I silenzi di morte di oggi diventino semi di vita  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-19, 42)

In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».
 Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.
Non sei anche tu uno dei suoi discepoli? Non lo sono!
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.
Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».
 E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: “Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte”. E i soldati fecero così.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
E subito ne uscì sangue e acqua
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: “Non gli sarà spezzato alcun osso”. E un altro passo della Scrittura dice ancora: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”.
Presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Audio della riflessione.

Ti capita ancora se abiti in qualche bel paese di campagna o di periferia di sentire ogni tanto dei rintocchi gravi di campana, quel rimbombo lento, talvolta straziante perché ti ricorda che vai a seppellire un amico, un familiare, Dio non voglia, un figlio. E attorno si fa silenzio. Il paese si ferma, la gente si stringe attorno per darti quel poco di solidarietà che può. Si crea quell’atmosfera surreale, ma vera, di bisogno di superare lo smarrimento, che fa parte della nostra vita. Noi veniamo al mondo a suon di campane di allegria per il battesimo e siamo portati a sepoltura da rintocco di tristezza.  

Oggi ci dovrebbe essere questo silenzio: ancora in tante fabbriche, in tanti studi commerciali, in tanti luoghi istituzionali, si usa fare un momento di silenzio: ricordiamo la morte di Gesù. Possiamo essere credenti o no, ma tutti possiamo ricordare chi ha dato una svolta decisiva alla storia del mondo. Oggi per Lui c’è silenzio forse, non rintocco di campane. Non è morto come tutti e non è ricordato cadavere.  

Vogliamo risentirci per l’ennesima volta la sua passione, la vogliamo vedere rappresentata, noi stessi ci mettiamo ad assumere una parte in questa storia: c’è chi fa Giuda e rappresenta tutti i nostri tradimenti, chi fa Maria e rappresenta tutte le nostre mamme che soffrono per la morte dei figli, chi fa il soldato o la canaglia che rappresenta le nostre violenze quotidiane, chi fa il traditore, per dare un volto a tutti i tradimenti della vita e della storia. Lì tutti andiamo a farci rappresentare, per farci giudicare.  

È una catarsi necessaria, non è una fiction, lì ci andiamo con il cuore pentito, almeno una volta nella vita. Chissà che proprio a questi sentimenti di stasera sia legata la nostra felicità definitiva, quella vera. I sentimenti sono passeggeri, ma se hanno sotto un cuore che ama, sono tappe di una vita nuova. 

Andiamo sotto quella croce a farci nascere speranza; perché quello che vediamo piagato e disprezzato non resta cadavere, ma trionfa sulla morte e dona vita piena; quella croce è segno di speranza e sconfigge ogni altra croce della nostra vita e ogni violenza sui giusti che rappresenta. Non siamo disperati per la morte del nostro fondatore defunto, ma coscienti che l’abbiamo fatto morire noi e sicuri che il suo perdono, la sua bontà non ce la farà mai mancare, travalicano i tempi, gli spazi, gli odi e le nostre continue cattiverie. Questa croce la vogliamo scrivere nella nostra carne perché scompaia dalla vita di ogni creatura. 

29 Marzo
+Domenico

 

Gesù sa morire e vuole morire solo per amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 18,119,42)

In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».  

Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.

Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. 
 
Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!». 
   
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. 
  
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 
  
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. 
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. 

  
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto». 

Audio della riflessione

È la croce il centro della nostra preghiera di stasera. È un legno incrociato con inchiodato l’uomo Gesù, il Figlio di Dio Gesù, l’uomo qualunque che viene sacrificato dagli egoismi umani, la persona torturata, disprezzata, uccisa per vendetta o per cattiveria pura, come anche in questi giorni la cronaca ci mette davanti. È la consapevolezza del dolore umano che resta sempre un grande mistero, anche se spesso la causa siamo proprio noi e lo sappiamo bene. 

Un supplizio mal tollerato da tutti in tutta la storia è al centro della nostra fede: la croce. È la croce su cui sono finiti i tanti martiri del cristianesimo, i nostri santi protettori fin dai tempi antichi, che durante la quaresima abbiamo ricordato, pregato e cercato di imitare. 

Muore Gesù: è una morte efferata, è un supplizio assurdo. È l’immagine di tutte le morti atroci, ingiuste, violente; è il bisogno di purificazione delle nostre tragiche condotte, la ricerca di una innocenza che abbiamo perduta.  

Lui arranca con quella croce sulle spalle per quelle strade distratte e piene di commerci della vecchia Gerusalemme, tra il fastidio della gente che viene disturbata nelle sue spese per la festa imminente. Tra poco chiudono i negozi, si entra nel grande sabato, occorre far presto, occorre far presto anche a uccidere un uomo innocente, perché sia finalmente chiusa la sua vicenda che ha già avuto troppa sopportazione da parte del potere. E Lui, solo, martoriato, fa il suo cammino, entra nella vita di un contadino ignaro, Simone di Cirene, il Cireneo, che lo aiuta a portare il supplizio, nella compassione di una donna che gli deterge il viso, nel pianto delle mamme che rivivono le tragedie dei figli.  

Lo accompagna sua madre e un ragazzo che si era entusiasmato di Lui, della sua forza d’amore, del suo messaggio, Giovanni. Sognava ancora, ma gli stavano spegnendo i sogni nel pianto. Epperò resisteva. Lo vedrà morire, si sentirà donare l’ultimo affetto che il condannato a morte si teneva per affrontare il dolore: sua madre. Figlio: Ecco tua madre. 

Signore abbiamo sempre bisogno di guardarti morire, ma dacci tua madre per avere una spalla su cui piangere e attendere la tua risurrezione, è il pegno che mentre muori, Dio non ci abbandona mai  

Di questa morte in croce ci restano alcune immagini che il vangelo ci ha ricordato. È un fatto doloroso, crudo, ma altamente significativo. Gesù è appena spirato dopo una lunga agonia su quella croce. È morto per i dolori atroci della flagellazione e della crocifissione, dell’abbandono e della solitudine. La causa fisica ultima della morte di un crocifisso è un soffocamento dovuto alla compressione dei polmoni per l’essere appeso per le mani tenute fisse a un palo coi chiodi. Dice il vangelo che i soldati si meravigliarono che fosse morto così presto.  

In genere il colpo di grazia era dato dallo spezzare le gambe ai crocifissi, così che non potessero più rialzarsi puntando sui piedi e riprendere respiro. Visto che Gesù era morto, vollero lo stesso sincerarsi della morte; hanno fatto le cose da professionisti; allora non avevano abitudini meno barbare, non erano in una cella della sedia elettrica con elettrodi e strumenti elettrici, che potessero mostrare il diagramma piatto. Gli hanno dato un colpo netto, magistrale, da intenditori al cuore, per sincerarsi che il motore della vita fosse bloccato e svuotato della linfa necessaria all’esistenza: il sangue. Ne uscì sangue e acqua. L’Eucaristia, diranno i padri della chiesa, e il battesimo 

Quel cuore lacerato, svuotato, aperto, sanguinante è diventato il segno del dono fino all’ultima goccia di Gesù per noi uomini e donne. Giustamente allora ne è nata una contemplazione, uno sguardo amorevole e continuato del credente a quel cuore squarciato per avere sempre ben impresso negli occhi questo gesto estremo di amore. Questo è il Sacro cuore. Non si aspetta uno sguardo anatomico, ma una contemplazione di amore che si fa per noi sicura speranza. 

In questo cuore squarciato ci sono tutti i drammi umani, la guerra della Russia contro l’Ucraina, i morti annegati nel mediterraneo, tutte le ricerche, talora le sconfitte e le disperazioni, le debolezze e le piccole vittorie, le ansie e i martirii, la tenacia nella debolezza, la progettualità e l’accoglienza del dono. Diventa allora importante riuscire a sagomare la vita del cristiano attorno all’esperienza di questo cuore donato fino alla morte, ma regalato vivo nella risurrezione.  A noi far vedere nella vita e nella società l’umanità nuova che il cristiano incarna nel vivere in sé e nel mondo delle sue relazioni questo centro della nostra fede pasquale. Questa è la sorgente e il fondamento da cercare e la speranza da offrire. 

7 Aprile
+Domenico

Il coraggio mancato

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 19,4-7) dalla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo (Secondo Giovanni : Gv 18,1-19,42)

4 Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». 5 Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!». 6 Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». 7 Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

Audio della riflessione

Anche i cuori più duri, forse, oggi, alle tre del pomeriggio, possono fermarsi un istante per volgere lo sguardo a un innocente che muore.

La croce è un simbolo che oggi parla, perché guardiamo chi ci è disteso sopra: un uomo nudo, inerme, piagato, torturato senza pietàYoutube continua a proporre le scene strazianti, insopportabili, della flagellazione del film di Mel Gibson; molti pittori si sono cimentati a proporre questo uomo che muore, e noi abbiamo tutti in casa o al collo una croce: ci ha segnato la vita!

Oggi vogliamo guardarla con delicatezza, con affetto, con fede, almeno con rispetto …

C’è una gamma infinita di ruoli e di sentimenti che ci possono accostare a questo “uomo che muore” … il Vangelo ne mette in evidenza uno, quello di Pilato: l’uomo indeciso da cui dipende la vita di Gesù; l’uomo che tenta di dare ascolto a qualche buon sentimento, ma non gli importa niente della vita del Signore.

La nostra vita è fatta di tante belle intuizioni della verità, di nostalgie del bene, di “propositi” di generosità, di bontà, che non arrivano mai a destinazione. Perché siamo fragili, ci mancano idee forti, visioni chiare, consapevolezza di una nostra responsabilità, grinta e decisione.

Per me è innocente, se poi voi volete ucciderlo, fate pure, io non c’entro, me ne lavo le mani!”.

Pilato, tu non ci stai prendendo in giro: tu rappresenti tutti noi! Tu vedi il tuo interesse, vedi la tua coscienza e decidi di startene fuori, di non prenderti responsabilità! Non vuoi darti dolore per gli altri anche se dipendono da te: tu vuoi stare sempre a galla, non ti interessa di un poveraccio che ti ha aperto la mente, ti ha fatto nascere un desiderio di bene dentro, ti ha acceso una piccola speranza! Con questa hai tentato di opporti al male, ma ti sei subito arenato … come ci areniamo tutti noi.

E allora, lavati “ste maledette mani”, fa la commedia di chi crede di non avere responsabilità, ritirati nelle tue sicurezze! Una vita in più o in meno che vuol dire? Ti basta portare fuori la pelle, anche se la coscienza si farà sentire e non potrai avere pace finché non tornerai ad ascoltarla!

Noi che pure, purtroppo, ti abbiamo seguito in questo tradimento di Gesù, ci auguriamo di incrociare sempre quello stesso Gesù prima che sia troppo tardi, e in lui non troveremo nessuna traccia di odio, ma soltanto un amore che ci saprà dare ancora la sua pace.

15 Aprile 2022 – Venerdì Santo
+Domenico

Ecco l’uomo, ecco il vostro re

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 33b-37)

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Audio della riflessione

Che razza di re è Nostro Signore Gesù Cristo? Il Vangelo di oggi ce lo presenta davanti a Pilato che lo canzona con supponenza, lo vorrebbe difendere, ma non ne ha il coraggio, ritiene di essere lui, Pilato, molto più potente di Gesù … e Gesù, con grande dignità, tiene in mano le redini del processo: si attarda a parlare con Pilato, a fargli capire che le parole “re”, “regno”, “potere” non hanno solo il significato della forza, del sopruso, del potere, del ridurre tutti in schiavitù, e nel Vangelo si vede la confusione di Pilato che esce ed entra dal pretorio almeno sette volte, tanto è imbrigliato dalla legge del diritto romano che tenta di rispettare e la legislazione ebraica che non tollera che un ebreo venga giudicato in luoghi profani e tra l’altro deve anche fare i conti con la sollevazione popolare che non riesce più a controllare; è un campo di significati, quello di Pilato, molto limitato e monco, non contiene affatto il significato che dà Gesù al suo essere re e al suo essere uomo: per Pilato l’essere uomo di Cristo è come dicesse “guardate come ve l’ho ridotto, l’avrò ben punito che cosa volete ancora?” Per Pilato dire che Gesù è re, è una burla, una sfida al popolo, che però gliela ritorce contro, richiamando ai romani che il loro re è Cesare, che loro odiano a morte.

Ecco l’uomo: Gesù appare come l’uomo nella sua verità, obbediente a Dio Padre, umiliato, deriso; eppure è l’uomo perfetto nel paradosso dell’evangelista Giovanni.

Gesù ha adempiuto il disegno per cui si è incarnato: è diventato l’Emmanuele, il Dio con noi, si è fatto uomo, il vero uomo è Lui, non Adamo che ha disobbedito.

Ecco il vostro re: Gesù è presentato anche come re, guida dell’umanità, rappresentante del popolo, nonostante il dileggio di Pilato, proprio perché il regno di Gesù è un regno di bontà, di giustizia e di pace, ma soprattutto è un regno che si realizza nel massimo del disprezzo e del dolore, del fallimento e dell’ignominia portata per amore.

Il suo regno non è di questo mondo: Gesù regna se l’uomo sa amare, se l’umanità cambia stile di vita, se il piccolo, il povero diventa re.

Ha sempre sognato di salire sul suo trono, che è il trono del massimo amore: la croce. Questa è una nuova verità che fa impressione a Pilato: da buon romano, abituato a comandare tutti e tutto, non si raccapezza più, già non pensa che ci sia una verità e questa sul significato del regno di Gesù gli sembra ancora di più una pazzia.

Anche noi cristiani  dobbiamo continuamente rifarci a questa croce che è il vero trono da cui Dio parla a tutti gli uomini e li abbraccia nel suo grande amore: solo così regna Cristo e così lo dobbiamo seguire come cristiani.

E’ re nell’Eucarestia, come spesso cantiamo, ma quel pane e vino è segno di un dono senza condizioni fino alla morte. Non è facile accettare questa proposta. Non è facile credere che un uomo inchiodato sulla croce possa essere l’unico vero re della nostra vita, l’unico a cui obbedire perché non ci comanda niente: ci propone soltanto di vivere come lui è vissuto, facendo del bene a tutti!

Ma questa è la condizione per vivere con la schiena diritta davanti a tutti gli altri re, re e reucci che chiedono riverenze, leccate e balzelli; questa è l’unica condizione per non piegare le ginocchia davanti a nessuno, per vivere liberi, convinti che il nostro re è uno solo: Gesù Cristo.

Da Lui in giù è tutta pianura!

21 Novembre 2021
+Domenico

Chi mette pace, segue Cristo sulla croce

una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 18-19) dal Vangelo del giorno (Gv 15, 18-21)

Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Audio della riflessione

Stiamo assistendo da sempre, ma in particolare in questo nostro mondo a una aggressività particolarmente grave nei confronti dei cristiani. I martiri sono in aumento. Si scatenano nel mondo le forze del male contro persone inermi, semplici, credenti convinti, operatori di pace e di serenità. Si direbbe che c’è un accanimento speciale contro coloro che cercano di mettere pace, di far stare assieme gli uomini in progetti di convivenza e di bontà. Dove ci sono guerre, contrapposizioni, lotte tra i popoli e divisione tra le religioni e lì c’è una persona che tenta in tutti i modi di unire si scatena la violenza contro il pacificatore. E’ così per chi  tenta di far convivere cristiani e mussulmani, ebrei e palestinesi, ricchi e poveri, inglesi e irlandesi, cristiani e atei. Il diavolo ha questo nome che significa appunto divisore. L’arte sua è di continuare a dividere,  a creare odio, a tenere in contrasto. E così si consumano grandi vendette nella storia degli uomini, pure nella politica e nella vita sociale.

Certo il male ha come terreno di grande prolificazione l’odio, la separazione, la contrapposizione. Spesso i giovani colgono il tragico tranello della divisione e tentano vie di convivenza pacifiche, ma gli adulti li puniscono, li tolgono di mezzo, li ammazzano pure per non perdere il potere demoniaco di dividere. Fu così per Gesù. Anche lui che è l’antitesi del diavolo, lui che è il simbolo, Lui ha fatto dei due un popolo solo, Lui ha legato fede e vita, ha abbattuto tutte le barriere, perché sapeva che esse erano responsabili del male tra gli uomini. Noi infatti costruiamo muri, anziché ponti e chi fa ponti viene tolto di mezzo; noi diamo spazio a ciò che ci divide a partire dalla cultura, dagli interessi, dalle cattive intenzioni. Dio ci ha dato la terra e noi l’abbiamo tagliata a pezzettini, l’abbiamo circondata di reti e di confini, di dogane e di posti di blocco. Vogliamo vivere in pace, ma la pace non nasce mai dai muri, dai fossati, dai reticolati, dalle serrature, ma da un cuore che pur difendendosi dal male sa sperare di più nel bene.

Noi siamo ingenui, ma crediamo veramente che il mondo va verso una convergenza pacifica, che le guerre sono assurde, che la terra è una casa per tutti e non ci importa dell’odio dei malvagi perché sappiamo che il nostro maestro non li ha temuti e proprio quando sembrava che avesse fallito è risorto e regna ancora per chiamarci alla comunione fra tutto il genere umano.

Papa Francesco va ovunque predicando questo e non bastava l’ultima sua enciclica ha come titolo e tema Fratelli tutti , una sogno, una visione, un dono di Dio, che non sta nelle ipotesi, ma nella reale natura dell’umanità e del mondo.

8 Maggio 2021
+Domenico

La condizione del cristiano alla luce della passione e risurrezione di Gesù secondo Giovanni (capitoli 18-21): L’arresto di Gesù ci insegna come essere sempre “soggetto” delle nostre azioni e “persona” nelle nostre relazioni.

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-11)

1 Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2 Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3 Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4 Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5 Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6 Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7 Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8 Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». 9 Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11 Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».

Audio della riflessione

Descrizione storico-geografica (18,1)

«Dopo queste parole, Gesù uscì con i suoi discepoli» – abbiamo sentito; uscire è una parola chiave nel Vangelo di Giovanni: indica l’uscita dal Padre, richiama l’esodo stesso degli ebrei dall’Egitto, la stessa uscita di Abramo da Ur dei Caldei – come ha vissuto papa Francesco in questo ultimo viaggio in Iraq – uscire, insomma, indica un gesto sempre coraggioso, come tanti si debbono fare nella vita.

«… Al di là del torrente Cedron …», al di là delle acque – quindi – come attraversare le acque al di là del mar Rosso, o le acque del Giordano: queste acque delimitano una schiavitù e quindi andare al di là è uscire da una schiavitù, da un impedimento, per entrare e “gustare una libertà”.

«… dove c’era un giardino …» richiama immediatamente il giardino dell’Eden, del paradiso terrestre – come lo abbiamo chiamato noi a catechismo da bambini – dal quale l’uomo uscì per consumare il suo peccato di disobbedienza a Dio.

«… entrò lì con i suoi discepoli…» Gesù invece vi decide di rientrare: c’è una volontà di Dio da realizzare … anche qui vediamo che Gesù è sempre al centro del racconto, si parla solo di Lui. Giovanni descrive la tragicità di quello che sta capitando, non si ferma a dare descrizione dell’evento, ma attraverso di esso, va oltre, lo colloca in un panorama vasto come la vita dell’universo e di Dio.

  • Gli avversari (18,2-3)

«… Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché spesso Gesù vi aveva riunito i suoi discepoli …»; Giuda, un amore respinto, soffre dentro di sé delusioni d’amore, perché Cristo non è stato per lui quello che si immaginava di poter fare contro i romani oppressori, quindi  frustrante per la sua passionalità e ultimo motivo per il suo tradimento. Giuda conosce il luogo, riservato, segreto che rende più evidente il tradimento.

«… Giuda intanto era andato a cercare i soldati e le guardie, messe a disposizione dai capi dei sacerdoti e dai farisei », c’è quindi un gruppo di soldati romani agguerriti e di rappresentanti del mondo religioso: C’è insomma una coorte – come fa capire ancora meglio Matteo (Mt 26,47) – armati di spade e bastoni, e tutta la gamma delle inimicizie contro Gesù messe assieme dai sacerdoti del Tempio.

«… con lanterne e fiaccole »

Queste sono forse superflue perché era una notte di luna piena, ma indicano le tenebre da cui viene tutto il manipolo condotto da Giuda con le sue tenebre.

Non sono lanterne, la parola lampadon in greco non significa lucerne ad olio, per cui deve essere necessario averne un contenitore che fa da riserva e che si consuma bruciando (come del resto pensiamo avvenisse nell’episodio delle 10 vergini che aspettano lo sposo) ma dei bastoni preparati, spalmati a dovere da pece, da incendiare.

  • Gesù soggetto nel Giardino (18,4-7)

Gesù sapeva tutto quello che stava per accadergli. Perciò si fece avanti (esce) e disse: Chi cercate?

Gesù risponde ripetutamente: Io sono e con la luce della sua divinità appare nella pienezza della sua dignità. E’ lui il soggetto. E’ lui che va incontro ed è pienamente cosciente di quello che avviene e che ne consegue. La risposta del manipolo di gente è giusta, ma lui non si presenta tanto come il nazzareno, ma come il vero uomo Gesù nella pienezza della sua dignità di Figlio dell’uomo, di mandato dal Padre, di Figlio di Dio

Con le guardie c’era anche Giuda

Gv ci tiene a ricordare che c’è anche Giuda  per indicare la drammaticità di questo dialogo. Gesù è padrone della situazione (è lecito chiederci se questa descrizione è storica o simbolica; sta di fatto che è insegnamento del vangelo). E’ sempre Gesù che domina, Gv lo presenta sempre superiore agli eventi

  • Gesù conduce tutto l’arresto (Gv 8a)

Gesù domandò una seconda volta: Chi cercate?Quelli dissero Gesù di Nazareth

Ilverbo cercare non è parola a caso, come per dire che volete, che siete qui a fare….è la prima parola che Gesù dice agli apostoli, quando si sente seguito da due di loro, dopo l’indicazione del Battista: Ecco l’agnello di Dio. E’ un verbo di grande denità, che vuole obbligare chi lo cerca ad andare in profondità in questa ricerca. Non è certo la profondità di questa canaglia di gente, che cerca solo un uomo da ammazzare, uno che già hanno dovuto definire come delinquente, come mestatore di popoli. In pratica è come se Gesù dicesse: Cercate Dio o solo un uomo? Loro insistono sulla ricerca di un uomo vecchio. Non arriveranno mai a cercare il Figlio di Dio. Lo farà solo il centurione dopo averlo visto soffrire e morire. “Veramente costui era il Figlio di Dio!”

  •  Si preoccupa della salvezza degli apostoli (Gv 8b-9)

Gesù rispose: vi ho detto che sono io! Se cercate me, lasciate che gli altri se ne vadano. Con queste parole Gesù realizzava quello che aveva detto prima: nessuno di quelli che mi hai dato si è perduto

Nel massimo pericolo si preoccupa dei discepoli e del colloquio col Padre perché si adempisse la Parola del Padre

  • Il gesto di Simone (Gv 18,10-11)

Simon Pietro aveva una spada: la prese, colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Allora Gesù disse a Pietro: Metti via la tua spada! Bisogna che io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato.

Pietro era armato, Gesù accettava che qualcuno fosse armato per i loro continui spostamenti in luoghi anche infestati da briganti (cfr il racconto del buon samaritano). Pietro colpisce per istinto secondo i principi di questo mondo. Gesù però riporta la reazione difensiva di Pietro oltre la violenza, vive sempre come persona in dialogo, non impulsivo, non smarrito, sempre come superiore alla dinamica degli  eventi e, anche qui, come soggetto che determina o almeno guida la sua passione.

Se avete badato il vangelo di Giovanni non dice niente qui della agonia di Gesù nell’orto, niente sui discepoli, sullo stesso bacio di Giuda, non c’è la distinzione di Marco dei tre tipi di discepoli. Qui Gesù non viene legato subito e questo avverrà dopo il versetto Gv18,12

Proviamo ora a riflettere su queste informazioni che ci hanno reso più consapevoli di chi è Gesù e di come si comporta.

Gesù non trasforma i fatti, ma li trasfigura. Ciascuno di noi nella sua vita non è solo un esecutore di cose che gli capitano, ma può tra-passare, andare oltre le tragedie umane, essere veramente lui il soggetto della sua vita, tenerla sempre in mano, non lasciarsi mai vivere, abbandonare tutto a quel che capita. Ci possiamo fare qualche domanda:

 Questa pandemia la devo subire solo o posso affrontarla con la mia dignità di persona? La perdita di lavoro o di qualche persona cara è tutto quello che posso pensare o c’è una capacità mia di non subire, ma di accogliere e collocare su un piano mio personale, del mio modo di vivere, dei miei progetti di vita e non perdere  proprio il fatto che sono io che li vive, non che li subisce? Facciamoci aiutare dai grandi simboli di Giovanni per rifletterci sopra e applicarli alla nostra vita:

  1. uscire, come esodo e atto di coraggio, cambiare modo di vivere…Da che cosa devo uscire che mi trattiene? Ho coraggio di lasciare vizi, abitudini da schiavo, situazioni incallite che fanno male a me e agli altri?
  2. entrare nel giardino significa nella terra promessa, aprirsi al futuro di Dio. Che futuro ha Dio per me? C’è una palude della mia vita di affetti, di relazioni, di rapporti che devo lasciare per entrare in un futuro diverso come Dio me lo fa capire?
  3. andare al di là delle acque, superando le schiavitù. Quali sono le acque che mi imprigionano nei miei vizi o peccati o balordaggini o atti che fanno male a me, ai miei familiari…?
  4. ricerca dell’uomo: che uomo cercate? Quello smarrito o l’uomo nuovo? Che uomo cerco in Gesù? Quando cerco qualcuno/a, ho la consapevolezza di una novità che  mi si può rivelare o ho già preparato una casella in cui imprigionarlo o imprigionarla? La mia ricerca affettiva è aperta, permette che mi cambi o l’ho già asservita al mio modo di essere, di pensare, ai miei buchi che deve riempire?

Come riesco a stare con Gesù nelle mie prove?

Sono soggetto, mi prendo in mano la vita?

Sono persona, rimango in dialogo con la vita, le persone, il prossimo?

Rivediamo gli atteggiamenti di Gesù e come è sempre stato lui il soggetto degli avvenimenti.

Gesù è sempre soggetto e persona  nella passione, morte e risurrezione

Contempliamo la Trinità nella croce di Gesù e come si configura la condizione della persona alla luce della narrazione evangelica della Passione, morte e risurrezione di Gesù dell’apostolo Giovanni.

Appoggiamo tutte le nostre riflessioni su un principio base.

Gv 3, 16 Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chi crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna

Sviluppiamo questo principio a partire dal Gv 13, 1-3

1Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava .

Questo “sapendo” espresso due volte così ravvicinate ci dice che Gesù conosce tutto quello che andrà a capitargli in questa dolorosa e cruenta conclusione della sua missione per la nostra salvezza e ci permette di essere sicuri

  • della conoscenza di Gesù del suo futuro
  • della coscienza che la sua ora è giunta e che ha tutto nelle sue mani
  • della percezione degli ostacoli che incombono
  • della decisione interiore “li amò sino alla fine”

Questa non è coscienza che si è improvvisata solo al momento della sua passione e morte, ma è maturata durante tutta la sua vita entro un contesto più ampio

  1. La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)
  2. La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)
  3. Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)
  4. Un contesto estatico cfr Gv 12,25 
  5. Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51

In questi testi della scrittura Gesù appare, si staglia, come soggetto e persona

  1. soggetto

Gesù tiene in mano la propria vita come totalità, in una visione unitaria sia tra i vari momenti, come nella loro sequenza; dalla nascita alla giovinezza a Nazareth, alla vita pubblica, alla sua predicazione, ai conflitti con gli scribi e i farisei, alla passione , morte e risurrezione. Noi invece viviamo la vita fatta di pezzi; piuttosto staccata e al massimo incollata. C’è stata un infanzia, una adolescenza, un periodo di studi medi, una scelta vocazionale, la decisione, una serie di esperienze o incarichi o mansioni o responsabilità, una vita adulta e ora magari la pensione… tutti elementi staccati, o accostati. Occorre invece prendere ogni pezzo della nostra vita farne una sintesi e unirla a quello che ci aspettiamo, la nostra morte o meglio il nostro ritorno a Dio. La vita e la morte come un insieme che ci è dato da Dio. Prendere in mano la nostra vita come totalità e offrirla a Dio. Siamo creati da Dio e siamo sempre nelle sue mani in senso passivo e in senso attivo. Siamo spesso disturbati da morti violente, inaspettate, magari da incidenti e ci domandiamo spesso: che senso ha? Ricordo il mio incidente quasi mortale con 17 giorni di coma. Al risveglio la cosa che mi ha fatto più male era che sarei potuto morire senza aver avuto una visione intera, unita di tutta la mia vita, senza aver mai fatto una sintesi. Il senso del vivere lo capiamo forse un poco di più se guardiamo con totalità sia la vita che la morte, accogliamo anche l’eternità che è la nostra destinazione. Contempliamo un poco più spesso Gesù soggetto delle sue azioni che accoglie tutte dal Padre. Fino a che punto viviamo come soggetti della nostra esistenza?

  • Persona

La persona si qualifica soprattutto come luogo di relazioni, come soggetto che si apre agli altri. Diceva un rabbino che il Giordano è un fiume che forma due laghi: uno vivo e l’altro morto. Il primo è quello di Tiberiade in cui entra acqua e ne esce: è vivo; riceve e dona, il secondo è il mar morto che riceve soltanto e quindi muore.

Gesù è totalmente persona: prende dal Padre e dona, riceve con gratitudine e dona con gratuità. La legge del dare la vita è principio generale per guardare alla vita, è interpretativo dell’esistenza umana, la condizione dell’essere uomo e dell’essere cristiano.

Sa guardare alla sua vita con totalità

Gesù ha una legge dentro di sè che è quella del dare la vita; nel suo modo di guardare alla vita ha questo principio interpretativo dell’esistenza.

Un grande compito di Gesù è quello di essere  rivelatore del Padre, ma è pure colui che dà la vita per bere il calice del Padre; dà la vita per noi, in nostro favore o al posto di noi. Cose che vanno assieme.

Ci nasce allora un rendimento di grazie a Dio perché La nostra fede ci dice  (2Cor 4-16) che l’esteriore si corrompe, ma l’interiore si rinnova di giorno in giorno e così sarò ancora di più quando mi affiderò nella mia morte al Padre. Scambio reciproco di dare e avere come persone, che è anche causa di sofferenza a causa del peccato.

Ma Gesù è anche colui che dà la vita “per noi” e “in favore”, al posto di noi, come Caifa disse di Gesù, (cfr Gv11, 50-52)“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

E’ questa decisione per noi che dà gioia, senso  e speranza alla nostra vita. Possiamo ringraziare Dio perché se ci riferiamo a chi vive alla giornata, se ci paragoniamo con coloro che non hanno speranza, che vivono in balia del caso, che non mettono pensiero al come e perché vivono, a noi è dato con Gesù di cogliere l’insieme della nostra esistenza. compresa la stessa decadenza e questo ci rivela il senso dell’esistenza intera. Qui possiamo utilmente e bene riferirci anche a quanto dice san Paolo che interpreta la vita, la morte e la passione di Gesù cfr (2 Cor 4, 16)

16Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. 17Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, 18perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.

Il senso della nostra decadenza, della fine, della morte è momento dell’atto supremo di abbandono nelle braccia del Padre e questo ci permette di vivere con gratitudine, anche se sperimentiamo sofferenza, la nostra soggettività, l’essere soggetto sempre della nostra esistenza e persona nella nostra vita.

Appendice

Gesù  è rivelatore del Padre

Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere (Gv 1,18)

Nessuno però ha visto il Padre, se non il Figlio che viene dal Padre. Egli ha visto il Padre (Gv 6,46)

“Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? (Gv14,9-10)

6Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato (Gv 17,6-8)

PS

Cfr Raymond Brown, La morte del messia. (atteggiamento di Gesù nella narrazione della passione in Giovanni pg 54ss.) Ed Queriniana

L’arresto di Gesù

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-11)

1Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. 5Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. 8Gesù replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. 9Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato“. 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote egli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?”.

  • La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 15come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore… 17Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.

E’ un eccesso di rapporto con le pecore, non è una prassi dei pastori, perciò è una sua volontà precisa

  • La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)

13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perchè il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perchè tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.

E’ una consapevolezza precisa della missione che ha accettato dal Padre e che va a realizzare fino alle sue ultime conseguenze.

  • Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)

“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Che poi è richiamato  più avanti in Gv 18,14“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

  • Un contesto estatico cfr Gv 12,25 

25Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.

E’ un dato di fatto scritto dentro la dimensione umana dell’esistenza proiettata sul suo futuro.

  1. Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51

 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Gesù entra nella sua passione con questa conoscenza e coscienza, quindi è padrone degli eventi; è lui che si fa arrestare, non lo arrestano; è lui che giudica, non è giudicato; è lui che accetta la morte e muore, non è ucciso.

Questa figura di Gesù che si staglia dignitoso nella sua passione conoscendo quello che gli capita, e avendone una precisa coscienza, è presente anche nei sinottici

Mc 8, 31 Poi Gesù rivolto ai discepoli, cominciò a dire chiaramente: il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto… lo condanneranno; egli sarà ucciso…ma dopo tre giorni risorgerà

Lc 9, 30-31  durante la Trasfigurazione con Mosè e Elia: Essi parlavano con Gesù del modo con il quale egli avrebbe concluso la sua missione in Gerusalemme