vita.

Ma è sempre il tuo lavoro, la tua possibilità di vivere e di essere.

Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni ci stanno da una vita … ma arriva Gesù nel mezzo della loro fatica, mentre gettano le reti o mentre le rassettano. “Ma vi rendete conto che siamo a una svolta della nostra storia? Non sapete che sta scoppiando una novità inaudita, nuova, impensabile? Avete posto orecchio e occhio a quel che capita? Non vi suggerisce niente il vostro cuore? Non percepite che la terra sta gemendo per le doglie di un parto? sta nascendo un mondo nuovo e voi state a tendere l’amo ai pesci, state a litigare con le correnti, a ingarbugliavi con le reti!? 

Il regno di Dio ci scoppia tra le mani e voi lo lasciate passare? Bisogna che vi lasciate rivoltare la vita, occorre guardarla da un altro orizzonte.

C’è qualcosa di ancora più importante del vostro lavoro: non sono i pesci da pescare,  ma gli uomini da salvare

Seguitemi, vi farò pescatori di uomini, Pietro il tuo posto è oltre le tue barche, i tuoi tradimenti e le tue cocciutaggini; è in una nuova casa per tutti gli uomini: la Chiesa. Ci state a darmi una mano? Non vedete quanti uomini hanno perso la speranza, si adattano alla mediocrità, si impantanano nei loro peccati?”. 

E questi, subito, lasciate le reti, lo seguirono.

Noi invece siamo esperti del calcolo, del rimando, del pesare bene tutte le opzioni, dell’indugiare, del lasciar passare la vita nella nostra inerzia.

Nel regno di Dio c’è lavoro per tutti, tanto che il nostro stesso lavoro ne è un cantiere se vi saranno dedizione alla giustizia e alla solidarietà. 

13 Gennaio 2020
+Domenico.

Gesù entra solennemente nella sua missione: ce lo presenta il Padre.

una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 3, 13-17) nella festa del battesimo del Signore, che chiude il Tempo di Natale

Abbiamo tutti un ricordo lieto e triste di una prima volta: Il primo giorno di scuola, il primo giorno di naja, il primo giorno di matrimonio, il primo figlio, il primo bacio, il primo volo, il battesimo dell’aria … è stato qualcosa che ci ha iniziato alla vita, che le ha dato un nuovo colore, che ha coronato una lunga preparazione o attesa, che ci è capitato improvviso e che ci ha fatto scoprire qualità impensate.

Spesso è stata una investitura: “Adesso sei grande, tocca a te, non ti tirare indietro; sei su un trapezio, non ci sono più reti di protezione”.

Un misto di brivido, di paura, di orgoglio ci ha fatto decidere. 

Non so se Gesù provava qualcuno di questi sentimenti, là al Giordano in quella fila di peccatori; Era stato attratto da Giovanni, sentiva che Dio, suo Padre, non era ingessato nei ritualismi o imprigionato nel tempio, ma era là nell’attesa della povera gente, povera di speranza soprattutto, una povertà che attraversa ricchi e poveri, stolti e intelligenti, uomini di potere e servi inutili. 

Per questo non si era fissato subito nel Tempio, ma aveva intuito che Giovanni gli segnava una vera strada, non una fuga. 

E qui al Giordano il Padre, che Lui chiamerà sempre papà (solo sulla croce lo chiama Dio quando ripete le parole del salmo; Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato, ma le sue ultime parole saranno ancora: papà nelle tue mani mi abbandono), ebbene qui al Giordano è ancora suo Papà che lo offre a noi a mani spiegate, lo manda, lo accredita, lo spinge sul trapezio dell’annuncio e del dono fino alla morte, senza rete.

L’unica rete sono le sue braccia.

Con questa consapevolezza Gesù guarderà in faccia la morte, supererà le tentazioni, non soffrirà la solitudine: Ogni tanto, di notte, anche da solo, lo incontrerà e stabilirà con Lui i dialoghi intimi del dono di sé, del suo amore fino alla morte di croce.

Sei mio figlio, oggi ti ho generato; sei il prediletto, non ho altro bene fuori di te, ti affido all’ascolto di tutti, ti mando il mio Spirito; il nostro Spirito è la tua compagnia, la tua consolazione, la tua forza.

Oggi lo Spirito aleggia su queste acque come spirò sulle acque del caos primitivo, è una nuova creazione che cammina con te, ricomponiamo la nostra famiglia trinitaria, qui, su questa terra con te. 

Sono disposto a perderti purché questa fila di peccatori, che sta con te nell’acqua del Giordano diventi una fila di santi, di giusti, di uomini e donne nuovi. 

Questo amore che ci caratterizza da sempre nell’eternità e che si è fatto  dialogo quando ti ho chiesto: Chi condividerà la nostra vita con il mondo?

Tu dicesti “Eccomi, manda me”.

E io, tuo Padre, non ti abbandonerò mai. 

12 Gennaio 2020
+Domenico

Signore guarisci le nostre molteplici lebbre

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 12-16)

Ci sono delle persone che hanno un coraggio indomabile di fronte a tutte le avversità, altri si adattano e non reagiscono.

Capita così anche nella malattia: Vedi subito se uno ha voglia di vivere o no, se vuol combattere o ha perso ormai ogni energia.

Qualcuno si lascia morire, altri invece hanno voglia di vita da vendere e reagiscono: Spesso questa è la forza necessaria per continuare a vivere, è una forza che compie miracoli.

La vita anziché essere una fatalità è sempre una scelta, o meglio, un dono da accogliere e se non lo vuoi, nessuno te lo può imporre, prima o poi se ne va. 

Era attaccato alla vita quel lebbroso che è corso ai piedi di Gesù: ha saltato tutte le regole che imponevano ai malati di lebbra l’isolamento e si è portato davanti a Gesù.  

La gente pensava: ormai sei condannato, stattene tranquillo dove sei, la vita è un colpo di fortuna, tu sei sfortunato, adattati alla tua situazione! 

Così avevano fatto quando hanno deciso di destinare un’isola ai lebbrosi per toglierseli di torno. Invece in quest’isola di Molokai ci andò padre Damiano che si fece santo condividendo vita e sogni di vita con i lebbrosi inscrivendo in queste larve di uomini  la voglia di riscatto, la tenacia di mantenere un cuore buono, dentro la disperazione dei senza speranza, vedendo sempre in Dio un Padre che li abbracciava e li faceva diventare apostoli di misericordia e perdono. 

Gesù con la sua presenza fa scattare il lebbroso che balza nella vita e supplica: se vuoi, se mi dai ascolto, se guardi alle mie privazioni, a quel che mi manca per essere un uomo, tu puoi ridarmi tutto quello che hai dato ad ogni creatura.

Perché io dovrei rimanerne privo? Puoi guarirmi.

E’ una preghiera semplice, ma decisa, sa quel che chiede e sa a chi chiede.

Gesù di fronte a questa fede risponde subito:  lo voglio.

E’ animato da compassione, da attenzione profonda alla sofferenza.  

Nella guarigione della lebbra è significata ogni altra guarigione.

Anche noi siamo quel lebbroso, anche a noi cade la vita a pezzi, perdiamo la freschezza e l’innocenza.

Anche a noi le mani anziché essere tese all’abbraccio diventano moncherini mortificati, le nostre labbra anziché essere aperte a parole d’amore, sono disfatte dalla maldicenza; anche i nostri piedi anziché essere portatori di gioia, di vangelo sono paralizzati nella nostra solitudine.

Una lebbra ce la portiamo dentro tutti, un principio che smonta la nostra vita pezzo a pezzo e ce ne fa perdere la bellezza la proviamo tutti.

E’ lebbra il peccato, è lebbra lo scoraggiamento, è lebbra la paura, è lebbra la droga, è lebbra la calunnia, è lebbra l’inganno nell’amore. Abbiamo bisogno di gridare anche noi: se vuoi, puoi guarirmi, certi che Dio ascolta la preghiera di ogni povero di vita che gli si affida. 

11 Gennaio 2020
+Domenico

Oltre le nostre liturgie “stanche”

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,14-22)

La vita è fatta di tante liturgie stanche, di tanti gesti automatizzati che ogni giorno devi fare.

Può essere la levata del mattino, ahimè sempre troppo presto; il congedo da quelli di casa, l’arrivo sul posto di lavoro, il caffè e il giornale con gli amici, le pratiche dell’ufficio … oppure anche liturgie più solenni come quelle ufficiali della deposizione di una corona di fiori, di una dichiarazione alla televisione, o di una messa in chiesa.

Spesso le portiamo avanti stancamente come la vita, senza slancio, anche se ne vediamo la necessità: Diventano penitenza quotidiana invece di essere caricate di significato vitale. 

Così capita a Gesù, quando di sabato entra nelle sinagoghe dei paesi della Palestina: Gente stanca che prende la Torah, il libro della Bibbia, ne legge un pezzo lo fa commentare a chi sa meglio ripetere gli insegnamenti del maestro rabbino, poi tutti ritornano alla propria vita.

Sono così anche le nostre liturgie domenicali: spesso sono più un dovere che un atto di amore e forse per questo non sono più partecipate dai giovani. 

Ebbene un giorno Gesù entra in una di queste liturgie scontate e ribalta la vita di chi lo ascolta: Legge il libro di Isaia che prevede per il popolo un futuro diverso e dice perentoriamente: questo futuro oggi è qui con voi, sono io.

Io sono stato mandato a dare speranza ai poveri, a dirvi che sta scoppiando la potenza di Dio nel mondo: E’ finito il tempo delle lagne, una nuova presenza di Dio comincia oggi, la speranza comincerà a colorare le vostre vite, i poveri trovano fiducia, i deboli si rinfrancano, i diseredati trovano casa e accoglienza.

Io sono qui a garantirvi questo amore invincibile di Dio. Mi credete? 

Lo stupore di chi lo ascolta è grande, erano andati a compiere il solito rito e si sono trovati davanti alla verità concreta che quel rito evocava, ma purtroppo non ci hanno creduto.

Se tu tutti i giorni  ti adatti alla vita senza entusiasmo, non t’accorgerai mai del senso che vi è nascosto, dell’amore che vi è inscritto e promesso.

Hanno dato per scontato questo loro concittadino.

Erano loro i primi a non stimarsi e a non stimare.

Avevano chiuso Gesù nei loro schemi paesani e in questi non poteva sicuramente essere la promessa di Dio.

Non vorrai che Dio abiti proprio tra noi? 

Invece Dio abita tra noi, ha il volto del nostro vicino, ha i pensieri di bontà di chi ci dedica la vita, ha la forza di chi ci contrasta nel male, ha il volto sfigurato del povero. 

Allora, poterlo scorgere nella storia di ogni giorno può ben essere la speranza della nostra vita.

10 Gennaio 2020
+Domenico
 

Sulla barca della vita, vogliamo accogliere Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,45-52)

Spesso nelle nostre riflessioni sul senso della vita che, grazie a Dio, ci accompagnano sempre perché siamo in cerca di un centro attorno a cui organizzare la nostra esistenza, rimaniamo bloccati sulle nostre certezze, incapaci di fare un salto di qualità, di aprirci al nuovo che la vita ci presenta e che Dio non ci fa mai mancare.  

E’ la situazione degli apostoli che vengono invitati da Gesù a prendere il largo con la loro barca, di non attardarsi a stare là dove era avvenuto il  miracolo della moltiplicazione dei pani. Gesù sapeva che gli apostoli facevano fatica a capire la portata di quella moltiplicazione dei pani; avrebbero ceduto facilmente a una sorta di autoesaltazione nei confronti della gente che si vedeva pure sfamata materialmente oltre alla gioia di aver incontrato e ascoltato Gesù.  

Non era al centro dell’insegnamento di Gesù la meraviglia per una moltiplicazione di pani e pesci, perché al centro ci stava “il fatto dei pani”, parole che vengono ripetute dagli stessi apostoli e che non riescono a capire, cioè il dono totale che Gesù si apprestava a fare della sua stessa vita.  

Il fatto dei pani per Gesù era il dono di sé, e quindi il dono che ogni cristiano deve fare di sé per gli altri. Gesù in quel miracolo aveva percepito e riportato alla sua coscienza e alla coscienza degli apostoli il senso della sua vita umana: il sacrificio di sé sulla croce, dono di sé come pane della vita. Ed è bello pensare che Gesù si porta sul monte a pregare in solitudine, per un discernimento profondo e commovente, perché il suo gesto di amore ha conseguenze decisive per la sua vita; avendo amato i suoi li dovrà amare sino alla fine. Il suo amore è destinato a subire le contraffazioni e le deformazioni del nostro cuore umano, incapace di accoglierlo, come non lo hanno capito e accolto i suoi discepoli, Pietro in prima persona.  

Gesù si ritira in preghiera e silenzio perché superare queste prove. Poi si porterà sul lago per rimettersi con gli apostoli, che però non lo riconoscono, lo ritengono un fantasma, uno spettro. Non riescono a dare corpo a quel Cristo che non accetta di utilizzare il prodigio del pane per farsi un nome, una fama, una audience più immediata e risolutiva, secondo loro. 

Insomma la preghiera di Cristo in quella notte ha mantenuto Gesù in intimità e amore del Padre, ma lo ha reso irriconoscibile ai suoi discepoli, alla loro mente ottusa che è anche la nostra, col nostro cuore tardo che non ci permette di riconoscerlo come il centro della nostra vita e come lo deve essere, cioè un cuore deciso a spendersi per gli altri  

9 Gennaio 2020
+Domenico