La condizione del cristiano alla luce della passione e risurrezione di Gesù secondo Giovanni (capitoli 18-21): L’arresto di Gesù ci insegna come essere sempre “soggetto” delle nostre azioni e “persona” nelle nostre relazioni.

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-11)

1 Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2 Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3 Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4 Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5 Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6 Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7 Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8 Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». 9 Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11 Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».

Audio della riflessione

Descrizione storico-geografica (18,1)

«Dopo queste parole, Gesù uscì con i suoi discepoli» – abbiamo sentito; uscire è una parola chiave nel Vangelo di Giovanni: indica l’uscita dal Padre, richiama l’esodo stesso degli ebrei dall’Egitto, la stessa uscita di Abramo da Ur dei Caldei – come ha vissuto papa Francesco in questo ultimo viaggio in Iraq – uscire, insomma, indica un gesto sempre coraggioso, come tanti si debbono fare nella vita.

«… Al di là del torrente Cedron …», al di là delle acque – quindi – come attraversare le acque al di là del mar Rosso, o le acque del Giordano: queste acque delimitano una schiavitù e quindi andare al di là è uscire da una schiavitù, da un impedimento, per entrare e “gustare una libertà”.

«… dove c’era un giardino …» richiama immediatamente il giardino dell’Eden, del paradiso terrestre – come lo abbiamo chiamato noi a catechismo da bambini – dal quale l’uomo uscì per consumare il suo peccato di disobbedienza a Dio.

«… entrò lì con i suoi discepoli…» Gesù invece vi decide di rientrare: c’è una volontà di Dio da realizzare … anche qui vediamo che Gesù è sempre al centro del racconto, si parla solo di Lui. Giovanni descrive la tragicità di quello che sta capitando, non si ferma a dare descrizione dell’evento, ma attraverso di esso, va oltre, lo colloca in un panorama vasto come la vita dell’universo e di Dio.

  • Gli avversari (18,2-3)

«… Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché spesso Gesù vi aveva riunito i suoi discepoli …»; Giuda, un amore respinto, soffre dentro di sé delusioni d’amore, perché Cristo non è stato per lui quello che si immaginava di poter fare contro i romani oppressori, quindi  frustrante per la sua passionalità e ultimo motivo per il suo tradimento. Giuda conosce il luogo, riservato, segreto che rende più evidente il tradimento.

«… Giuda intanto era andato a cercare i soldati e le guardie, messe a disposizione dai capi dei sacerdoti e dai farisei », c’è quindi un gruppo di soldati romani agguerriti e di rappresentanti del mondo religioso: C’è insomma una coorte – come fa capire ancora meglio Matteo (Mt 26,47) – armati di spade e bastoni, e tutta la gamma delle inimicizie contro Gesù messe assieme dai sacerdoti del Tempio.

«… con lanterne e fiaccole »

Queste sono forse superflue perché era una notte di luna piena, ma indicano le tenebre da cui viene tutto il manipolo condotto da Giuda con le sue tenebre.

Non sono lanterne, la parola lampadon in greco non significa lucerne ad olio, per cui deve essere necessario averne un contenitore che fa da riserva e che si consuma bruciando (come del resto pensiamo avvenisse nell’episodio delle 10 vergini che aspettano lo sposo) ma dei bastoni preparati, spalmati a dovere da pece, da incendiare.

  • Gesù soggetto nel Giardino (18,4-7)

Gesù sapeva tutto quello che stava per accadergli. Perciò si fece avanti (esce) e disse: Chi cercate?

Gesù risponde ripetutamente: Io sono e con la luce della sua divinità appare nella pienezza della sua dignità. E’ lui il soggetto. E’ lui che va incontro ed è pienamente cosciente di quello che avviene e che ne consegue. La risposta del manipolo di gente è giusta, ma lui non si presenta tanto come il nazzareno, ma come il vero uomo Gesù nella pienezza della sua dignità di Figlio dell’uomo, di mandato dal Padre, di Figlio di Dio

Con le guardie c’era anche Giuda

Gv ci tiene a ricordare che c’è anche Giuda  per indicare la drammaticità di questo dialogo. Gesù è padrone della situazione (è lecito chiederci se questa descrizione è storica o simbolica; sta di fatto che è insegnamento del vangelo). E’ sempre Gesù che domina, Gv lo presenta sempre superiore agli eventi

  • Gesù conduce tutto l’arresto (Gv 8a)

Gesù domandò una seconda volta: Chi cercate?Quelli dissero Gesù di Nazareth

Ilverbo cercare non è parola a caso, come per dire che volete, che siete qui a fare….è la prima parola che Gesù dice agli apostoli, quando si sente seguito da due di loro, dopo l’indicazione del Battista: Ecco l’agnello di Dio. E’ un verbo di grande denità, che vuole obbligare chi lo cerca ad andare in profondità in questa ricerca. Non è certo la profondità di questa canaglia di gente, che cerca solo un uomo da ammazzare, uno che già hanno dovuto definire come delinquente, come mestatore di popoli. In pratica è come se Gesù dicesse: Cercate Dio o solo un uomo? Loro insistono sulla ricerca di un uomo vecchio. Non arriveranno mai a cercare il Figlio di Dio. Lo farà solo il centurione dopo averlo visto soffrire e morire. “Veramente costui era il Figlio di Dio!”

  •  Si preoccupa della salvezza degli apostoli (Gv 8b-9)

Gesù rispose: vi ho detto che sono io! Se cercate me, lasciate che gli altri se ne vadano. Con queste parole Gesù realizzava quello che aveva detto prima: nessuno di quelli che mi hai dato si è perduto

Nel massimo pericolo si preoccupa dei discepoli e del colloquio col Padre perché si adempisse la Parola del Padre

  • Il gesto di Simone (Gv 18,10-11)

Simon Pietro aveva una spada: la prese, colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Allora Gesù disse a Pietro: Metti via la tua spada! Bisogna che io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato.

Pietro era armato, Gesù accettava che qualcuno fosse armato per i loro continui spostamenti in luoghi anche infestati da briganti (cfr il racconto del buon samaritano). Pietro colpisce per istinto secondo i principi di questo mondo. Gesù però riporta la reazione difensiva di Pietro oltre la violenza, vive sempre come persona in dialogo, non impulsivo, non smarrito, sempre come superiore alla dinamica degli  eventi e, anche qui, come soggetto che determina o almeno guida la sua passione.

Se avete badato il vangelo di Giovanni non dice niente qui della agonia di Gesù nell’orto, niente sui discepoli, sullo stesso bacio di Giuda, non c’è la distinzione di Marco dei tre tipi di discepoli. Qui Gesù non viene legato subito e questo avverrà dopo il versetto Gv18,12

Proviamo ora a riflettere su queste informazioni che ci hanno reso più consapevoli di chi è Gesù e di come si comporta.

Gesù non trasforma i fatti, ma li trasfigura. Ciascuno di noi nella sua vita non è solo un esecutore di cose che gli capitano, ma può tra-passare, andare oltre le tragedie umane, essere veramente lui il soggetto della sua vita, tenerla sempre in mano, non lasciarsi mai vivere, abbandonare tutto a quel che capita. Ci possiamo fare qualche domanda:

 Questa pandemia la devo subire solo o posso affrontarla con la mia dignità di persona? La perdita di lavoro o di qualche persona cara è tutto quello che posso pensare o c’è una capacità mia di non subire, ma di accogliere e collocare su un piano mio personale, del mio modo di vivere, dei miei progetti di vita e non perdere  proprio il fatto che sono io che li vive, non che li subisce? Facciamoci aiutare dai grandi simboli di Giovanni per rifletterci sopra e applicarli alla nostra vita:

  1. uscire, come esodo e atto di coraggio, cambiare modo di vivere…Da che cosa devo uscire che mi trattiene? Ho coraggio di lasciare vizi, abitudini da schiavo, situazioni incallite che fanno male a me e agli altri?
  2. entrare nel giardino significa nella terra promessa, aprirsi al futuro di Dio. Che futuro ha Dio per me? C’è una palude della mia vita di affetti, di relazioni, di rapporti che devo lasciare per entrare in un futuro diverso come Dio me lo fa capire?
  3. andare al di là delle acque, superando le schiavitù. Quali sono le acque che mi imprigionano nei miei vizi o peccati o balordaggini o atti che fanno male a me, ai miei familiari…?
  4. ricerca dell’uomo: che uomo cercate? Quello smarrito o l’uomo nuovo? Che uomo cerco in Gesù? Quando cerco qualcuno/a, ho la consapevolezza di una novità che  mi si può rivelare o ho già preparato una casella in cui imprigionarlo o imprigionarla? La mia ricerca affettiva è aperta, permette che mi cambi o l’ho già asservita al mio modo di essere, di pensare, ai miei buchi che deve riempire?

Come riesco a stare con Gesù nelle mie prove?

Sono soggetto, mi prendo in mano la vita?

Sono persona, rimango in dialogo con la vita, le persone, il prossimo?

Rivediamo gli atteggiamenti di Gesù e come è sempre stato lui il soggetto degli avvenimenti.

Gesù è sempre soggetto e persona  nella passione, morte e risurrezione

Contempliamo la Trinità nella croce di Gesù e come si configura la condizione della persona alla luce della narrazione evangelica della Passione, morte e risurrezione di Gesù dell’apostolo Giovanni.

Appoggiamo tutte le nostre riflessioni su un principio base.

Gv 3, 16 Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chi crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna

Sviluppiamo questo principio a partire dal Gv 13, 1-3

1Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava .

Questo “sapendo” espresso due volte così ravvicinate ci dice che Gesù conosce tutto quello che andrà a capitargli in questa dolorosa e cruenta conclusione della sua missione per la nostra salvezza e ci permette di essere sicuri

  • della conoscenza di Gesù del suo futuro
  • della coscienza che la sua ora è giunta e che ha tutto nelle sue mani
  • della percezione degli ostacoli che incombono
  • della decisione interiore “li amò sino alla fine”

Questa non è coscienza che si è improvvisata solo al momento della sua passione e morte, ma è maturata durante tutta la sua vita entro un contesto più ampio

  1. La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)
  2. La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)
  3. Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)
  4. Un contesto estatico cfr Gv 12,25 
  5. Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51

In questi testi della scrittura Gesù appare, si staglia, come soggetto e persona

  1. soggetto

Gesù tiene in mano la propria vita come totalità, in una visione unitaria sia tra i vari momenti, come nella loro sequenza; dalla nascita alla giovinezza a Nazareth, alla vita pubblica, alla sua predicazione, ai conflitti con gli scribi e i farisei, alla passione , morte e risurrezione. Noi invece viviamo la vita fatta di pezzi; piuttosto staccata e al massimo incollata. C’è stata un infanzia, una adolescenza, un periodo di studi medi, una scelta vocazionale, la decisione, una serie di esperienze o incarichi o mansioni o responsabilità, una vita adulta e ora magari la pensione… tutti elementi staccati, o accostati. Occorre invece prendere ogni pezzo della nostra vita farne una sintesi e unirla a quello che ci aspettiamo, la nostra morte o meglio il nostro ritorno a Dio. La vita e la morte come un insieme che ci è dato da Dio. Prendere in mano la nostra vita come totalità e offrirla a Dio. Siamo creati da Dio e siamo sempre nelle sue mani in senso passivo e in senso attivo. Siamo spesso disturbati da morti violente, inaspettate, magari da incidenti e ci domandiamo spesso: che senso ha? Ricordo il mio incidente quasi mortale con 17 giorni di coma. Al risveglio la cosa che mi ha fatto più male era che sarei potuto morire senza aver avuto una visione intera, unita di tutta la mia vita, senza aver mai fatto una sintesi. Il senso del vivere lo capiamo forse un poco di più se guardiamo con totalità sia la vita che la morte, accogliamo anche l’eternità che è la nostra destinazione. Contempliamo un poco più spesso Gesù soggetto delle sue azioni che accoglie tutte dal Padre. Fino a che punto viviamo come soggetti della nostra esistenza?

  • Persona

La persona si qualifica soprattutto come luogo di relazioni, come soggetto che si apre agli altri. Diceva un rabbino che il Giordano è un fiume che forma due laghi: uno vivo e l’altro morto. Il primo è quello di Tiberiade in cui entra acqua e ne esce: è vivo; riceve e dona, il secondo è il mar morto che riceve soltanto e quindi muore.

Gesù è totalmente persona: prende dal Padre e dona, riceve con gratitudine e dona con gratuità. La legge del dare la vita è principio generale per guardare alla vita, è interpretativo dell’esistenza umana, la condizione dell’essere uomo e dell’essere cristiano.

Sa guardare alla sua vita con totalità

Gesù ha una legge dentro di sè che è quella del dare la vita; nel suo modo di guardare alla vita ha questo principio interpretativo dell’esistenza.

Un grande compito di Gesù è quello di essere  rivelatore del Padre, ma è pure colui che dà la vita per bere il calice del Padre; dà la vita per noi, in nostro favore o al posto di noi. Cose che vanno assieme.

Ci nasce allora un rendimento di grazie a Dio perché La nostra fede ci dice  (2Cor 4-16) che l’esteriore si corrompe, ma l’interiore si rinnova di giorno in giorno e così sarò ancora di più quando mi affiderò nella mia morte al Padre. Scambio reciproco di dare e avere come persone, che è anche causa di sofferenza a causa del peccato.

Ma Gesù è anche colui che dà la vita “per noi” e “in favore”, al posto di noi, come Caifa disse di Gesù, (cfr Gv11, 50-52)“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

E’ questa decisione per noi che dà gioia, senso  e speranza alla nostra vita. Possiamo ringraziare Dio perché se ci riferiamo a chi vive alla giornata, se ci paragoniamo con coloro che non hanno speranza, che vivono in balia del caso, che non mettono pensiero al come e perché vivono, a noi è dato con Gesù di cogliere l’insieme della nostra esistenza. compresa la stessa decadenza e questo ci rivela il senso dell’esistenza intera. Qui possiamo utilmente e bene riferirci anche a quanto dice san Paolo che interpreta la vita, la morte e la passione di Gesù cfr (2 Cor 4, 16)

16Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. 17Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, 18perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.

Il senso della nostra decadenza, della fine, della morte è momento dell’atto supremo di abbandono nelle braccia del Padre e questo ci permette di vivere con gratitudine, anche se sperimentiamo sofferenza, la nostra soggettività, l’essere soggetto sempre della nostra esistenza e persona nella nostra vita.

Appendice

Gesù  è rivelatore del Padre

Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere (Gv 1,18)

Nessuno però ha visto il Padre, se non il Figlio che viene dal Padre. Egli ha visto il Padre (Gv 6,46)

“Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? (Gv14,9-10)

6Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato (Gv 17,6-8)

PS

Cfr Raymond Brown, La morte del messia. (atteggiamento di Gesù nella narrazione della passione in Giovanni pg 54ss.) Ed Queriniana

L’arresto di Gesù

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-11)

1Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. 5Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. 8Gesù replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. 9Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato“. 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote egli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?”.

  • La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 15come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore… 17Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.

E’ un eccesso di rapporto con le pecore, non è una prassi dei pastori, perciò è una sua volontà precisa

  • La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)

13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perchè il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perchè tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.

E’ una consapevolezza precisa della missione che ha accettato dal Padre e che va a realizzare fino alle sue ultime conseguenze.

  • Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)

“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Che poi è richiamato  più avanti in Gv 18,14“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

  • Un contesto estatico cfr Gv 12,25 

25Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.

E’ un dato di fatto scritto dentro la dimensione umana dell’esistenza proiettata sul suo futuro.

  1. Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51

 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Gesù entra nella sua passione con questa conoscenza e coscienza, quindi è padrone degli eventi; è lui che si fa arrestare, non lo arrestano; è lui che giudica, non è giudicato; è lui che accetta la morte e muore, non è ucciso.

Questa figura di Gesù che si staglia dignitoso nella sua passione conoscendo quello che gli capita, e avendone una precisa coscienza, è presente anche nei sinottici

Mc 8, 31 Poi Gesù rivolto ai discepoli, cominciò a dire chiaramente: il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto… lo condanneranno; egli sarà ucciso…ma dopo tre giorni risorgerà

Lc 9, 30-31  durante la Trasfigurazione con Mosè e Elia: Essi parlavano con Gesù del modo con il quale egli avrebbe concluso la sua missione in Gerusalemme

La cena di Betania

Una riflessione esegetica confrontando i Vangeli di Matteo (Mt 26, 6-13), Marco (Mc 14, 3-9) e Giovanni (Gv 12, 1-11) – Cfr “Sentieri di vita 3” di Francesco Rossi De Gasperis – Luciano Pacomio – Editrice Paoline, pagine 38-39

Audio della riflessione

Ricordiamo che i vangeli, soprattutto quello di Giovanni sono stati scritti dopo non poco tempo della morte in croce di Gesù e la sua risurrezione, elementi decisivi per la fede cristiana, e a partire dalla fine si è sentito il bisogno di narrare quello che era successo prima.

Noi partiamo da questo episodio narrato nel vangelo di Giovanni: sei giorni prima della grande festa ancora tutto è normale (noi nella preghiera ufficiale della Chiesa chiamiamo questo sesto giorno “Lunedi Santo”), non è ancora esplosa la cattiveria umana che porterà Gesù in croce, c’è una scena intima di amicizia, dove si mescolano tenerezza e triste presagio.

Gesù sente di essere braccato: quell’ingresso trionfale a Gerusalemme ha messo in allarme il sinedrio (che potremmo per noi chiamare “consiglio dei ministri”, di fronte a Gesù che è molto più pericoloso di una pandemia) … non staranno con le mani in mano a farsi cogliere di sorpresa, il loro DPCM è “O adesso o mai più: Quel che Gesù ha fatto è troppo” … e Gesù si concede un momento di intimità con gli amici: va a Betania, nella casa dell’amico Lazzaro … la casa è piena di tanti amici, ma la scena è occupata da due persone soprattutto, Maria, che è la sorella di Lazzaro e Giuda.

Entra in scena per prima una donna, Maria: è importante notare che è una donna che dà inizio al racconto della passione e sarà una donna che ne segnerà la fine annunciando la risurrezione. 

Tra la congiura dei capi e il tradimento di Giuda si inserisce questa donna con un gesto tenerissimo: porta un profumo in un vasetto, un profumo di grande valore, di nardo genuino, non contraffatto.

In giro per l’orto del Getsemani si percepisce l’atmosfera acre dell’accerchiamento di morte che gli stanno preparando i membri del Sinedrio, in questa casa invece si diffonde un profumo delicatissimo, in un silenzio rotto dal colpo secco di un vasetto di alabastro, come di un cuore indurito, che si infrange per amore.

Questo olio viene versato sui piedi di Gesù: sembra un gesto normale, di cortesia, di gentilezza, di ospitalità, in cui si mescolano tenerezza e tristezza, per quello che tutti presagiscono.

La bibbia è piena di momenti solenni in cui sul corpo, il capo o i piedi dell’uomo viene versato olio profumato: con l’olio si allieta il volto, si consacrano i sacerdoti, si consacrano i re e i profeti, si curano i malati… forse riusciamo tutti a ricordare il gesto di Samuele che, invitato da Dio a ungere, e consacrare quindi, il  nuovo re di Israele, blocca il pranzo di tutta la famiglia, finchè, dopo aver passato in rassegna tutti i figli presenti, non si presenta il più piccolo, Davide … e giunge il ragazzetto, sottovalutato da tutti come capita anche oggi, perché noi adulti siamo molto importanti e bravi … e lo unge re.

Ricordo il fatto perché con questo gesto la donna non solo fa un gesto di amore, ma anche di fede profonda: riconosce in Gesù, il re, il sacerdote, la vittima, il profeta. E’ inaudito che sia una donna che compie una unzione messianica, quasi una consacrazione, dopo che Dio ha dichiarato messia il figlio Gesù.

Questo corpo di Cristo prossimo alla morte è oggetto di amore: Resta per ora sospesa una decisione efferata di metterlo a morte, si espande un profumo che penetra le narici, imbeve i vestiti, riempie l’atmosfera di una esaltazione gioiosa, di sentimenti di gratitudine e di amore. Questo momento nel racconto della passione si inscrive come una sospensione, una contemplazione; guardiamo questo Gesù con il suo cuore di figlio e di messia, che si prepara alla croce. Un uomo nel pieno della vita, nell’entusiasmo della sua missione che viene braccato come un delinquente, come uno spergiuro, un maledetto da Dio e dagli uomini. Una donna lo capisce, ne intuisce il dramma, ne coglie la mestizia e non lo vuol lasciare solo a un ruolo, lo accoglie come persona nella sua dignità umana.

Il gesto più bello d’amore lo compie ancora questa donna. Gli unge quel corpo che fra poco penderà dalla croce, che sarà percosso e umiliato, oltraggiato in maniera efferata. Gesù pensa alla sua sepoltura, e lo dirà pure, agghiacciando le persone che gli vogliono solo bene perché è Lui e non pensano al valore del profumo,  perché ormai la morte è vicina.  La donna non  offre solo il profumo, ma la sua persona, il suo cuore, il suo corpo, se stessa e confessa che Gesù per lei è tutto. Un altro evangelista che racconta questo stesso fatto riferisce che Gesù avverte questa fede profonda e dice che in tutto il mondo non si potrà proclamare il vangelo senza parlare del gesto di questa donna. In pratica si annuncia che tutto questo espresso in una sensibilità squisitamente femminile nei confronti di Gesù. è l’evangelo.

Vediamo invece ora che cosa pensano gli altri invitati alla cena:

Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: “Perché non si è venduto questo profumo, per trecento denari e non si sono dati ai poveri?  

L’autore di questo pensiero scellerato per l’evangelista Giovanni è Giuda, nei passi paralleli degli altri evangelisti si dice: Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro. Ed erano infuriati contro di lei tra i quali ci sono  pure i discepoli che si indignano. Una povera donna scoppia di amore, un ceto di saggi si fanno consumare dai calcoli, dagli interessi, pensano agli affari e accampano la scusa dei poveri. I poveri sono purtroppo sempre usati per nascondere le intenzioni più basse. Non sempre si servono i poveri, ma ci si serve dei poveri.

Il momento dell’amore è finito troppo presto, con esagerata velocità; nella successione dei fatti si passa subito a spegnere ogni sogno. Il profumo è ancora nell’aria, ma non c’è più nessuno che è disposto a lasciarsene invadere; la gratuità è finita, l’illusione che l’amore fosse definitivo si fa palpabile. C’è gente che si sdegna per la perdita dei soldi e non s’accorge che disprezza la sofferenza di un  morente, passa sopra ai sentimenti di Gesù, alla consapevolezza della sua morte imminente. Che è la morte di un uomo di fronte all’accumulo di denaro, all’efficienza di una amministrazione, alla fame di trecento denari?  Nella vita credono che sia più importante comperare o vendere, piuttosto che amare e donare; calcolare e ammassare, piuttosto che aprirsi e consolare.

Quanta gente regola i rapporti umani col calcolo e con l’interesse. L’unico intento della vita è il vantaggio, il fatturato. E’ il denaro il fine della società stessa. Le cose, il lavoro, i gesti, l’uomo stesso, tutto è mercificato, comprato, venduto, barattato; così è tentata anche di diventare la religione: una ragioneria di interessi.

Non sanno capire i convitati alla vita il bello, il buono, il gratuito che si nasconde nel gesto della donna. Il dono è l’unico atto umano in cui l’uomo ritrova se stesso. Contemplare, amare e donare sono gesti che non servono a niente, ma ci fanno diventare persone, ci distaccano dalla confusione con la materia, creano spazio per la meraviglia, la gioia, la vita.

No a noi servono trecento denari, non ci serve Gesù Cristo; a noi serve avere sicurezza nelle strategie dei cambiamenti, non la gratuità dei rapporti. Questi pensieri purtroppo potrebbero essere anche quelli della caritas, di noi cristiani semplici e in continua ricerca, non ci dobbiamo vergognare e chiediamo a Gesù di farci capire.

Questa donna ha rovinato le uova nel paniere di chi voleva fare anche di Gesù un affare. E contro di lei si infuriano, sbraitano, intolleranti. Non amare nessuno perché a qualcuno fai subito fastidio, soprattutto a chi crede di dover giudicare gli altri e di avere in mano il mondo.

Penso che resti in piedi ancora qualche dubbio sulla insensatezza dello spreco dell’olio profumato: i poveri. Si poteva dare ai poveri. Certo c’è una intenzione nobile; il calcolo non è fatto per un volgare tornaconto o affare, ma per un atto di solidarietà. Rivediamo al rallenty la scena: da una parte la tenerezza, un cuore ansioso, pieno di presagi, una sensazione di qualcosa di irreparabile che sta capitando, dall’altra un freddo calcolo pieno di sicurezza e di disprezzo, frustrato e tentato di tradimento. La donna  rompe un vaso di nardo preziosissimo e riempie la sala di profumo. Sono i piedi di Gesù che meritano tanto, ma è tutta la casa che ne viene saturata, la vita di quel gruppo di disperati che viene inondata da un profumo che nei loro ricordi resterà indimenticabile. E’ un gesto d’amore, è l’ultimo vero gesto d’amore che viene rivolto dall’umanità a Gesù. Ce ne sarà tra poco un altro, il bacio di Giuda, quello non sarà amore, ma tradimento.

C’è un conteggio che passa per la mente di Giuda o di tanti che la pensano come lui: un profumo sprecato questo unguento, con tutti i poveri che ci sono e che potrebbero avvantaggiarsi del suo valore. Vale ben trecento denari. Il prossimo conteggio lo farà ancora il Sinedrio, quando gli conterà trenta miseri denari come prezzo del tradimento.

Ma non ci saranno funerali per Gesù, ci sarà la morte, sicuramente; il male avrà il sopravvento, ma solo per porre davanti a tutti nella solennità di un trono scomodo quale è quello della croce, il massimo di bene che Dio avrà sempre per l’uomo, anche per i traditori, per gli infami.

Allora si leverà nella vittoria massima la speranza di vita per tutti, una speranza prefigurata e generata nei gesti semplici dell’amore.

6 Allora Gesù disse: “Lasciala fare; perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. Ella ha compiuto verso di me un’opera buona;  i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre.

E’ Gesù stesso che interviene con la sua parola per aiutarci a fare discernimento. Il punto nodale è: Noi dobbiamo sempre fare la scelta decisiva di stare dalla parte della persona di Gesù, è Lui il povero che si è addossato tutto il male del mondo; l’unzione è rivolta proprio a chi verrà presto ucciso, a uno che sta affrontando la morte. Questa, dice Gesù, è un’opera buona: amare Lui sopra ogni cosa è opera buona, come era buona la creazione ogni giorno che arricchiva l’universo delle bellezze del creato e della centralità dell’uomo e della donna.

Se vedi che davanti a te si affaccia il Cristo che sale il Calvario, tu vai a preoccuparti di come e dove poter risparmiare o stai a farti i calcoli per le tue buone azioni? Che ti importa di Lui che muore solo, abbandonato? Ti interessa la sua vicenda o l’hai già cambiata in una azienda?

Quante volte la religione, il nome di Gesù è tirato in ballo per coprire i nostri interessi, per fare da supporto alle nostre fissazioni, al nostro stesso egoismo. Questo avviene anche negli uomini della Chiesa, come me.

Avere sempre con noi i poveri non ci autorizza a strumentalizzare Gesù, non ci esime dal riscattarli sempre, ma ci obbliga a guardare sempre a Lui che sa vincere ogni povertà, ci dà la forza di spenderci. Senza di Lui, prevale l’egoismo, l’interesse; il pensiero dei poveri diventa strumentale come lo è per ogni organizzazione di carità, di beneficienza: Facciamo qualche esempio. Quanti hanno guadagnato sui migranti! la Fao l’organizzazione che si mangia tra i funzionari l’80% dei capitali messi a disposizione per risolvere la fame nel mondo. Molta gente se non mette al centro Cristo, che ti obbliga ogni giorno a guardarti dentro, a purificare le tue intenzioni e quindi i tuoi comportamenti, si serve dei poveri e non li aiuta a riscattarsi

8 Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura.

La consapevolezza di Gesù è precisa. La morte non è un tragico incidente in cui è caduto perché era un predicatore sprovveduto e ingenuo. Sapeva che lì doveva provare a tutta l’umanità la decisione irrevocabile dell’amore di Dio. Gesù aveva la consapevolezza molto umana, ma non per questo meno intensa, di quella morte che lo attendeva al varco. All’ultima cena, di lì a pochi giorni avrebbe esplicitato ancora di più quello che c’era nel suo cuore.

“Non si può più girare attorno alle cose. La mia vita non me la prenderanno con inganno o con strategie politiche, per farsi qualche piacere l’un l’altro o Erode o Pilato o Anna e Caifa o i mestatori di popolo, la dono io. Sono venuto per questo. Qui sta lo snodo fondamentale della mia missione: vi do la mia vita, perché vi voglio troppo bene. Non posso permettere più che il male sia l’ultima parola sui vostri sentimenti, affetti, azioni, corpi e relazioni. Questo pane spezzato e questo vino versato saranno sempre il segno di un dono senza rimpianti, di una vita donata senza ripensamenti, saranno il segno del mio corpo dilaniato e del mio sangue versato.

 E potrete sempre rifare questi miei gesti, coinvolgendo dentro di essi i vostri, anche voi dovete sempre essere in grado di spezzare la vita per i poveri, e ogni volta che li rifarete io sarò lì ancora a dirvi che vi voglio bene, a dirvi che non immaginate che Padre avete nei cieli, a ricordarvi che è finita la schiavitù, che l’ultima parola non è la morte, anche se in cuore avrete odio, anche se userete questi miei segni per farvi belli, in una chiesa dove state solo per dovere, in una comunità che usa la messa per truccare l’odio e la falsità, anche quando i gesti li compirà un prete senza fede, senza amore, pieno di ambizioni, incapace di uscire dal giro del peccato di cui non si accusa più. E’ un dono per sempre, senza ripensamenti o nostalgie”

Se possono servire altre riflessioni:

C’è una triangolazione sempre da salvaguardare:

Io/noi, Gesù, i poveri

e non una dialettica soltanto

io/noi e i poveri/Gesù.

E’ certissimo che nei poveri vediamo il volto di Gesù, ma se questo volto non è sempre presente nei nostri pensieri, nelle nostre valutazioni e lo perdiamo di vista, diventiamo solo organizzatori, presto perdiamo il senso più profondo della vita e dell’amore ai poveri

Ciò che avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Quindi ogni azione umana, anche quelle di coloro che non conoscono Lui, si qualifica e si giudica in riferimento alla persona di Gesù. Il coinvolgimento della persona irriducibile di Gesù precede, ispira, comanda e interpreta a livello dell’essenza, di quello che esiste nel nostro amore per gli altri, ogni gesto di amore per i fratelli.

La causa di Gesù non è la causa di una collettività o un programma di azione per la giustizia o la misericordia. Essa è la causa di una Persona singolare e unica, che è la chiave della forza di ogni nostra decisione.

Per Maria, e per il Vangelo, la causa di Gesù precede e qualifica la causa dei poveri

Per Giuda e alcuni suoi compagni, la causa di Gesù  finisce nella causa dei poveri e si riduce ad essa. Gesù può persino scomparire dalla scena.

Chi non capisce il gesto di Maria non ha ancora colto, oppure sta perdendo il senso unico della persona di Gesù e può trovarsi, lo sappia o no, alla viglia del tradimento o del rinnegamento del Signore.

4 Marzo 2021
+Domenico